giovedì 30 luglio 2020

Bridge over troubled water - Simon and Garfunkel

" (...) Mi ha molto colpito l'intervento di Papa Francesco al 'Premio Carlo Magno': dopo aver evidenziato l'incremento, l'assimilazione e la pratica quotidiana della 'cultura del dialogo', come la strada maestra per la coesistenza pacifica degli uomini - e, al tempo stesso, per una graduale, ma decisa dispersione delle reciproche paure - ha sottolineato la necessità di introdurre l'arte del dialogo a tutti i livelli di educazione. (...)
Oggi abbiamo a disposizione grandi 'zone di comfort' elettroniche per proteggerci dagli incontri col semplice espediente di eliminare 'l'alterità degli altri' dalla nostra vista, dal nostro udito, dalla nostra preoccupazione.
Ma una comodità del genere resta irraggiungibile dal mondo 'disconnesso', ovvero in quello reale: nel quartiere, per le strade, sul luogo di lavoro, nelle scuole frequentate dai nostri figli.
La realtà dell'altro, col rischio costante che comporta dell'incontro, dell'attaccare bottone, della conversazione e dell'interazione, non può essere eliminata elettronicamente, neppure sospesa.
Bisogna metterla in conto. (...)
(Ma) gli 'incontri sbagliati' quando inaspettatamente assurgono al livello di veri incontri, ci sollecitano a usare l'arte del dialogo (...) e ci fanno correre il rischio di mettere in pratica questo dialogo, liberamente e da vicino (...)
Oggi, come anticipato da don Giussani, sta guadagnando terreno la tendenza a sostituire il convenzionale 'cogito ergo sum' di Cartesio, con qualcosa che si stacca chiaramente dall'egocentrismo cartesiano.
Qualcosa che diventa sempre più simile al 'tu sei, perciò io sono' "

Parole di Zygmunt Bauman, in un'intervista del 2016, rilasciata al mensile internazionale "Tracce", un anno prima della sua morte.
Bauman, è stato tra i più importanti sociologi contemporanei.
E' autore di diversi saggi dedicati alla modernità, la globalizzazione, il consumismo e a tutte le incertezze di una società che in una sua felice formula, considerava 'liquida'.

27 Novembre 1969:
durante il loro concerto al Carnegie Hall, un teatro di New York City, Simon e Garfunkel, sciorinando le loro canzoni di repertorio, ormai straconosciute dal pubblico americano e mondiale, presentano a sorpresa un loro nuovo brano, che verrà pubblicato soltanto qualche mese più tardi.
Parte l'intro pianistica ed ecco alzarsi nel silenzio meravigliato della platea il canto solitario di Art Garfunkel : è 'la prima volta' in pubblico di "Bridge over the troubled water".

Negli anni, Garfunkel, ammetterà che aveva insistito con Simon, affinchè la cantasse anche lui, ma come tutti i geni dell'arte, Simon, autore di tutte le musiche e i testi del duo, si ritrasse, anche su disco, forse rimpiangendo la scelta, per lasciare spazio alla voce cristallina di Art. 

"Sono fermamente convinto che Paul Simon sia uno dei più grandi compositori di sempre.
Amo tutta la bella musica, ma riconosco soprattutto la purezza della melodia.
Sono un cantante e chi canta è direttamente in contatto con il cielo ..... la famosa spiritualità del cantante."
Così, Garfunkel, si esprime in una intervista del 2006, rilasciata ad Eleonora Bagarotti, e contenuta nel libro della stessa Bagarotti "Simon & Garfunkel. Un ponte su acque agitate".
Nel quale ci sono anche dichiarazioni di Paul Simon, nel 2008::
"In verità, quando mi chiedono come faccio a scrivere le mie canzoni, rispondo sinceramente 'non lo so'. Lo stesso per 'Bridge', alla fine mi sono detto 'Hmmmm, questo pezzo è migliore di quelli che scrivi di solito. Ho subito avuto la sensazione di aver fatto qualcosa di molto buono.
La verità è che certe canzoni mi sono venute come si prende la febbre e tutt'ora non so come."
Ironico e modesto, il personaggio è questo.

Eleonora Bagarotti, inoltre introduce così il classico di Simon:
"In Bridge over the troubled waters, (...) c'è un essere solitario ed errante alle prese con l'osservazione del mondo e dei propri sentimenti.
L'incontro con l'ignoto. la disillusione, il movimento in avanti.
C'è la capacità di spostarsi verso altre culture, di attingere ad esse, di imparare, di ospitarle, di abbracciarle senza mai disconoscerle. (...)
C'è eleganza. C'è impeto, C'è rivoluzione, ecco."

"Quando sei stanca
e ti senti piccola.
Quando le lacrime sono nei tuoi occhi,
le asciugherò tutte.
Io sono al tuo fianco quando i tempi diventano duri e non riesci a trovare i tuoi amici.
Come un ponte sopra acque agitate, io mi stenderò.

Quando sei triste e assente
Quando ti trovi per strada
Quando la sera arriva così duramente,
io ti consolerò,
io prenderò le tue parti.
Quando viene l'oscurità e il dolore è tutt'intorno
Come un ponte sopra acque agitate mi stenderò"

Insomma, è l'incontro d cui parlava Bauman, che sia con la persona amata o con l'estraneo, che sia all'interno della propria casa o in strade aperte, che sia in un'amicizia o in rapporto al trascendente.
E' un messaggio universale.
Vi diamo una notizia: il rock, il buon rock è cattolico!

Ps: la versione che ascoltate è proprio quella di quel 27 novembre 1969




 

mercoledì 29 luglio 2020

Il vecchio e il bambino - Francesco Guccini

"Cari giovani, ciascuno di questi anziani è vostro nonno!
Non lasciateli soli! Usate la fantasia dell'amore. (...)
I bambini non crescono nell'amore se non imparano a comunicare con i loro nonni.
Loro sono la vostre radici. Un albero staccato dalle radici non cresce, non dà fiori e frutti.
Per questo è importante l'unione e il collegamento con le vostre radici:
quello che l'albero ha di sotterrato, dice un poeta della mia patria."

Dalla sua "Finestra dell'Angelus" che si affaccia su Piazza S. Pietro, papa Francesco il 26 Luglio 2020, festa di S.Anna, nonna materna di Gesù, lancia il suo messaggio ai più giovani.
Esattamente sette anni prima, il 26 Luglio 2017, durante la Giornata Mondiale della Gioventù in Brasile,
Papa Francesco sosteneva questo stesso appello per rafforzare il dialogo tra le generazioni:

"Se i giovani sono chiamati ad aprire nuove porte, gli anziani hanno le chiavi.
Non c'è avvenire senza questo incontro, tra anziani e giovani; non c'è crescita senza radici, non c'è fioritura senza germogli.
Mai profezia senza memoria, mai memoria senza profezia. (...)
I nonni sognano quando i nipoti vanno avanti, e i nipoti hanno coraggio quando prendono le radici dai nonni".

Insomma : radici e sogni.
Dice il Papa, non può esserci l'uno senza l'altro, perchè l'uno è per l'altro.

E, stranamente, è proprio all' interno di un album intitolato "Radici" che , nel 1972, Francesco Guccini inserisce, concludendolo, "Il vecchio e il bambino"
"Non è una canzone di stampo ecologista, come molti hanno creduto, ma fa parte di una serie di canzoni d'impostazione post- atomica.
Il vecchio racconta un panorama che che non esiste più ad un bambino che non capisce, perchè non sa che una volta c'erano gli alberi, i fiori, i frutti.
Il bimbo crede si tratti di una favola e chiede al vecchio di raccontare ancora questa bella storia, piena di cose che lui non ha mai visto."

E' proprio il cantautore emiliano che puntualizza la genesi della canzone, con una semplicità disarmante.

Il vecchio racconta le sue radici, le racconta come un sogno, affinchè il bambino entusiasta del racconto chieda al vecchio di raccontare ancora, di fargli ancora compagnia, come per formarsi una coscienza che lo faccia guardare avanti.
Nessuna sovrastruttura intellettuale; ecco la forza poetica di Guccini, derivata anche da memorie di vita vissuta, che all'alba dei suoi 80 anni, ha narrato in diverse interviste:
 "(...) Ricordo quando andavamo a trovare i nonni, che parlavano solo il dialetto emiliano. (...)
A Modena, noi tre poveri Guccini, eravamo regolarmente 'salvati' dai nonni che scendevano a valle con un camioncino pieno di meraviglie: la legna per l'inverno, un sacco di farina, una damigiana di vino, una coppa , un prosciutto, della farina di castagne.
La nonna era depositaria di un grande patrimonio di canti popolari: fino agli anni '60 continuava ad esistere la civiltà contadina, la 'cultura parallela' come la definiva Gramsci.
Non era inferiore, era diversa.
Oggi è stata distrutta.
Ricordo mia nonna invitarmi: 'prudenza!'. Che non era:'stai lontano dai pericoli', era: rispetta il prossimo.
Ecco, oggi non c'è più prudenza, non c'è più gentilezza"

"Il bimbo ristette, lo sguardo era triste
e gli occhi guardavano cose mai viste
e poi disse al vecchio, con voce sognante
mi piaccion le fiabe,
raccontane altre"






 
  

martedì 28 luglio 2020

Yesterday, when i was young - Willie Nelson

da " L'arte di essere fragili" di Alessandro D'Avenia

"In uno dei capitoli della Bibbia che amo di più, ho trovato un malinconico realismo, fatto di oggetti e personaggi quotidiani, che mai si trasforma in disperazione.
Il dodicesimo capitolo di Qoèlet è il culmine dell'amara constatazione che percorre l'intero libro: tutto è vanità, eppure il senso del limite non è sconfitta ma apertura:
'Ricordati del tuo creatore
nei giorni della tua giovinezza
prima che vengano i giorni tristi
e giungano gli anni di cui dovrai dire:
Non ci provo alcun gusto (...)
e ritorni la polvere alla terra, com'era prima,
e il soffio vitale torni a Dio che lo ha dato
Vanità delle vanità, dice Qoèlet,
e tutto è vanità''
Tutto è destinato a finire, questa è l'essenziale fragilità del mondo.
Qualche gioia si coglie nell'età giovanile, poi, inesorabilmente tutto torna alla polvere.
Per Qoèlet, solo Dio è garante dell'infinito, egli ha tratto dal nulla tutte le cose, conferendo loro l'infinita nostalgia di Lui e non del Nulla: ricordandosi del Creatore, la festa della giovinezza non finisce"

E' un brano dall'immaginario colloquio con Giacomo Leopardi su cui Alessandro D'Avenia costruisce tutta la trama del suo libro, dal sottotitolo " Come Leopardi può salvarti la vita".

Willie Nelson è uno dei più longevi country singer che hanno calcato le scene spettacolari americane.
Gli anni della sua vita, ormai, si avvicinano ai novanta e a giudicare dall'enorme attività discografica, sembra in perfetta forma. e nonostante la pubblicazione di ben più di 150 album, tra inediti, cover e raccolte, a partire dall'anno di grazia 1962, la sua voce è ancora sicura e cristallina, e la classe dei suoi arrangiamenti non ha perso smalto, anzi, pare che la leggerezza con la quale propone le sua interpretazioni sia addirittura aumentata.
La capacità di partire dalla tradizione country passando disinvoltamente al jazz, al pop, allo swing, al blues, al rock, al gospel, al folk, attraversando tutto il songbook a stelle e strisce, ne fa un monumento e un maestro per i colleghi più giovani.

