lunedì 31 agosto 2020

Sognando - Mina

 da "Tutto chiede salvezza" di Daniele Mencarelli


"Una selva di occhi, sono quelli dei miei compagni di stanza.
I sei letti sono sistemati su due file, i tre che ho davanti sono tutti pieni, il ragazzo che ho di fronte avrà la mia età, mentre Pino mi parlava di tanto in tanto lo guardavo, ora ne ho quasi la certezza:
da quando ho preso a spiarlo non ha mai smesso di fissare un punto indefinito, sopra la mia testa. (...)
Alla sua sinistra, accanto alla grande finestra della stanza, c'è un uomo attorno ai sessanta: dal primo istante che l'ho visto ho notato la somiglianza incredibile, è identico al chitarrista dei Queen (...)
Il letto di destra, invece, è occupato dall'uomo con urlo di ragazza, ora se ne sta di fronte a uno specchietto da borsa, si passa il lucidalabbra e intanto fa smorfiette, si sorride, sembra improvvisare un dialogo, un corteggiamento.

Io sono al centro dell'altra fila di letti, alla mia sinistra c'è il pazzo che ha tentato di darmi fuoco, sembra essersi calmato, pare addirittura dormire. (...)
Sono i cinque pazzi con cui ho condiviso la stanza e questa settimana della mia vita,
Con loro no ho avuto la possibilità di mentire, di recitare la parte del perfetto, mi hanno accolto per quello che sono, per la mia natura così simile alla loro. (...)
Quei cinque pazzi sono la cosa più simile all'amicizia che abbia mai incontrato, di più, sono fratelli offerti dalla vita, trovati sulla stessa barca, in mezzo alla medesima tempesta, tra pazzia e qualche altra cosa che un giorno saprò nominare. (...)

Una parola per dire quello che voglio veramente questa cosa che mi porto dalla nascita, prima della nascita che mi segua come un' ombra, stesa sempre al mio fianco.
Salvezza.
Questa parola non la dico a nessuno oltre a me. Ma la parola eccola, e con lei il suo significato più grande della morte.

Salvezza per me. Per mia madre. per tutti i figli e per tutte le madri. E i padri.
E tutti i fratelli, di tutti i tempi passati e futuri.
La mia malattia si chiama salvezza, ma come? A chi dirlo?

O forse questa cosa che chiamo salvezza, non è altro che uno dei tanti nomi della malattia,
forse non esiste e il mio desiderio è solo un sintomo da curare.
A terrorizzarmi non è l'idea di essere malato, a quello che mi sto abituando, ma il dubbio che sia
nient'altro che una coincidenza del cosmo,
l'essere umano come rigurgito di vita, per sbaglio."

Vincitore del Premio Strega Giovani 2020, il romanzo autobiografico di Daniele Mencarelli, il secondo dopo il 'botto' de 'La casa degli sguardi', racconta di Daniele, un ventenne, che a seguito di un'esplosione di rabbia, (anno 1994), e viene sottoposto a un TSO, trattamento sanitario obbligatorio, e qui incontra e scopre un forte sentimento di condivisione con gruppo di disturbati mentali  anche loro ricoverati.
Come un novello Dante, attraversa gironi infernali, che alla fine sarà testimone di una possibilità di redenzione.

"Che senso ha vivere, se nessuno si ricorda di te e sa che tu stai calpestando questa terra, preso dai tuoi dolori, consumato da tristezze che non trovano più nemmeno lo spazio di tradursi in lacrime?
Un bambino gioca con piacere perchè sa che qualcuno lo guarda e gli vuole bene. 
Può fare i capricci, litigare, piangere,perchè sa che la mamma lo abbraccerà e gli asciugherà le lacrime.
Ma quando si cresce c'è ancora qualcuno che ci fa rialzare quando cadiamo, che conosce la nostra miseria e pochezza e ci vuole bene così come siamo?
O c'è qualcuno che si preoccupa della nostra malattia? (...)

Don Backy, vive la celebrità canora , negli anni '60, nel Clan di Celentano.
Traduce per Adriano, 'Stand by me', ('Pregherò').
E poi è autore di Canzone, Casa bianca, L'immensità.
Se ne andrà, sbattendo la porta, in polemica con il Capo.
In solitario nel 1971 pubblica "Sognando":

"Sognando fu il primo brano in Italia sulla malattia mentale: ma nulla fu notato, solo chi si schiera ha aiuti. Fu quel brano a farmi inserire tra i reietti.
Ed è una storia vera:uno choc provato da bimbo a Pecorari vicino a Salerno quando fuggivo dall'asilo passando di fianco al manicomio.
Quei volti rasati, quelle mani che si allungavano ....
Flash riportatimi alla mente dopo un concerto a Roma nel '71, quando vidi un ragazzo autistico e ancora quella malattia era senza nome.
Lì scrissi il brano, che Detto Mariano mi fece incidere a patto di non entrarci per nulla: tutti avevano detto, 'no per carità, parlare dei matti!'.
Mina lo ascoltò per caso e invece lo incise."

E' un brano di un'intervista di Don Backy concessa, nel 2017, ad Andrea Pedrinelli per il quotidiano "Avvenire".

Mina canta "Sognando" nel 1976, nell'album "Singolare", l'ultimo in studio.
Poi diventerà La Grande Assente della canzone italiana, in contemporanea con Lucio Battisti.
Grande interpretazione, grande pathos drammatico.
Il brano sarà una punta di diamante nei suoi concerti di quegli anni.
Un testo dove la luce della redenzione ancora non c'è.

"Tutto mi chiede salvezza.
per i vivi e per i morti, salvezza. (...)
Per i pazzi di tutti i tempi, ingoiati dai manicomi della storia"










domenica 30 agosto 2020

Beautiful day - U2

"Questa capacità di scegliere fra il bene e il male ha anche una valenza teologica.
Anche il comandamento di amare Dio con tutto il cuore implica una scelta. Se non possiamo dire di no, allora il 'si' non avrebbe valore"

Queste riflessioni sono di Joseph Weiler, docente di legge nella NYU Law school e Senior Fellow presso il Center for European Studies di Harvard.
L' intellettuale ebreo, è intervenuto al Meeting di Rimini 2020 per commentarne il titolo, una frase di un altro prestigioso filosofo ebreo, Abraham Jousha Heschel ; "Privi di meraviglia. restiamo sordi al sublime"

"Ci si può meravigliare di Dio di fronte alla Shoah, allo tsunami, al Covid, nel senso che emerge la domanda: Dov'eri Dio di fronte a questi eventi? Perchè non sei intervenuto?
A suscitare meraviglia e a condurre al sublime non è tanto lo spettacolo della natura, ma il comportamento degli uomini. Ho dei parenti a Trieste: durante la Seconda Guerra Mondiale, sono stati nascosti tre anni in una chiesa cattolica.
Chi li ha nascosti ha rischiato di essere ucciso, ma lo ha fatto comunque: questo è una meraviglia! (...)
L'uomo è stato creato capace di distinguere e addirittura scegliere tra bene e male.
Una scrittrice polacca Olga Tokarczuck fa dire  a un protagonista di un suo libro: 'Dio tra un mondo senza male e un mondo senza esseri umani, ha scelto un mondo in cui ci fossero gli esseri umani'. (...)

Il diluvio è un esempio apocalittico con cui Dio punisce la cattiveria umana.
Ma attenzione: alla fine Dio dice a Noè: 'Non maledirò più la terra a motivo dell'uomo, poichè il cuore dell'uomo concepisce disegni malvagi fin dall'adolescenza, non colpirò più ogni essere vivente come ho fatto.
Finchè la Terra durerà, semina e raccolto, freddo e caldo, estate e inverno, giorno e notte non cesseranno mai' 
Cioè, la natura segue le sue regole, Dio annuncia che la natura è la natura: bella o cattiva, con terremoti, tsunami, pandemie, la natura non sarà più strumento di Dio per colpire la cattiveria degli uomini. Chi lo dice bestemmia!
Ma qui sta la meraviglia, questo è il sublime: nel mondo dove c'è la cattiveria umana e la natura che ha i suoi accadimenti, c'è la capacita umana di cercare di comportarsi in maniera di giustificare la creazione nell'immagine di Dio; come accade, per esempio durante i terremoti, quando l'attivazione degli aiuti volontari parte prima degli interventi dello Stato"

Anno 00 del nuovo millennio:
dopo due album costruiti sull'elettronica degli arrangiamenti, di ritorno dalla loro precedente 'scoperta dell'America',
gli U2 decidono di affidarsi alla loro vena più 'pop' come fossero la reincarnazione dei Beatles, e realizzano l'album "All that you can't leave behind", che parte col botto al ritmo di "Beautiful day"

"Quando gli U2 hanno registrato 'Beautiful day', su Dublino c'erano nuvole di tempesta e le cosa non andavano come dovevano.
Ma la canzone non descriveva quello che stava succedendo, era una preghiera che parlava di dove potevamo potevamo arrivare."
Sono parole di Bono nell'estate 2020. Altre volte, negli anni ha riflettuto sul senso della canzone:
"La canzone descrive quello che succede ad una persona quando tocca il fondo, lo zero, e non ha più niente da perdere.
Ho un amico molto famoso nel mondo dei computer, che aveva una sua azienda personale da mandare avanti, tanto che in pratica per anni ed anni non è mai uscito dalla stanza in cui gestiva i suoi affari.
Un giorno gli hanno diagnosticato un cancro, e così all'improvviso si è ritrovato col pensiero di non avere un futuro davanti e non sapere nemmeno cosa fare del resto della propria vita, di ciò che in teoria ne rimaneva.
Così sai cosa ha fatto? Ha mollato la società ed è tornato in giro a incontrare gente e fare amicizie.
Mai in precedenza aveva pensato che la cosa potesse piacergli tanto.
per fortuna, poi, le cure mediche che aveva iniziato hanno dato buoni risultati, tant'è che ora è guarito del tutto.
Ma stai certo che mai e poi mai tornerà dietro ad una scrivania a fare la vita di prima"
(Intervista del 2012)

Ma il testo di "Beautiful day" testimonia per Bono, vicende personali. E' lui stesso che lo racconta:
"Il testo di questa canzone cerca di esprimere meraviglia e felicità per il solo fatto di essere vivi.
Quando stai bene, non esistono problemi troppo grandi: qualsiasi cosa, vista nella giusta prospettiva può essere risolta."

