mercoledì 30 settembre 2020

Sympathy for the Devil - The Rolling Stones

da "Il Maestro e Margherita" di Michail Bulgakov

"In un caldo tramonto primaverile nei pressi degli Stagni dei Patriarchi (...)
In quel momento l'aria torrida si addensò (...) ne uscì fuori, come tessuto nell'aria, un diafano signore, di aspetto alquanto singolare: berretto da fantino sulla testa piccola e giacchetta striminzita a scacchi, anche quella fatta d'aria.
Il signore era alto un paio di metri ma stretto di spalle, incredibilmente magro e, prego notare, con faccia beffarda. (...)
Quanto ai denti, poi, ne aveva uno di platino sul lato sinistro e d'oro sul lato destro. (...)
Teneva sottobraccio un bastone con il pomo nero a forma di di testa di cane barbone.
Sembrava avere poco più di quarant'anni: bocca stranamente storta, ben rasato, bruno, l'occhio destro nero, il sinistro, chissà perchè verde, sopracciglia nere, una più dell'altra; in pratica, uno straniero.
Passando accanto alla panchina sulla quale sedevano il direttore e il poeta, lo straniero li osservò di sbieco, si fermò e sedette improvvisamente su una panchina vicina, a due passi dagli amici. (...)

'Se ho inteso bene, dicevate che Gesù non è mai esistito' domandò volgendo su Berlioz il suo verde occhio sinistro. (...)
'Formidabile! (...) Scusate la mia insistenza ma, a quel che ho capito, oltretutto non credete in Dio' (...)
'Già, non crediamo in Dio, (...) nel nostro Paese l'ateismo non stupisce nessuno' (...) 
'Tenete presente che Gesù è esistito. (...) Non v'è bisogno di alcun punto di vista - ribadì - è semplicemente esistito e basta'
'Ma è pur necessaria una prova qualsiasi' .... cominciò Berlioz
'Non sono necessarie neppure delle prove' rispose lo straniero e si mise a parlare a bassa voce, senza traccia di accento. (...) Il fatto è (...) che io stesso ho assistito a tutto ciò personalmente.
Sono stato sul portico da Ponzio Pilato, e in giardino quando conversava con Caifa, e sul palco, però segretamente, in incognito, per così dire; vi prego perciò di non farne parola con nessuno. Segreto assoluto, ssst!'
Berlioz impallidì. 'Lei ... lei da quanto tempo è a Mosca?' chiese con voce tremante.
'Sono giunto a Mosca in questo preciso momento' disse, e solo allora gli amici ebbero l'idea di guardarlo bene negli occhi e si convinsero che l'occhio sinistro, verde, era completamente pazzo, mentre il destro era vuoto, nero e morto" (...)
'E neppure il diavolo esiste? - chiese ad un tratto il pazzo.
'Neppure il diavolo! Non esiste nessun diavolo! Che supplizio! Smetta di farneticare!'
A questo punto il matto si mise a ridere:'Bè, questo è veramente interessante. Ma come? Qualsiasi cosa uno le nomini per lei non esiste!?'"

Andrà a finire male per Berlioz: sconvolto dal fatto che "Il matto" sapesse tutto di lui, correndo lontano  verrà investito da un tram e la sua testa verrà mozzata.
Sono le prime pagine di un romanzo, scritto e riveduto a più riprese tra il 1929 e il 1940, cioè poco prima di morire dallo scrittore russo Michail Bulgakov, senz'altro uno dei romanzi dalla storia più complessi e tormentati del Novecento, e non solo russi.
Proprio questo inizio, è lo spunto per una canzone, pubblicata nel 1968, diventata uno dei più grandi equivoci nella storia del rock.

"Potrei sbagliarmi, ma credo di essermi ispirato a una vecchia idea di Baudelaire.
L'ho scritta come se fosse una canzone di Bob Dylan. Ha un groove ipnotico, è un samba, è un'ottima musica da ballo. Il ritmo samba ha un che di primitivo, che ai bianchi suona in modo sinistro: se l'avessimo fatta come una ballad non sarebbe stata così buona.
L'immagine satanica è stata un'esagerazione dei giornalisti. Nessuno vuole costruire la propria carriera intorno a quello"
Parole di Mick Jagger nel 1995

Scrive Paolo Giovanazzi in "Il libro nero dei Rolling Stones":
"Il titolo originario è 'Devil is my name' e il testo è ispirato al romanzo 'Il Maestro e Margherita' (...)
Marianne Faithfull, all'epoca compagna di Jagger, ha confermato: 'Ho fatto leggere a Mick il romanzo e da lì, dopo averne discusso a lungo con me, ha preso l'ispirazione per la canzone'. (...)
Va notato comunque che il pezzo non viene considerato dalla band un inno al demonio, come in molti vorrebbero, ed è utile sottolineare che 'sympathy' significa 'comprensione' e non 'simpatia'.
Spiega Keith Richards (chitarrista principe e co-autore del repertorio degli Stones  n.d.r.):
'Sympathy for the Devil' è una canzone che dice: Non dimenticatelo. Se lo affrontate gli togliete il lavoro.'"

Molto acutamente Giovanazzi continua:
"In realtà la band non ha mai avuto a che fare con l'occultismo, ha solo giocato un pò con quel tipo di immaginario, del resto piuttosto in voga nella controcultura dell'epoca.
Non va dimenticato anche, che il diavolo è un personaggio molto presente nella tradizione blues, da sempre fonte primaria di ispirazione per gli Stones"

Anche se la storia dei Rolling Stones, come d'altronde per gran parte dei protagonisti del rock, è piena di abusi di droghe e di "disinvolto" rapporto col sesso, smontiamo, quindi definitivamente, questo grande equivoco sul significato di questo loro brano, che anzi è l'esatto contrario dell' esaltazione del satanismo.
Come scrive il giornalista Paolo Vites nel libro "Help. Il grido del rock":
"E' ovvio che 'Sympathy for the Devil' non è una canzone che suggerisce una qualche identificazione con il diavolo, se non appunto nel riconoscere che ognuno di noi è capace di fare il male e che, comunque, la presenza del demonio è anche una presenza precisa e storicamente riconoscibile"

"Vi prego concedetemi di presentarmi
sono un uomo raffinato e di buon gusto.
Sono stato in giro per moltissimi anni.
Ho rubato anima e fede di molti uomini.
Ero presente quando Gesù Cristo
ebbe il suo momento di dubbio e sofferenza.
Ho fatto si che Pilato
se ne lavasse le mani e segnasse il suo destino.

Lieto di conoscervi
spero che indovinerete il mio nome,
ma ciò che vi confonde
è la natura del mio gioco

Mi trovavo dalle parti di san Pietroburgo (...)
Ho ucciso lo Zar e i suoi ministri (...)
Ho avuto il grado di generale
quando la guerra lampo cominciò (...)
Chi ha ucciso i Kennedy? (...)

Proprio come tutti i poliziotti sono criminali
e tutti i peccatori sono santi
come se fosse testa o croce
chiamatemi semplicemente Lucifero.
Quindi se mi incontrate
abbiate un pò di cortesia
abbiate un pò di comprensione e di buon gusto.
Usate tutte le vostre ben studiate 'buone maniere',
o manderò la vostra anima in rovina.

Dimmi tesoro, qual'è il mio nome?
Te lo dirò solo una volta, è tua la colpa"








   


martedì 29 settembre 2020

Scacchi e tarocchi - Francesco De Gregori

"Terrorista non si diventa per caso, ci devi mettere del tuo, ci arrivi passaggio dopo passaggio, non in una botta sola.
Ti senti come in una toboga, in uno scivolo dettato dalla storia: la Resistenza, l'Ottobre Russo, la Rivoluzione Francese: vivi un tempo mitico, e pensi, stavolta tocca a noi.(...) 
Quel marzo '77, a Bologna, fu il momento in cui sparare tutte le nostre munizioni.
Teorizzavamo da anni la presenza delle armi nelle organizzazioni di massa, avevamo già alcune decine di pistole, qualche mitra, le reperimmo in giro o rapinammo delle armerie. (...)
C'era la convinzione che i fascisti non fossero appartenenti al genere umano, che non fosse reato ucciderli.
Come nei genocidi.
Allo stesso modo ci sembrava intollerabile che dei cattolici avessero la pretesa di dire la loro, in università, sugli stessi temi su cui eravamo impegnati noi (...) non si spiega altrimenti quell'odio viscerale verso persone che ricordo civili e gentili, dedite a opere buone, alloggi, libri, gruppi di studio.

Il Pci nel '77 ci definiva squadristi ma era un modo per respingere il legame oggettivo e soggettivo che avevano con noi.
Poi dopo il 'sorpasso' della Dc, il Pci sposò la linea del rigore e non le riforme.
Ci sentimmo traditi, ci convincemmo che l'unico sbocco era la lotta armata.
Ancora oggi mi chiedo come possiamo essere stati tanto ciechi: il bene tutto da una parte, mentre i fatti dicevano il contrario; fra noi non c'era niente di pace, tolleranza e cultura di cui parlavamo."

Il 10 Aprile 2012, il quotidiano 'Avvenire' pubblica un'intervista ( della quale avete ora letto uno stralcio) a Maurice Bignami, in cui si ripercorrono i moti violenti dell'11 marzo '77, nel bel mezzo degli anni di piombo, che misero a ferro e fuoco Bologna, nel tentativo di interrompere un'assemblea di Comunione e Liberazione, che culminò con gli scontri di piazza e la morte di Francesco Lorusso, giovane militante di Lotta Continua.
La reazione degli extra parlamentari divampò in tutta Italia, con altre devastazioni e altre morti.

Maurice Bignami, classe 1951, dopo essersi laureato in Lettere alla Sapienza di Roma, dopo avere militato nella Federazione giovanile del Pci e poi in formazioni extraparlamentari (Potere Operaio e Autonomia), alla fine degli anni '70 diventa comandante militare di Prima Linea.
Viene arrestato nel 1981, ed è tra i promotori della Dissociazione politica, che porta allo scioglimento delle bande armate, allo smantellamento dell'ideologia guerrigliera.
Ha collaborato per più di vent'anni con la Caritas diocesana di Roma e ora si occupa di reinserimento sociale e lavorativo.
Nell' estate del 2020, pubblica la sua biografia : "Addio rivoluzione. Requiem per gli anni settanta".
Il titolo spiega tutto.

"Il mondo alla sinistra del Pci, in quegli anni, lo frequentavo, era il mondo che mi stava attorno, lì c'erano i miei coetanei e anche molti dei miei amici.
Era quello il panorama dominante.
Che ti devo dire? E' chiaro che non condividevo certe loro esaltazioni, e men che meno, le romanzesche prospettive rivoluzionarie.
Il loro estremismo lo rifiutavo. la parola 'rivoluzione' veniva evocata e a volte persino messa in pratica con effetti nefasti.
nel 1976 / 77 Roma era sovrastata dallo scontro fisico, dai massacri e dagli agguati.
Gente di buona famiglia, era in prima linea con i caschi, le mazze, le molotov. (...)
Fino al sequestro Moro questa fu la situazione nelle piazze e sulle strade, questa la palude in cui molti si muovevano. O annaspavano."

L'autore di questa spietata analisi di quegli anni violenti è Francesco De Gregori, in un libro- intervista con Antonio Gnoli, "Passo d'uomo" nel 2016.