Dal 2008, Nelson, si sta avvalendo della collaborazione di un musicista e produttore, Buddy Cannon, anche lui, non proprio di primo pelo ( è ultra settantenne), che l'ha aiutato a realizzare album, nei quali, tra cover e brani originali, riesce a raccontare la vita nella sua stagione estrema, con onestà e con uno sguardo amorevole all'esistenza e le sue contraddizioni.
Nel 2017, Nelson canta: 
"Ho detto una grande bugia Signore
e poi me ne sono dimenticato
Pensavo di essere un messia
e credimi, non lo sono davvero.
Pensavo di essere nel giusto
e mi sbagliavo di grosso".

E nel 2018:
"Sta diventando difficile vedere i miei fratelli andarsene.
Ferisce come la lama di un coltello arrugginito.
Una cosa ho imparato correndo sulla strada :
'per sempre' è un concetto che non si applica alla vita.
Ho ancora un pò di buoni amici rimasti,
mi chiedo chi sarà il prossimo"

Ma, pur in una preghiera gioiosa e ricca di gratitudine alla bellezza, il pensiero della fine della strada terrena è rivolto verso la propria condizione di vecchiaia.
Forse non è un caso che a concludere, nel suo album del 2020, sia una sua rilettura di un brano di Charles Aznavour, degli anni '60: "Hier encore"; una struggente invocazione alla giovinezza lontana, occasione per tirare le somme di una vita intensamente vissuta:

"Ieri, quando ero giovane
il gusto della vita era dolce come pioggia sulla mia lingua
Ho preso in giro la vita come fosse un gioco stupido
il modo  in cui la brezza della sera, prende in giro una fiamma di candela
I mille sogni che facevo,
le splendide cose che ho programmato,
le ho costruite deboli sopra la sabbia.
Ieri, quando ero giovane,
c'erano tante canzoni che aspettavano di essere cantate.
Tanti piaceri selvatici, io li serbavo in me.
Ma tanto dolore ai miei occhi abbagliati non ho voluto vedere.
Ho corso veloce, ho esaurito la mia gioventù:
Ora ci sono tante canzoni da cantare che non saranno mai cantate,
perchè mi sento il sapore amaro delle lacrime sulla mia lingua.
E il tempo è giunto per me di pagare per ieri,
quando ero giovane"

C'è un arrendersi ai rimpianti di una vita, come se non ci fosse la possibilità ultima di una misericordia, un perdono, che però, nella versione originale francese di Aznavour ( lui cristiano, di origini armene) si intravede :

"E ora sono perduto senza sapere dove andare
il cuore è a terra,
ma gli occhi cercano il cielo" 



lunedì 27 luglio 2020

Canzone degli occhi e del cuore - Claudio Chieffo

da "Il brillìo degli occhi" di Julian Carron

"Come è decisivo renderci conto che la nostra libertà non è una complicazione, ma un dono.
La libertà è dunque implicata in quella interpretazione dei segni che ci permette di raggiungere con piena ragionevolezza la certezza che di un altro mi posso fidare.
E' per questa fiducia che Pietro ha fatto sue le parole che aveva sentito dire da Gesù. 
La fede non è un lanciarsi nel baratro, non è un atto compiuto senza alcuna ragionevolezza. (...)
La fede è il riconoscimento di un 'qualcosa'- la presenza del divino nell'umano - che va oltre la capacità di presa della ragione, che la ragione da sola non potrebbe definire; eppure è un riconoscimento pienamente ragionevole, che spiega quello che ho davanti agli occhi, l'esperienza che faccio.
C'è, osserva Balthasar, 'un'intima connessione tra fede ed esperienza del compimento':
'Avere la sincerità di riconoscere, la semplicità di accettare e l'affezione di attaccarsi a una tale Presenza, questa è la fede.
Sincerità e semplicità sono parole analoghe.
Essere semplici vuol dire guardare una cosa in faccia, senza introdurre fattori estranei dall'esterno.
(...) Bisogna (...) guardare il fatto, l'avvenimento con semplicità (...) per quel che dice, per quello che comunica alla ragione, al cuore.(...)'

Rimane scolpito nella nostra memoria il modo in cui Giussani ne parlò davanti al Papa, in Piazza San Pietro, nel 1998:
"E' una semplicità del cuore che mi faceva sentire e riconoscere come eccezionale Cristo, con quella immediatezza certa , come avviene per l'evidenza inattaccabile e indistruttibile di fattori e momenti della realtà, che, entrati nell'orizzonte della nostra persona, colpiscono fino al cuore"

E' un altro intenso brano, tratto dal recente libro - pamphlet del presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione, don Julian Carron, che dopo il 'tempo vertiginoso' che ha rimesso in discussione le sicurezze che sembravano naturalmente acquisite dall' intera società, ricentra per gli amici del movimento di cui è responsabile, e per chi ha cura della propria umanità, ciò "che rende affascinante l'incontro con una comunità cristiana viva".

Un incontro che Claudio Chieffo, in Paradiso dal 2007, ha vissuto a pieni polmoni, e del quale le sue canzoni sono tangibile testimonianza:
"L'amicizia, nell'ispirazione della mia musica è molto importante; cioè un atteggiamento di amicizia, ripensando ad ognuna delle cento e più canzoni che ho composto, anche con fatica.
In ognuna c'è il volto di un amico, perchè ognuna di queste canzoni nasce da un atteggiamento molto bello: che non si finisce mai di imparare, è l'atteggiamento della condivisione, che vuol dire stare con un briciolo di fede accanto ad un'altra persona, in qualunque situazione, magari quando si è innamorati.
Oppure di fronte al proprio figlio, oppure partecipando al dolore in una tragedia che è accaduta e che coinvolge tutta una nazione.
Molte mie canzoni sono dedicate a popoli interi"

Così, Chieffo, rispondeva così alle domande di un'intervista che realizzai, in una nebbiosa giornata milanese del gennaio 2002, prima di un suo concerto al P.I.M.E, all'interno di una manifestazione dal titolo" Cantare con un perchè"
"Se un cuore è sincero, può tentare di esprimere come vuole la grandezza di quel Mistero che ha incontrato.
A me è capitato di esprimerlo così: io vedo la piccolezza delle mie canzoni, ma ne sono infinitamente grato. Come uno che vede i suoi suoi figli e, se non è scemo, vede i loro difetti, però è la cosa più grande che ha avuto e li ama come il dono più grande che ha ricevuto.
Ecco, così succede anche con le canzoni."

1982: "La canzone degli occhi e del cuore", è forse la migliore sintesi musicale, di ciò che è scritto nella quarta di copertina del citato libro di Carron:
"La testimonianza di una fede che entra nell'esperienza presente, generando una conoscenza e una affezione nuove, una fede capace di valorizzare tutto ciò che di vero, di bello e buono incontra lungo la strada"


    

domenica 26 luglio 2020

Joshua fit the battle - Elvis Presley

"... la lacca .... vedi?, ..... sono un uomo adulto che usa la lacca.
E poi, questa tinta nera per i capelli , e ho anche quattro diverse creme per il viso.
E questa, sai cos'è?
Pomata per le emorroidi. Dicono che ti sgonfia le borse sotto gli occhi.
Poi mi metto questi anelli e mi butto addosso il resto, e così divento una cosa, divento un oggetto, capisci?
Non sono diverso da una Coca Cola.
La differenza tra me e te, Jerry, è che quando tu entri in una stanza, tutti vedono Jerry, vero?
Ma quando in una stanza arrivo io, a tutti viene in mente il primo bacio dato con uno dei miei pezzi in sottofondo o magari ripensano a quella volta che la fidanzata li ha lasciati dopo che aveva visto 'Blue Hawaii'
Ma non vedono mai me!
Non vedono mai il ragazzino di Memphis nel Teenesse.
Lui è sepolto, Jerry, l'hanno sepolto così in fondo, sotto l'oro, i gioielli e i soldi; i flash dei fotografi e il trucco di scena, le urla dei fans.
E nemmeno io non mi ricordo più di lui, ormai"

E' un passaggio fondamentale di una scena da "Elvis & Nixon", film del 2016, interpretato da Michel Shannon e Kevin Spacey, che tra fiction e cronaca storica, narra la preparazione e l'avvenuto incontro tra il Presidente americano e il Re del rockn'roll, nel 1970, incontro che all'epoca fece un certo scalpore.

Il film, racconta, con occhio disincantato, la paranoia patriottica accompagnata da un certo ego personale di Presley, nella decisione di incontrare Nixon a tutti i costi per chiedere di diventare 'agente segreto aggiunto(?) in incognito', per poter servire gli Stati Uniti, per combattere il dilagante uso delle droghe tra i giovani e nella difesa contro il comunismo che si annidava negli ambienti del (nuovo) rock, con un occhio particolare agli emergenti Beatles, che proprio a lui avevano fatto visita, omaggiandolo come un dio, qualche anno prima.

E' il racconto anche di una persona, ormai 'monumento mediatico', come svela bene il passaggio citato, fragile umanamente e dalla personalità complessa.
Purtroppo, il peso della celebrità e della macchina del businness di Las Vegas, lo porterà in poco tempo a patire una depressione bulimica.
Ormai, caricatura del grande artista carismatico che fu agli inizi di carriera, morì ad appena 42 anni, nel 1977, per un infarto, nella sua residenza principesca, Graceland.

Ma vogliamo ricordarlo, ragazzino a Memphis, che entra in quei negozi che davano direttamente sulla strada, che trasformati in studi di registrazione un pò raffazzonati, erano il luogo dove i giovani americani a metà degli anni'50, cercavano nella musica la strada del riscatto personale e della celebrità.
Lui entra, e parte con una interpretazione di standard gospel, lui bianco, da far accapponare la pelle ai tecnici presenti.
E' il 1954, è la data d'inizio dell'epoca del rock'n'roll.

Ma quel ragazzone, che sprigionava una carica erotica da tutti i pori, esaltata da quel movimento 'pelvico' così trasgressivo, era cresciuto musicalmente con il country e la musica religiosa, il gospel.

"Io conosco, praticamente, ogni canzone religiosa che sia stata scritta", soleva affermare.
Ed è proprio così: il suo catalogo di gospel è effettivamente sterminato, pur non essendo molto frequentato dal pubblico che lo seguiva.
Per tutto il decennio degli anni '60, alternava le sue hit più scatenate con il repertorio religioso, spesso affiancato dal gruppo, interamente 'bianco',dei Jordanaires', dando, sempre nel solco di quella tradizione musicale, un impeto e una brillantezza decisamente 'rock'.

"Jousha fit the battle" è una registrazione del 1960.
E' uno spiritual del XIX secolo, composta dagli schiavi africani che rimanda all'episodio biblico, raccontato nel Libro di Giosuè, della battaglia di Gerico, combattuta dagli israeliti nel corso della conquista di Canaan .
Le mura di Gerico caddero  dopo che gli israeliti marciarono una volta per sei giorni in giro per la città, e per sette volte, il settimo giorno, quindi suonavano le loro trombe.
Il testo del brano è nient'altro che la cronaca dell'episodio biblico.

E la voce di Elvis, fa il resto.