Infatti, il frontman degli U2, aveva temuto di avere un cancro alla gola, che risultò, invece notizia infondata e pochi mesi dopo questo presagio di morte nacque il suo terzogenito.

Una curiosità : sulla copertina dell'album, seminascosta appare una scritta: J 33 - 3 ;
fa riferimento al Libro di Geremia  cap.33, vers.3 
"Invocami e io risponderò, e ti annuncerò cose grandi e impenetrabili che tu non conosci"
Un'arcobaleno era sorto per Bono, come dopo il diluvio.

"Il cuore è un fiore che sboccia.
Cresce attraverso la terra sassosa,
ma non c'è posto, nessuno spazio da affittare in questa città,
sei sfortunato,
e il motivo di cui devi preoccuparti,
il traffico è bloccato e non ti muovi in nessuna direzione.
Pensavi di aver trovato un amico,
che ti portasse via da questo posto.
Qualcuno a cui potresti dare una mano, in cambio di un favore.

E' uno splendido giorno
il cielo cade e ti senti come se fosse uno splendido giorno,
non lasciarlo scappare.

Toccami, portami in quell'altro posto.
Insegnami, io so di non essere un caso disperato.
Guarda il mondo:
guarda la colomba con la foglia nel becco,
dopo il diluvio, tutti i colori uscirono fuori.
Fu uno splendido giorno."




venerdì 28 agosto 2020

Every grain of sand - Bob Dylan

dalla Lettera Enciclica "Laudato si" di Papa Francesco

"Che tipo di mondo desideriamo trasmettere a coloro che verranno dopo di noi, ai bambini che stanno crescendo? 
Questa domanda non riguarda solo l'ambiente in modo isolato, perchè non si può porre la questione in maniera parziale.
Quando ci interroghiamo circa il mondo che vogliamo lasciare in eredità, ci riferiamo soprattutto al suo orientamento generale, al suo senso, ai suoi valori.
Se non pulsa in esse questa domanda di fondo, non credo che le nostre preoccupazioni ecologiche possano ottenere effetti importanti. (...)
Tutto l'universo materiale è un linguaggio dell'amore di Dio,del suo affetto smisurato per noi.
Suolo, acqua, montagne, tutto è carezza di Dio. (...)
Nell'insieme dell'universo e nella sua complementarietà si esprime l'inesauribile ricchezza di Dio:
esso è luogo della sua presenza, che ci invita all'adorazione. (...)
L'universo non è sorto come risultato di un' onnipotenza arbitraria, di una dimostrazione di forza o di un desiderio di autoaffermazione.
La creazione appartiene all'ordine dell'amore. (...)
Gesù terreno con la sua relazione tanto concreta e amorevole con il mondo (...) è risorto e glorioso, è presente in tutto il creato con la sua signoria universale. (...)
In tal modo, le creature di questo mondo non ci si presentano più come una realtà meramente naturale, perchè il Risorto le avvolge misteriosamente e le orienta ad un destino di pienezza"

Al netto di tutte le perplessità di fronte ad un argomento, quello ecologico, stra - abusato e spesso approfondito come se fosse esso stesso una religione, con i suoi dogmi inscalfibili, Papa Francesco affronta con coraggio il luogo comune e ribadisce il punto centrale da cui partire per una vera "Cura della casa comune"

Nel 1981, dopo la pubblicazione di un paio di album 'confessionali', dove annunciava "urbi et orbi" (è il proprio il caso di dirlo), la sua conversione al cristianesimo (se pur di espressione tipicamente americana), il grande Bob Dylan, ritornava ad una produzione discografica più 'laica', narrando con la sua poetica, comunque intrisa di riferimenti biblici, ora valorizzati dalla nuova esperienza evangelica, i tormenti esistenziali e politici dell'uomo del ventesimo secolo.
"Shot of love" è il suo nuovo lavoro, presentato avvolto in una copertina dai colori sgargianti, quasi fumettistica.
Una raccolta di brani non indimenticabili, ma che si conclude con una canzone, quella si, che diventerà un classico del suo repertorio: "Every grain of sand" ( Ogni granello di sabbia).
Una tipica ballata 'dylaniana', dal testo che esalta la condizione del limite umano, con la coscienza del peccato presente, all'interno del rapporto con l'ambiente circostante.

Scrive Renato Giovannoli nella sua imponente "La Bibbia di Bob Dylan":
"Il senso generale del testo e di tutta la canzone è che Dio si manifesta in ogni minimo aspetto della natura e in qualsiasi momento anche doloroso, della vita dell'uomo.
Per quanto riguarda la presenza di Dio nella natura, nel 1976, Dylan aveva detto cose simili che troviamo nei versi di Every grain of sand: 'Posso vedere Dio in una margherita. Vedere Dio di notte nel vento e nella pioggia.
Io vedo la creazione proprio in ogni luogo.
La più alta forma di canzone è la preghiera: quella di re Davide e di Salomone, l lamento del coyote, il rombo della terra"

"Nel momento della mia confessione
nel momento del mio più profondo bisogno.
Quando la pozza di lacrime sotto i miei piedi si allaga, (...)
nella furia del momento
riesco a vedere la mano del Signore
in ogni foglia che trema
in ogni granello di sabbia.
Oh, i fiori dell'indulgenza e l'erbaccia degli anni passati
come criminali hanno soffocato il respiro della coscienza
e del buon conforto. (...)
Ed ogni volta che passo da questa parte
sento sempre il mio nome.
Poi avanti nel mio viaggio riesco a capire
che ogni capello è numerato
così come ogni granello di sabbia.
Sento gli antichi passi
come il movimento del mare
A volte mi giro, e c'è qualcuno lì,
a volte solo io.
Sono sospeso in equilibrio sulla realtà dell'uomo,
come ogni passero che cade,
come ogni granello di sabbia"




lunedì 24 agosto 2020

All creatures of our God and King - Patty Griffin

da "Abita la Terra e vivi con fede" di Mons. Massimo Camisasca

"(...) Il riconoscimento del Dio Creatore mostra che l'uomo non ha una disponibilità assoluta sulle cose.
ma che nel rapporto uomo - natura convivono assieme la realtà della cura e quella della trasformazione.
Il Patriarca di Costantinopoli Bartolomeo I, citato da papa Francesco nella sua enciclica 'Laudato si' , ha scritto: 'E' nostra umile convinzione che il divino e l'umano si incontrino nel più piccolo dettaglio della veste senza cuciture della Creazione di Dio, persino nell'ultimo granello di polvere del nostro pianeta.
Nel cuore dell'uomo si scontrano due atteggiamenti: pensare di essere artefice, costruttore e distruttore,
considerare il mondo (e in fondo se stesso) come un grande meccanismo, un incrocio di macchine chiamate ad autorigenerarsi o, al contrario mantenere un'apertura allo stupore e alla meraviglia'. (...)

Siamo una sola famiglia umana e abbiamo una responsabilità gli uni per gli altri.
Già san Giovanni Paolo II aveva queste preoccupazioni: 'I cristiani avvertono che i loro compiti all'interno del Creato, i loro doveri nei confronti della natura e del Creatore, sono parte della loro fede'.

Per la cultura giudaico - cristiana, la Creazione non è un idolo.
Questo dato segna una distinzione netta rispetto alle culture pagane.
La natura è un mondo fragile, affidato ad un essere fragile come l'uomo.
Come scrive papa Francesco nella 'Laudato si': 'molte cose che noi consideriamo mali, pericoli o fonti di sofferenza, fanno parte in realtà dei dolori del parto, che ci stimolano a collaborare con il Creatore.'"

Patty Griffin, una delle più grandi folk singer americane, in carriera dall'inizio degli anni '90, nel 2010 pubblica un album, completamente dedicato a spiritual e gospel, dal titolo 'Downtown Church'

Riunisce un gruppo di fidati musicisti, si avvale di prestigiose collaborazioni (fra queste Emmylou Harris e Raul Malo) e, appunto, sotto le volte della Downtown Presbyterian Church in Nashville, registra un magnifico lavoro che vincerà il Grammy Award come miglior album folk dell'anno.

"Ho deciso di fare un disco di gospel, perchè credo che le musiche che ci sono arrivate dalla tradizione nera siano le fondamenta di tutto ciò che amo, sono il punto di partenza della mia musica, come gran parte della musica che ascoltiamo.
Sono cresciuta in una famiglia cattolica. I miei genitori erano molto religiosi.
Mio padre aveva addirittura fatto un'esperienza come monaco in un convento trappista.
Ora, io, mi sento un pò una figlia non ortodossa, una bastarda, ma tutto ciò che mi è stato insegnato è rimasto dentro di me e continua a mostrarsi e a suggerirmi tante cose"

Come per esempio, cantare 'All creature of our God and King', un inno attinto dal Cantico delle creature di san Francesco, trascritto e musicato nel 1919 dal prelato e musicista inglese William Draper.

"Tutte le creature del nostro Dio e Re
alzino la voce e cantino.
Lodatelo, alleluia

Tu sole che bruci come un fascio d'oro
Tu luna d'argento con un bagliore più morbido
Lodatelo, alleluia

Tu impetuoso vento che sei così forte
voi nuvole che lo navigate nella sua lunghezza
Lodatelo, alleluia

Ogni creatura lodi il Signore nell' umiltà.
Lode al Padre, lode al Figlio e allo Spirito
Tre in uno
Alleluia"



 

domenica 23 agosto 2020

La canzone dell'appartenenza - Giorgio Gaber


"Vorrei iniziare leggendovi due brani della 'Canzone dell'appartenenza' di Gaber, che molti conoscono:
'L'appartenenza non è un insieme casuale di persone, non è il consenso a un'apparente aggregazione / l'appartenenza è avere gli altri dentro di sè'.
Ma come avviene la realizzazione di questo (mi pare un miraggio) 'avere gli altri dentro di sè?
L'ultima frase della canzone dice: 'Sarei certo di cambiare la mia vita, se potessi cominciare a dire noi'

L'appartenenza è la sintesi dell'atteggiamento che l'uomo deve avere verso Dio; ed è un'evidenza naturale che permette il crearsi di questo punto di vista, il quale diventa poi così utile per la nostra memoria.
Se l'uomo non appartenesse a niente, sarebbe niente.
L'appartenenza implica naturalmente, almeno naturalmente, il fatto che un io, che non c'era, adesso c'è.
Se l'uomo non appartenesse a niente, nella sua autocoscienza l'immagine del nulla starebbe davanti a lui o dietro di lui, quando la memoria è focalizzata da altro, per un momento o per alcuni momenti.
Se non ci fosse la coscienza di una appartenenza, egli - se pensa, se riflette - sarebbe davanti al proprio niente"

E' un brano delle meditazioni, nell'annuale appuntamento degli Esercizi della Fraternità di Comunione e Liberazione, con cui Mons. Luigi Giussani iniziava quelle del sabato pomeriggio, nell' anno 1999.