Coinvolto anch'egli, in una spettacolare contestazione durante un concerto a Milano, nel 1976 ( fu processato in pubblico, per il solo fatto di aver cantato a gente che aveva regolarmente pagato il biglietto), per mesi smise di esibirsi in pubblico.
Esattamente dieci anni dopo, nell'album "Scacchi e tarocchi", la canzone omonima, che apre il disco, fotografa in maniera asciutta ed essenziale l'atmosfera lacerante d quelle violenze etichettate politicamente.
"Non ho mai preteso di fare un'analisi storiografica. Sono schegge, facce, visioni, tentativo di penetrazione di un mondo personale nella storia.
Questo può fare un'opera letteraria o un' opera d'arte.
Cito sempre 'Guernica' a proposito perchè è l'esempio di tutto ciò: anche lì ci sono persone dalla parte 'giusta' e dalla parte sbagliata, ma l'opera trascende tutto questo: è la storia di un massacro, di una perdita, di morti, di feriti" ( da un'intervista in "Robinson" inserto di "Repubblica" il 26 Settembre 2020)

"La canzone è veicolo di idee, ma anche di sentimenti. (...)
Un giorno mi sono trovato a passare dopo una sparatoria: un giovane terrorista aveva ucciso per sbaglio un suo compagno, era lì steso per strada.
Gli occhi ancora aperti.
Ho provato delle sensazioni che non pensavo di essere capace di provare: tenerezza, pietà, pietas nel senso vero.
Ho pensato ai suoi cattivi maestri di pensiero. Non solo quelli alla Toni Negri, ma anche ai suoi maestri veri, ai suoi insegnanti, a suoi genitori, a lui.
Bisogna avere pietà dei corpi delle vittime: anche quando sono i nostri principali avversari"
(intervista da L'Espresso, 1985)



   

lunedì 28 settembre 2020

Into my arms - Nick Cave

"Eric Fromm scrive: 'Ho bisogno di te per essere me stesso (...)
Amandoti, tu mi dai a me stesso, tu mi permetti di essere'
Questa frase esprime in sintesi l'amore come incontro che decide dell'identità di ogni persona.
Mi sembra però importante ricordare che non c'è verità nell'amore inteso come incontro di anime belle.
'Nella mia esperienza quotidiana - mi scrive un'amica - mi capita spesso di stare davanti alla 'diversità' di mio marito e dei miei figli, alla loro 'alterità'.
Questo può, a volte, costituire una ragione di fatica.
Se parto, però, dalla consapevolezza della mia sproporzione, della mia impossibilità a essere per l'altro il suo compimento totale, finisco per guardare loro amandoli, poichè amo Colui che è il loro destino.
Divento così capace di stima, tenerezza, affezione, più ancora se partissi da un sentimento appassionato.'(...)
La 'Deus caritas est' mostra in modo mirabile l'unità fra 'amor concupiscentiae' e 'amor benevolentiae'.
L'enciclica svela che l'amore di concupiscenza, cioè quello sensuale, non nega la gratuità dell'amore.
Il nostro è un amore bisognoso, indigente, un amore che mira alla felicità, un amore fecondo, che gode del bene dell'amato.
L'amore - come scriveva Francesco di Sales - è il punto in cui la volontà si unisce e si congiunge alla gioia e al bene di un altro."

E' un brano tratto dal libro "Amare ancora" di mons. Massimo Camisasca, attuale vescovo di Reggio Emilia - Guastalla, fondatore della Fraternità Sacerdotale dei Missionari di san Carlo.

Il cantautore rock l'australiano Nick Cave, ha attraversato nei suoi sessanta e passa anni di vita, stagioni umane e artistiche che lo hanno portato a trasformazioni inaspettate. 
Dotato di voce profonda, dalle sfumature drammatiche, ha pervaso la prima parte della sua carriera di un'aurea 'dark': i suoi testi disperanti e permeati dalle allucinazioni violente della mente umana erano rivestiti, spesso, da composizioni altrettanto urticanti tra il punk e il rock più schizoide, tra abusi di alcool e droghe.

"Mi hanno atterrito da ragazzino le lettura dell'Antico Testamento."
Confessa a Giampaolo Mattei nel libro "Anima mia", del 1998:
"Certamente la prima educazione umana e musicale, l'ho avuta in chiesa (...) fatto inevitabile in una piccola città di campagna in Australia. (...)
Adesso non so neppure dire se ho mai creduto in Dio. Forse andavo in chiesa per abitudine. (...)
Sono però affascinato da Gesù Cristo e dal Nuovo Testamento.
Ho trovato una grande gioia leggendo i Vangeli: come si può essere indifferenti di fronte all'incredibile filosofia cristiana del perdono e dell'amore? (...)
Del resto la spiritualità autentica, di qualunque natura essa sia, è l'unico mezzo per difendersi e non cadere nella trappola di un'esistenza superficiale e mediocre"

Personaggio complesso, controverso e allo stesso tempo intellettualmente affascinante (lo scrittore Luca Doninelli lo considera tra i più grandi poeti del rock, insieme a Bob Dylan), nel 2015 viene colpito da un grave lutto: Arthur Cave, suo figlio di 15 anni, precipita da una scogliera non lontano da Brighton e muore poco dopo per le ferite riportate.
Il dolore lo invade, ma la sua coscienza "religiosa" che è alla ricerca di un approdo sereno e che viene testimoniata nelle sue canzoni ormai da più di vent'anni, lo aiuta ad andare più a fondo del significato ultimo dell'esistenza umana.

Proprio all'inizio di questa ricerca spirituale, nel 1997, incide l'album capolavoro "The boatsman's call", in cui inanella una serie di 'ballads' d'amore bellissime, sorrette da voce, pianoforte e impeto religioso:

"Io credo che la canzone d'amore debba essere una canzone triste.
E' il rumore del dolore stesso, è il desiderio di essere trasportati dall'oscurità alla luce, di essere toccati dalla mano di Colui che non è di questo mondo, la canzone d'amore è la luce di Dio, giù nel profondo, che si fa largo tra le nostre ferite.
Alla fine, la canzone d'amore esiste per riempire, con il linguaggio, il silenzio tra noi stessi e Dio, per abbattere la distanza tra il temporale e il divino"

E "Into my arms" è una preghiera che apre uno squarcio in questo silenzio.

"Non credo in un Dio interventista
ma so, cara, che tu ci credi.
Ma se ci credessi,
mi inginocchierei e gli chiederei
di non intervenire quando si tratta di te.
Di non toccare un capello della tua testa,
di lasciarti così come sei.
E se Lui sentisse di doverti guidare,
allora gli chiederei di guidarti nelle mie braccia.

Nelle mie braccia, o Signore

E non credo all'esistenza degli angeli.
Ma guardandoti mi chiedo se sia davvero così
Ma se ci credessi, li riunirei insieme,
e chiederei loro di proteggerti.
Chiederei ad ognuno di accendere una candela per te.
Di rendere luminoso e chiaro il tuo cammino,
e di farti camminare, come Cristo, nella grazie e nell'amore.

E credo nell'amore
e so che anche tu ci credi.
E credo in una sorta di cammino, 
che noi possiamo percorrere, io e te.
Quindi tieni le tue candele accese.

Rendi il suo viaggio chiaro e puro,
così che lei continui a tornare.
Sempre e comunque.

Nelle mie braccia, o Signore"





















  
 


domenica 27 settembre 2020

Vincenzina e la fabbrica - Enzo Jannacci

"Il senso religioso è dunque il fattore ultimo dei bisogni umani e quindi del bisogno che è il lavoro.
E' per il senso religioso che l'uomo realizza un impegno totale con la realtà affrontando anche un singolo bisogno, ed è in questo impegno,in questa scoperta, che il bisogno diventa strada per il proprio destino. (...) Per questo ogni governo puramente tecnocratico di una convivenza umana è un delitto contro l'uomo,perchè l'uomo non si può ridurre ai fattori di un'analisi tecnica o a funzione di un particolare scopo produttivo; tutto vi rientra, ma nella considerazione della persona intera."

Sono parole di Don Luigi Giussani, da un' intervento ad un raduno di giovani lavoratori di Comunione e Liberazione ( il movimento ecclesiale da lui fondato), il Primo Maggio 1987, tenutosi a Bergamo.

"E' solo il senso religioso che può veramente mettere insieme gli uomini, non solo perchè ricorda che tutti abbiamo la stessa origine e lo stesso destino. (...)
E' solo nel senso religioso che gli uomini si possono riconoscere insieme: imprenditori e disoccupati possono avere un ambito di dialogo e collaborazione non fittizio, non astratto. (...)
La fabbrica rimane quella che è, ma non è più come prima.
Dove una presenza determinata da questa passione per l'uomo esprime generosità, costanza e immaginatività e trova una certa disponibilità,l'ambiente di lavoro non è più come prima. (...)

Perchè il lavoro è l'espressione che l'uomo realizza del suo ideale, è l'espressione che l'uomo compie affermando, abbracciando tutte le cose che gli vengono davanti, per trascinarle verso questo ideale.
Perciò la verità del lavoro sta in quello che il Papa (San Giovanni Paolo II  n.d.r) chiama la cultura primaria, là dove l'uso del mondo è in funzione del destino di felicità del singolo." 

Quando Don Giussani, brianzolo nato a Desio nel 1922, parlava del mondo lavorativo della fabbrica, sapeva bene di cosa stava parlando.
"Massimo Brioschi (studioso locale e curatore dell'archivio storico di Desio) non esita a definire la Desio di inizio Novecento 'una città - officina'.
In quegli anni il salario per undici ore di lavoro è di una lira e cinquanta, una cifra misera anche per l'epoca dato che, per avere un termine di paragone, il pane costa cinquanta centesimi il chilo.
In tale contesto la propaganda socialista non manca di trovare consensi (...)
Sono gli anni della contrapposizione tra socialisti e cattolici (...) tuttavia nella cittadina la contesa non degenererà  mai (...). 'Anzi - racconta ancora Brioschi - vi erano tantissimi che votavano socialista e frequentavano la Chiesa, andavano a messa, partecipavano alla vita ecclesiale del paese senza tanti problemi' (...).
Anche Beniamino - il padre di Don Giussani - (...) è iscritto al Partito Socialista e fino al giorno del matrimonio ne è segretario."
(dalla imponente ed accuratissima biografia "Vita di Don Giussani" a cura di Alberto Savorana)

Scritta a quattro mani nel 1974 con l'amico Beppe Viola, "Vincenzina e la fabbrica" fu colonna sonora del film "Romanzo popolare" di Mario Monicelli

"Questa è una canzonetta che parla di coraggio.
L'ho scritta in una notte, ci sono i miei tormenti, c'è la società.
A scuola ci hanno raccontato il coraggio di Enrico Toti, di Napoleone .... ma non ci hanno mai raccontato quello più vero: alzarsi tutta la vita alle quattro del mattino, prendere un treno, andare a lavorare nella fabbrica, starci trent'anni, quaranta, e non poter raccontare a quello che ci viene ad aspettare fuori cosa cavolo stiamo facendo.
Questo coraggio qui non lo raccontano.
Io voglio rendere omaggio a tutte le Vincenzine che aspettano con coraggio i loro uomini che faticano dentro una fabbrica"

"Vincenzina potrebbe essere l'operaio, perchè è un operaio, perchè se io vedo qualcosa che mi emoziona davvero mi viene voglia di mettere giù un testo e allora mi adeguo ad una storia che si va poco per volta delineando dentro me."
(Così parla Jannacci davanti agli studenti di Portofranco nel 2011)

Ma cosa c'entra tutto ciò con il senso religioso evocato da Don Giussani?
Risponde il prof. Giorgio Vittadini:
"Jannacci aveva una capacità unica di guardare e interpretare la natura umana nella sua profondità, l'umano con dentro una spinta a vivere così intensa da ferirlo.
E quell'umano andava a cercarlo nei personaggi di periferia: il barbone con le scarpe da tennis, Vincenzina davanti alla fabbrica .... personaggi con bisogni e desideri così veri e autentici che non potevano trovare risposta nel consumismo dilagante; 
bisogni e desideri tali da non poter essere messi a posto nemmeno da un cattolicesimo formale o da una tranquilla vita borghese"

"Enzo Jannacci se ne è andato la sera del Venerdì Santo, nel 2013, la sera che quel Cristo che lui ricordava con tanto affetto, muore sulla croce.
Forse non è un caso, anzi sicuramente no.
Quel desiderio evocato per tutta la vita, talvolta magari dimenticato, che poi invece tornava a bussare al suo cuore, si deve proprio essere spalancato negli ultimi istanti della sua vita.
Con una carezza, quella del Nazareno, quella carezza che lui ha desiderato per tutta la vita"

Sono parole di Paolo Vites, autore di "Enzo Jannacci. Canzoni che feriscono" da cui ho 'saccheggiato' un pò di citazioni, come ho fatto anche con Andrea Pedrinelli curatore del libro "Roba minima (mica tanto)", due opere imprescindibili per conoscere la figura umana e artistica di Jannacci.