  

mercoledì 22 luglio 2020

Nessuno vuole essere Robin - Cesare Cremonini

" (...) Ogni uomo per sua natura aspira ad essere protagonista, non l'uomo astratto, ciascuno di noi, tutti sentiamo il desiderio che la nostra vita lasci un segno, che dia un contributo originale, che sia il nostro e solo il nostro.
E' insopportabile l'idea che la nostra vita passi senza generare nulla, che il tempo scorra senza essere vissuto fino in fondo.
E' insopportabile.
Soprattutto ci ripugna l'idea che la nostra stessa esistenza in quanto tale non sia qualcosa di unico.
La giovinezza è proprio il momento della vita in cui affiora l'urgenza, il desiderio profondo di essere protagonisti della propria vita. (...)
Noi, ciascuno di noi, è chiamato a rendersi conto di questa irriducibilità, può riconoscerla osservando l'esperienza, sorprendendo nella propria umanità un'attesa, una capacità di infinito che sfonda qualunque riduzione sociologica o pseudoscientifica"

Era il 27 Agosto del 2008 e il Prof. Marco Bersanelli,, docente di Astrofisica all' Università degli Studi di Milano, introduceva il titolo del Meeting di Rimini di quell'anno : " O protagonisti o nessuno"

Cesare Cremonini, classe 1980, inizia la sua carriera col botto:
come leader gruppo dei Lunapop, all'inizio degli anni 2000, diventa un fenomeno tra i teen agers con un paio di brani che spopoleranno come veri e propri tormentoni estivi: "'50 Special" e "Qualcosa di grande" sono canzoni ancora ricordate per una certa chimica compositiva che, ripescando atmosfere da boom economico invadono le programmazioni radiofoniche per mesi interi.

Ma il fenomeno Lunapop si sgonfia subito: Cremonini, sorretto da una certa autostima, scioglie il gruppo d'imperio, e continua il suo viaggio musicale in solitaria.
Timidi approcci al mondo cantautorale più maturo e nonostante manchi al personaggio una storia che ne giustifichi appieno l'arruolamento tra i cantautori già affermati, applicandosi con grande caparbietà si costruisce una sua traiettoria compositiva molto personale.
Sempre nel solco della tradizione pop italiana, con iniezioni di rock anglosassone e limando sempre più i testi, sempre meno adolescenziali, dal 2012 con l'album "La teoria dei colori" mette d'accordo anche i critici più diffidenti.

Nel 2018, conferma la sua raggiunta maturità con l'uscita di "Possibili scenari", dove inserisce appassionate love song, piccole storie quotidiane con l'occhio di un quarantenne che assapora il primo step della maturità esistenziale: in qualche passaggio emergono domande di una ricerca di senso nella propria vita e nei rapporti più vicini.
Accade in "Poetica", ma soprattutto nel brano "Nessuno vuole essere Robin"

"E' il pezzo più attuale, uno dei pochi in cui il protagonista sono io.
Finita la partita, il vincitore si ubriaca, scopa in giro, e finisce lì.
Chi perde, invece, passa la settimana a macerarsi.
Io ho provato il successo, l'ho perso e l'ho ritrovato: amo la figura del perdente.
Solo che oggi nessuno può ammettere di no farcela, siamo tutti dei piccoli Robin, travestiti da Batman"

E' l'ammissione di una fragilità che la canzone racconta con chiarezza e poesia.
Il desiderio legittimo di essere protagonista ti porta a delle domande che confermano solo una situazione di solitudine e Robin vive l'inadeguatezza a essere Batman, ma nessuno lo ammette evive di apparenze.

Ritorniamo, quindi da Bersanelli :
"Allora dobbiamo fare un altro passo, tentare un altro passo:
che cosa è questa irriducibilità che ci rende protagonisti, che ci dà una speranza di essere protagonisti, da dove viene? E' una nostra volontà?
No, è un dato di fatto: io non misto facendo da me. (...)
Protagonista allora è l'uomo che continuamente si accorge con stupore che il proprio io è generato da Qualcosa che non è lui, da un Infinito, da Qualcosa di altro da me. (...)
Perchè come disse una volta don Giussani: 'Le forze che cambiano la storia sono le stesse che cambiano il cuore dell'uomo.'
Dunque  se il Mistero Infinito è vero, se è entrato nella Storia, se il senso dell'universo è entrato nella storia, allora è Lui il protagonista e noi lo diventiamo nel rapporto con Lui, seguendo Lui"



martedì 21 luglio 2020

Gethsemane (I only want to say) - Ted Neely

da "Gesù di Nazaret" di Joseph Ratzinger - Benedetto XVI
Capitolo 6 : "Getsèmani"

"Possiamo distinguere, in questa preghiera di Gesù alcuni elementi.
C'è innanzitutto l'esperienza primordiale della paura, lo sconvolgimento di fronte al potere della morte, lo spavento davanti all'abisso del nulla, che lo fa tremare, anzi, secondo Luca, lo fa sudare gocce di sangue. (...). L'evangelista Giovanni esprime senza dubbio l'angoscia primordiale della creatura di fronte alla vicinanza della morte, c'è però qualcosa in più: è lo sconvolgimento particolare di Colui che è la Vita stessa davanti all'abisso di tutto il potere della distruzione del male, di ciò che si oppone a Dio, ed ora gli crolla addosso, che Egli in modo immediato deve ora prendere su di sè (...).
L'angoscia di Gesù è una cosa molto più radicale di quell' angoscia che assale ogni uomo di fronte alla morte; è lo scontro stesso tra luce e tenebre, tra vita e morte, il vero dramma della scelta che caratterizza la storia umana. (...)
Le due parti della preghiera di Gesù, appaiono come la contrapposizione di due volontà: 
c'è la 'volontà naturale' dell'uomo Gesù, che recalcitra di fronte all'aspetto mostruoso e distruttivo dell'avvenimento e vorrebbe chiedere che il calice 'passi oltre' e c'è la 'volontà del Figlio' che si abbandona totalmente alla volontà del Padre" 

Nel 2011, papa Benedetto XVI, dava alle stampe il secondo volume della trilogia della vita di Cristo, quello riguardante la cronaca e le riflessioni dall'ingresso in Gerusalemme fino alla risurrezione, avvertendo i lettori che questo era un lavoro del teologo Ratzinger, quindi non un documento ufficiale pontificio.
Particolare importante per comprendere la libertà teologica con la quale i volumi erano stati redatti, e quindi, una prova in più dell' umiltà dell'uomo Ratzinger di fronte all' investitura di Pontefice che gli era stata assegnata dopo la morte di San Giovanni Paolo II.

Nel 1971, con immediato grande successo, va in scena nei teatri londinesi e poi in quelli americani, un musical rock che tratta un argomento particolarmente impegnativo: le ultime vicende terrene di Gesù Cristo.
Autori due giovani, che si sono conosciuti, ancora studenti in Inghilterra, nel 1965:
il paroliere Tim Rice e il musicista compositore Andrew Lloyd Webber.
Autori di due precedenti produzioni ancora un pò adolescenziali ( una tra l'altro su un episodio biblico)
con "Jesus Christ Superstar" si impongono all'attenzione mondiale, tanto che dopo due anni, il musical teatrale viene trasformato in una versione cinematografica dal budget importante:
alla regia Norman Jewson ( regista di altri film di successo quali "La calda notte dell'ispettore Tibbs", "Rollerball", "Stregati dalla luna")
all'orchestra Andrè Previn ( nome piuttosto altisonante nel circuito musicale).

La scelta degli interpreti cade su  Carl Anderson per la parte di Giuda ( un Giuda di colore, non so se oggi verrebbe accettato);
per la parte della Maddalena, una giovane interprete di black music Yvonne Elliman, già interprete nella versione teatrale originale,
e, 'last but not least', il debuttante Ted Neely nella parte di Gesù, dopo che l'interprete teatrale, Jan Gillan, la voce dei Deep Purple, dà forfait.

La partitura musicale creata da Webber, è semplicemente straordinaria: unisce il rock alla ballata acustica, le esplosioni orchestrali con il pop radiofonico.
I testi e la sequenza narrativa di Tim Rice sono piuttosto ingenui, e risentono della cultura hippy del tempo: non segue pedissequamente la cronologia evangelica, si dà qualche libertà creativa di troppo ( il rapporto tra Gesù e Maddalena dà il fianco a qualche ambiguità, specialmente da parte della figura femminile), ma si mantiene assolutamente rispettoso dell'importanza dei personaggi.
Scompare la Madonna, gli apostoli rappresentano il target dei seguaci dell'Era dell'Acquario, ma soprattutto alla figura di Cristo viene tolto ogni riferimento divino.

Un disastro? Una blasfemìa?
No, non proprio. Pur limitando l'importanza del messaggio evangelico agli avvenimenti terreni, la piece teatrale, a cui anche il film si adegua, è umanamente potente, drammatica e si addentra negli eventi della Settimana Santa con una forza espressiva ( grazie anche alla musica di Webber), coinvolgente e non dispersiva, nè alternativa alla sequenza storica.

La figura di Cristo, si erge, come chiave di volta di tutta la vicenda, alcuni passaggi sono memorabili, senza dimenticare la figura, anch'essa drammatica e tragica di Giuda, colto per tutto il film tra la scelta di seguire Gesù e la delusione di una 'rivoluzione' politica mancata.

C'è un particolare importante nel film: i personaggi sono tutti attori che già dall'inizio " mettono in scena" la vicenda di Cristo, come a testimoniare l'inadeguatezza  di appropriarsi del ruolo e alla fine dopo la crocifissione, tutti tornano alle loro case, voltandosi pensierosi verso il Golgota.

Il brano "Gethsemane", anche supportato dalla meditazione di Ratzinger, ci sembra centrato:
grande pathos, grande musica e onesto nella costruzione del testo.

"Io voglio soltanto dire, se esiste un modo,
allontana da me questo calice, poichè non voglio assagiarne il veleno,
sentirne il bruciore.
Sono cambiato, non sono più sicuro come quando ho iniziato.
Allora ero ispirato; ora sono stanco e sfiduciato.
Ma se io muoio, se vado fino in fondo e faccio le cose che Tu mi chiedi,
se lascio che mi colpiscano, mi feriscano, mi inchiodino al loro albero,
voglio sapere, vorrei sapere, mio Dio,
perchè devo morire.
Devo capire, dovrei capire, mio Signore.
Potresti dimostrarmi adesso che non sarò ucciso invano?
Dimostrami che c'è una ragione per cui tu vuoi che io muoia:
sei così preciso su dove e come,
ma non sul perchè.
Perchè ho tanta paura di concludere ciò che ho cominciato .....
che Tu hai cominciato,
io non ho cominciato nulla.
Berrò il Tuo calice di veleno,
inchiodami alla Tua croce
e spezzami, insaguinami, percuotimi, uccidimi,
prendimi adesso ...
prima che cambi idea"

Una volta nei cineforum alla fine si diceva, adesso c'è il dibattito.
Ma forse per la prima ed unica volta il rock, seppe raccontare (con limiti evidenti) la Storia più grande del Mondo.


        
 

Pictures of Jesus - Ben Harper and The Blind Boys of Alabama

da "Il brillìo degli occhi" di Julian Carron

"Ora, questo sguardo carico di tenerezza verso la nostra umanità è entrato nel mondo attraverso la carne di un Uomo, l'ebreo Gesù di Nazareth, duemila anni fa. (...)
Questo avvenimento - l'Incarnazione - è uno spartiacque nella storia dell'uomo e nessuno lo potrà più strappare da essa. (...)
Qui ci troviamo davanti a quel 'realismo inaudito' di cui parla Benedetto XVI, quando afferma che 'la vera novità del Nuovo Testamento, non sta in nuove idee, ma nella figura stessa di Cristo, che dà carne e sangue ai concetti'.
Ognuno di noi - credo - desidererebbe essere raggiunto da un simile sguardo, qualunque cosa abbia fatto, comunque abbia condotto la sua vita.
Di che cosa ha avuto bisogno quella donna ( cfr Lc 7,36-47) per essere 'presa' dallo sguardo di Cristo?
Soltanto della sua umanità, pur ferita e malmessa com'era - come in fondo è quella di tutti-. (...)
Quello di Cristo è uno sguardo che legge dentro di noi, nelle profondità  del nostro desiderio di pienezza."

E' un brano tratto dal recentissimo saggio di don Julian Carron, una nuova tappa nella 'pedagogia cristiana' che il presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione indica a chi segue già il movimento e a tutti quelli curiosamente attenti alla vita della Chiesa universale. 