'La canzone dell'appartenenza' citata dal sacerdote brianzolo era inserita in "Una idiozia conquistata a fatica", il teatro - canzone che Giorgio Gaber e Sandro Luporini misero in scena nella stagione 1997 / '98, praticamente il loro ultimo spettacolo, prima che Gaber ci lasciasse.

"Non appartenere a niente, vuol dire non esistere"
L'anarchico Sandro Luporini, nel libro " Vi racconto Gaber", sembra confermare, anzi, conferma proprio, il racconto della genesi di questo brano, precedentemente commentato dal prete cattolico Giussani.
"Fu proprio da questa considerazione che io e Giorgio sentimmo quasi il dovere di definire cosa significasse più precisamente per noi la parola 'appartenenza'. (...)
Si trattava di passare dalla nozione astratta di misericordia a quella di un sentimento vero.
Insomma, la 'pietas' al posto della 'pietà'.
Sto diventando troppo cattolico?
Non è così, semmai posso essere diventato un pò più cristiano.
Lo so che questo brano è stato oggetto di confronti e discussioni tra i giovani di Comunione e Liberazione, ma se mi si dà del cattolico, mi viene in mente una chiesona enorme e rabbrividisco subito. (...)
La parola chiave è la Ragione.
Quella parolona lì, con la erre maiuscola, è forse la più grande nemica della Fede?
Io credo di no e persino qualche illuminista me lo conferma.
Intendiamoci, non ho mai creduto in un Dio che interagisce, premia e punisce, ma ricordo, che quando ragionavo con Giorgio, pur non essendo capace di trovare la sintesi in una sola parola, parlavo di una forza inspiegabile da cui scaturisce il tutto.
Lui non lo negava, solo che era disinteressato alla sua esistenza, perchè le uniche cose che gli importavano davvero erano la realtà, l'uomo e la ricerca di un suo miglioramento attraverso lo sviluppo continuo del pensiero.
Da atei credenti non ignoravamo però i pensatori religiosi"

A dir la verità, Gaber intuiva che il miglioramento del pensiero moderno incontrasse ostacoli evidenti:
"La nostra è una società adolescenziale, la gente non riesce più a diventare adulta e si compiace del proprio infantilismo.
C'è un'incapacità ad assumersi le proprie responsabilità, per gli anni che si hanno, per gli impegni da assolvere, per i doveri verso le persone che ci circondano.
Questo infantile disimpegno è davvero molto dannoso.
Culliamo il bambino che è dentro di noi e invece dovremmo deciderci di farlo crescere.
Insomma non siamo più capaci di essere adulti"

Siamo agli inizi degli anni '90, e Gaber, insiste:
"Questa è una società dove tutti vogliono sentirsi bambini e si comportano di conseguenza.
Rifiutano ogni responsabilità, pretendono di avere diritto ad ogni capriccio, ad ogni sciocchezza, pur di sentirsi 'autentici.
Per me questo problema è reale e grave perchè essere bambino da adulti, vuol dire vivere tutta la vita come una ripetizione di fatti e personaggi conosciuti nell'infanzia, non poter conoscere la realtà, nè prendersi la proprie responsabilità nei suoi confronti"

Insomma : non avere il coraggio di dire "io". 

Riflessioni di un ateo, alle quali vengono incontro quelle di don Giussani, nella presentazione della 'Canzone dell'appartenenza', che lo stesso scrisse sul libretto del cd gaberiano "La mia generazione ha perso".
"Il finale della canzone accenna l'alba di una risposta.
'Sarei certo di cambiare la mia vita, se potessi cominciare a dire noi'
Duemila anni fa è risuonato l'annuncio che Dio è diventato uno di noi - l'ebreo Gesù di Nazareth - per farci vivere bene.
E' l'amicizia con Lui a rendere l'uomo capace di realizzarsi nel profondo di una comunione, ciò che compie il desiderio che la genialità poetica di Gaber ha fissato in poche umanissime parole:
'Sarei certo di cambiare la mia vita, se potessi cominciare a dire noi'.
Grazie " 



domenica 16 agosto 2020

Anche per te - Lucio Battisti

da "Il brillìo degli occhi" di Julian Carron

"Proprio nell'accorgersi di non essere fatti per il nulla vi è un elemento decisivo, indispensabile, nel cammino per identificare ciò che ci strappa dal nulla: la scoperta della propria aspirazione umana, della propria umanità.
Che cos'è questa nostra umanità che non si lascia ingannare, che non possiamo prendere in giro, alla quale non possiamo dare una risposta qualsiasi, arbitrariamente scelta?
L'inganno e la distrazione coprono il disagio, ma non ci strappano dal nulla.
Pur ferita, malmessa, ingarbugliata, la nostra umanità non si lascia confondere, non si lascia prendere in giro dal primo che passa, e questo è il segno che è meno ingarbugliata di quello che sembra. (...)
La nostra umanità costituisce un argine critico in ultima istanza ineludibile: lo sorprendiamo nell'esperienza.
L'esperienza, però, per essere tale - ecco il punto -implica un giudizio, una valutazione, e dunque un criterio (...). 
Qual'è il criterio? La nostra umanità. (...)
Ma allora - ripetiamo ancora una volta - che cosa ci strappa dal nulla, che cosa può colmare questo abisso della vita, questo desiderio irriducibile, scomodo e sublime, (...) cifra dell'umano che è in noi, che smaschera la parzialità, l'insufficienza dei nostri tentativi? (...)
Ora, questo sguardo carico di tenerezza verso la nostra umanità è entrato nel mondo attraverso la carne di un uomo, l'ebreo Gesù di Nazareth, duemila anni fa."

Coinvolgente, questo scandagliare l'umanità dolente ed intercettarne una risposta definitiva, in questo saggio di don Julian Carron, presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione, una meditazione aperta ad ogni uomo curioso e disposto ad accoglierne gli sviluppi concreti nella propria vita.

Nella storia della canzone d'autore italiana, la coppia Battisti - Mogol, è stata sempre catalogata, se pur artefice di geniali canzoni, che sono rimaste impresse nella memoria di generazioni popolari, come l'esempio di una narrazione di comuni storie d'amore, private passioni di coppia, senza mai toccare territori sociali ed esistenziali.
Eppure, leggendo attentamente alcuni testi del 'poeta' Mogol, che si appoggiano indelebilmente sulla tessitura musicale 'eterna' di Battisti, si può scorgere il grido di una umanità piena di domande.
E' il caso di "Anche per te".

1971:
Dopo almeno un lustro di canzoni, dal debutto, fino alla conferma del successo popolare, dopo aver distribuito gemme sonore a mezzo mondo del canto pop italiano, la coppia decide di produrre e distribuire in proprio il suo prodotto discografico:
Anzi, la "Numero Uno", la loro nuova etichetta, oltre a stampare i vinili di Battisti, diventa una vera e propria 'factory', che farà conoscere o rilanciare nuovi artisti e gruppi: 
Bruno Lauzi, PFM, Formula Tre, Edoardo Bennato, Adriano Pappalardo, per fare alcuni esempi.

Il primo '45' della nuova etichetta è 'La canzone del sole' che ha come lato B, certamente non un brano minore, 'Anche per te', il cui testo non passa inosservato.

"Anche per te' è uno dei miei testi a cui sono più legato.
Io sento che non riesco a fare tutto il bene che vorrei fare, perciò ho dedicato una canzone ad una donna anziana che prega sola in chiesa, a una prostituta che torna a casa e mette sul comodino dello sfruttatore i soldi che ha portato a casa; a una ragazza madre che si occupa sola del suo bambino."

Nel 2019, Pippo Corigliano, saggista e scrittore cattolico, storico portavoce dell'Opus Dei, commentava così questa introduzione di Mogol:
"Anche per te, con questa spiegazione diventa commovente: il poeta vero ha lo stile del fanciullo, lo sguardo e la semplicità del bambino. I poeti completi riuniscono in sè i vari aspetti e sanno esprimersi col cuore"

In una intervista sul sito 'Domanipress', nel 2019, Mogol, afferma:
"Sono credente e non nascondo di pregare tutti i giorni, perchè credo che si debba ringraziare quotidianamente la vita ed essere grati di viverla ogni giorno (...)
Tutti hanno bisogno di ricercare il senso della vita, perchè non sappiamo cosa ci aspetta dopo la morte ed abbiamo necessità di trovare una risposta.
Nello scrivere mi attengo alla vita, la quotidianità ed il cuore. (...)
La maggior parte delle storie che ho scritto sono le mie e le ho vissute o immaginate realmente, sono principalmente un cronista del reale e mi piace fotografare con la penna ciò che vedo."

Ma è in quel: "Sento che non riesco a fare tutto il bene che vorrei fare", la chiave di volta di "Anche per te", ciò che le parole di Carron documentano: "Cosa ci trappa dal nulla? Che smaschera la parzialità, l'insufficienza dei nostri tentativi?"