Diverse sono le versioni con cui negli anni l'artista milanese propose questa canzone, tutte meritevoli di 
attento ascolto.
Vi proponiamo l'ultima, inclusa nel suo "Best"





giovedì 24 settembre 2020

1 Corinthians 15:55 - Johnny Cash

da "Il brillìo degli occhi" di Julian Carron

"Come scrive san Bernardo, 'quello che ci viene da Dio non possiamo conservarlo e tenerlo senza di lui'
Vale a dire, senza il riaccadere della Sua presenza e senza che noi lo assecondiamo, non possiamo riprodurre quei frutti che pure abbiamo gustato.
Il cammino al vero è un'esperienza: il genio del metodo educativo di Giussani sta tutto qui: (...)
'Cristo non è venuto a dire: 'Chi mi segue soddisferà tutti i suoi capricci, i suoi pensieri, i suoi interessi'.
No! Ma ha detto:
'Chi mi segue cambi i criteri, incominci a mutare i criteri di valutazione, di valore, di giudizio di valore'
E se uno fa così, dopo avrà il centuplo di quello che sembrava perdere.
'Chi mi segue avrà la vita eterna e il centuplo quaggiù'
Non esiste nessuna proposta al mondo che sia più chiara e netta di questa, perchè ci sfida sperimentalmente.
'Chi mi segue sarà di più, troverà d più, cento volte tanto'. 
Ma 'chi mi segue', però' 
(FCL Giornata d'inizio anno 1975) (...)

Solo questa novità può essere credibile oggi.
'Il granello di frumento cristiano diventa veramente capace di dare forma solamente se non si rinchiude in una forma speciale, illusoria, che vive accanto e accessoriamente alle altre forme del mondo e che si autocondanna alla sterilità, ma se, seguendo l'esempio di Gesù, fa rinuncia di sè e sacrifica il suo carattere di forma speciale, senza lasciarsi turbare dall'angoscia di dover sortire da sè e tuffarsi ed essere tuffata nel mondo.
Perchè per il mondo solo l'amore è credibile'
(H.U. von Balthasar, in 'La percezione dell'amore')"

E' la conclusione del lavoro pedagogico che Julian Carron, Presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione, ha sviscerato e offerto nell'estate 2020, segnata dalla pandemia, per recuperare il senso del compito della vita per la responsabilità di ognuno, nei confronti di tutto il mondo. 

"Il Signore della Vita è stato buono con me. Mi dà buona salute ora e mi aiuta a continuare il lavoro che amo. Mi ha dato la forza di affrontare le malattie passate e vittoria di fronte al rischio di sconfitta.
Mi ha dato vita e gioia dove altri vedevano oblìo.
Mi ha dato nuovo scopi per cui vivere.
Nuovi servizi da rendere e vecchie ferite da rimarginare.
La vita e l'amore vanno avanti. Che la musica suoni"

Queste le parole, scritte da Johnny Cash, una delle icone del rock americano, uno dei fondatori insieme ad Elvis Presley, del nuovo movimento musicale che rivoluzionò la musica del secondo novecento, che comparivano sulle note di copertina dell'album "Solitary man" pubblicato nel 2000.
Lavoro discografico che iniziò l'ultima parte della sua vita, sotto la produzione del guru Rick Rubin, e che fu accolto con grande favori di critica.

Cash ebbe una vita lunga e travagliata percorsa da drammi personali e lutti familiari precoci (la morte sul lavoro del fratello giovanissimo) che lo segnarono, ma che non scalfirono mai la sua profonda fede cristiana: quella cristianità ereditata dai genitori e fortemente coltivata con severità e dolcezza redentiva dalla sua seconda moglie June Carter, che lo anticipò in Paradiso a distanza di pochi mesi.

Come accadrà anche per altre figure del rock (Leonard Cohen, David Bowie), Cash registrò dischi con la sicura coscienza di essere arrivato al traguardo della vita terrena, accentuando la voglia di testimoniare la sua appartenenza al disegno misericordioso del Dio cristiano:
così vengono raccontati gli ultimi suoi giorni da Steve Turner, curatore della bellissima biografia "Johnny Cash. La vita, l'amore, la fede di una leggenda americana":

"Ancora il 14 Agosto 2003, Cash era in studio e lavorava ad alcune canzoni. Una era intitolata '1 Corinthians 15:55, che parlava della morte sulla base del versetto ( dalla prima lettera di San Paolo apostolo ai Corinti  n.d.r.) 'Dov'è, o morte la tua vittoria? Dov'è o morte il tuo pungiglione?' (...)
Giovedì 11 Settembre si ammalò di nuovo, stavolta con problemi respiratori causati da un attacco d'asma. (...) I polmoni, in cui era rimasto pochissimo tessuto sano, iniziarono a bloccarsi. (...)
Alle due del mattino seguente, John R. Cash morì.

La forza di Cash come autore cristiano era la compassione che nasceva dall'esperienza.
Scriveva del peccato non in modo astratto, ma come qualcosa che aveva conosciuto intimamente.
Gli piaceva dire che l'unica ragione per cui non portava sulle spalle i sensi di colpa dei suoi errori, era perchè pensava, che se Dio lo aveva perdonato, il meno che potesse fare era perdonare se stesso"

Il ragazzo dell' America rurale più profonda.
Il ragazzo che cantava i gospel in chiesa.
Il pioniere del rock'n roll.
Il drogato, il depresso, l'alcolizzato, il carcerato (anche se per una notte sola).
Colui che era stato salvato dalla sua seconda moglie e dalla fede incrollabile in Cristo
Colui che vedeva nei carcerati uomini come lui, da redimere attraverso il Verbo cristiano.
Ora faceva l'ultima esperienza terrena, per viverne una nuova definitiva, proprio come aveva cantato pochi giorni prima.

"O morte dov'è il tuo pungiglione?
O tomba dov'è la tua vittoria?
O vita sei un sentiero luminoso
e la speranza zampilla in eterno
quando vedo il mio Redentore
che chiama.

Remo la mia barca sulle onde del tuo mare
fammi trovare un porto sicuro
e non permettere che entri l'oscuro nel tuo santuario
finchè non verrà il tempo della dipartita.
Lasciami veleggiare con la mia barca verso est
nel tuo porto di luci
e caccia via per sempre la mia oscurità
Dammi il mio compito e fa che lo compia bene
e con tutte le mie forze.

Soffiate o venti caldi, quando fa freddo e imperversa la pioggia
e non venire troppo presto a riscuotere i miei debiti.
E mantieni il mio sguardo fisso sulla stella polare.
Quando il viaggio non sarà più adatto ad un uomo o ad una bestia
sarò al sicuro ovunque Tu sia."




 
      
  

mercoledì 23 settembre 2020

Il forestiero - Adriano Celentano

da "Il brillìo degli occhi" di Julian Carron

"E' solo un'esperienza umana che ti permette di scoprire la presenza di Cristo, di capire cos'è il tuo rapporto con Lui.
Intercettare la presenza contemporanea di Cristo è facile: le presenze che ci calamitano, che ci fanno sperimentare la corrispondenza di cui abbiamo parlato, sono rare.
Perciò intercettarle è facile: per Pietro, Zaccheo, la Samaritana, la Maddalena è stato facile.
E' facile ma non scontato. (...)
Che cosa ha dovuto esserci in Pietro, in Zaccheo, nella Samaritana, nella Maddalena e negli altri che Lo hanno incontrato, affinchè intercettassero la Sua novità, la Sua diversità, la Sua unicità?
Un'attenzione sincera, uno sguardo spalancato.
Infatti 'la verità ultima è come trovare una bella cosa sul proprio cammino: la si vede e si riconosce se si è attenti. Il problema dunque è tale attenzione' (cit. Luigi Giussani) (...)

Pietro, Zaccheo, la Samaritana, la Maddalena, non avevano messo una sordina alla loro umanità: nel loro sguardo c'era una sete, un'attesa inquieta, anche sofferente, che la presenza di quell'Uomo aveva evocato, fatto risuonare, abbracciandola, corrispondendovi. (...)
Di fronte alla alla presenza di Gesù, nelle persone che lo sentivano parlare e lo vedevano agire, nasceva la domanda: 'Chi è costui?' (...)
Da qui, da questo contraccolpo stupito, che suscita una insopprimibile domanda, inizia quel percorso di conoscenza, di riconoscimento, che si chiama fede.
Guardiamo come esso si dispiega nei primi che hanno incontrato Gesù.
Cerchiamo di immedesimarci in una delle tante scene del Vangelo, per paragonarci con la dinamica conoscitiva che emerge dal racconto."

E' ancora Don Julian Carron, presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione che ci sollecita a comprendere e vivere le categorie pedagogiche dell'avvenimento cristiano, calato nella nostra quotidianità.

Anno 1985.
Adriano Celentano si imbarca in un progetto cinematografico, che partendo dalla sua fede cristiana, risulterà però non risolto e piuttosto confuso nella sua realizzazione : 'Joan Lui'
"Pur avendo un nome da donna Joan Lui è un uomo. Un uomo sotto ogni aspetto.
Si chiama così perchè racconta la storia di una coscienza.
Una coscienza che potrebbe essere la mia ma anche quella di tutti, perchè le coscienze, a differenza degli uomini, sono tutte uguali e raccontano una cosa sola: la verità.
La coscienza è un pezzo di Dio che è dentro ognuno di noi fin dalla nascita, e, nonostante il nostro impegno per assassinarlo ogni giorno, Egli continua a risorgere per ricordarci che ci ama."

Celentano risponde così, provocato a fondo da Riccardo Bonacina sulle pagine del settimanale "Il Sabato", poco prima dell'uscita del film.
"Lo sai come mi sono riavvicinato alla fede? Per gioia.
Ero felice e io volevo a tutti i costi ringraziare qualcuno. (...)
Senza l'aldilà, l'aldiquà non sarebbe neanche un provino, e se questo non è un provino che senso ha?
Il guaio più grosso è l'indifferenza che ormai è penetrata in ciascuno di noi.
L'indifferenza è un male peggiore della bomba atomica.
Anche i giusti sono in preda all'indifferenza e non hanno neanche più la forza di commuoversi, ed anche la natura è preda di questo male, diventa arida, si ribella."