Ben Harper, artista di colore californiano, inizia la sua carriera nei primi anni '90:
artista musicalmente completo, la sua creatività compositiva racchiude le diverse espressioni della cultura nera afroamericana.
Blues, rock, funky, la musica caraibica, hip hop, intimismo acustico e sferzate elettriche, un pizzico di psichedelìa: con la sua chitarra elettrica suonata sulle proprie ginocchia, cerca
di far confluire tutti questi flussi in un catalogo di canzoni sempre di ottima fattura.

Nel 2004, con il suo incontro con The blind boys of Alabama, aggiunge alle esperienze già accumulate, un viaggio in terra spiritual, traendone un album fondamentale e pluripremiato dalla critica: "There will be a Light"
The blind boys of Alabama, sono una istituzione nel mondo della black music legato alle tradizioni degli eredi della comunità africane ridotta in schiavitù nell'America razzista, poi faticosamente ricondotta ai diritti civili universali.
Attivo già negli anni '30, il gruppo, i cui componenti sono tutti non vedenti ( tranne uno), vive una seconda vita da quando è entrato nella scuderia discografica di Peter Gabriel.

"Il suono che esce dalle bocche dei Blind Boys quando cantano è più vecchio della salvezza, è più vecchio della redenzione.
E' il suono dell'oppressione e della lotta.
E' il suono della rivelazione e della liberazione.
E' un suono vecchio come il tempo.
I Blind Boys sono le piramidi della musica gospel, il luogo di nascita del soul sacro"

Così Ben Harper magnifica i suoi compagni di viaggio nei brani di questo disco, una galleria di gospel originali e presi dalla tradizione, che all'ascolto dà i brividi.
E conclude:
"Il Dio delle mie canzoni è la forza che muove il mondo. E' il creatore del cielo e della terra, il re degli angeli e il padre della luce.
E' il padre del gospel, è la natura, gli alberi e le valli. E' il Tutto"

E allora, ecco "Pictures of Jesus":

"Pende sopra il mio altare
Come Lui fu appeso alla croce.
Ne tengo uno nel mio portafogli,
per i momenti in cui mi sento perso.
E' in una cornice di legno scheggiato,
davanti a cui la mia famiglia si inginocchiava a pregare.
E se ascolti da vicino,
puoi sentire le parole che diceva.
Ho un'immagine di Gesù
Nelle sue braccia così tante preghiere sono accolte.
Ho un'immagine di Gesù,
e con lui saremo sempre benedetti.

Certi giorni non hanno inizio
e altri giorni non hanno fine
Certe strade sono dritte e strette
e altre sono fatte solo di curve.
E allora diciamo una preghiera
per ogni essere vivente
in cammino verso la luce
dalla croce di un Re"




  

lunedì 20 luglio 2020

Chiaro di luna - Jovanotti

da "Attrazione per l'infinito" di Mons. Lorenzo Albacete

"Luigi Giussani racconta che, in una bella notte stellata, s'imbattè in una giovane coppia che stava amoreggiando.
I due, sorpresi dal monsignore, furono naturalmente un pò imbarazzati.
Sorridendo, Giussani chiese: 'Che cosa c'entra con le stelle quello che stavate facendo giusto un attimo fa?'.
In piena confusione, i due giovani non dissero niente, e il monsignore semplicemente si allontanò.
Le stelle sono, naturalmente, simboli dell'infinito, dell'eterno aldilà, del Mistero di cui i nostri cuori sono assetati.
La giovane coppia, smarrita nella dimensione prettamente fisica del momento, non si rendeva conto che il desiderio fisico era espressione di un desiderio ancora più profondo: il desiderio del trascendente.
Forse un giorno, quando matureranno sia fisicamente che 'metafisicamente', i due si ricorderanno la domanda che egli aveva posto: (...) lui li stava invitando a riconoscere il loro legame con l'infinito come l'orizzonte appropriato di tutte le loro azioni.
Li richiamava a vedere l'amore e la sessualità umana come parte del loro legame con 'le stelle'.
Quel richiamo a vedere le stelle dovrebbe essere tenuto in considerazione da tutti noi"

Mons.Lorenzo Albacete, portoricano, teologo, laureato in fisica e scienza dello spazio,
è stato editorialista del New York Magazine e di New Republic.
Fu giornalista televisivo e personaggio di spicco della cultura statunitense, spesso invitato negli ambienti 'liberal' americani a raccontare l'esperienza cristiana nella quotidianità.
Ci ha lasciati nel 2014.

"Spesso mi chiedo: a chi sto cantando questa canzone, che cosa voglio comunicare?
Immagino a persone in carne ed ossa.
E poi penso che la musica possa migliorare la storia della gente, che sia una sorta di utile finzione.
Nell'atto della scrittura mi piace recuperare lo spirito delle Laudi del Duecento.
Il Laudario di Cortona, la mia città, è uno dei più antichi d'Italia.
Ecco, voglio che la canzone sia una lode, anche per esprimere una forma di resistenza ad un mondo colmo di parole negative, governato da esaltazioni o all'opposto da insulti.
Una canzone romantica ritaglia uno spazio di emozione e di allegria.
Mi piacciono le città dove si vedono le coppie che passeggiano, si baciano.
le mie canzoni sono degli innamorati che passeggiano in un viale alberato"

Alla fine del 2015, Lorenzo Cherubini 'Jovanotti', rilascia queste interessanti riflessioni al settimanale "Famiglia Cristiana"
Interessanti, e in qualche misura sorprendenti, per chi ha ancora negli occhi e nelle orecchie la produzione musicale e l'immagine di sè che dava il dj all' inizio degli anni '80, in piena epoca del riflusso nella società italiana: Jovanotti era il simbolo del "casino discotecaro", del "gimme five alright", del "è qui la festa". 
Ma gli anni passano, e dal rap adolescenziale, il ragazzo (ormai cinquantenne), passa ad una produzione più classicamente cantautorale, pubblicando album decisamente più maturi e pieni di riflessioni sulla vita reale dei rapporti personali.
L'ultimo suo album del 2017 - "Oh, vita" - è addirittura una rivoluzione dal lato artistico:
si affida ad uno dei più grandi produttori del rock, Rick Rubin, un vero guru che ha dato lustro a un'infinità di personaggi, passando dal vortice scalmanato dei Red Hot Chilly Pepper alla rinascita di stars alla fine di una lunga carriera: Neil Diamond, ma soprattutto Johnny Cash, con il quale ha prodotto dei piccoli gioielli, fino alla morte del rocker.

Rubin, impone a Jovanotti, di togliere tutte le sovraincisioni e gran parte della ritmica e lo conduce a realizzare un prodotto completamente acustico, dove la sola chitarra e la sola voce ( non sicurissima nell'intonazione) la fanno da padrone.
Il risultato è felicemente inaspettato.

"Chiaro di luna", in qualche modo si ricollega all'argomento con cui abbiamo iniziato questo post:
Cosa c'entrano le stelle (ed in questo caso la luna) con l' amoreggiamento?


  

sabato 18 luglio 2020

He turn the water into wine - Johnny Cash

da "La vergogna delle carceri"
articolo di Giovanni Testori, "Il Sabato" 5 Settembre 1981

" (...) Si tratta di cessare di ritenere le carceri un 'diritto' dello Stato; dunque dei cittadini che quello Stato compongono.
Esse sono solo una dolorosa 'necessità'.
Ma badiamo bene, quando si scrive 'necessità', non s'intende riferirla solamente alle ragioni di difesa dello Stato e dei cittadini, bensì, pariteticamente, alle ragioni di vita, di comprensione del proprio errore, ma anche di mutamento e di certezza della propri possibilità di venire nuovamente accolto.
Tuttavia, tale possibilità come può nascere e crescere e nutrirsi nel cuore dei reclusi, se la società prepara carceri e luoghi di detenzione tali da dar loro, e subito, la certezza che quella medesima società, e quel medesimo Stato li hanno espulsi, e per sempre, dal loro corpo? (...)
Ben più di un luogo di pena, d'un luogo che risulta già a priori sede di dolore amministrato, il carcere dovrebbe essere un luogo di salvezza totale, dunque, di totale redenzione. (...)
Carceri, dunque, non come luoghi di separazione, di distruzione e d'annientamento, ma come luoghi in cui l'umana e sacra verità d'essere tutti fratelli esercita se stessa nei più alti e difficili e assoluti gradi dell'amore"

Questi sono alcuni passaggi salienti di un intervento dello scrittore Giovanni Testori a commento di un dossier sulla situazione delle carceri italiane realizzato dal settimanale "Il Sabato" ben quarant'anni fa.
Tanto tempo è passato: abbiamo assistito, nel frattempo, a tante esperienze di aiuto per il recupero della dignità personale dei carcerati ( come, per esempio, lo sviluppo di iniziative lavorative, proprio all'interno delle carceri stesse), ma molti problemi rimangono ancora sul tappeto.

Johnny Cash, un grande protagonista della storia del rock, ha dei tratti umani e artistici molto simili a Testori:
la sua fede cristiana, proprio come lo scrittore lombardo fu costantemente tormentata tra la condizione del limite umano e il bisogno di redenzione, e questi sentimenti venivano travasati, come in Testori, nella produzione artistica.
Per entrambi fu occasione per esprimere, chi nella scrittura drammaturgica, chi nell'interpretazione canora, una tensione drammatica e il racconto delle vite emarginate dalla società benpensante.
E tutti e due coglievano l'origine di questa attenzione alla realtà, così drammatica, proprio dalla comune ispirazione al messaggio evangelico.

Johnny Cash, delle carceri americane, ebbe diretta esperienza, sia come, se pur brevemente, detenuto, ma soprattutto in una tappa importante della sua carriera.

" 'Johnny Cash at Folsom Prison' diede avvio al suo primo grande ritorno sulle scene.
L'album per lui era importante in quegli anni '60: vendette ben sei milioni di copie e cementò l'immagine da fuorilegge di Cash.
Non importava che non fosse mai stato veramente in carcere per più di una notte, quando gli chiedevano perchè prendesse tanto a cuore la sorte dei detenuti, Cash rispondeva che loro dovevano sapere che non erano stati dimenticati. 
Potevano essersi meritati una punizione da parte della società, ma meritavano anche loro la dignità, soprattutto se in futuro dovevano riabilitarsi. (...)
Cash era anche consapevole dell'editto biblico che imponeva di prendersi cura di chi è in prigione"

E' un brano tratto dalla biografia di Johnny Cash, realizzata da Steve Turner, che documenta un' affermazione del rocker:
"Ci sono tre tipi di cristiani, quelli che predicano, quelli che suonano e i cristiani praticanti.
Sto cercando con tutte le mie forze di essere un cristiano praticante.
Se prendete alla lettera le parole di Gesù e le applicate alla vita di ogni giorno, scoprirete che la più grande soddisfazione che si possa avere consiste proprio nel dare.
Ed è per questo che faccio cose come i concerti in prigione"

Quei concerti si fecero, nonostante la grande preoccupazione per mantenere l'ordine da parte dei responsabili delle carceri (pensiamo all' America degli anni '60), e furono accolti con entusiasmo dei detenuti.
Nella scaletta delle canzoni, Cash infilava spesso e volentieri, un suo brano che raccontava l'episodio evangelico in cui Gesù tramutava l'acqua in vino.