"Anche per te,
vorrei morire e io morir non so.
Anche per te darei qualcosa che non ho.
E così, io resto qui.
A darle i miei pensieri
a darle quel che ieri
avrei affidato al vento
cercando di raggiungere chi:
al vento avrebbe detto  si" 




              

 

sabato 15 agosto 2020

Jesus was an only son - Bruce Springsteen

da "Generare Dio" di Massimo Cacciari

"Le icone della Madonna, anche quelle più 'trionfali' non corrono il pericolo che la Riforma avvertì in alcuni aspetti della teologia cattolica, e cioè quello di concepire Maria come autentica 'corredentrix'.
Ella può essere dipinta come una maestosa 'rocca', in Masaccio, ma imperturbabile è sempre il suo 'patire', ferma ella sta non oltre, ma 'nel' patire.
E' potenza umile. (...)
Ella mostra sè, mostra quella simbolica appartenenza al destino del figlio.
Non redime, non salva da sè sola, mai potrebbe tanto presumere da sè;
sorregge e aiuta nell'economia della salvezza, come sorregge il bimbo, e alla fine depone sul proprio grembo il Crocifisso.
La sua predicazione è preghiera. Preghiera vivente.
La perfetta 'com-passione' è pertanto il segno di Maria dal momento della nascita del figlio a quello della Croce. 
Nessun santo, nessun martire può aver sofferto come lei. (...)
La gloria di Maria consiste nell'essere 'concrocifissa' (...)
La donna è giunta al termine dell'esperienza che la costringe ora a riconoscere nell'atto del suo generare quello stesso della Croce. (...)
Deposta col figlio, lo partorisce di nuovo.
Canta Rebora: "tutto è doglia del parto/ quanto morir perchè la vita nasca! (...)
vita che l'amor produce in pianto"

Agile, ma intenso, il libriccino, in cui l'autore, il filosofo Massimo Cacciari, ripercorre la storia umana, la relazione con Dio della Beata Vergine, attraverso le icone che nei secoli sono state dedicate alla sua figura, dal Mantegna a Masaccio, al Beato Angelico.

"Per "Jesus was an only son" ho affrontato l'episodio del Calvario e della Crocifissione da un punto di vista, - come dire - secolare: ho parlato di Gesù come se fosse un figlio qualsiasi, e ho provato ad immaginare la storia dal punto di vista di Maria perchè per lei ciò che stava accadendo era, semplicemente, quello di perdere suo figlio.
E quel giorno Gesù era solo."

E' il 2005, e come è accaduto sovente nella sua carriera, dopo un disco di grande successo popolare, Springsteen, pubblica in solitario, abbandonando momentaneamente la E-Street Band ed il loro possente rock'n'roll, e si tuffa in lavori musicali segnati dal filo rosso del dramma umano, dei tratti malinconici dei rapporti quotidiani e delle ingiustizie di una società senza misericordia , egemonizzata dalla economia del profitto.
Infatti dopo "The river" (1980), l'album della consacrazione mondiale, arriva "Nebraska", sotto il segno di John Steinbeck, Woodie Guthrie e Flannery O'Connor
Dopo "Born in the U.S.A." (1984), l'album dell'orgoglio americano, arriva "Tunnel of love", il ritorno al privato, dopo la separazione dalla prima moglie.
"The ghost of Tom Joad" (1995), storie americane della Grande Depressione, dopo i discutibili "Human touch" e "Lucky town" di inizio '90. 
Dopo "The Rising" (2002), l'elaborazione del lutto dopo l'attentato alle Twin Towers, ecco "Devil&Dust", in cui tutte le contraddizioni americane tra missioni di guerra e immigrazioni ai confini, ritornano in evidenza.

"Ho scritto per questo disco molte canzoni su madri e figli.
In questa canzone ho voluto portare allo scoperto anche la nostra paura di genitori che vorrebbero proteggere in ogni modo i propri figli, e proteggersi dal rischio della perdita, quella terribile perdita che può essere la morte di uno di loro.
Ho cercato di trovare qualcosa nel lato umano della storia di Gesù"

E' un cammino umano, quello di Springsteen, che suscita sempre curiosità e un pò commuove.

Nella sua corposa biografia d qualche anno fa 'Born to run', confessa:
"Avevo conosciuto fin troppo bene il logorio fisico ed emotivo del cattolicesimo.
In terza media, il giorno del diploma , mi lasciai tutto alle spalle: 'Mai più' mi dissi.
Ero libero .... libero .... finalmente libero, e ci credetti per anni.
Crescendo, però cominciai a notare tracce  di quell'imprinting nei miei pensieri, reazioni e comportamenti e dovetti riconoscere che se si è stati cattolici, lo si è per sempre.
Perciò smisi di prendermi in giro, e so che da qualche parte, nel profondo, faccio ancora parte della squadra"

"Gesù era figlio unico mentre saliva il Golgota
e sua madre Maria camminava al suo fianco
lungo il sentiero che si tingeva del suo sangue.
Gesù era figlio unico, sulle colline di Nazareth
quando leggeva i salmi di Davide
ai piedi di sua madre.
Una madre prega: 'Dormi bene bambino mio
perchè io ti starò accanto
così che nè l'ombra, nè il buio, nè il rintocco di una campana
possano penetrare nei tuoi sogni, stanotte.

Nel giardino del Getsemani 
lui pregò per la vita che non avrebbe mai vissuto
implorò il Padre Celeste perchè scansasse
il calice della morte dalle sue labbra
C'è una perdita che non potrà mai essere compensata,
una destinazione per sempre irraggiungibile,
una luce che sarà impossibile ritrovare in un altro volto,
un mare la cui distanza non potrà mai essere colmata

Così Gesù baciò le mani di sua madre 
e le sussurrò: 'Madre trattieni le lacrime
perchè - ricorda - l'anima dell'universo
ha voluto ciò che si sta compiendo."



    

giovedì 13 agosto 2020

Quelli che arriveranno - Brunori sas

da "La casa degli sguardi" di Daniele Mencarelli

"All'altezza della vetrata Liberty stazionano due ragazzi.
La madre tiene in braccio un bambino mentre il padre gioca con lui, gli fa vedere la fontana del giardino interno e intanto con smorfie e linguaccia fa ridere il figlio.
Quando sono a non più di un metro da loro i due genitori si voltano e con loro il bambino.
Il passo perde la cadenza, così come il respiro.
Il piccolo avrà tre anni; a parte gli occhi, il suo viso non esiste, al posto del naso, e la bocca, ci sono buchi di carne rossa.
Schiaccio gli occhi sul marmo del pavimento, gli sfilo a fianco, senza più guardarli (...)
Perdo tempo, sperando che quei due ragazzi e il figlio sfigurato se ne siano andati.
Le risate del bambino arrivano prima di tutto. Sono ancora lì.
Ora però non sono da soli.
Davanti a loro c'è una suora, è anziana, piegata in avanti, il suo viso sfiora quello tremendo del bambino:
'Tu sei il bello di mamma e papà, vero?'
Prende la manina e la bacia, lui forse per il solletico, scoppia a ridere, la suora non avrà meno di ottant'anni, ha il viso paffuto, bianco come il latte:
'Allora non sei solo bello, sei pure simpatico, ti piace così?'
E ripassa la manina sulla sua bocca, il mento per il piacere di lui.
Poi la suora si drizza, guarda il padre e la madre:
'Ma non sentite che risata che c'ha? Questo dentro non ha l'argento, ha l'oro, l'oro vivo!'

Sono stordito, non riesco a capire, a decifrare.
Ho visto qualcosa di umano e al tempo stesso straniero, come un rito proveniente da una terra lontanissima, non riesco dentro di me a rintracciare strumenti per tradurlo nella mia lingua (...)
Nessuna lettura riesce a colmare la distanza tra quel che ho visto e la mia logica"

Questo è un brano dall'opera prima, autobiografica, di Daniele Mencarelli.
Classe 1974, più che semplice scrittore, Mencarelli è testimone narrante di luoghi dove dolore e redenzione si incontrano e si scontrano: in questa opera in mezzo ai bambini del "Bambin Gesù" e nel secondo suo romanzo, anch'esso autobiografico, "Tutto cerca salvezza" immerso nella umanità dolente di un manicomio.

Questo stesso brano è citato nel pamphlet "Il brillìo degli occhi" di don Julian Carron, presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione, editato nell'estate del 2020, in cui il sacerdote spagnolo condivide le sue meditazioni con gli appartenenti del movimento e con l'umanità ancora disorientata dall'avvenimento pandemico del Covid -19.
E così commenta il brano di Mencarelli:
"Lo scrittore ha cercato di spiegare, di ricondurre al noto, al prevedibile, al comprensibile, l'eccezionalità che aveva visto, che aveva invaso i suoi occhi ('qualcosa di umano e la tempo stesso straniero'), che l'aveva attirato e in un certo senso inchiodato. (...)
Che cosa ha calamitato Mencarelli? (...) Davanti al volto completamente sfigurato di quel bambino, la suora non si è rittratta, anzi ha avuto per lui una tenerezza, una simpatia profonda, vertiginosa, carnale,una simpatia nel senso intenso del termine, un vortice di affezione, che aveva qualcosa di così abissalmente umano da apparire più che umano, 'straniero - divino' (...)
Non qualsiasi carne, non qualsiasi presenza carnale, ma una presenza che porta in sè qualcosa che corrisponde a tutta la nostra attesa ed è perciò in grado di calamitare il nostro essere."

A gennaio del 2020, il cantautore Brunori sas, licenzia il suo nuovo album "Cip".
E' l'ennesima conferma che questi è forse l'unico cantautore della nuova generazione, che raccolga l'eredità di quella storica che imperversò negli ultimi 30 / 40 anni nelle discografie italiane,lasciando impronta culturalmente indelebile.