Adriano Celentano, all'inizio della sua carriera, idolo italiano del rock d'importazione, sente forte il bisogno di capire qual'è il senso della sua vita, raduna intorno a sè un gruppo di sacerdoti per approfondire le ragioni di quel cristianesimo di cui sono impregnate le sue radici familiari.
Da quel momento la sua acclamata e sterminata carriera, fatta non solo di canzoni che hanno fatto la storia del pop rock tricolore, ma anche di film e di tanta televisione, sarà testimonianza della sua fede cristiana, così popolare, scevra da ogni intellettualismo, diretta e appassionata.

Famiglia, valore della maternità (antiabortista tutto d'un pezzo), contrario alle pratiche eutanasiche, ecologista d'antan: questi sono i suoi principi più volte affermati, anche se qualche volta in maniera un pò arruffata e con derive predicatorie, fatta salva la sua sincerità.
Nel 1970, pubblica un brano che con un coinvolgente andamento 'arabeggiante', racconta pedissequamente l'episodio evangelico della Samaritana, cogliendone l'essenza del messaggio.
E' nient'altro che quell'invito che sollecita Julian Carron: quell' "immedesimarsi" per "paragonarci".

"Il forestiero" è una canzone semisconosciuta del suo repertorio, ma che in questi anni, 'il Molleggiato', ha rispolverato nelle sue partecipazioni televisive.
Un vero estratto evangelico tradotto in rock, che non perde di un briciolo la fedeltà al Sacro Testo.
La storia di un incontro. 
Come scrive mons. Massimo Camisasca, vescovo di Reggio Emilia e Guastalla nel suo agile libro 'Perchè mi cercate?':
"Davanti alla Samaritana, pur peccatrice ed eretica per i giudei,(Gesù), si mette al suo livello e le dice: 'Dammi da bere'.
Gesù ha sete, noi siamo chiamati a rispondere."






martedì 22 settembre 2020

Annie's song - John Denver

dalla "Catechesi del Mercoledì" Papa Francesco
Udienza del  16 Settembre 2020

"Senza contemplazione è facile cadere in un antropocentrismo squilibrato e superbo, l'io al centro di tutto, che sovradimensiona il nostro ruolo di esseri umani, posizionandosi come dominatori assoluti di tutte le altre creature. (...) Crediamo di essere al centro, pretendendo di occupare il posto di Dio; e così roviniamo l'armonia del creato, l'armonia del disegno di Dio. (...)
Sant'Ignazio di Loyola, alla fine dei suoi Esercizi spirituali, invita a compiere la 'Contemplazione per giungere all'amore', cioè a considerare come Dio guarda le sue creature e gioire con loro; a scoprire la presenza di Dio nelle sue creature e, con libertà e grazia, amarle e prendersene cura.

Chi non sa contemplare la natura e il creato, non sa contemplare le persone nella propria ricchezza. (...)
Se tu non sai contemplare la natura, sarà molto difficile che saprai contemplare la gente, la bellezza delle persone, il fratello, la sorella. Tutti noi."

Parole semplici, quelle di papa Francesco (che qualche intellettuale giudica 'banalmente ecologiste'), che testimoniano il messaggio del Santo Padre: offrire riflessioni, con la coscienza, che, prima di tutto, questo mondo deve recuperare e riscoprire la propria umanità di relazioni perdute nella distrazione quotidiana, per riportarla al Centro che tutto accoglie.

"E' una cosa che sento molto forte. Devo aspettare che lo spirito mi colpisca, non mi sembra di scrivere una canzone.
Penso che le canzoni siano là fuori e penso.
Bob Dylan l'ha detto ed è stata la prima volta: ha detto che se non ti senti spesso come creatore di una canzone, ti senti come lo strumento di ciò che vuole essere scritto.
Quindi non penso di creare le canzoni, anche se sono disposto ad assumermi la piena responsabilità delle canzoni perchè mi metto in uno spazio particolare in cui queste canzoni vengono da me.
non credo che nessun altro stia scrivendo canzoni come me."

E' un'intervista alla prestigiosa rivista "Rolling Stone" del 1975, questa, rilasciata da John Denver, in piena parabola ascendente della sua fortunata carriera. Milioni di dischi venduti e l'incoronazione mondiale a re del pop folk delle alte classifiche.
Che, in questa lontana intervista continua così:
"Le parole delle mie canzoni sono quello che sono io.
Mi capita di essere in questo modo e di vivere nel modo in cui vivo e queste canzoni particolari mi arrivino attraverso me.
Io sono il ragazzo che canta e questa è una fonte costante di gioia per me.
Queste canzoni  vengono fuori dal nulla ed è così eccitante quando inizi a lavorarci su.
Penso a "Rocky Mountain high" ci sono voluti nove mesi per scriverla: avevo il ritornello e poi, una notte c'erano così tante stelle e il cielo diventava così profondo  e così chiaro che creava una piccola pozza di ombre generata dalla luce delle stelle. E poi, ecco le stelle cadenti, palle di fuoco che attraversarono il cielo.
Poi 'Annie's song' l'ho scritta in una decina di minuti su uno skilift.
Le canzoni vengono e non posso forzarle e non è il mio obiettivo farlo.
Quando vengono, vengono."  
 
Una purità di giudizio, tra umanità e difesa della natura.

Poi, dalla prima metà degli anni '80, i problemi personali e artistici:
la separazione dalla moglie Annie, un secondo matrimonio naufragato presto, che pesano e destabilizzano i suoi valori.
E' vittima di depressione e subentra una dipendenza agli alcoolici.
Inoltre il mondo discografico comincia a girargli le spalle: il mondo musicale sta cambiando, nuovi protagonisti si affacciano e Denver stenta a tenere il passo, anche se, con i suoi concerti non smetterà mai di sostenere la causa dei movimenti ecologisti.
Precipiterà mentre pilota un aliante di sua costruzione nel 1997.
Qualcuno cercherà di infangarne la memoria, sospettando una guida in stato di ubriachezza, ma l'autopsia smentirà il gossip.

Rimangono i testi positivi delle sue canzoni e la poesia verso chi amava e la natura che "contemplava".
'Annie's song' ne è la testimonianza lampante: esprimendo l'amore per la sua donna, paragonandola alle bellezze naturali e ai fenomeni dell'ambiente incontaminato, dove l'uomo scopre che il suo compito è semplicemente riconoscere l'Altro di cui è fatto. 
Se stesso e tutta la realtà che lo circonda.

"Tu riempi i miei sensi
come una notte nella foresta,
come le montagne a primavera,
come una passeggiata sotto la pioggia,
come una tempesta di sabbia neldeserto,
come un placido oceano blu.

Vieni, lascia che ti ami,
lascia che ti doni la mia vita,
lasciami annegare nel tuo sorriso
fammi morire fra le tue braccia,
lascia che mi stenda al tuo fianco,
fammi stare sempre con te.
Vieni, lascia che ti ami e amami ancora."

(Grazie ad Enrico, per la traduzione dell'intervista)



          

lunedì 21 settembre 2020

Patapàn - Claudio Baglioni

"Un padre che abbia la possibilità di compiere il percorso che abbiamo descritto - che cioè, nella tenerezza verso il figlio ricorda di essere generato, sente l'esigenza di tornare ad attingere alla fonte della generazione e più attinge e più scopre al fondo di sè il Mistero eterno che è Padre come nessun altro -, come risponderà all'appello del figlio?
Il suo sguardo trapasserà gli occhi del figlio, sapendo riconoscere in quel piccolo mendicante il frutto di una storia di cui egli non è ancora cosciente.
Il padre gli allargherà l'orizzonte, richiamando continuamente lo sfondo del destino buono che tiene per le mani il suo effimero istante.
Un esempio può far comprendere questa esperienza: solo un vero padre, davanti ad una tappa fondamentale della vita del figlio (la laurea, il matrimonio, il diventare papà), vedendo quell'uomo che sta crescendo ha in mente anche il piccolo di 20 / 30 anni prima, come neanche il figlio stesso può averlo presente.
E ne resta commosso.
Eppure, un padre, con la sue poche energie umane riesce ad avere uno sguardo su ciò che era quel bambino ora fatto grande, non potrà mai sapere cosa ne sarà di quell'uomo, quando lui non ci sarà più.
(...) Lo sguardo di un padre verso il figlio sarà perciò pieno di verginità, nella scoperta di avere a che fare con qualcuno che non è di sua proprietà, ma cui solo lui è chiamato a rispondere.
Quanto più ci lasciamo generare, tanto più potremo sperimentare nella nostra carne la verginità con cui l'Essere genera tutte le cose"

Questa lunga citazione è tratta da un'intervista che Pigi Banna, giovane sacerdote ambrosiano, che segue da vicino insegnanti e studenti di Gioventù Studentesca, storica "sessione" del movimento ecclesiale di Comunione e Liberazione, ha concesso al mensile internazionale "Tracce", nel Dicembre 2019, a proposito di cosa vuol dire l'esperienza essere padre.

Uno dei cantautori storici, nella storia della musica italiana, Claudio Baglioni, di canzoni con argomento il rapporto tra padre e figlio, ha costellato diverse volte il suo 'song book'.
raggiungendo il culmine dell'ispirazione con 'Avrai', scritta alla nascita del suo unico figlio, Giovanni, nel 1982.
Ma la sua creatività si è sempre mantenuta ad alti livelli di espressione anche in altre occasioni, come ad esempio con "Patapàn", brano all'interno dell'album "Sono io" del 2003:
"Sono io non come dichiarazione imperativa, ma come una risposta.
La risposta ad una delle tante domande impossibili che la vita pone: 'chi sei?'
Sono io, appunto, così come sono.
Con la stessa voglia di esserci e l'identica incapacità di capire i perchè."

E' così che l'artista romano introduce il senso del suo raccontare, in musica, la memoria del rapporto con suo padre, dopo aver assistito alla sua morte.
E sempre partendo dalla sua educazione cristiana.
"La fede è un miraggio difficile da descrivere ..... è una sommatoria di aspettative, un senso di armonia ... è sapere che stai in pace con tutto, con i tuoi pensieri.
E' quindi, una strada molto lunga: uno di quei percorsi che puoi deviare e poi riprendere.
Ero un ragazzino di borgata che frequentava l'oratorio, sono stato anche catechista.
I miei genitori più di me hanno voluto che continuassi in questo mestiere, anche quando questo sogno non si stava avverando.
Sono loro che hanno voluto un figlio cantautore: hanno avuto la buona volontà di regalarmi proprio questo: il loro tempo" 





 

domenica 20 settembre 2020

Rocket man - Elton John

"Vi è una solitudine dello spazio,
una solitudine del mare,
una solitudine della morte, ma queste
saranno una follia
a confronto di quel luogo più profondo
quella polare segretezza,
un'anima ammessa alla propria presenza,
finita l'infinità"
(Emily Dickinson, da "Poesie")

"Or nulla ci conforta,
e siamo soli nella notte oscura"
(Giovanni Pascoli, dal poema "I due orfani")

"Anche quando siamo soli (...) ci è possibile ascoltare l'infinito che è in noi. (...)
L'infinito, questa segreta dimensione della vita, è in noi: palpitante e vivo; e non si cancella nella misura in cui non ci lasciamo affascinare, e divorare dal tumulto e dal frastuono"
(Eugenio Borgna, da "La solitudine dell'anima")

"Più scopriamo le nostre esigenze, più ci accorgiamo che non le possiamo risolvere da noi, nè lo possono gli altri, uomini come noi.
Il senso di impotenza accompagna ogni seria esperienza di umanità.
E' questo senso di impotenza che genera la solitudine.
La solitudine vera non è data dal fatto di essere soli fisicamente, quanto dalla scoperta che un nostro fondamentale problema non può trovare risposta in noi o negli altri.
Si può benissimo dire che il senso della solitudine nasce nel cuore stesso di ogni serio impegno con la propria umanità (...)
Siamo soli coi nostri bisogni, col nostro bisogno di essere e di intensamente vivere"
(Luigi Giussani, da "Il cammino al vero è un'esperienza")

Questi sono alcuni dei brani citati da don Julian Carron, presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione, nel suo intervento, dal titolo "Fede e solitudine", al convegno "Nemica solitudine" in occasione della "II Giornata Nazionale contro la solitudine", svoltosi a Firenze il 16 Novembre 2019.
Intervento che il sacerdote spagnolo concluderà così:
"Da tutta questa umanità ferita giunge il grido che chiama ciascuno di noi a una responsabilità.
Quante persone sono sole perchè nessuno posa lo sguardo su di loro, nessuno dice loro: 'Tu vali. Così come sei, il tuo io vale più di tutto l'universo. (...)
Nessuno è inutile, ogni persona ha un valore incommensurabile, secondo quanto ci ricorda il Vangelo:
'Qual vantaggio avrà l'uomo se guadagnerà il mondo intero e poi perderà se stesso?
O che cosa l'uomo potrà dare in cambio di sè?'
E' immaginabile un'affermazione più piena della dignità assoluta di ogni singolo uomo e uno sguardo più valorizzatore dell'umano di questo?"