"Ha mutato l'acqua in vino
Dalla piccola città di Cana si sparse la voce che lui aveva mutato l'acqua in vino.
E ha camminato sul Mare di Galilea,
sgridò i venti e il mare calmò la tempesta,
e poi camminò sul Mare di Galilea.
Ha sfamato la folla
con un pò di pesce e del pane,
erano in cinquemila e tutti affamati.
Ha sfamato la folla,
ha mutato l'acqua in vino.
Lui l'ha fatto, un falegname di Nazareth"

Un passaggio della vita di Cristo che aveva molto colpito lo stesso Cash, dopo una visita in Terra Santa.
Cantarlo, davanti a quel pubblico, lo può paragonare ai grandi pittori medioevali, che con i loro affreschi nelle chiese e nelle cattedrali, furono veicoli 'catechistici', per il popolo che gremiva i luoghi di culto.
Nel video proposto è evidente: Cash canta il vangelo e quella gente che assiste riceve un messaggio che forse nessuno nella loro vita si era preoccupato di comunicare.

La vita di Johnny Cash è una grande storia del rock, che avremo modo di raccontare ancora.
 

 

venerdì 17 luglio 2020

Un uomo e una donna - Giorgio Gaber

"Fuochi verranno attizzati per testimoniare che due più due fa quattro.
Spade saranno sguainate per dimostrare che le foglie sono verdi in estate"

Un secolo fa, un grande scrittore inglese, G.K.Chesterton, autore di grandi romanzi come la serie di Padre Brown, grande saggista e per questo in qualche modo "profeta", aveva già capito tutto, quando in un futuro non troppo lontano, l'umanità avrebbe dovuto affrontare la messa in discussione di evidenze piuttosto ovvie.

Ripensando a questi tempi così confusi e così intolleranti, mi sono imbattuto in un monologo che Giorgio Gaber e Sandro Luporini inserirono nel loro ultimo Teatro canzone.
Era il 1997, e sui palchi dei teatri di tutta Italia, in " Un'idiozia conquistata a fatica", Gaber affrontava il pubblico pagante così:
"Secondo me la donna e l'uomo sono destinati a diventare uguali.
In questa nostra epoca, la civiltà si è data un gran da fare per attenuare certe differenze che erano la causa di profonda ingiustizia.
C'è stato un graduale avvicinamento del modo di comportarsi, di sentire, di pensare: insomma di vivere.
Fino alla tanta sospirata parità.
Però, secondo me, all'inizio di tutto c'è sempre la donna.
Secondo me, la donna è donna da subito.
Un uomo, è uomo a volte prima, a volte dopo.
A volte mai. (...)
Si, si, secondo me la donna e l'uomo sono destinati a rimanere assolutamente differenti.
E, contrariamente a molti, io credo che sia necessario mantenerle, se non addirittura esaltarle, queste differenze.
Perchè è proprio da questo scontro - incontro tra un uomo e una donna che si muove l'universo intero.
All' universo non gliene importa niente dei popoli e delle nazioni.
L'universo sa soltanto che senza due corpi differenti e due pensieri differenti, non c'è futuro"

Beh, 'io credo, secondo me', che se Gaber avesse declamato questo monologo oggi, magari in televisione, non credo sarebbe passato inosservato e magari avrebbe avuto qualche problemino di censura da parte di qualche intraprendente seguace del 'politically correct' in vigore attualmente.

E poi, seguendo un pensiero logico sono andato a cercare una canzone che confermasse l'idea base del monologo gaberiano : e ho trovato "Un uomo e una donna", appunto.
Un brano della produzione teatrale del 1995 " E pensare che c'era il pensiero", che Sandro Luporini, nello splendido libro "G. Vi racconto Gaber" introduce così:
"A proposito delle contraddizioni in cui siamo costretti a vivere, sballottati tra ciò che il mondo ci impone e quello che sentiamo di essere davvero, mi viene subito in mente "Un uomo e una donna".
A me piace molto.
E' uno di quei pezzi in cui le doti vocali di Giorgio e la delicatezza dell'accompagnamento musicale creavano un clima di grande suggestione e forza emotiva.
In questo brano si parte dalla constatazione della fatica con cui ogni giorno siamo costretti a muoverci nello sfacelo in cui è precipitata la realtà che ci circonda; una fatica che in qualche modo minaccia quella che sentiamo essere l'essenza della nostra vita vera.
E' da qui che nasce la consapevolezza che, persino per occuparsi delle cose del mondo, bisogna ripartire da ciò che più profondamente siamo, dai fatti più intimi e personali, come, appunto, il rapporto tra un uomo e una donna."

Ecco, una vera lezione di civiltà da due anarchici, che avevano fatto del dubbio, nel senso di riconsiderare continuamente il confronto personale con la realtà circostante, cambiando il loro pensiero, e con umiltà e ironia essere attenti e non dare mai per scontato, ciò che l'umano ci offre quotidianamente.

E' per questo, che per Gaber e Luporini, non basta una 'stanza', ma ci vuole un intero palazzo. 


    

giovedì 16 luglio 2020

Bartali - Enzo Jannacci

"Fausto Coppi, e, a mezza ruota Gino Bartali.
Coppi in maglia gialla, Bartali in maglia tricolore, ma quella della squadra azzurra.
Coppi e Bartali, tutti e due con i tubolari a tracolla.
Coppi con la mano sinistra che impugna il manubrio e la destra tesa all'indietro.
Bartali con la mano sinistra che impugna il manubrio e la destra che tiene una bottiglia di acqua minerale Perrier, probabilmente offerta da uno spettatore.
Coppi con lo sguardo rivolto in avanti, Bartali con gli occhi fissi sulla bottiglia.
Coppi che ha il portaborracce vuoto sul manubrio, Bartali che ha il portaborracce, con tanto di borraccia."





 "E' 'La Foto': la foto della borraccia, la foto dello scambio della borraccia, la foto simbolo del ciclismo, la foto simbolo della fotografia sportiva"

E' l'inizio di un articolo pubblicato sul Foglio dell' 11 Luglio 2020.
Marco Pastonesi, l'autore dell'articolo ricorda questo 'evento' accaduto durante il Tour de France del 1952, perchè solo recentemente si è scoperto, che per far rimarcare il 'gesto' di collaborazione tra due atleti italiani, la foto era stata tagliata ai lati in modo da far scomparire altri corridori che attorniavano i due campioni tricolori.
Erano gli anni del dopoguerra, nei quali l'Italia viveva la grande passione politica della sfida tra i partiti che ancoravano la permanenza all'interno del blocco atlantico, in prima fila la Democrazia Cristiana di De Gasperi e il Partito Comunista di Togliatti che in caso di vittoria non avrebbe garantito la totale autonomia dall'egemonia di Mosca.
Il ciclismo, fu lo sport, che ebbe la missione, attraverso le vittoria dei suoi campioni a tenere unito il popolo italiano, anche in situazioni delicate per l'ordine pubblico: come, per esempio, evitare lo scoppio di una guerra civile come conseguenza all'attentato a Togliatti.
E quella foto, pubblicata sull'inserto settimanale della Gazzetta dello Sport, voleva proprio essere il simbolo di questa retorica positiva.

Continua, infatti, Pastonesi:
" Resiste la forza di quelle due mani, la Cappella Sistina dello sport: se nel capolavoro vaticano di Michelangelo sono le mani di Dio e Adamo a sfiorarsi, con il dono della vitalità trasmesso all'uomo,
nello scatto fotografico fra le mani di Coppi e Bartali c'è la bottiglia, anzi, l'acqua che significa energia ma anche sopravvivenza, lealtà, rispetto, italianità, patriottismo." 

Nel 1979, Paolo Conte "regala" al collega di musica e amico Enzo Jannacci, un suo brano dedicato alle gesta sportive di Bartali, e proprio durante i Tour de France epici, negli anni di quella foto.
Nel suo libro su Jannacci, "Roba Minima", Andrea Pedrinelli, raccoglie alcune testimonianze su quel 'regalo':
"Il manager Piferi, che seguiva i primi concerti di Conte, rammenta: ' Jannacci voleva tornare a proporre alla gente contenuti che riteneva solidi. La molla gli era scattata, diceva, vedendo Benigni e Conte.
Come se un Italia che dava spazio a personaggi di quella statura gli comunicasse di essere uscita da certe paure, e quindi che anche per lui era tornato il momento di fare."
Lo stesso Jannacci, commenta così l'argomento della canzone:
"Ovviamente non è un pezzo del tutto allegro, ma nei tre minuti di una canzone, per me, si deve condensare un momento di vita, con un minimo di cultura.
Quindi se c'è amarezza è perchè la comportano i tempi, su cui si cerca di ridere sopra, si sogghigna: cose sicuramente diverse dall'allegria, ma non tristi."

E così, egregiamente, chiosa Pedrinelli:
"'Bartali' è forse la vetta delle appropriazioni jannacciane all'interno del repertorio contiano, ma non per caso.
Lo è per quel suo essere storia vera di valori antichi, uomini esemplari, parole come dignità che si fanno carne, dentro una visione ancora pura di uno sport metafora della vita"

 

 

domenica 12 luglio 2020

It's about time - John Denver

"Eravamo in un'epoca che sembrava finita lì, in cui non poteva succedere più nulla, tutto aveva una sua logica, inattaccabile.
Il sistema non poteva essere più scalfito.
Vivevamo come dicendo: ma cosa vuoi di più? Cosa vuoi di meglio?
E dov'è il di più? Dov'è il meglio?
Era la fine della storia, l'ordine universale costituito.
Una landa infinita, una terra piatta.
E invece un movimento tellurico ha increspato questa distesa immota e ne ha fatto un paesaggio conturbante.
E lei si trova lì, sulla cima della cresta.
Da una parte c'è quello che è stato, dall'altra, quello che non sappiamo"

Dalle pagine del mensile internazionale "Tracce", queste le riflessioni dopo l'arrivo della pandemia Covid-19, dello scrittore, Premio Strega nel 2005, Maurizio Maggiani.
La Storia sta cambiando? E quali domande sono urgenti per affrontare questo cambiamento?

Risponde Don Julian Carron, presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione, nel suo pamphlet "Il risveglio dell'umano":

"Qualcuno ha scritto che dalla grande pandemia ne usciremo cambiati.
Io aggiungo, usciremo cambiati, ma solo se cominciamo a cambiare adesso.
Cioè se ci rendiamo conto di ciò che sta capitando, se siamo presenti al presente e impariamo adesso a giudicare ciò che stiamo vivendo (...)
Il cambiamento non avviene per semplice accumulazione di urti, di eventi e di impressioni delle cose che capitano, ma per una comprensione del senso di ciò che ci accade, cioè come acquisto di conoscenza.
Perciò il nostro cambiamento non può essere meccanico.
Da questa situazione ne usciremo cambiati se approfondiremo ora, attraverso le provocazioni che la realtà ci rivolge, la scoperta di chi siamo e per che cosa vale la pena vivere, di che cosa ci consente di non essere schiacciati.
Cito spesso una frase di Benedetto XVI:
'(...) La libertà presuppone che nelle decisioni fondamentali ogni uomo, ogni generazione sia un nuovo inizio' "

John Denver è stato fin dall'inizio della sua carriera, fin dal 1970, una vera icona del country pop americano, che poi, nel corso degli anni si è trasformato, grazie a titoli famosissimi, una vera macchina di successi planetari.
"Take me home, country road" , "Annie's song", "Rhymes and Reasons", "Leaving on a jet plane" e tantissimi altri sono brani che uniscono magistralmente il pop con le atmosfere della più profonda America, sostenuti dalla potente e cristallina voce dell'interprete.
Non solo i ritornelli sono accattivanti e estremamente orecchiabili, ma anche i testi testimoniano la vita personale e i valori familiari del folk singer, con una buona dose di messaggi ecologici ( prima che l'ecologia diventasse una religione panteistica)

Infatti, John Denver respirava a pieni polmoni l'aria delle foreste, cantandone le meraviglie naturali.
Figlio di un militare dell'aviazione statunitense di origine tedesca ( il suo nome vero era Henry John Deutschendorf ), ereditò dal padre la passione del volo, che gli costò cara: morì, nel 1997, durante un volo su un aliante di sua costruzione, schiantandosi al suolo. 
Aveva 54 anni.
Nel 1983, aveva pubblicato un album dal titolo "It's about time", e il brano omonimo è un inno ai desideri di un mondo migliore, tra istantanee di autorità morali e appelli per la difesa del creato: forse un pò ingenuo, scritto da chi ha vissuto la generazione delle utopie "peace & love",  ma un testo ancora attualissimo e in qualche modo "profetico":  

"C'è una luna piena sopra l'India e Gandhi vive ancora.
E' giunto il momento, e dobbiamo rendercene conto,
siamo tutti sulla stessa barca.
Sarebbe ora di ammetterlo, 
è giunto il momento dei cambiamenti.
 