"Dentro ci sono canzoni d'amore, nelle sue diverse declinazioni, da quello di coppia,a quello famigliare, sino all'amore ideale, forse utopistico, indubbiamente erede di un cristianesimo bambino, che mi porto indietro nel tempo.
Il disco racconta la buona volontà, la tenerezza, ma anche le difficoltà, la pazienza, i denti stretti per tenere in piedi le cose. Ho incontrato tante umanità diverse e volevo raccontarle." (da Rockol)

"Tutti lo sappiamo,però mi sembra che la rimozione del dolore, della morte e dei temi esistenziali che viviamo oggi, non solo in Italia, stia portando a questa sorta di separazione dagli altri." (da Luz. intervista di Chiara Monateri)

Alla fine del disco, ecco "Quelli che arriveranno":
"L'ho voluta inserire nell'album, perchè mi sembrava perfetta per raccontare di un bambino che si interroga sul futuro, sapendo che non potrà vederlo e quindi mi sono sentito molto vicino a lui.
E' in qualche modo l'idea che forse non ci dobbiamo pre-occupare del futuro, ma occupare del futuro"

Il testo di "Quelli che arriveranno", è sorprendentemente legato alle riflessioni di Mencarelli e Carron:
Achille, il bambino protagonista, immagina che arrivino degli 'stranieri', degli alieni:

"Quelli che arriveranno
chissà come saranno
E se avranno le stesse tue mani
Se saranno più alieni o più umani
Avranno le solite gambe, le solite braccia, le solite facce.
Ma chiuso nel petto, magari,
un cuore più grande
un cuore più grande
un cuore gigante"



mercoledì 12 agosto 2020

Message in the bottle - The Police

"Ci siamo trovati impauriti e smarriti. Come i discepoli del Vangelo siamo stati presi alla sprovvista da una tempesta inaspettata e furiosa. Ci siamo resi conto di trovarci sulla stessa barca,tutti fragili e disorientati, ma nello stesso tempo importanti e necessari, tutti chiamati a remare insieme,tutti bisognosi di confortarci a vicenda.
Su questa barca ... ci siamo tutti.
Come quei discepoli, che parlano a una voce sola e nell'angoscia dicono: 'Siamo perduti', così anche noi ci siamo accorti che non possiamo andare avanti ciascuno per conto suo, ma solo insieme. (...)

La tempesta smaschera la nostra vulnerabilità e lascia scoperte quelle false e superflue sicurezze con cui abbiamo costruito la nostre agende, i nostri progetti, le nostre abitudini e priorità. (...)

'Perchè avete paura? Non avete ancora fede?'
L'inizio della fede è saperci bisognosi di salvezza.
Non siamo autosufficienti da soli; da soli affondiamo: abbiamo bisogno del Signore come gli antichi naviganti delle stelle.
Invitiamo Gesù nelle barche delle nostre vite.
Consegniamogli le nostre paure, perchè Lui le vinca.(...)
Egli porta il sereno nelle nostre tempeste, perchè con Dio la vita non muore mai."

Rimarrà scolpita nella memoria collettiva universale la preghiera solitaria di papa Francesco, in Piazza San Pietro, quel 27 Marzo 2020, segnato dalla furia pandemica del Covid-19.

1979:
Capita, nella storia del rock, che il lavoro discografico di un artista, dopo un ottimo debutto, porti ad un risultato deludente, forse per ansia da prestazione, nel voler replicare un sorprendente successo.
Invece per i Police, questo non avviene: la qualità energica del terzetto inglese ereditario delle atmosfere punk, ma con innesti 'simil reagge', sono la forza del loro secondo album: 'Reggatta de blanc'.
Chitarra, basso e batteria, niente fronzoli, la voce impetuosa di Sting, autore dei pezzi più pop: un gruppo che si impone ed esalta critica e pubblico.
Purtroppo la parabola della band, a causa delle incomprensioni tra i componenti e l'evidente ego solistica di Sting, si concluderà, in gloria, nel giro di appena quattro anni.

Il capolavoro che sigilla questo album è 'Message in the bottle': 
Qui, Sting si supera e imbastisce un riff di basso ipnotico e indimenticabile.
Ma quello che colpisce è il testo: il grido di un uomo che chiede un aiuto, un naufrago che un s.o.s. dentro una bottiglia. Un gesto di disperazione.
Ma come dice Papa Francesco: "L'inizio della fede è saperci bisognosi di salvezza".

"Sono grato e riconoscente per le mie radici cattoliche.
Ho avuto una educazione religiosa e sono cresciuto in una comunità fortemente cattolica.
Ero un chierichetto ed ho imparato  ad adorare il canto gregoriano."
Sono parole di Sting, dopo aver incontrato in una udienza del mercoledì, nel 2018, Papa Francesco.  

L'autore di 'Message in the bottle', così continua:
"La musica è il mio percorso spirituale, è la mia connessione a qualcosa più grande di me.
E' qualcosa d'infinito legata al mio cattolicesimo.
Anche se non sono praticante, non ho intenzione a dire di no a tornare ad esserlo, probabilmente cercherò i sacramenti alla fine della mia vita"

E, ad Andrea Pedrinelli, per il quotidiano 'Avvenire', confessa:
"Vede, non credo sia vero dire che il successo rende felici.
In realtà il successo amplifica i problemi e devi fare un passo fuori da esso per non trovarteli ingigantiti e riuscire invece a risolverli.
Il successo rende tutto peggiore e più difficile.
Anche se io penso di essere sopravvissuto a tutto questo."

Già, sopravvivere, avendo l'umiltà di lanciare il proprio s.o.s, dentro una bottiglia.
Quarant'anni fa, come oggi ..... per sempre.

"Giusto un naufragio
un' isola persa nel mare
un altro giorno solitario.
Nessun altro qui, solo io
Più solitudine di quanta un uomo potrebbe sopportare.
Salvatemi prima che cada nella disperazione.

Spedirò un s.o.s. al mondo
Spero che qualcuno riceva
il mio messaggio dentro la bottiglia

E' passato un anno da quando ho scritto il mio messaggio
ma vorrei sapere quel che è giusto fin dall'inizio.
Solo la speranza può darmi coraggio.
L'amore può aggiustare la tua vita
Ma l'amore può spezzare il cuore

Passeggiando questa mattina
non credevo a quello che ho visto:
cento miliardi di bottiglie
bagnate sulla costa.
Sembra che non sia l'unico essere vivente.
Cento miliardi di naufraghi
cercano casa.

Spedirò un s.o.s. al mondo"





   

martedì 11 agosto 2020

Is this the world we created ...? - Queen

da "La terra è ancora madre dell'uomo"  di Giovanni Testori
Corriere della sera  4 Aprile 1979

"Ogni anno diciassette milioni di bambini muoiono nel mondo per fame o per malattia;
ma prima di quelle morti, sono diciassette milioni d'umili, sconosciuti itinerari di sofferenze, di pene, di strazio e d'agonia che si svolgono;
sono diciassette milioni di piccoli, immensi calvari, diciassette milioni di piccole, immense 'vie crucis'.
Quindi, insieme e dopo quelle morti, è un mare infinito di dolore del quale non conosceremo mai l'entità, nè la fatica che domanda per essere sopportato, nè le devastazioni che discendono. (...)
La strage degli innocenti comincia con questo non riconoscere il segno di Dio che è in ogni vita concepita; comincia nell'ammettere come eliminabile quell'essere.
Una volta che si sia ammesso questo, una volta che si sia ammessa questa prima, suprema ingiustizia, tutte le altre ingiustizie possono conseguirne.(...)
Non è vero che la terra non basta più all'uomo.
E' vero invece, che l'uomo non divide secondo giustizia la terra, le sue possibilità, le sue ricchezze. (...)
Se si mercanteggia con Dio, si è pronti a mercanteggiare con l'uomo, sull'uomo; s'è pronti a fare dell'uomo mercato, demenza, carcere, assassinio, malattia, morte.
Solo da quest'atto rivoluzionario, che è il più semplice ma anche il più completo, solo da questo 'si' pronunciato a Dio, può discendere il 'si' pronunciato all'uomo. (...)
Sempre che l'uomo voglia restare uomo, e non trasformarsi in numero, in oggetto, in cosa"

Beh, questo articolo è stato scritto nel 1979, ma, i più attenti converranno che anche oggi sarebbe di un'attualità sconvolgente.
Questa era la prima pagina del Corriere, e Giovanni Testori, il Grande Lombardo, sulle tracce di Alessandro Manzoni, richiamava ad una coscienza civile e religiosa i lettori del quotidiano di via Solferino, raccogliendo il testimone appartenuto a Pier Paolo Pasolini e strappato in maniera violenta e mortale in una situazione ancora misteriosa.

1984:
"Stavamo riguardando tutte le canzoni che avevamo e abbiamo pensato che ci mancava una di quelle cose tipo 'Love of my life'.
Quella canzone si è sviluppata nel giro di un paio di giorni : Brian ha preso la chitarra acustica, io mi sono seduto accanto a lui, l'abbiamo elaborata insieme.
Io ho tirato fuori la parte del testo, poi lui ha trovato gli accordi ...... ed è semplicemente successo qualcosa"

E' Freddie Mercury che racconta la genesi, di uno dei capolavori rock, usciti dalla sua sensibilità d'artista e di uomo inquieto.

"Is this the world we created", grazie all'arrangiamento minimalista, rende forte l'impatto del potente testo che denuncia le ingiustizie inflitte ad un'Africa sfruttata, con una interpretazione vocale della quale Mercury aveva l'esclusiva.

La canzone conclude l'album "The works" e un anno dopo verrà cantata davanti alla platea immensa del "Live Aid", organizzato proprio per sensibilizzare i governi, raccogliendo fondi per combattere la tragedia della mancanza di cibo in Africa.
E mai ribalta fu più adeguata.

"Pensiamo a tutte quelle bocche affamate
che dobbiamo nutrire
Consideriamo tutta la sofferenza
che noi stessi generiamo.
E' questo il mondo che abbiamo creato?
Per che cosa lo abbiamo fatto?
E' questo ciò per cui tutti viviamo oggi?

Sai che ogni giorno nasce un bambino bisognoso di aiuto
che avrebbe bisogno di affetto e amore
in una casa felice.
E da qualche parte un uomo ricco siede sul trono
aspettando che la vita passi.
E' questo il mondo che abbiamo creato,
costruendolo da soli?
E' questo il mondo che abbiamo distrutto fino all'osso!
Se c'è un Dio nel cielo che ci osserva,
cosa può pensare di ciò che abbiamo fatto,
al mondo che Lui ha creato?"