"Resta un mistero che nessuno potrà mai decifrare:cosa conta di più, il testo o la musica?
Una risposta in realtà c'è, ed è la grandezza della canzone rock, che ha cestinato la poesia su carta e per un certo periodo ha creato una forma di comunicazione artistica più forte e più ricca della semplice poesia.
La forza della canzone, l'unione di due anime espressive che non possono vivere una senza l'altra.
Una forma di poesia sonica, che tra gli anni '60 e la fine dei '70 ha comunicato il mondo e il desiderio del cuore dell'uomo come nessuna altra forma di comunicazione."

E' la conclusione di un articolo del giornalista Paolo Vites, acuto e attento osservatore della storia del movimento rock, scritto per raccontare la parabola artistica di due coppie di autori che hanno segnato le produzioni discografiche italiane e mondiali: Battisti - Mogol e Elton John - Bernie Taupin.
"Sono le uniche due coppie del mondo della musica dove il musicista e cantante non ha mai scritto un verso, eppure sfidiamo chiunque a credere che Battisti ed Elton John non fossero coinvolti con quello che cantavano, fino alle lacrime".

Ma mentre Mogol aveva a che fare con un tipo sostanzialmente tranquillo e tutto dedito alla musica,
Taupin doveva confrontarsi con un uomo, come possiamo dire?, "discretamente" vulcanico e di cospicua eccentricità, segno di insicurezza caratteriale nei rapporti interpersonali, in gran parte dovuta ad una infanzia e adolescenza vissute con genitori anaffettivi, come ben raccontato nel 'biopic' "Rocket man". 
Tutto questo però non ha evitato ad entrambi, in decenni di carriera di pubblicare veri e propri capolavori pop / rock, dove la fusione, musica e testo, rasenta la perfezione.
Come, appunto accade in "Rocket man", brano del 1972, nel fulminante inizio di carriera del compositore, pianista e interprete Reginal Kenneth Dwight (vero nome di Elton John), in cui si racconta dell'odissea di un astronauta in viaggio verso Marte. 
Qui, l'ispirazione letteraria di Taupin coinvolge chi ascolta, facendolo partecipe dei pensieri e delle riflessioni sulla solitudine, del protagonista. 
Dove è facile riconoscere lo stesso Elton John.

"Lei ha preparato le mie valigie ieri sera, 
prima del volo.
Nove in punto di mattina, orario di partenza.
e starò volando alto come un aquilone a quell'ora.

Mi manca così tanto la Terra
mi manca mia moglie.
Che solitudine c'è fuori nello spazio,
in questo eterno volo.

E penso che passerà ancora molto molto tempo,
prima che l'atterraggio mi faccia nuovamente scoprire,
che non sono l'uomo che mi si crede a casa.

Io sono un uomo razzo che sta qui a fondere da solo.

Marte non è il posto adatto per crescere dei figli,
infatti è maledettamente freddo.
E tutta questa scienza non la capisco.

E penso che passerà ancora molto molto tempo
E penso che passerà ancora molto molto tempo"




          

 

giovedì 17 settembre 2020

Cantico delle creature - Angelo Branduardi

da "Francesco d'Assisi" di Franco Cardini

"Fu sempre durante i circa due mesi di soggiorno in San Damiano per dar qualche sollievo al suo fisico
ammalato che Francesco avrebbe scritto le 'Laudes creaturarum' o 'Laudes Domini de suis Creaturis';
quella composizione in volgare che, con il nome di 'Cantico delle Creature' o 'Cantico di Frate Sole', viene considerata la prima opera poetica della letteratura italiana. (...)
Durante la sua malattia, egli faceva sovente cantare ai suoi confratelli le 'Lodi del Signore': (...) è molto verosimile immaginare il Cantico, come un prodotto di una collaborazione affettuosa tra lui e quanti lo vegliavano e lo servivano nella malattia. (...)
Il Signore del Cantico è il Creatore, l'Onnipotente, il Dio di Abramo.
Certo è però che in questo sentimento della natura, molto c'è di nuovo: il medioevo non amava la natura, nè cullava nei suoi confronti nessun sentimento idilliaco. (...) Gli uomini del medioevo vivevano quotidianamente la loro lotta contro una natura rigogliosa, forte, aspra, che bisognava tenere a bada e sottomettere con un duro lavoro. (...)
(Intanto) le sue sofferenze si erano fatte acutissime (...) uno degli inni più belli e pieni alla vita, alla gioia, al mondo, è nato dalle piaghe e dal dolore.
Qui sta l'esemplarità di Francesco, la sua irraggiungibile incomprensibilità per noi moderni. (...)
Perchè il Francesco-pace, il Francesco-natura, il Francesco-semplicità che tanto ci piacciono e che magari servono sovente da alibi retorici o demagogici, hanno si, una loro realtà, ma solo se inseriti nel loro tempo e commisurati al modello del Cristo.
E, poichè, questo modello viene dai moderni implicizzato o minimizzato o respinto, è evidente che l'esperienza di Francesco, sfugga loro." 

Pubblicato da Mondadori alla fine del 1989, il libro dello storico medievalista e saggista tra i più autorevoli, Franco Cardini, è un testo, direi quasi indispensabile per approfondire, sfrondandola da tutti gli orpelli 'buonisti',  la parabola storica e religiosa di San Francesco d'Assisi.

"Attraverso le canzoni, io non voglio insegnare niente, non ho mai preteso di spiegare niente a nessuno, non saprei quale messaggi di verità comunicare. Perchè il mio interesse è di riuscire a comunicare immagini ed emozioni"
Questo era ciò che Angelo Branduardi, rifletteva sulla sua musica nei primi anni della sua carriera. 
Branduardi, negli anni settanta, in cui spopolavano i cantautori legati all'attualità politica e sociale, e che dipendevano musicalmente dai modelli anglosassoni del rock, si impose all'attenzione del grande pubblico, proponendo brani originali o direttamente ispirati, si al modello anglossassone, ma dell'anno mille, quello medioevale. 
Gran parte del suo repertorio è lo sviluppo di una ricerca appassionata e personale delle radici troubadoriche della musica arcaica, tra la magia e l'esperienza religiosa, quest'ultima via via, negli anni, più definita.

"Vorrei che Dio fosse Qualcuno che, così, semplicemente, senza retorica, mi aprisse le braccia e mi dicesse: 'Tu non sei nè bello, nè buono, hai un sacco di problemi, di dubbi e anche di peccati, ma vieni qui'. Vorrei che Dio mi accettasse con tutte le mie magagne e il mio bagaglio di sofferenze.
Dio è tutto fuorchè lontano da me"
Così confessa nell'intervista raccolta nel libro "Anima mia" da Giampiero Mattei.

E proprio nell'anno 2000, quello del giubileo, i frati francescani di Assisi, offrono al menestrello di Cuggiono, l'occasione per concretizzare la sua visione del trascendente: gli chiedono di mettere in musica i testi storici dell'esperienza di San Francesco: i Fioretti e la stessa Regola.
Una richiesta che lo sorprende:
"Ma mi avete preso per Radio Maria? Sono un laico e un peccatore, non faccio musica devozionale.
Risposero: 'Non ha davvero capito niente. Veniamo da lei proprio perchè non rimanga 'intra nos' ma 'extra nos'. E poi,sa, Dio sceglie sempre i peccatori'".
E' un aneddoto che Branduardi ama raccontare con che posizione umana e artistica nasce l'album "L'infinitamente piccolo".
Un lavoro che coinvolgerà la sua intera famiglia, tra ricerche e studi, a partire dalla moglie Laura, che cura i testi delle canzoni del marito da decenni.
Il disco è uno dei più celebrati della produzione branduardiana; negli anni non ha perso smalto e viene riproposto con gran successo in tutta Europa nella sua versione teatrale.

Tra le note di copertina, Branduardi scrive così: 
"La vita di San Francesco d'Assisi è quella di un uomo che diventa Santo e lui è un vero Santo: esemplare ed eccezionale, totalmente cristiano nella sua scelta di vivere integralmente il Vangelo, tuttavia non smette di essere un uomo.
Francesco è un uomo (e quindi un Santo) che sceglie la gioia di vivere, la raccomanda ai suoi discepoli, ama la povertà "mai disgiunta dalla letizia".
Per questo  sento la sua figura fragile e straordinariamente vigorosa, più che mai viva nel contesto delle passioni e dei problemi contemporanei: la povertà, la malattia, l'emarginazione, l'ecologia, l'atteggiamento di fronte all'altro, la guerra. (...)




Questo è: Francesco era poeta, amava cantare ed era Santo"  

mercoledì 16 settembre 2020

My father's eyes - Eric Clapton

da "Il brillìo degli occhi" di Julian Carron

"In che cosa consiste uno sguardo vero sul reale? Chi mai l'ha vissuto?
Chi lo ha introdotto nella storia e può aiutarci a viverlo? (...)
Quella di Cristo è l'esperienza con cui noi siamo chiamati a paragonarci, a immedesimarci, è a essa che dobbiamo guardare.
Se ora qualcuno ci fermasse per la strada mentre camminiamo ci chiedesse: 'La tua coscienza di che cosa è piena in questo momento?' che cosa risponderemmo?
Non si tratta, sia chiaro, di ripetere certe parole, ma di sorprendere di cosa è effettivamente piena la nostra coscienza mentre viviamo.
Che cosa vuol dire avere coscienza del Padre? Chi è il Padre?
Il Padre è l'origine di tutte le cose, ciò da cui tutte le cose in ultima istanza provengono, procedono, il fiore del campo come la faccia della persona amata.
E che nesso c'è tra la coscienza che Cristo ha del Padre e il rapporto che Egli ha con la realtà?
Che interesse ha per noi questa modalità di vivere la sua vita di uomo in rapporto col Padre? 

'In Cristo è diventata familiare quella modalità di rapportarsi all'essere che corrisponde al cuore, che soddisfa, compie, non lascia delusi. (...)
La ragione, infatti, per il suo stesso originale dinamismo, non può compiersi se non riconoscendo il reale in quanto affonda nel Mistero.
L'umana ragione tocca il suo culmine, dunque è veramente ragione, quando riconosce le cose per quello che sono, e le cose sono in quanto procedono da un Altro' (L. Giussani)

Riconoscere la realtà come proveniente dal Mistero non è un' illusione propria di visionari, un auto-convincimento, ma il culmine di un uso vero della ragione e dell'affezione.
Quanto esso ci è familiare?
Quante volte ci è accaduto di riconoscere il Mistero guardando le solite cose?
Non è questione di doti.
Riconoscere la realtà come segno del Mistero è alla portata di tutti." 