C'è una luce alla finestra del Vaticano
che tutto il mondo vede.
Una voce grida nel deserto, anche per me.
E' giunto il momento di ascoltarla:
La terra è la nostra unica casa.

C'è un uomo che è mio fratello e io non so il suo nome
e mi fa male quando ha fame e i suoi figli piangono.
E' giunto il momento di trasformare il mondo che ci sta intorno,
si tratta di cambiamenti ed è giunto il momento.
Si tratta di pace.
Si tratta di me e te"


   

sabato 11 luglio 2020

There goes my miracle - Bruce Springsteen

da "Amare ancora"  di Mons. Massimo Camisasca

"(...) Ogni uomo e ogni donna, portano in sè qualcosa di Dio.
E' un infinito, un fine, mai un mezzo. Eppure per ritrovarsi, ognuno di noi ha bisogno di perdersi, di donarsi.
Tutto il cammino drammatico della nostra personale esistenza ci pone davanti a questa domanda:
esiste solo ciò che io penso, sento, voglio, o esiste anche qualcos'altro?
Aprirsi alle ragioni dell'altro, cominciare ad ascoltarlo, a conoscerlo, dare spazio alle intuizioni per cui Dio ha fatto gustare il presentimento che fossimo fatti l'uno per l'altro.
Senza quest' apertura, a poco a poco, marito e moglie si trovano a vivere su strade parallele e scoprono di non capirsi più, di non riuscire più ad ascoltarsi.
Anche se continueranno a vivere insieme, sarà soltanto una coabitazione"

Mons. Camisasca, nato a Milano nel 1946, negli anni di sacerdozio ha avuto diverse esperienze pastorali: tra i giovani universitari, come insegnante alla Cattolica di Milano e alla Pontificia Università Lateranense a Roma,
è stato anche cappellano dalla squadra del Milan durante i primi anni della presidenza Berlusconi.
Ha condotto in RadioRai negli anni 80 una rubrica che gli ha dato modo di incontrare molti protagonisti della cultura e dello spettacolo.
Nel 1985 ha fondato la Fraternità Sacerdotale dei Missionari di San Carlo Borromeo e attualmente è vescovo di Reggio Emilia e Guastalla.
La sua pastorale è da sempre attenta a ciò che si muove intorno al mondo dei rapporti familiari.

Bruce Springsteen, invece, il grande rocker americano, inaugurando i suoi settant'anni, nel 2019, ha pubblicato un album che ha un pò lasciato di stucco i suoi fans di tutto il mondo.
In "Western stars", recuperando le atmosfere musicali del grande catalogo pop e country degli anni '60 e '70 dell'America profonda, con tanto di grande orchestra, aperti ritornelli melodici a voce spiegata, ha ( momentaneamente) abbandonato il ritmo bollente del rock'n roll,  dando spazio a riflessioni sulla sue origini, sui turbolenti rapporti familiari adolescenziali, sugli amori perduti.
Tutto questo, raccontando storie di personaggi segnati dalla vita, che si guardano indietro con profonda malinconia e sapendo che la loro unica salvezza è il vivere l'oggi sapendo perdonarsi e guardare l'altro con misericordia.
Ma è un artificio narrativo, il Boss racconta se stesso e la sua maturità esistenziale, sorprendendo l'ascoltatore per la sincerità, quasi un denudarsi da ogni impalcatura intellettuale. 

Questo è evidente nel disco in studio, ma molto di più, guardando il film che documenta il concerto dell'intero album, realizzato nei locali del suo ranch, dove introduce ogni brano da poche ma commoventi riflessioni.
Ecco cosa dice presentando "There goes my miracle", un brano dove rivive l'anima di Roy Orbison:

"E' una piccola sinfonia pop su una persona che getta via la cosa più bella che ha.
L'amore è uno dei rari miracoli di cui Dio ci dà ogni giorno qualche prova.
E anche se noi facciamo di tutto per confutare questa idea, l'amore esiste e ci migliora, ma bisogna guadagnarseli i suoi doni.
L'amore e la vita creativa che esso genera, sono un piccolo, dolce segno della divinità di Dio che è dentro di noi.
L'uomo di questo brano conosce le regole, si impegna per rispettarle, ma certe volte le paure e le vecchie abitudini hanno la meglio sul meglio di noi e allora per il miracolo è la fine."

"Luce di luna brillante, dov'è la mia buona stella stasera?
Poi improvvisamente nella mia vista:
Eccolo lì il mio miracolo, che va via!
Dolore al cuore, cuore spezzato
l'amore dà, l'amore toglie
Il libro dell'amore ha le sue regole
e disobbedire è da pazzi.
Guarda cos'hai fatto!"

Insomma, nonostante tutto, sembra che siamo destinati al fallimento, proprio come avvertiva Mons. Camisasca, che però ha un "asso nella manica":

"Certamente, senza l'aiuto di Cristo, senza l'opera dello Spirito che crea in noi i canali dell'ascolto, dell'accoglienza e della comprensione, è molto difficile, anzi, quasi impossibile per l'uomo e la donna vivere questa continua avventura di una riscoperta del loro vivere insieme.
Con Lui, seguendo Lui, questo non solo è possibile, ma diventa l'esperienza esaltante e sempre nuova di ogni giorno"

E Springsteen, in una recente intervista, quasi facendo eco al monsignore, afferma con umanissime parole:
"L'amore è l'unico miracolo terrestre che ci è dato di vedere e di toccare.
E' Dio incarnato, in mezzo a noi.
Bisogna lavorarci molto, lasciarsi trascinare dalla vita.
Vuoi un consiglio?
Non farti fregare: la vita è e sarà sempre un mistero, i suoi quesiti rimarranno irrisolti.
Non temere: se sei aperto di cuore, le domande che hai in serbo andranno in profondità, scaveranno una buca e ti terranno compagnia, passo dopo passo, oltre l'oscurità.
Buon viaggio amico" 


















 
 

venerdì 10 luglio 2020

Mio fratello che guardi il mondo - Ivano Fossati

Omelia  Santa Messa celebrata da Papa Francesco,  8 Luglio 2020

"Il Salmo responsoriale di oggi ci invita a una ricerca costante del volto del Signore:
'Ricercate sempre il volto del Signore. Cercate il Signore e la sua potenza, ricercate sempre il suo volto'
Questa ricerca costituisce un atteggiamento fondamentale della vita del credente, che ha compreso che il fine ultimo della propria esistenza è l'incontro con Dio.
La ricerca del volto di Dio è garanzia del buon esito del nostro viaggio attraverso questo mondo, che è un esito verso la Terra Promessa, la Patria celeste.
Il volto di Dio è la nostra meta ed è la nostra stella polare, che ci permette di non perdere la via. (...)
E' Lui che bussa alla nostra porta affamato, assetato, forestiero, nudo, carcerato, chiedendo di essere incontrato e assistito (...)
E se avessimo ancora qualche dubbio, ecco la sua parola chiara:
'In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me' (...)
Questo monito risulta oggi di bruciante attualità"

da "La Repubblica" , 7 Luglio 2020
"Borhan pesava 35 chili, era il fantasma di un essere umano"
Domenica mattina il marinaio siriano  Alì Bib ha sceso 30 gradini e tre rampe di scale, dal ponte sei al ponte quattro, reggendo il 17enne etiope Bohran Loukasi, privo di forze e col piede spezzato.
"Ero addolorato per lui.
"Non credevo di stare facendo qualcosa di così speciale. Ho fatto ciò che mi ha detto il cuore: c'era questo ragazzo disteso sul ponte sei, non riusciva ad alzarsi, nè a camminare. Era magrissimo e debole.
Al ponte quattro lo stavano aspettando i dottori inviati da Malta con la motovedetta.
Il comandante ha chiesto a noi dell'equipaggio di aiutarlo, e prima ancora che finisse la frase, mi sono fatto avanti. (...)
Lo sentivo respirare a fatica. Solo alla fine mi ha guardato con quei suoi occhi grandi e impauriti e mi ha detto 'thank you'; io parlo solo arabo ma so cosa significa.
Bhoran poteva essere mio fratello, Anzi, in un certo senso lo è; chiunque abbia bisogno di aiuto è mio fratello."

" 'Mio fratello che guarda il mondo', è nata dall'osservazione di questo grande esodo del sud del mondo verso il nord ricco, ma anche, contemporaneamente, dal ricordo del nostro passato, di come il destino della nostra gente sia stato simile, di come quella disperazione, che oggi vediamo enfatizzata dalla stampa, dai telegiornali ( e che ci terrorizza in certi momenti) sia la stessa disperazione dei primi del '900 o di altre epoche, quando erano i nostri i disperati della terra.
In fondo l'umanità di queste persone non è molto diversa da quella di ognuno di noi, anzi sono uno specchio, non soltanto in un'accezione cristiana, come una specie di inevitabilità.
Sono la nostra realtà e quindi non possiamo nasconderci dietro esili paraventi, non ce lo possiamo permettere."
Sono parole di Ivano Fossati, da un'intervista su Rai Cultura di qualche tempo fa.
Ma c'è un'altra dichiarazione del cantautore ligure, ancora più precisa e scevra da possibili strumentalizzazioni della propaganda politichese:
"Questa mia canzone da molti è stata intesa come una riflessione sul mondo degli extracomunitari.
E' un' interpretazione che ci può stare.
Ma per me riflette in maniera più in generale la difficile convivenza con la diversità.
Intendo la difficoltà dell'accettazione più ampia del termine:
povertà, disagio, malattia, condizioni che possono cambiare, per fortuna.
la strada della speranza è sempre aperta, la possiamo trovare.
O meglio: è la strada che troverà noi"

E, nel libro sulle sue canzoni scritto con il giornalista Massimo Cotto "di acqua e di respiro" insiste:
"Il testo è chiaro: è la consapevolezza di quello che abbiamo intorno, delle strade da cercare, del contatto con quelli che stanno molto meno bene di te.
Non soltanto e non necessariamente gli extracomunitari, ma anche i disagiati della nostra stessa terra.(...) I fratelli con cui, o attraverso i cui occhi, guardare il mondo, sono i nostri vicini di casa."

Una riflessione, fatta da uno dei più sensibili cantautori italiani, in assoluto.
 