E le stesse domande universali urgono attraverso il grande scrittore lombardo e nel grande rocker inglese ...




lunedì 10 agosto 2020

Stelutis alpinis - Francesco De Gregori

"Il canto popolare rappresenta le nostre tradizioni.
I canti parlano della nostra storia, dei 'mestieri' dei nostri antenati, dei loro sentimenti, del loro modo di intendere la vita.
Tutti dovremmo sapere queste cose.
Il canto usciva spontaneo e naturale, dove l'arguzia ed il senso dell'umorismo suggerivano nuove strofe, varianti, invenzioni.
Il contesto sociale e culturale è cambiato radicalmente dal secolo scorso, oscurando quelle tradizioni.
Ma il canto popolare che ci è stato tramandato parla di temi attuali, oggi come allora: esistono pur sempre le pene d'amore, il tradimento; è sempre attuale la perdita delle persone care; ci sono ancora le guerre, anche se molto diverse da quelle ricordate nei canti degli Alpini (...) dove non sono mai 'celebrate', ma viste come una fatalità da subire.
Ognuno racconta una storia, esprime dei sentimenti, propone situazioni diversissime, ma vive e 'reali'.
Se li leggiamo con attenzione, vi troviamo le nostre origini.
E la musica, sempre facile ma coinvolgente e suggestiva, ci aiuta a capire quei sentimenti, ad immedesimarci in quelle storie.
I nostri avi li cantavano, assieme alle mogli, ai figli, ai nipoti, ai fratelli, agli amici, ai commilitoni.
Cantiamo insieme anche noi, lasciamoci cullare da quelle storie, da quella poesia, da quella musica."

Nel 2007, Mauro Pedrotti, direttore del Coro Sat di Trento, scriveva questa introduzione per un disco di canti di montagna interpretati dal coro CET, composto da giovani universitari milanesi.

Tra quei classici c'era anche 'Stelutis alpinis' che più di dieci anni prima fu oggetto di una riproposta 'pop' da parte di Francesco De Gregori nel suo album 'Prendere e lasciare'.

"Stelutis alpinis, si tratta di una traduzione e della rielaborazione di un canto friulano.
Mi piaceva molto il suono della lingua e la melodia originale, che, in realtà ho abbastanza modificato.
E' una canzone di guerra, un combattente sepolto in montagna, una semplice croce che indica la sua tomba in una radura piena di stelle alpine.
Parole d'amore rivolte ad una donna rimasta sola: se raccoglierai una di quelle stelle, io ti sarò sempre vicino, anche quando ti sembrerà che non lo sia più"

Nel libro intervista "Passo d'uomo", è lo stesso De Gregori, che racconta la genesi di una scelta musicale, piuttosto originale per un cantautore come lui, testimone dei tempi drammatici nella società italiana degli anni '70.
Ma, nel continuare la riflessione sulla parola 'pietas', è come se confermasse le parole del direttore del coro Sat, riguardo alla grande tradizione della canzone popolare, in particolare dei canti alpini:
  
"Per 'pietas' intendo quel comune senso di appartenenza al dolore che identifica e in qualche modo nobilita la condizione umana e riscatta anche ciò che di negativo è insito nell'uomo.
Anche la sua sconfitta, anche il suo uscire dalla retta via, anche la colpa e l'errore.
La 'pietas' è un formidabile innesco narrativo, un potente strumento letterario.
Poi, dall'altra parte, c'è il libero arbitrio, il senso del Bene che dovrebbe guidarci, Dio o chi per lui" 

La 'Stelutis alpinis' di De Gregori avrà diverse versioni nel tempo:
ballata pop nell'album del 1996, orchestrale nell'album live un anno dopo. Con coro e accompagnamento della fisarmonica di Ambrogio Sparagna nel 2010, tutte rintracciabili in rete.

Qui la ascoltate in versione minimale, semplice ed emozionante, con chitarra e armonica a bocca, dall'album 'Vivavoce':
un'operazione molto vicina alla grande tradizione dei ricercatori e musicisti, specialmente americani, che adattano l'antico songbook a sensibilità più attuali, come usa Ry Cooder, per intenderci.







 

You've got a friend - Carole King & James Taylor

da "Il Profeta" di Gibran Khalil Gibran

"Il vostro amico è il vostro bisogno saziato. 
Se l'amico vi confida il suo pensiero, non nascondetegli il vostro, sia rifiuto o consenso. 
Quando lui tace, il vostro cuore non smetta di ascoltare il suo cuore; poichè nell' amicizia ogni pensiero, desiderio, speranza nasce in silenzio e si divide con inesprimibile gioia. (...),
E non vi sia nell'amicizia altro intento che scavarsi nello spirito, a vicenda.
Poichè l'amore che non cerca soltanto lo schiudersi del proprio mistero, non è amore, ma il breve lancio d una rete in cui si afferra solo ciò che è vano.
La parte migliore sia per il vostro amico."

E, ancora, Robert H. Benson, nel suo saggio "L'amicizia di Cristo":

"L'amicizia non è una relazione basata semplicemente sullo scambio di idee: si sa che le amicizie più durature fioriscono meglio nel silenzio, che nella parola. 
Dunque si tratta di un legame potente e misterioso, di un legame che è destinato a maturare, secondo le leggi che gli sono proprie (...)
Anche quando il motivo soprannaturale è apparentemente assente, l'amicizia per sua natura, irradia in modo più luminoso dello stesso amore sacramentale, le caratteristiche della carità divina.

Pur restando al suo livello, anche l'amicizia umana 'tutto sopporta, tutto crede, tutto spera, non va in cerca del proprio interesse, non si vanta' . (1Cor 13, 4-7)
Si potrebbe dire così: la facoltà dell' amicizia non muore nell'uomo a condizione che egli continuamente stringa nuove amicizie."

Anche se nati e vissuti in contesti geografici e culturali diversi: Gibran, libanese, cristiano maronita, poeta e pittore; Benson, inglese, convertito al cattolicesimo, sacerdote e romanziere, contemporanei fra loro, a cavallo tra l'800 e il '900, i due scrittori hanno approfondito nelle loro opere il sentimento dell'amicizia con sfumature molto simili, confermando che si tratta di un tratto umano assolutamente universale.

Durante gli anni '60, da New York City, nasce un movimento di autori e interpreti pop che invaderanno le classifiche discografiche, con canzoni all'apparenza molto 'easy listening', ma costruite con una capacità artigianale e un' immediatezza insuperate nel tempo.
Il loro quartier generale, (alternativo al più ricercato e 'liberal' "Grenweech Village") è il "Brill Building" .

La più generosa e capace autrice di queste hit è Carole King. 
Si può forse considerarla, la risposta femminile a Burt Bacharach, per la facilità di tessere melodie indimenticabili: musicista, compone al piano, spesso anche i testi sono suoi, e ad un certo punto, essendo dotata di una voce particolare ( roca e graffiante al punto giusto) a trent'anni compiuti, è il 1971, decide di mettersi in proprio e cantare le proprie composizioni.

Inizia con l'immenso successo dell'album 'Tapestry', che non riuscirà poi a bissare con i successivi, ma tanto basterà ad immortalarlo come  monumento inamovibile e inattaccabile del 'song book' americano di ogni tempo.
Fra tutte le splendide composizioni, tra le quali, 'I feel the earth move', 'So far away', It's too late', 'A natural woman', quella più rappresentativa del suo stato di grazia creativo è innegabilmente "You've got a friend", che ha una storia particolare: si incrocia, infatti, con un altro grande del pop rock a stelle e strisce: James Taylor.

"You've got a friend", è la canzone composta con l'ispirazione più pura che io abbia mai avuto - dirà  
Carole King - l'ho scritta io, ma è come se qualcosa fuori di me l'abbia scritta, attraversandomi."

James Taylor, partecipa alle session dell'album della King, e s'innamora così tanto del brano, che chiede all'autrice e interprete di poterne fare una cover nel disco che a sua volta stava preparando.
Carole King acconsente. 
La versione di Taylor avrà un così grande successo, che oltre a diventare punto fermo del suo repertorio, per anni, molti fan distratti, penseranno che il vero autore del pezzo sia lui. 
E siccome siamo in tema, questo equivoco, comunque, non scalfirà l'amicizia tra i due artisti, che, anzi, ogni volta che potranno esibirsi insieme 'on stage', non perderanno occasione di farne duetto delizioso.

"Quando sei giù, pieno di problemi
 e hai bisogno di un aiuto e niente, niente va nel modo giusto
 chiudi gli occhi e pensami e subito io sarò là per illuminare anche le tue notti buie.

Se il cielo sopra di te dovesse diventare scuro e pieno di nuvole
e se quel vecchio vento del nord iniziasse a soffiare 
mantieni salda la tua testa ed urla forte il mio nome e subito busserò alla tua porta
e sai che ovunque sarò verrò di corsa per rivederti ancora.

Inverno, primavera, estate o autunno, 
tutto ciò che devi fare è chiamare ed io arriverò

Non è bello sapere che hai un amico?

La gente a volte è così fredda
ti feriranno e ti inaridiranno,
prenderanno la tua anima, se glielo permetterai
ma tu no lasciarglielo fare
tutto ciò che devi fare è chiamare
tu hai un amico
non è bello sapere che hai un amico?

18 giugno 1971 : Carole King fa sold out al 'Carnegie Hall Concert ' di N.Y. City.
Concerto splendido, ma l'apoteosi scoppia quando in scena arriva James Taylor:
ed è pura magia!




                                             

                                                       

                                                                                                                                                                                                                      

                                                                                                                              








 





    


venerdì 7 agosto 2020

Ho visto un re - Enzo Jannacci

da "Vita di don Giussani" di Alberto Savorana

"il 14 novembre 1986 si svolge a Milano la Giornata d'inizio anno sociale degli universitari di CL. (...)
A Giovanni Maspes, viene chiesto di eseguire 'Ho visto un re', la notissima canzone di Fo e Jannacci.
Ricorda Maspes: 'Ho passato i momenti precedenti l'incontro a cercare di convincere Dima, cassetta alla mano, che don Giussani non poteva aver sentito quella canzone, evidentemente inadatta a un momento di meditazione.'
A distanza di anni, Dima conferma che fu proprio Giussani a reclamare quella canzone ( l'aveva ascoltata da alcuni universitari della Cattolica), perchè voleva dedicare l'incontro al tema del rapporto tra l'io e il potere.
Dopo la  'Ballata dell'uomo vecchio', canzone di Claudio Chieffo, (che inizia con: 'La tristezza che c'è in me, l'amore che non c'è hanno mille secoli ...'), Giussani introduce la canzone di Jannacci con queste parole: 'Questa tristezza è l'aspetto originale di una ricchezza che ci viene tolta con tutti i mezzi.
la realtà che ci circonda ci vuole togliere questo disagio che è il principio di ogni ricerca, di ogni moto, di ogni ricupero, di ogni immagine di meglio, di più grande, di più sensato.'
Di conseguenza, 'al di là della serietà e dell'efficienza come punto di vista di lavoro, di professione; al di là del consumismo possibile e al di là dell'egoismo affettivo eretto a sistema, cosa volete di più?
Guai a chi si lamenta'.
Perciò, continua Giussani 'viene in mente la canzone di Jannacci: Ho visto un re.
Il re è il simbolo del potere di questa società che odia questa nostra tristezza che è, in fondo, la carne vivente di quelle domande che costituiscono il cuore dell'uomo.
E' il primo segno dell'uomo, dell' umano. Anzi, se la cantiamo subito!'.
Giussani ne anticipa alcune parole: 'Il vostro piangere fa male al re (...) e sempre allegri bisogna stare (...) Diventan tristi, e le commenta: 'Coloro che hanno il potere diventano tristi, se ti vedono piangere'

Maspes canta. Al termine, Giussani dice: 'Comunque la mordenza di questo noto canto di Jannacci è di grande attualità, perchè ognuno di noi può cedere di fronte ad una modalità di conduzione della società in cui diventano ovvi il limite e il soffocamento dentro il quale la nostra umanità è resa sempre più prigioniera e sempre più insepolcrata.
Perchè l'umanità sta nel cuore, ed è dal cuore che deve spaziare, ed è dal cuore che deve scoppiare.
Non è diversa la chiave di volta di una società come la nostra da quella che ha prodotto Auschwitz'.