Meriterebbe di leggerlo nella sua integrità questo capitolo del recente pamphlet che don Julian Carron, presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione, ha dato alle stampe per dare a tutti la possibilità di un confronto sulla propria vita quotidiana a partire dalla pedagogia cristiana.

"My father's eyes (Gli occhi di mio padre) è una canzone che ho scritto nel 1991, quando ho avuto ho avuto come un'illuminazione riguardo a mio figlio.
E' una cosa molto personale, ma io non ho mai conosciuto mio padre, e attraverso un legame di sangue, ho capito stando con mio figlio che il momento in cui sono andato più vicino al guardare gli occhi di mio padre è stato quando guardavo gli occhi del mio bambino..
Così ho scritto ho scritto una canzone su questa strana esperienza, l'aver visto un cerchio che si chiude"

Nonostante sia un'icona del rock che ha attraversato più generazioni, Eric Clapton, grande chitarrista, compositore e interprete, ha vissuto una vita complicata tra vizi tipici dello 'star system' e grandi tragedie personali.
"My father's eyes" così come "Tears in Heaven", traggono ispirazione dalla tragica morte del figlioletto Conor (avuto dalla relazione con la starlette italiana Lory Del Santo), caduto dalla finestra di un grattacielo a Manhattan.
Tragedia che colpì Clapton, uomo e papà sensibile, che non ha mai conosciuto il suo, di padre, pilota canadese che abbandonò sua madre, prima ancora che nascesse, tanto da essere cresciuto con i nonni materni, mai rinnegando le tradizioni educative familiari ( anche religiose).:
"Ho capito che devi soffrire, è scritto in natura. Penso, però di aver imparato qualcosa da tutto.
Non so dire cosa, ma sono sereno perchè sono qui a raccontarlo"

Il testo di 'My father's eyes' è un rincorrersi di sentimenti tra la tragedia di un figlio che non hai più vicino e la coscienza che la realtà riconosce il Mistero cercando gli occhi di un Padre. 

"Navigando dietro il sole
Aspetto che il mio Principe venga.
Pregando per una pioggia guaritrice
per ripristinare la mia anima di nuovo.

Come sono finito qui?
Cosa ho fatto?
Quando potranno tutte le mie speranze risorgere?
Come lo riconoscerò quando guardo negli occhi di mio padre?

Poi la luce inizia a risplendere
e sento quelle vecchie ninne nanne
e come ho visto questa piantina crescere
sento che il mio cuore inizia a straripare

Dove trovo le parole per dirlo?
Come gli insegnerò?
A cosa giocheremo?
Passo dopo passo ho realizzato
che quando ho bisogno di lui
è quando ho bisogno degli occhi di mio padre.

Poi il confine frastagliato apparve
a distanza, nuvole di lacrime.
Ora sono come un ponte che è stato distrutto,
le mie fondamenta erano fatte di argilla.

Come la mia anima scivola giù morendo,
come ho potuto perderlo?
Passo dopo passo,
ho realizzato che lui era lì con me
ed ho guardato dentro gli occhi di mio padre ." 



  

 

martedì 15 settembre 2020

Angiolina - Fabio Concato

"Nel corridoio, una donna delle pulizie sudamericana mi indica una stanza: 'Credo che stia morendo'.
Controllo la camera: è una di quelle che visito abitualmente.
Elena. Entro. La chiamo per nome.
Lei apre gli occhi.
Prego e lei mi segue.
Infine le dico di prendere la mano di Gesù con la sinistra.
Alza la mano sinistra e la chiude. (...)
Anche Cesare è sedato. Respira rantolando, ogni respiro sembra essere l'ultimo.
Si aggrappa alla vita, che ne sarà di lui?
Guardo la strada e lo immagino dove sono ora le persone 'normali'.
Lo immagino anni fa nella sua vita quotidiana.
E ora muore così... E senza parenti che gli diano dignità e altezza in questo momento.
La vita esige un senso, e non solo ora, ma anche prima!
E' il significato che può dare valore e dignità a questo morire da solo."

Cronache e riflessioni da un ospedale nel tempo del Covid.
Ignacio Carbajosa è un sacerdote spagnolo, sacerdote diocesano di Madrid, professore di Antico Testamento all'Università Ecclesiastica di San Damaso, a cui è stato chiesto tra Aprile e Maggio 2020, di prestare servizio come cappellano all'Ospedale San Francisco de Asis, nel pieno della pandemia di coronavirus.
La sua esperienza la racconta in un intenso diario "Testimone privilegiato" edito da Itacalibri.

"Un'ora dopo sono in una stanza della 'zona sporca'.
Da solo. Elena è appena morta.
E' quella a cui la donna delle pulizie mi ha indirizzato un paio di giorni fa.
La stessa che stringeva i pugni per tenere la mano della Vergine e di Gesù.
Sono solo davanti a lei.
Conserva ancora un pò del suo colore.
La bocca aperta. 'Rigor mortis'
La guardo per qualche minuto. Il mistero della vita. Elena!
Chi sarà mai stata? Quale valore eterno ha ogni suo gesto di carità, di sacrificio, di amore, di dolore!
Che dignità! Tutto tenuto insieme in un corpo unico, in un volto che la distingueva da tutte le altre persone.
Il suo corpo non la sostiene più. Comincia a dissolversi. Non lo abita più.
Elena? Dove sei, Elena?"

"Ho scritto una canzone, intitolata 'Angiolina", che forse esprime ciò che sento.
L'ho composta in un periodo in cui, assistendo i miei genitori, ho frequentato spesso gli ospedali.
Ho conosciuto una ragazza che stava per morire.
La canzone racconta le emozioni che ho provato in quei cinque minuti in cui le ho fatto compagnia, stringendole la mano.
Ero imbarazzato e non sapevo che cosa dirle.
Ho pensato tra me: 'Non sono mica il Papa!'
Ecco credo che la vita sia esattamente questo sentimento che va sussurrato.
Mi fanno paura le persone che gridano, in ogni campo"

Così, si racconta il cantautore Fabio Concato a Giampiero Mattei nel fondamentale libro ( 1998) 'Anima mia'. Un appello: e se l'autore si impegnasse per un aggiornamento?

Artista e uomo sensibilissimo, autore e interprete di una galleria musicale di figure e quadretti di vita quotidiana colmi di umanità, Concato, nel 1996, realizza un brano di tale forza emotiva, da rimanere impresso nella memoria di chi ascolta, tanto da procurargli ogni volta un principio di "magone".

Scrive il dott. Amedeo Capetti, specialista in malattie Infettive dell'Ospedale Sacco di Milano, nella prefazione al libro di Carbajosa:
"Come mi ha insegnato mia moglie riguardo a Bernadette di Lourdes: 'La Signora mi ha incaricato di informarla, non di convincerla"
Nella mia esperienza di rapporto con malati provenienti da culture estranee al cristianesimo - cinesi, arabe, africane - questa speranza genera stupore e curiosità ed è il punto di partenza per un'amicizia vera,ma laddove ci si capisce più profondamente ci si rende conto che abbiamo veramente un tesoro di tradizione da non sprecare.
Così l'augurio che rivolgo ad ognuno, colpito nell'animo dalla bellezza di ciò che gli è stato offerto è di rischiarlo nel proprio quotidiano per riscoprirne la verità e per lasciarsi non solo colpire emotivamente ma proprio cambiare fin nella coscienza di sè e nello sguardo sul mondo."












     

lunedì 14 settembre 2020

Blowin' in the wind - Bob Dylan

"In quei giorni, Elia camminò per quaranta giorni e quaranta notti fino al monte di Dio, l'Oreb.
Là entrò in una caverna per passarvi la notte, quand'ecco gli fu rivolta la parola del Signore in questi termini: 'Cosa fai qui, Elia?'
Egli rispose: 'Sono pieno di zelo per il Signore, Dio degli eserciti, poichè gli israeliti hanno abbandonato la tua alleanza (...) Sono rimasto solo ed essi cercano di togliermi la vita'
Gli disse: 'Esci e fèrmati sul monte alla presenza del Signore'.
Ed ecco che il Signore passò.
Ci fu una bufera impetuosa e gagliarda da spaccare i monti e spezzare le rocce davanti al Signore, ma il Signore non era nella bufera.
Dopo la bufera, un terremoto, ma il Signore non era nel terremoto.
Dopo il terremoto, un fuoco, ma il Signore non era nel fuoco.
Dopo il fuoco, il sussurro di una brezza leggera.
Come l'udì, Elia si coprì il volto con il mantello, uscì e si fermò all'ingresso della caverna.
Ed ecco, venne a lui una voce che gli diceva: 'Che cosa fai qui, Elia? (...)
Su ritorna sui tuoi passi verso il deserto di Damasco (...) Io riserverò per me in Israele settemila persone, tutti i ginocchi che non si sono piegati ai Baal".
(dal Primo Libro dei Re)

27 Settembre 1997:
A Bologna, durante la celebrazione del Congresso Eucaristico, viene organizzato un concerto alla presenza di San Giovanni Paolo II a cui vengono invitati anche famosi big, esponenti del rock pop nazionale e internazionale.
Insieme ad Adriano Celentano e a Gianni Morandi, ecco arrivare sul palco con andamento timido, un cowboy, che, con chitarra e armonica intona un brano, anzi, più precisamente "il" brano più rappresentativo del movimento giovanile, fenomeno epocale, nato in America negli anni '60, "Blowin' in the wind" ed è proprio il suo autore e interprete a cantarlo davanti al Papa: Bob Dylan.

Dopo l'esecuzione e il saluto emozionato e rispettoso del folk singer, il Santo Padre prende la parola:
"Poco fa un vostro rappresentante ha detto, a vostro nome, che la risposta alla vostra vita 'sta soffiando nel vento'.
E' vero!
Però non nel vento che tutto disperde, nei vortici del nulla, ma nel vento che è soffio e voce dello Spirito, voce che chiama e dice .'vieni!'.
Mi avete chiesto: quante strade deve percorrere un uomo per potersi riconoscere uomo?
Vi rispondo: Una! Una sola è la strada dell'uomo, e questa è Cristo, che ha detto 'Io sono la via!'"

Ricordando queste parole Claudio Chieffo un giorno mi disse:
"Uno veramente grande, forse il più grande di tutti è Bob Dylan, quando parla della risposta nel vento, ebbene , la risposta gliel'ha data il Papa, quella è stata la cosa più bella del Congresso Eucaristico, per me che non ho potuto partecipare; vedere un uomo con una reale domanda, e un grande uomo come il Papa dare una grande risposta. Poi Dio farà il resto ..."

Molte sono le digressioni dei recensori di Dylan, su quale è stata la sua ispirazione nel comporre questo "inno" generazionale, per esempio aver attinto la struttura musicale da un antico spiritual (No more auction block), e per altri approfondimenti vi rimando alle opere documentali di due grandi esperti, autorevoli biografi del menestrello di Duluth, Renato Giovannoli e Paolo Vites.
Ma Dylan ha avuto sempre coscienza, attraverso la sua produzione musicale, di essere se non il portavoce, il testimone più eloquente delle problematicità, le domande, il vissuto della generazione che ha visto il sorgere il Nuovo Ordine uscito dalla Seconda Guerra Mondiale con tutte le sue contraddizioni e i dubbi verso la società e la religione dei propri padri.