Confermata da Franz Coriasco nel libro " Cosa sarà" :
"Quando Fossati scrisse questo brano (era il 1992), si era ancora agli albori del meltig pot che oggi caratterizza i panorami sociali dell' Occidente, ma erano già chiari la posta in gioco, i rischi di uno scontro culturale incombente.
L'approccio all'attualità del cantautore genovese è, fin dall' asciuttezza acustica dell'arrangiamento, lontanissimo dalle retoriche del politichese, quanto dalle dissertazioni sociologiche.
Ha la semplicità naif della poesia, il linguaggio elementare del cuore e la forza deflagrante dell'essenzialità.
Poichè ogni diversità, è sempre una risorsa, molto più di un pericolo, ed è esattamente ciò che ci resta nel cuore, quando l'ultima nota di questo piccolo capolavoro è evaporata nell'aria"



 

giovedì 9 luglio 2020

Azzurro - Paolo Conte

da "Il Foglio"   22 Marzo 2020
" Oltre il dramma del male. Antidoto alla solitudine" di Sua Em. Card. Angelo Scola

"In questi giorni di grave emergenza l'invito a stare in casa ha una connotazione paradossale.
Siamo di necessità sollecitati a prendere le distanze l'uno dall'altro in termini radicali.
Un distacco forzato che, provocando l'esperienza amara della solitudine, domanda relazioni nuove, costruttive, finalmente libere dal narcisismo e dal nichilismo.
La natura dell'io che può essere compresa solo come io-in-relazione, affiora in modo acuto all'autocoscienza di ciascuno di noi.
Sempre l'uomo sperimenta il valore dell'ideale cui il suo cuore tende, quando è costretto a percepirne la mancanza.
La mancanza di una presenza è costitutiva dell'uomo : ' Chi sei tu che colmi il mio cuore della tua assenza?' ( Lagerkvist) .
Abbiamo bisogno di una compagnia che dilati il nostro orizzonte (...)

A Lisbona, un gruppo di universitari, in questi mesi di lockdown, si sono ritrovati, attraverso il famigerato Zoom ( grazie, ma da ora in poi, per favore : basta!) per raccontarsi le esperienze di questa nuova normalità e tra le molte riflessioni, ecco spuntare una poesia della scrittrice brasiliana Alice Sant'Anna, dal titolo: ' Um enorme rabo de baleia', tradotto: 'Un'enorme coda di balena'.

"Un'enorme coda di balena
attraverserebbe la stanza in questo momento.
Senza alcun rumore , la bestia
affonderebbe nelle tavole del pavimento e sparirebbe
senza che ce ne accorgessimo.
Sul divano la mancanza di argomenti,
quello che vorrei ma non ti racconto,
era abbracciare la balena e immergermi con lei.
Sento una noia spaventosa in questi giorni,
dalla stanchezza dei giorni
di acqua ferma che accumula zanzare,
nonostante l'agitazione dei giorni.
Dalla stanchezza dei giorni
il corpo che arriva esausto in casa 
con la mano tesa in cerca di un bicchiere d'acqua,
l'urgenza di passare alla terza o alla quarta boa
e la volontà è di abbracciare
un'enorme coda di balena 
e andare con lei"

Così spiega l'universitaria portoghese:
"Questa poesia mi ha colpita dritta al cuore.
Mi sembra che quelle parole dicano molto bene di questo 'nulla apparente' - la quarantena- ma al contempo un desiderio di novità immenso, che tutti gli uomini hanno.
la balena è un animale gigante che non c'entra nulla con una stanza.
Allo stesso modo quello che ho non mi basta mai:
anche io ho bisogno di qualcosa o qualcuno di diverso e grande che venga a risvegliarmi dal mio torpore"  

1968: il 25 maggio, viene pubblicato il 45 giri "Azzurro" cantata da Adriano Celentano
Dopo un paio di settimane balzerà al primo posto della Hit Parade radiofonica di Lelio Luttazzi, e fino a novembre non lascerà la top 10.

La musica è di un giovane avvocato piemontese, prestato alla discografia nazionale: Paolo Conte.
"Azzurro è una delle mie prime canzoni, era piuttosto stramba: una marcetta.
Nessuno scriveva marcette, io lo feci per ragioni poetiche.
Secondo me la marcetta è radicata nel profondo del nostro cuore è al di là delle mode.
Le possibilità che avevo come autore erano ridotte, perchè non volevo scrivere nè una cosa qualsiasi, nè per una persona qualsiasi. (...)
Il pregio di Celentano è quello di rendere  immediatamente intellegibile un testo, cantandolo.
Non è una questione di teatralità, ma un modo umano, perfino banale, di interpretare una canzone"

Ecco, "Azzurro", nella sua genialità musicale e interpretativa, è il classico esempio di come il testo di una canzone, passi spesso in secondo piano.
Eppure, l'altrettanto geniale lirica di Pallavicini ( autore icona del pop italiano anni '60) , coadiuvato da Michele Virano ( amico conterraneo di Conte), se letta attentamente è profetica e di un'attualità sconvolgente.
Altro che tormentone estivo!

" Lei è partita per le spiagge
e sono SOLO quassù in città.
(...)
Azzurro , il pomeriggio è TROPPO azzurro
e LUNGO per me,
Quelle domeniche da SOLO,
in un cortile a passeggiar.
Ora mi ANNOIO più di allora,
NEANCHE UN PRETE, per chiacchierar ....
E allora, io quasi quasi prendo il treno 
e vengo, vengo da te.
MA, il treno dei DESIDERI,
nei miei PENSIERI,
all'incontrario va" 

Non ci trovate, la difficoltà di un 'vivere intensamente il reale', che ci mette davanti al nostro limite, ad una assenza incolmabile, ad una solitudine connaturata nella nostra umanità?
E, quel 'treno dei desideri', non è forse quel Qualcosa di più grande in cui vorremmo saltar sopra, non sapendo dove ci condurrà, proprio come l'enorme coda della balena?
Insomma, il rischio è che la nostra vita attraversi un eterno pomeriggio, troppo azzurro, estivo.
E' la domanda di Lagerkvist: "Chi sei tu che colmi il mio cuore della tua assenza?"

Ma è proprio vero, poi, che 'non c'è neanche un prete per chiacchierar?' 

Il Card. Scola ci viene in soccorso:
"La Bibbia, raccogliendo una tradizione millenaria, mette in guardia: guai all'uomo solo!
La dialettica, infatti, si impossessa di noi e diventa dominatore del nostro io, quanto più noi siamo dei separati.
La debolezza della nostra società è la fragilità delle appartenenze.
Essa ci convince che la libertà sia assenza di legami, invece la libertà è un terreno fecondo di legami veri."

Qui ascoltiamo la versione di Paolo Conte, che solo da pochi anni si è riappropriato della sua creatura.
Solo pianoforte e voce, quella voce così 'fumosa' e così malinconica, dove il testo, finalmente rivince sulla 'marcetta'

(grazie a Eddi per la traduzione dal brasiliano)










  

mercoledì 8 luglio 2020

Fragile - Sting

da "Tracce", rivista internazionale di Comunione e Liberazione
Aprile 2020

"Nessuno è felice di trovarsi in un'occasione del genere, è come se avvertisse un senso di punizione in quello che sta capitando. ma sicuramente è un'esperienza: qualcosa che tre o quattro generazioni di cittadini europei non avevano mai vissuto.
Un pericolo come questo, così diffuso, che in pochi giorni ci ha portato quasi ad una condizione di economia di guerra, non lo conoscevamo.
E' un'esperienza collettiva eccezionale, impensabile nelle circostanze normali.
E di sicuro spinge a riflettere sulla condizione umana."

E' un brano dell'intervista all'editorialista del Corriere della Sera, Antonio Polito, sulle conseguenze sociali dell'arrivo della pandemia di Covid-19, che ancora imperversa a livello mondiale.

"Abbiamo scoperto un nostro tratto importante: il sentimento di vulnerabilità.
Accorgersene è decisivo.
Nel mondo dei nostri genitori o nonni, dove si moriva a trent'anni, un'epidemia come questa era quasi un evento normale.
Oggi no, nella nostra epoca la precarietà è qualcosa che tendiamo a censurare.
Anzi, c'è addirittura una ricerca dichiarata di immortalità.
Il sogno dell'immortalità è potentissimo nella società contemporanea, che si ritiene l'ultima civiltà, la definitiva, quella che può raggiungere la liberazione dell'uomo sulla morte.
Ecco, in una società che vive un sentimento così potente da sentirsi fiera di sè, invulnerabile, la scoperta di questa fragilità è ancora più sconvolgente.
E' un trauma terribile."

Gordon Matthew Thomas Sumner in arte Sting, è una delle icone del rock mondiale.
Nato alla periferia di Newcastle, ormai quasi settant'anni fa da una famiglia cattolica praticante, incomincia a lavorare come scavatore e poi, se pur brevemente come insegnante d'inglese.
Alla fine del decennio seventy, forma un gruppo musicale, che fa pochissima gavetta, un paio d'anni, e si impone come una delle band più esplosive della generazione post punk rock: The Police.

Al contrario delle band punk, un pò smandrappate, nate, soprattutto in Inghilterra, come reazione al progressive rock d'elite dei Pink Floyd e dei Genesis, i Police partono subito con le idee chiare: si parte col punk grezzo, ma poi ci si addentra nei territori del reggae, della ballata elettrica e del puro pop mainstream.
Non sono i soli, i nuovi gruppi che nascono in quel periodo per uscire dall'era del punk proletario e anarchico, per ridare nuovo smalto qualitativo al movimento rock, sono i Dire Straits di Mark Knopfler e gli U2 di Bono Vox.
Mentre, però, il gruppo irlandese ancora imperversa che è un piacere, Dire Straits e Police reggono poco più di un lustro.

Nuova vita e nuovo orizzonti musicali per gli ex front men:
Knopfler si adagia verso un tranquillo folk rock, un pò uguale a se stesso,
Sting si inerpica in territori magmatici : di primo acchito si butta sulla fusion jazz, poi in un elegante pop, e poi sulla scia di Paul Simon e Peter Gabriel veleggia verso la world music.
Ad un certo punto dichiara: " Il rock è morto".
E infatti si tuffa nel recupero della tradizione musicale rinascimentale inglese e in versioni orchestrali del suo repertorio. Insomma, sempre inquieto, mai soddisfatto.
Floppa un musical a Broadway ( stessa sorte avranno Paul Simon e Bono ) e ora è un tranquillo baronetto inglese, con moglie e figli, dal fisico ben conservato, che incanta ancora con la sua voce e il suo antico repertorio, svernando periodicamente nella verde Toscana.

Uomo di grande personalità, è alla perenne ricerca delle sue radici anche religiose.
Pur definendosi agnostico, riconosce le fondamenta culturali e sociali del messaggio cristiano, e non ne fa mistero in diverse sue canzoni.
Nel 1987, pubblica l'lp "Nothing like the sun", pieno di riferimenti all'attualità storica e di riflessioni sull'esistenza umana.
Spicca una canzone, che rimarrà, negli anni, un punto fermo dei suoi concerti: "Fragile":

"Se il sangue dovesse scorrere, quando la carne e l'acciaio  sono una cosa sola.
E asciugandosi diventasse del colore del tramonto,
la pioggia del giorno dopo ne laverà le tracce, 
ma nella nostra mente qualcosa rimarrà.
La pioggia continuerà a cadere, come le lacrime di una stella,
la pioggia continuerà a dirci
quanto siamo fragili
quanto siamo fragili"

Che sia una guerra, che sia una pandemia, che sia un dolore personale, ecco, quanto siamo fragili.

Ma lasciamo concludere Antonio Polito, nell'intervista iniziale:
"Viviamo sin dalla nascita la nostalgia dell'Infinito, la consapevolezza quotidiana della nostra finitezza.
L'unico rimedio emerso nella tradizione occidentale è la fede in Cristo.
Inteso proprio come il Risorto, come Dio che, da uomo, è morto e risorto" 


    

martedì 7 luglio 2020

Salmo - Angelo Branduardi & Ennio Morricone

"Io, Ennio Morricone, sono morto"

Probabilmente è la prima volta che viene pubblicato un necrologio a firma di chi annuncia la propria morte.
Eppure, è accaduto il 7 Luglio 2020.
Ricoverato ormai da un mese a seguito della frattura del femore, il grande compositore, in un momento estremo di lucidità, annunciava la sua morte, poi avvenuta realmente la mattina del 6 Luglio.