Di quel momento, Maspes, ricorderà 'l'imbarazzo dell'uditorio, che non sapeva come reagire alla vivacità del canto: ci pensò lo stesso don Giussani a dare inizio a un fragoroso applauso'"

Questo è uno splendido brano dell'imponente biografia ufficiale di Don Giussani, (ed. Rizzoli) redatta in maniera incomparabilmente certosina e appassionata da Alberto Savorana, attuale responsabile della comunicazione del movimento ecclesiale di Comunione e Liberazione.

- da 'Roba minima' a cura di Andrea Pedrinelli
"1968. Jannacci aveva passato il primo turno della trasmissione televisiva del sabato sera 'Canzonissima' con 'Vengo anch'io' e voleva duellare per la vittoria con il favorito Gianni Morandi proponendo 'Ho visto un re'.
Apriti cielo. La RAI glielo impedì! (...)
Racconta lo stesso Jannacci: 'Nel '68 fare una canzone di quel tipo il sabato sera in TV era molto rischioso, c'erano già i moti e poteva scoppiare un bel casino, è vero.
Ma è anche vero che la prima cosa  che De Gasperi disse ad Andreotti fu di prendere la radio'.
Jannacci ripiegò su un'altra canzone, 'Gli zingari', e un giorno ci raccontò: 'La Democrazia Cristiana impediva di cantare 'Ho visto un re' in televisione e io sono andato via. Non avevo più voglia, ho scelto di non essere frainteso'

Scrive Paolo Vites nel suo bel libro 'Enzo Jannacci, canzoni che feriscono':
"Jannacci e Fo scelgono la strada dell'ironia popolare, come due giullari dei tempi antichi che irridono il potere di turno a sua insaputa, non quella dello scontro sanguinario muro contro muro dei loro colleghi cantautori dell'epoca"

Giorgio Vittadini, presidente della Fondazione per la Sussidiarietà, interviene sul sito informativo 'Il Sussidiario':
"Per questo più passa il tempo, più abbiamo bisogno della poesia e della musica di Jannacci.
Di un uomo non omologato, mai appiattito che, come il contadino di 'Ho visto un re', sa di aver diritto ad essere triste anche se il potere che gli ha levato tutto lo vorrebbe sorridente e beota.
Perchè il potere non sopporta che un uomo abbia una ferita che urla il desiderio di un oltre che niente e nessuno può assicurare, tanto meno il potere"


 


mercoledì 5 agosto 2020

Dannate nuvole - Vasco Rossi

dal "Messaggio di Benedetto XVI ai partecipanti e organizzatori del Meeting per l'amicizia dei popoli
Rimini 2006"

"(...)L'uomo sa, ne ha il confuso e nitido presentimento di essere fatto per una destinazione infinita, che sola può colmare quello spazio che egli sente di avere dentro di sè, uno spazio che chiede di essere riempito. (...)
Inquietudine, insoddisfazione, desiderio, impossibilità di acquietarsi nelle mete raggiunte: queste sono le parole che definiscono l'uomo e la legge più vera della sua razionalità.
Egli avverte un' ansia di ricerca continua, che vada sempre più in là, sempre oltre ciò che è stato raggiunto.(...) 
Dio, l'Infinito,si è calato nella nostra finitudine per poter essere percepito dai nostri sensi, e così l'Infinito ha 'raggiunto', oggi e permanentemente, la ricerca razionale dell'uomo tra gli uomini:
'Io sono la via, la Verità, la Vita'.

Sembrerà impossibile, sorprenderà la maggior parte dei lettori di questo post, ma l'incipit del messaggio di Papa Benedetto XVI, nel messaggio che nel 2006, con cui inaugurava quel grande avvenimento di incontri internazionali che da decenni è il Meeting di Rimini, quel Papa considerato il più arcigno difensore del patrimonio della cattolicità, è lo stesso incipit con cui, otto anni dopo, Vasco Rossi, il cantautore che da anni è il maggior interprete delle più grandi inquietudini giovanili dallo sbandamento sociale dal riflusso degli anni '8o, in poi, inizia il brano "Dannate nuvole"

"E' l'uomo che ha dei limiti, e ognuno di noi deve conoscere i propri.
Conosci i tuoi limiti è proprio quello che i filosofi greci intendevano con 'conosci te stesso'.
'Niente dura' è la mia personale trasposizione  del 'tutto scorre' di Eraclito.
Niente di nuovo sotto il sole.
ma la canzone parla anche della grande capacità, volontà e coraggio degli uomini a continuare a costruire le proprie vite sulle sabbie mobili del tempo.
'Chissà perchè?' è invece la domanda delle domande. (...).

E' una parte di una sua intervista al "Corriere della musica", rilasciata a  Luca Garrò

E' a quel 'Chissà perchè' che il Blasco non risponde, e forse un pò se ne vanta, facendo cadere volontariamente o no tutto il castello di carte delle domande che coraggiosamente si pone.

Infatti, come scrive il poeta Davide Rondoni, sulle pagine del quotidiano "Avvenire" nel 2014:
"Ad un altro livello inspiegabile ( quel 'chissà perchè', ripetuto alla fine), insorge la contraddizione al pensiero della mente nichilista: qualcosa che viene prima e che può eventualmente fondare valori sempre antichi e nuovi.
Un livello di quel che Leopardi chiamava il 'mistero eterno dell'esser nostro'.
Come se qualcosa che è più forte delle acquisizioni della mente, più forte del pensiero dominante, più indomabili delle nostre abitudini, insorgesse  a riaprire sempre la partita. (...)
Davanti alle vicende della vita non si può tacere una domanda di significato, di senso.
Questo è il segno duro e drammatico della nostra epoca."

E se avesse ragione Benedetto XVI?
Coraggio Vasco, facci un pensierino ....



 


martedì 4 agosto 2020

Bird on the wire - Leonard Cohen

"Dal profondo a te grido, o Signore
Signore, ascolta la mia voce,
siano i tuoi orecchi attenti
alla voce della mia preghiera.
Se consideri le colpe, Signore
chi potrà sussistere?
ma presso di Te è il perdono
e avremo il tuo timore. (...)
Israele attenda il Signore,
perchè presso il Signore è la misericordia
e grande presso di lui la redenzione"
(dal Salmo 130)

Nel libro "Che cos'è l'uomo perchè te ne curi" (ed. San Paolo), don Luigi Giussani commenta così il salmo 130:
"Il grido a Dio, cioè il passaggio, inizia dalla contrizione e la contrizione è la confessione del proprio male.
Qui non s'intende necessariamente la confessione sacramentale, il riconoscimento del peccato indispensabile alla domanda. (...)
Il perdono da parte di Dio ispira in noi il timore molto più della giustizia che tiene i conti;
è la Sua misericordia che ci fa veramente sentire dipendenti e, perciò, ci orienta alla conversione, non è in nessun caso la paura. (...)
La misericordia e il perdono, la confessione ,il riconoscimento della dipendenza da Lui che si esprime in grido ci liberano.
Il peccato non ha più potere su di noi, vale a dire non viene più giustificato e no ci deprime falsamente con la falsità più diabolica che ci sia,perchè essere depressi per il proprio peccato, è proprio il modo per restare irretiti dalla malvagità che è in noi"

"Bird on the wire' è una canzone che sembra ricordarmi i miei doveri.
La cominciai a scrivere nel 1968 in Grecia, a Idra, quando sull'isola non c'erano ancora nè telefono nè elettricità. ma ad un certo punto, cominciarono ad impiantare dei lunghi pali telefonici di legno, senza che nessuno ne sapesse niente.
La prima volta che vennero a lavorare sotto la mia finestra, passai parecchio tempo ad osservare quell' operazione e pensai come la civilizzazione mi avesse raggiunto e, nonostante tutto, non fossi capace di fuggirla. Mi resi conto improvvisamente che non avrei potuto continuare a vivere come se fossi nell'anno Mille.
Poi, naturalmente, arrivarono gli uccelli a posarsi sul filo teso tra i pali e questo mi suggerì l'idea della canzone"

A parlare così è Leonard Cohen, citato nel libro di testi commentati "Halleluyah" redatto da Alberto Castelli, che così scrive:
"La canzone sembra costruita sulla continua lotta che bisogna sostenere per superare gli ostacoli che si presentano nel quotidiano e il male che si rischia sempre di fare a qualcuno.
Sulla necessità di chiedere perdono alle persone a cui lo si è involontariamente fatto.
Se poi si vuole dare un'interpretazione religiosa, allora bisogna pensare che si tratti di un temasulla redenzione, sul tentativo di liberarsi di tutti i peccati commessi, rimettendosi a Dio."