E' Dylan stesso che lo afferma in un'intervista al New York Time nel 2010:
"Ciò che rende le mie canzoni differenti è che hanno un fondamento.
Ecco perchè sono ancora in giro, ecco perchè le mie canzoni vengono ancora suonate.
Non è perchè sono delle grandi canzoni, non rientrano nella categoria delle canzoni commerciali.
Non sono state scritte per essere eseguite da altre persone, ma dato che poggiano su solide fondamenta, è questo ciò che sentono le persone.
Quelle vecchie canzoni costituiscono il mio lessico e sono il mio libro di preghiere.
Tutto il mio credo viene fuori da quelle vecchie canzoni.
Ritrovi tutta la mia filosofia in quelle vecchie canzoni.
Credo nel Dio del tempo e dello spazio, ma se la gente me ne chiede conto, l'impulso è di rimandarli a quelle vecchie canzoni.
Credo a Hank Williams (uno dei più grandi country singer, l'iniziatore del rock'n roll  n.d.r) che canta 'I Saw the light'. 
Anch'io ho visto la luce"

" Quante strade deve percorre un uomo
prima di essere chiamato uomo?
E quanti mari deve superare una colomba bianca
prima che si addormenti sulla spiaggia?
E per quanto tempo dovranno sparare i cannoni,
prima che vengano banditi per sempre?
La risposta, amico mio, se ne va nel vento.

Per quanto tempo un uomo deve guardare in alto
prima che riesca a vedere il cielo?
E quante orecchie deve avere un uomo
prima che ascolti la gente piangere?
E quanti morti ci dovranno essere affinchè lui sappia che troppa gente è morta?
La risposta, amico mio, se ne va nel vento

Per quanti anni una montagna può esistere
prima che venga spazzata via dal mare?
e per quanti anni alcuni possono vivere
prima che sia concesso loro di essere liberi?
E per quanto tempo può un uomo girare la sua testa
fingendo di non vedere?
La risposta, amico mio, se ne va nel vento"

Live in TV, Marzo 1963








  

     

domenica 13 settembre 2020

Non insegnate ai bambini - Giorgio Gaber

da "Educazione. Comunicazione di sè" di Julian Carron

"L'educazione è dare il senso della vita, non è una parola, è un'esperienza.
Il problema dell'educazione riguarda innanzi tutto noi adulti, perchè da noi dipende la possibilità che i giovani, i nostri giovani, possano incontrare una strada per il loro cammino.
E' una strada umana, non è un insieme di discorsi e di parole, di istruzioni per l'uso, ma una vita che si comunica con ragioni adeguate ...
Educa non chi fa propaganda, ma chi si impegna a suscitare qualcosa che è ne ragazzi e ne metta in moto la libertà. (...)

Sono alcune frasi estrapolate da un piccolo, ma denso libro che raccoglie interventi pubblici con a tema l'educazione pronunciate da don Julian Carron, presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione.
Questa antologia vuole essere un contributo all'evento voluto da papa Francesco "Ricostruire il patto educativo globale".
Ascoltiamo ancora il sacerdote spagnolo:
"Davanti a questa sfida si infrangono lo scetticismo degli adulti e le ferite dei giovani. (...)
E allora? Dobbiamo gettare la spugna e dichiarare persa la sfida?
'Un imprevisto è la sola speranza' diceva Eugenio Montale. (...)
Se da una parte, questo renderà più difficile rispondere alla sfida educativa, dall'altra - paradossalmente - potrà rivelarsi un' opportunità strepitosa per noi cristiani, potremo testimoniare la sovrabbondanza del rapporto con Cristo, che sperimentiamo, da cui scaturiscono una libertà e una gratuità nel rapporto con l'altro".

3 Gennaio 2003: In una fredda mattina d'inverno milanese si celebrano i funerali di Giorgio Gaber.
Se ne va un artista testimone delle contraddizioni sociali della seconda metà del novecento.
Contraddizioni che attraverso canzoni e monologhi teatrali scritti insieme a Sandro Luporini, venivano denunciate con ironia, autoironia e con una grande capacità di andare al fondo delle questioni, mettendosi sempre in discussione.
La realizzazione del "Teatro canzone", esperienza creativa trentennale, fu spesso oggetto di grandi dibattiti tra il pubblico giovane e non più giovane.

All'alba del nuovo millennio, già segnato dalla malattia, Gaber pubblica due album in studio: il secondo, "Io non mi sento italiano", esce postumo: sarà il suo testamento artistico.
Uno degli inediti si intitola: "Non insegnate ai bambini"

"Abbiamo buttato via un sistema educativo che era da buttare, ci mancherebbe, ma ne abbiamo perso anche le caratteristiche positive.
Al posto dell'autoritarismo cattolico abbiamo sostituito il nulla, non siamo stati capaci di trasformare l'autoritarismo in autorevolezza: siamo diventati genitori piuttosto inconsistenti.
Questa inconsistenza porta i giovani ad una mancanza di riferimenti precisi."

Sono parole di Gaber, nell'anno 2000.
E ancora:
"Mi sono chiesto:'dove comincia questo degrado?'(...)
Ho notato che, per l'educazione che abbiamo giustamente rifiutato, i bambini dei cattolici sono migliori, e questo mi preoccupa!
Sono più interessati, perchè per un cattolico è più facile educare: 'Ti dico questo ma non per me. Ci sono ragioni generali, totali, oggettive'
L'educatore cattolico è aiutato, mentre all'educatore laico tocca un 'te lo dico io. Devi credere a me'
e addio autorevolezza."

Ecco il Gaber, fondamentalmente anarchico libero dalle ideologie che si interroga su ciò che muove l'educazione del popolo.
Non meno anarchico e non meno curioso Sandro Luporini, simbiotico autore dei testi del 'Teatro canzone'.
Nel fondamentale libro "Vi racconto Gaber", nel 2013, così racconta perchè "Non insegnate ai bambini" è stata scritta:
"Sembrerà strano ma l'unica cosa che riesco a dire di questi versi è forse la più ovvia e cioè che tentano di descrivere l'inadeguatezza dell'uomo di oggi ad insegnare alcunchè.
Sarebbe meglio che prima imparasse qualcosa.
Un bambino non impara certo dal bombardamento di parole con cui gli riempiamo la vita nel tentativo di dargli un'educazione, ma di ciò che più intimamente sono le persone che gli stanno accanto e da ogni loro più piccolo gesto.
Quello che non possono fare mille parole, forse lo può fare più semplicemente un affetto profondo.
La crescita e la formazione di un individuo, però, non dipendono soltanto dall'educazione o dall'affetto, ma passano anche da tutti quei contrasti che ognuno di noi, deve superare affrontando giorno dopo giorno la parte più intima e nascosta di sè"

Allora possiamo finire con Carron:
"Cosa genera quell'equilibrio?
La Sua presenza nella nostra vita. (...) altrimenti il punto di partenza sarebbe un vuoto, invece che una sovrabbondanza e una certezza (...)
Il cristianesimo è qualcosa che accade ora: se non è ora non esiste, (...) se non è questo si riduce ad una teoria come le altre.
Ciò che fa la vera differenza è un'esperienza presente, che posso offrire come punto di partenza, come ipotesi di lavoro incarnata."









 
 

 

giovedì 10 settembre 2020

The long and winding road - The Beatles

da "Il brillìo degli occhi" di Julian Carron

"Una volta accaduto l'incontro, dopo aver fatto l'esperienza di essere stati calamitati, 'bloccati' da una presenza di umanità diversa, in cui abbiamo riconosciuto - ciascuno secondo i propri tempi e la propria storia - la presenza di Cristo, qui ed ora, avendo cominciato a vedere i frutti nella nostra vita, ci può sembrare di essere arrivati, e quindi di poter smettere di camminare.
Dobbiamo arrenderci al fatto che le cose non stanno così.
L'incontro, che continuamente si rinnova e riaccade, è il continuo aprirsi di una strada, che non può cessare di essere percorsa. (...)
Non appena ci fermiamo credendo di possedere quello che ci è stato dato, la pesantezza e l'aridità invadono le nostre giornate.
Invece che una fioritura, ci troviamo tra le mani erba secca. Vediamo di nuovo il nulla infiltrarsi nel tessuto del nostro tempo. E rimaniamo sorpresi, delusi.
Come mai un tale inaridimento? (...)
Nessuna interruzione, del cammino, dunque.
Ma questa evidenza, che la conversione è una strada che dura tutta la vita e la fede è sempre uno sviluppo, può indurci a cedere, quasi senza accorgercene, a una tentazione: quella di cambiare metodo, cioè - di fronte alla vita, alle sue urgenze, alle sua sfide personali e sociali - di sostituire con altro l'incontro.
Vale a dire, la tentazione è dare per scontato l'avvenimento, dare per scontata la fede, e puntare su altro: cerchiamo il compimento della nostra vita altrove e non nell'avvenimento che ci ha attratto. (...)
Questa è una tentazione oggi come all'inizio, e lo sarà per tutta la storia e il cedervi è ciò in cui, in fondo, consiste il 'peccato'. "

Come al solito l'invito è andare a leggere l'integrale delle meditazioni di Julian Carron, presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione, pubblicate nell'estate 2020, segnata dal Covid. 

"Mi sono appena seduto al mio piano in Scozia, ho iniziato a suonare e ho pensato a quella canzone, immaginando che sarebbe stato fatto da qualcuno come Ray Charles.
Ho sempre trovato ispirazione nella calma bellezza della Scozia e ancora ha dimostrato di essere il luogo in cui ho trovato ispirazione.
E' piuttosto una canzone triste: mi piace scrivere canzoni tristi, è una buona borsa per contenere, perchè puoi effettivamente riconoscere alcuni tuoi sentimenti più profondi ed in esse inserirli.
E' un buon veicolo, evita di dover andare da uno psichiatra"

Così Paul Mc Cartney racconta la genesi di "The Long and winding road", che fu l'ultimo singolo pubblicato sotto 'l'etichetta' Beatles, dopo ci fu solo la notizia della fine dello storico sodalizio dei quattro di Liverpool.

Intorno a questa canzone, accadono tante di quelle cose, fra liti, arrangiamenti appiccicati e mai digeriti,
specie da Paul, incomprensioni tra gli stessi musicisti, leggende metropolitane, che ci vorrebbe un'intera enciclopedia a più tomi, per raccontare come poi effettivamente si arrivò alla pubblicazione.
Vi basti sapere che ormai da mesi i rapporti artistici e umani tra Paul, John, George e Ringo erano ridotti ad un lumicino, giusto per usare un eufemismo.

"Long and winding road" è il simbolo, è il documento sonoro, la testimonianza, di un'amicizia che va in frantumi e la malinconia che suscita questa situazione, ma nello stesso tempo la coscienza che bisogna ancora camminare sulla strada della vita, non lasciarsi sopraffare dai fallimenti.

Come scrive Maurizio "Riro" Maniscalco (quante notti passate con lui, conversando di musica, ai microfoni di "Radio SuperMilano"!), nel volume edito da Itaca Libri "Help, il grido del rock":
"Quella raccontata da McCartney non è una strada romantica su cui fuggire, e nemmeno una strada metafisica.
E' la strada che si percorre per giungere alla porta di casa.
Ed è 'la casa': quella con dentro una presenza, il mio luogo autentico, quel posto dove ho il mio posto. dove 'nulla è contro di me'. La casa da condividere con un amico, con un amore.
E' la strada su cui Paul chiede di non essere lasciato solo: 'Conducimi alla tua porta' , sussurra accompagnato dal pianoforte.
Ho sempre pensato che fosse una domanda infinita quella che si esprime dentro al 'non lasciarmi ad attendere, conducimi dentro alla tua porta'.
E come le orchestrazioni di questa canzone ( così semplice nella sua realtà pianistica e invece così cinematografica nell'aggiunta di viole, violini e cori) snaturano la sua essenzialità, allo stesso modo anche in noi stessi le aggiunte a quella richiesta la rendono complicata, intricata, non essenziale.
L'importante è quella richiesta semplice e quella strada che 'conduce sempre lì' "

E' per questo che la versione che sentirete è quella editata da Paul McCartney nel 2003, quando finalmente rese pubbliche le incisioni  dell'album "Let it be" senza le sovraincisioni orchestrali, così detestate, volute al tempo dell'uscita del disco, quasi con l'inganno, dall'arrangiatore Phil Spector.