"La musica di Morricone mi è indispensabile. Ennio è mio amico dai tempi delle elementari, è come un fratello, e sa cosa voglio.
La musica è indispensabile, perchè i miei film potrebbero anche essere muti, il dialogo conta relativamente e quindi la musica sottolinea azioni e sentimenti più delle parole.
negli ultimi film gli ho fatto scrivere la musica prima di girare, proprio come un elemento della sceneggiatura. (...)
Io, Ennio, lo facevo lavorare sul serio.
Gli spiegavo bene cosa volevo ed ero capace di buttargli via una decina di temi bellissimi, prima di approvare quello giusto"

Parole di Sergio Leone, morto a 60 anni nel 1989;  regista e ideatore della "Trilogia del dollaro" la serie di film che, negli anni '60, rivoluzionarono, dall'Italia, il concetto di western, inventando lo 'spaghetti western'.

E come rispondeva Morricone?
" Non seguo una regola, solo impegno, tecnica, esperienza.
L'ispirazione non esiste. Esistono tentativi, incessanti cancellature, esercizio, duro lavoro.
Ho abbracciato tutti i generi musicali: dallo swing all'atonale, dalla polifonia colta alla canzone.
Li amo tutti e ho scritto sempre me stesso, ogni volta"

Una sacrosanta verità: prima di arrivare a scrivere più di 400 colonne sonore per altrettanti film, Ennio Morricone inizia la sua carriera nel mondo musicale professionista arrangiando, a volte anche in maniera rivoluzionaria ( 'Con le pinne , fucile ed occhiali', per esempio) i grandi successi estivi del pop italiano nel 'boom' economico: Gino Paoli, Edoardo Vianello, Gianni Morandi gli sono debitori.
Ha scritto una delle più belle, anzi qualcuno azzarda, la più bella canzone della storia musicale tricolore: 'Se telefonando' cantata magnificamente da una giovanissima Mina.
Ancora a metà degli anni '70, partecipa al grande successo del Riccardo Cocciante di 'Bella senz'anima', arrangiando buona parte dell'album.
Scrive anche per la tivù: indimenticabile il suo apporto musicale al "Mosè", grande produzione Rai nel 1974, con protagonista Burt Lancaster.

E poi, i film, naturalmente: da i western di Leone al magnifico e potente "Mission" (scippato dell'Oscar), dai film drammatici, cronache dei misteri politici italiani alle commedie agrodolci.
Il tutto coniugando la tessitura 'colta' all'ordito popolare ( 'Here's to you' su tutti).

Era attento, anche in tempi più recenti, a ciò che si muoveva nel cantautorato italiano.
Nel 1990, elogiò la forma canzone "baglionesca" di 'Oltre':
"Ecco un compositore di canzoni che non si è mai standardizzato.
Sempre coerente, forse inconsapevolmente comunica con frutti musicali poetici, generosi, sempre maturi"
Dieci anni dopo, regala una sua composizione per la chiusura di un lavoro di Angelo Branduardi, su testi francescani "L'infinitamente piccolo", non solo: l' organizza ne dirige l'orchestra.
Cattolico praticante, Morricone, accolse, volentieri l'invito di Branduardi, che lo ricorda così:
"Come dice il mio amico Ennio, la musica, essendo l'arte più astratta, è la più vicina all' Assoluto".
Dei Pontefici, che incontrò personalmente in diversi periodi, in una intervista del 2011, ha affermato:
" Guardi, la passione di Giovanni Paolo II per l'uomo e per i giovani, avrebbe valorizzato anche il rock, come in parte è accaduto.
Ma se parliamo di musica devo confessarle che mi sento più vicino ad un altro grande pontefice, certamente diverso, ma non per questo meno importante: Benedetto XVI"    







  

venerdì 3 luglio 2020

Avrei voluto essere una banda - Claudio Chieffo

Riceviamo e volentieri pubblichiamo

Un ciao "caloroso" a tutti i lettori di questo blog.
Mi presento: sono Elvis.
Si, sono il proprietario della stanza, quella ricolma di dischi, cd e libri che ho affittato a Carlocandio  per realizzare tutti i post che quasi ogni giorno da Aprile vengono inviati sui vostri whatsapp.
Comunque se vi dà fastidio segnalatemelo pure, che interverrò prontamente.

Questa volta, per gentile concessione del blogger titolare, la puntata vorrei proporvela io, ci tengo particolarmente. 
Lo spunto arriva da un articolo di Monica Mondo pubblicato un pò a sorpresa sull' Osservatore Romano, il 22 Giugno 2020, dedicato a Claudio Chieffo. 
In quella data il cantautore avrebbe compiuto 75 anni.
Pardon, in quella data Claudio Chieffo 'ha' compiuto 75 anni.
Li ha compiuti in compagnia di tanti amici che lo hanno preceduto in Paradiso, e con i quali si incontra da tredici anni.
Sarebbe lungo nominarli tutti, ma io direi che per Don Francesco Ricci, Don Giussani e San Giovanni Paolo II si possa fare un' eccezione.

Chieffo, nel panorama del cantautorato italiano, ha una storia particolare:
era un cattolico praticante, era un normale cattolico praticante.
Era forte nella Fede, e fedele alla Chiesa, e quindi per molta critica musicale, forse non era abbastanza interessante. 
Eppure nella sua lunga storia fatta di un centinaio e più di canzoni ha incontrato tanti colleghi più conosciuti di lui: Guccini, Gaber, Mark Harris, musicista e arrangiatore, tra gli altri, di De Andrè e Jannacci, e da oltre oceano David Horowitz, con il quale realizzò un disco a New York.

Certo, se fosse nato in America, avrebbe tranquillamente scalato le classifiche delle vendite anche cantando testi religiosi  ed essere ospite, magari, di "Top of the Pops" ......
ma è nato in Italia, esattamente a Forlì, e anche chi ha in casa i suoi dischi, li tiene divisi da tutti gli altri ... chissà perchè, ( per la cronaca nella mia stanza, Chieffo si trova naturalmente nella "c" insieme a Celentano, Cocciante, Concato, Conte ecc .....).

Ebbi modo di incontrarlo, in occasione di una rassegna teatrale, a Milano, al Pime, insieme ad altri artisti che esprimevano attraverso la musica la loro appartenenza alla fede cristiana.
Era il 2002.
Dovevo intervistarlo prima del concerto, preparai con cura le domande e venne fuori "una bella cosa",  ora vi propongo ampi stralci:

D: Molte delle tue canzoni parlano di rapporti umani nella loro semplicità. Senza il cristianesimo non esiste l'umano?

"Io sono convinto che l'umanità ha una sua grandezza tragica, che uno creda o che non creda.
Vedi, il cristianesimo non è una filosofia, ma un Fatto.
Entra nella Storia e porta speranza a questa umanità.
Ma non all'umanità in generale, secondo me, proprio al singolo uomo.
Ogni storia è unica e ogni storia può incontrare la speranza, ed è commovente vedere l'uomo che si crede solo, ( perchè è quando l'uomo si crede solo che finisce per compiere delle azioni a volte terribili)
che invece non è solo, perchè questo Dio è accanto a ognuno e tutto quello che ci accade non è per caso.
La scoperta che ho fatto io, per cui vale la pena fare canzoni per 40 anni, senza avere il più pallido successo, da un certo punto di vista, è proprio questo: che, per ogni uomo, non solo per i credenti, ma per ogni uomo che nasce sulla Terra, la morte non è la fine, e c'è una vita ancor più grande che comincia già da adesso e questa si chiama Gesù Cristo, si chiama Chiesa."

D: Ti gratifica di più sapere che sei uno degli autori più cantati durante le celebrazioni liturgiche o sapere che c'è un pubblico che ti ascolta al di fuori dell'ambiente prettamente ecclesiale?

" E' bellissimo sapere che alcune mie canzoni siano state recepite, diciamo così, dalla liturgia e che ne siano parte, e sottolineo, veramente immeritatamente, perchè non erano nate per questo.
La liturgia per me è una cosa grande, perchè quello che avviene nella liturgia è un avvenimento che travalica l'umano.
Ed è altrettanto bello che alcune mie canzoni che non sono assolutamente liturgiche e che non devono essere cantate in chiesa, che comunque hanno una componente religiosa fortissima, possano essere recepite da chiunque.
Io quando faccio una canzone non mi pongo il problema di chi sarà il mio pubblico; mi pongo il problema di essere trasparente, perchè ognuno, il credente, il non credente, il miscredente, l'ateo, quello che è sempre arrabbiato, ogni uomo possa incontrare attraverso una canzone, quello che ho incontrato io. (...)
Ed è altrettanto grande sentire una persona che mi dice: 'guardi, io non credo, io non so cosa dirle; mi è morto un figlio 15 giorni fa, la prima parola di speranza che ho sentito è la sua canzone che per caso ho ascoltato attraverso la radio'.
Cosa c'è di più bello?
Questo vale tutti i soldi del mondo, sicuramente!"

D: Spesso, nel cantautorato italiano, ci sono artisti che si avvicinano al trascendente.
Sono sinceri?

"Ci sono molte false domande anche tra i cantautori più grandi, quelli veri.
E qual'è la falsa domanda? E' quella che non aspetta la risposta!
E' come se uno ti chiedesse che ore sono? Tu gli rispondi le tre meno un quarto, e lui è già andato via!
Gli interessava sapere? No!
Ci sono delle domande, che più che domande sono dubbi e ci sono domande che sono realmente un grido lancinante, una richiesta di aiuto, e in alcuni, esistono.
Io, per esempio sono amico da tanti anni di Giorgio Gaber e, che ne possa dire lui, io trovo nelle sue canzoni questa lancinante domanda reale, vera.
Un altro, che forse è il più grande di tutti è Bob Dylan"

D: Cosa significa vivere una canzone?

Vivere una canzone vuol dire morirci dentro, vivere vuol dire morire.
cioè, io quando faccio una canzone ci muoio dentro veramente.
magari, per dire, ci metto quattro mesi a trovare due accordi, che esistono già, e che un musicista vero potrebbe trovare, ma io cerco fin quando non mi rendo conto che ho detto quello che volevo dire.
Questo lavoro continua con gli amici e i musicisti e vivere una canzone vuol dire condividere talmente l'istinto creativo che l'ha fatta nascere e capirne le radici, e capirne la portata, e cominciare a leggere dentro a questa canzone gli strumenti, che io non ho saputo mettere ma che un altro è capace.
Questa è una esperienza straordinaria."

Nel 2005, poco prima che scoprisse la malattia, Chieffo realizzò un cd che a mio parere è uno dei più belli : "Neanchepersogno"
E' una raccolta in cui ricanta alcune delle sue prime canzoni, scritte a cavallo tra gli anni 60 e 70, tutte con un' impronta cabarettistica; storie umoristiche con protagonisti decisamente pasticcioni.

C'è un particolare che mi ha sempre fatto riflettere in quelle canzoni: pur nella leggerezza della musica e nell'ironia del racconto alla fine il protagonista muore, proprio per la sua dabbenaggine:
"La gilera", "Il Freno a mano", Quattro infermieri", "Avrei voluto essere una banda".
La fine della vita terrena è solo una tappa della vita intera che continuerà destinati in un altro posto.
E, proprio, Avrei voluto essere una banda, è l'apoteosi della musica, del vivere la musica, fino alle estreme conseguenze.
Ma quella musica, quella canzone è segno di una Bellezza più grande, è l' occasione per poterla suonare perfino davanti al Padre Eterno.
In Paradiso.

Grazie, Claudio!



La sua figura - Giuni Russo & Franco Battiato

da "C'è speranza? Il fascino della scoperta" di Juliàn Carròn "Abbiamo trovato il Messia. E' la notizia che attravers...