"La strada lunga e tortuosa
che conduce alla tua porta
non sparirà mai.
L'ho già vista prima
mi porta sempre lì,
mi conduce alla tua porta.

Molte volte mi sono sentito solo
in questa notte ventosa e tempestosa
e molte volte ho pianto.
Perchè mi hai lasciato qui?
Fammi conoscere la strada

Ma ancora mi conducono indietro
alla strada lunga e ventosa,
tu mi hai lasciato qui
tanto tempo fa.
Non lasciarmi qui ad attendere
conducimi alla tua porta"




 

martedì 8 settembre 2020

L'ombra della luce - Franco Battiato

da "Il filo infinito" di Paolo Rumiz

" Ore 7,30, il canto delle 'Laudes' in chiesa.
Anche qui, una nuova, inattesa evidenza. L'abside non è che la conchiglia delle orchestre, il luogo della risonanza che si sposa con la luce del primo mattino attraverso le vetrate.
Canto e luce, ecco il cuore di una liturgia, che, assieme al pane e al vino, deve aver stupefatto i barbari, cristianizzandoli.
Stamattina a Praglia, il latino viaggia sulle ali dell'unisono maschile e saluta il trionfo del giorno.
Mi chiedo se la crisi delle vocazioni non sia iniziata con la liquidazione del gregoriano e l'arroganza di architetti incapaci di dare acustica alle chiese.
Le chitarre e i preti stonati hanno fatto il resto, decretando l'eclissi del sacro"

E' dal monastero benedettino di Praglia, nel padovano, che il triestino Paolo Rumiz, scrittore e viaggiatore, viene come rapito dal canto dei monaci, e lo racconta nel suo libro, cronaca di un viaggio tra i monasteri europei del 'circuito' di S. Benedetto.
Un viaggio che l'ha segnato nel profondo, tanto, che dopo essere stato ospite al Meeting di Rimini nel 2019 ha affermato:
"Io sono un laico di ferro: mezzo garibaldino e mezzo asburgico, ma in questo viaggio, in qualche modo, ho subìto una metamorfosi.
Me ne rendo conto perchè dove vado a parlarne trovo folle silenziose con gli occhi sgranati.
Mi accorgo di parlare di radici cristiane dell'Europa con una forza e un entusiasmo contagiosi, che non avrei mai immaginato.
E' un cambiamento che meraviglia anche me stesso, ne sono impressionato"

Franco Battiato, invece è un siciliano d.o.c. anche se la sua carriera l'ha iniziata, a metà degli anni '60, tra le nebbie lombarde. Viene segnalato da Giorgio Gaber e ne diventa collaboratore musicale.
Per almeno 15 anni pubblica lavori rivoluzionari  di musica contemporanea sperimentale, dove unisce sprazzi di classicità e avanguardie elettroniche, fidelizzando una nicchia di attenti ascoltatori.
La svolta 'pop' a ridosso degli inizi degli anni '80, dopo l'incontro con il violinista, compositore e direttore d'orchestra Giusto Pio: Battiato entra nel mainstream radiofonico con "La voce del Padrone",
successo discografico da un milione di copie.
Le canzoni, pur non abbondando un certo divertimento intellettuale, ridondano di ritornelli orecchiabilissimi che ti si appiccicano al primo ascolto.

Ma il personaggio è inquieto e non si accontenta della facile popolarità e sempre di più si stacca dall'easy listening e si addentra nei territori di composizioni musicali sempre più enigmatiche, anche a seguito della collaborazione con il filosofo nichilista Manlio Sgalambro.
Soprattutto a ridosso del periodo più popolare, Battiato, recupera una vena 'spirituale' a seguito di una visione esistenziale della vita che lo porta a sperimentare teorie sincretiste, studiando il primo cristianesimo orientale (anche quello eretico) e l'islam 'dolce' legato al sufismo.
Il risultato artistico è di prim'ordine.

"Non sono cattolico, ma ho amicizie molto forti nella Chiesa cattolica e soprattutto in alcuni monasteri di clausura.
A Roma, dopo un concerto all'Auditorium di Santa Cecilia, mi sono giunte alcune lettere di suore carmelitane che mi confidavano di pregare ascoltando 'L'ombra della luce'.
Non sono cattolico, ma non sono neppure buddhista o induista.
Ho una mia spiritualità, una mia ricerca dell'ascesi.
Sono un uomo religioso: non ho una 'parrocchia', sono religioso e basta.
Rispetto tutte le religioni, ma se qualcuna è violenta, capisco allora che c'è qualcosa che non va.
Ad esempio, preferisco l'Islam dei mistici sufi all'integralismo"

Queste affermazioni sono fatte a Giampaolo Mattei, nel 1998, nel libro "Anima mia":
e ancora, proprio sul rapporto liturgia e cristianesimo, citato da Rumiz:
"Sicuramente la liturgia che ho visto in certi monasteri è toccante. Niente preti che fanno salotto in chiesa: c'è purtroppo un pezzo di cattolicesimo che per me ha perso la sacralità del rito.
Ho anche vissuto da ospite in convento resistendo non più di poche settimane.
Entrare in clausura anche per poco è una straordinaria esperienza mistica.
La vita è molto dura; se ci vai e assisti alle liturgie, come ho fatto io, bisogna svegliarsi alle tre del mattino.
Non è facile ma se ci riesci è stupendo"

E', probabilmente, da questa esperienza che Battiato, nel 1991, pubblica "L'ombra della luce".
Nel video che propongo l'esibizione è tratta da un concerto del 2016.
Qui troviamo un Battiato molto invecchiato (è nato nel 1945). 
Proprio negli ultimi anni ha annullato ogni sua apparizione e vive in compagnia dei più stretti famigliari nel suo 'buen ritiro' catanese.
La voce è ormai un sussurro e questo non fa che aumentare il pathos del brano, già carico di tensione ascetica.





      

lunedì 7 settembre 2020

Itaca - Lucio Dalla

"Ulisse è una delle figure più celebri di tutta la cultura antica, e anche delle più controverse.
Da un lato, infatti, era celebrato come re prudente e seggio e come uomo curioso (...)
Dall'altro era giudicato in modo negativo, come astuto ingannatore, inventore di trucchi sleali ( il cavallo di Troia n.d.r) (...).
La scelta di mettere Ulisse all' Inferno, e in uno dei gironi più vicini a Lucifero, non era dunque scontata. (...) I medioevali però non avevano a disposizione l'Odissea, e conoscevano le vicende dell'eroe greco solo da citazioni parziali attraverso altre fonti."

E' un brano estrapolato dal commento al Canto XXVI dell'Inferno dalla Divina Commedia dantesca, curato da uno dei più appassionati recensori del monumento letterario della lingua italiana, il prof. Franco Nembrini, nel primo poderoso volume edito da Mondadori.
E così continua il grande educatore bergamasco: 

"Il figlio, il padre, la moglie: sono i primi affetti dall'uomo, quella prima più prossima rete di rapporti che costituisce la forma della vocazione di ciascuno.
Ne è spia inequivocabile il termine con cui si riferisce al padre: 'pieta', pietà.
Gli antichi identificavano il culmine della moralità di un uomo con quell'atteggiamento che definivano 'pietas' (...)
Il venir meno della pietas per assecondare la sete di conoscenza definisce l'aspetto chiave di Ulisse per Dante: l'insofferenza per tutto ciò che percepisce come un limite. (...)
Dov'e dunque l'errore (di Ulisse)? Certamente non del desiderare! (...)
Ma è nel modo in cui ci poniamo di fronte a quel desiderio, e di fronte alla realtà che lo suscita, che si gioca tutto. (...)
Quel viaggio è 'folle': con questo aggettivo Dante indica sempre 'fuori misura', nemico di ogni limite, di chi conta solo sulle sue forze. (...)
L'umiltà, è la virtù che permette l'incontro con l'infinito.
L'infinito, il Mistero che sta all'origine della realtà, non lo devi cercare aldilà del mare. (...)
Non funziona così.
Al contrario, Dio ti viene incontro attraverso le circostanze in cui ti chiama a vivere.
Così, quella moglie, quel figlio e quel padre sono esattamente il luogo in cui quel Mistero infinito per cui ci si sente fatti, può essere trovato.
Questo è quel che fa la misericordia di Dio: ti viene a prendere lì dove sei, nella 'selva oscura' in cui sei: e a partire da lì devi fare tutto il percorso"

Di queste riflessioni sono impastati anche i pensieri del marinaio della ciurma che segue Ulisse nelle sue peripezie raccontate da Omero, nella canzone 'Itaca' che Lucio Dalla all'inizio degli anni '70 interpretò e compose in squadra con i fidati (a quell'epoca) Baldazzi e Bardotti.

"Capitano che hai negli occhi il tuo nobile destino, pensi mai al marinaio a cui manca pane e vino?
E se muori è un re che muore, la tua casa avrà un erede, quando io non torno a casa
entran dentro fame e sete"

Alcune testimonianze dell'epoca raccontano che per Dalla le rimostranze del marinaio protagonista erano l'emblema della contestazione del mondo operaio e proletario nei confronti del padronato borghese, l'evidenza della lotta di classe, quindi un testo prettamente politico.
Ma Dalla è sempre partito dalla sua educazione cristiana:
"Nelle mie canzoni ci sono molti valori cristiani.
Metterei l'accento sulla parte umanistica della vita, mi pare un aspetto decisivo per affrontare questo benedetto terzo millennio che ormai è arrivato. (...)
Ho paura che l'uomo dimentichi la sua parte umanistica.
Con i progressi tecnologici e scientifici deve incrementare allo stesso tempo lo Spirito.
E' quello che io cerco di fare invitando attraverso le canzoni ad aumentare la propria coscienza nella conoscenza, nella meditazione e nel dare importanza alla dimensione spirituale."
Così Dalla si 'confessava' a Giampaolo Mattei, magnifico curatore del libro 'Anima mia', edito nel 1998.

E' proprio questo impeto tra impegno sociale e tensione ideale, che alla fine del brano fa dire al protagonista:
"Capitano che risolvi con l'astuzia ogni avventura
ti ricordi di un soldato che ogni volta ha più paura?
Ma anche la paura in fondo, mi dà sempre un gusto strano,
se ci fosse ancora mondo,
sono pronto,
dove andiamo?"

Ma non finisce qui: come rifletteva il prof. Nembrini, Dio si fa incontro all'uomo nelle circostanze, negli affetti più cari; e così, come turbato da un finale troppo appiattito e rassegnato all'arroganza del "leader", nei concerti, Dalla volle aggiungere una frase finale alla versione "ufficiale" del disco:
"Ma se non mi porti a casa / capitano, io ti sbrano"
"Itaca, la mia casa ce l'ho solo là, ed a casa io voglio tornare dal mare" 








  
 

La sua figura - Giuni Russo & Franco Battiato

da "C'è speranza? Il fascino della scoperta" di Juliàn Carròn "Abbiamo trovato il Messia. E' la notizia che attravers...