E, Cohen, qui, è perentorio:
"Non c'è niente da interpretare, il significato è proprio quello che si legge, è molto esplicito.
Ho solo cercato di mitigare quella sorta di umana, arrogante dichiarazione che dice in modo pomposo:
ho cercato di essere libero, mentre in realtà,tutti cercano di essere liberi. (...)
Rimane l'idea di uno sforzo compiuto in quella direzione, ma viene inclusa la possibilità del fallimento"

Scrive Maurizio 'Riro' Maniscalco in "Help, il grido del rock":
"Leonard Cohen, ci racconta di sè, del sentimento di sè (...)
Quest'uomo è fragile, , ma in questa fragilità, ci dice dall'inizio alla fine 'ho sempre cercato d essere libero'. E' questo il filo dell'autocoscienza che si dipana attraverso errori, debolezze,mancanze, limiti di cui Cohen è consapevole." 

Il giornalista Paolo Vites, gran conoscitore della storia e dei protagonisti del rock, sul sito d' informazione  'Il Sussidiario', così entra in profondità nel testo:
"La canzone di Cohen, uno dei massimi capolavori del cantautore canadese, è un inno di per sè e a suo modo una preghiera.
I versi iniziali, sono macigni incisi sul marmo del dolore esistenziale e del desiderio di significato di ogni essere umano.
Il desiderio massimo, il desiderio infinito, il desiderio che ci costituisce per l'eternità: essere liberi. (...)
Cohen, come al suo solito, gioca con il dualismo donna / Dio: le sue parole possono essere rivolte alla sua amante, ma anche a Dio. (...)
Echeggiando la straordinaria 'My way' di Frank Sinatra, Cohen, suggerisce un'immagine di immensa dignità: a modo mio, alla mia maniera, con i miei errori, con i miei sbagli, ma ho cercato di essere libero.
C'è qualcosa di più grande di questo?"

Leonard Cohen, era di origini ebree, e tutta la sua vita è stato un continuo confrontarsi con le sue radici religiose, fino alla fine: lo testimoniano i suoi ultimi lavori scritti a ridosso della sua morte.
Quindi, non pensiamo sia una forzatura, dare un senso a queste domande, citando ancora Luigi Giussani:
"Di fronte al potere che Dio ha di ricostituirci continuamente, di fronte alla misericordia e la perdono, questa speranza non resta una decisione di fede, ma diventa sempre più anche uno stato psicologico normale, un'affezione normale.
Perchè il Signore, è pieno di fedeltà, cioè non abbandona mai i suoi, qualunque sia stata o sia la notte della dimenticanza, o della resistenza che si copre tante volta di scoramento"

"Bird on the wire" è uno splendido brano, una ballata che vira in gospel, tanta è la tensione e lo struggimento che coinvolge l'ascoltatore. La versione postata è da un concerto tenuto a Londra nel 2009, forse la sua ultima tourneè.
Leonard Cohen, lascerà questa vita nel 2016. 

"Come un uccello sul filo
come un ubriaco in un coro di mezzanotte
ho provato a modo mio, di essere libero.
Come un verme su un amo
come un cavaliere su qualche antico libro fuori moda
ho conservato tutti questi miei trofei per te.

Se sono stato sgarbato
spero tu possa lasciar correre
se non sono stato sincero
spero che tu sappia
che non era mai nei tuoi confronti.

Come un bambino nato morto,
ho lacerato chiunque cercasse di raggiungermi,
ma giuro su questa canzone
e su tutto ciò che ho fatto di sbagliato
che rimetterò ogni cosa a Te.

Ho visto un mendicante appoggiato allasua stampella di legno,
mi ha detto - Non devi chiedere tanto - 
e una donna graziosa affacciata sulla sua porta buia gridarmi
- Perchè non chiedere di più? -

Come un uccello sul filo
come un ubriaco in un coro a mezzanotte
ho cercato, a modo mio, di essere libero"




  

lunedì 3 agosto 2020

Il bacio sulla bocca - Ivano Fossati

"Sa, invece, io, coi miei colori da filanda, come gliel'avrei fatto il ritratto?
Mi sarei presentato davanti a lei (...) l'avrei guardata per un pò ...
Allora gli occhi, si, proprio i miei, che non sanno nè di me, nè di te, mi si sarebbero illuminati, poi avrei cominciato così:
Oh bella e bellissima! Guardatela, signori del paese, signori del castello, signori del lago : una perla, un girofano, un liandro!
Più ti guardo, e più mi sento tremante, come se capissi sempre di più perchè l'Eterno Padre s'è servito del ventre della mia povera mammetta per mettermi al mondo!
E' stato per incontrare te, per perderti la testa intorno!
Bella e bellissima! Oh, ma io adesso ho voglia di darti un bacino! E te lo do.
Si, te lo do, qui, in faccia a tutti.
Oh, che bellezza! Oh che magnificenza! Oh, che oratoria! Oh, che filologia! Oh, che bocchetta di zucchero! Oh, che strappabaci! Oh, che castagnetta birolenta! Oh, che fine del mondo!
Oh, che principio! Oh, che gelsumino! Oh, che toponimo! Oh, che Pizia! Oh, che cumacina! Oh, che omelia! Oh, che romanzo! Oh, che tutto e tuttissimo! Oh, che cielo e cielissimo! Oh, che parole e parolissime!"

Beh ...... trovo questa una delle più belle e appassionate dichiarazioni d'amore che mai siano state scritte.
Anzi ..... declamate!
Infatti il brano è tratto da un'opera teatrale di Giovanni Testori : si tratta de "I promessi sposi alla prova", molto liberamente tratto dal capolavoro di Manzoni, che lo scrittore mise in scena a metà degli anni '80, sul palcoscenico milanese del teatro 'Pier Lombardo' con la magistrale interpretazione di Franco Parenti.
Renzo Tramaglino pressato da Don Rodrigo che insisteva a bloccare le nozze con il giovane e Lucia Mondella, esplodeva in questa appassionata dichiarazione all'amata per confermare tutta la sua intenzione di convolare a giuste nozze.

Molto raramente nella storia della canzone cantautorale italiana si sono creati brani che unendo musica e parole, andando oltre la retorica banalotta del 'cuore / amore', abbiano potuto disporre di una potenza lirica così incisiva e nello stesso tempo così pop da colpire immediatamente il sentimento dell'ascoltatore. 

Nel 2003, Ivano Fossati, riesce nel miracolo di comporre una canzone d'amore di una semplicità sconvolgente. un capolavoro dove musica e parole si fondono pregevolmente.
Non è un caso. 
Ivano Fossati possiamo considerarlo, senza tema di smentite, tra i più grandi autori di canzoni, alla pari con i più popolari Battisti, Baglioni, Dalla, De Gregori...... tanto per citarne alcuni.
Una carriera lunghissima: dai primissimi anni '70 con il 'prog' dei Delirium, autore per le più grandi interpreti del pop italico e con un catalogo da solista con alcune eccellenze insuperabili.

Nell'album, 'Lampo viaggiatore', uno dei suoi migliori, inserisce la gemma di "Il bacio sulla bocca"

"E' un amore senza freni che ci invoglia a sognare, che ha bisogno di essere urlato, raccontato, ballato come un valzer. Un amore che ci guarda la spalle, che durerà per sempre e che il tempo non sfiorerà.
Però è anche vero che le cose nella vita reale passano, filtrano nelle canzoni, anche se non vogliamo che succeda, c'è sempre qualche frammento di vita vera che finisce nelle canzoni.
Non ci si deve innamorare di tutto, ci si può innamorare di quelle cose che valgono veramente per te, che hanno un senso, un'affinità forte con noi.
Innamorarsi di tutto, in realtà significa innamorarsi di niente.
L'ho capito col tempo."
Così, in una intervista del 2003 a Capital.it

Con ironia, nel libro "di acqua e di respiro", nel quale insieme al giornalista Massimo Cotto racconta le sue canzoni, ammette:
"E' una delle poche canzoni d'amore mie che finisce bene. Anche solo per questo, dovrebbe essere protetta dal WWF"

"Una canzone, come un libro o un film, deve rappresentare qualcosa.
Non parlo di contenuti alti, anche la più leggera delle canzoni, secondo me, può dire una parola preziosa,anzi, spesso succede proprio questo.
Molte canzoni 'leggerissime' degli anni '60 contengono passaggi toccanti e ammirevoli visti da un autore di oggi.
Milioni di persone le ricordano con piacere, quindi vuol dire che c'era una ragione per scriverle"
Così a Repubblica in una intervista del 2015"

E "Il bacio sulla bocca" è una di quelle








My father's house - Bruce Springsteen

"Aveva tutte le caratteristiche per diventare la perfetta candidata alla 'cancel culture':
scrittrice bianca scomparsa nel 1964, cattolica, abitava in una grande tenuta nella Georgia insieme ai suoi splendidi pavoni, conservatrice con quella tipica angoscia e il sapore forte della verità del sud degli Stati Uniti, comune a tanti scrittori come Walker Percy.
E così, Flannery O'Connor è stata cancellata, ma dalla propria 'famiglia'.
La 'Loyola University nel Maryland, università gesuita, ha annunciato di aver cambiato nome della 'Flannery O'Connor Hall' dopo le accuse di razzismo dovute ad alcune sue lettere private (ad aprire il processo alla memoria della grande scrittrice ci aveva pensato il 'New Yorker' un mese fa)
'La cosa più terribile per me, da cattolica, è che il capo di questa istituzione, la Loyola, sia un prete cattolico e che lasci abbattere anche la nostra fede' dice Siobhan Nash-Marshall, docente di Filosofia a New York, che ha firmato un appello accademico a difesa della O'Connor.
'Le storie della O'Connor difendono i reietti, tra cui gli afroamericani e gli oggetti principali della sua satira sono spesso i bianchi razzisti - continua Nash-Marshall - E' profondamente ironico che fra tutti gli scrittori, Flannery O'Connor, la cattolica romana, sia 'cancellata' da una università cattolica. (...)
Al fondo c'è una cristianofobia: hanno decapitato statue di Gesù in Florida, dicendo che era un uomo bianco. Sono di un'ignoranza totale e chi li sprona sono accademici" 

Fin qui un articolo de "Il Foglio" di giovedi 30 Luglio 2020 a firma di Giulio Meotti.

Ma chi era Flannery O'Connor? : scrittrice cattolica, romanziera dalla visione cruda della società abitata da personaggi 'borderline' protagonisti di storie non convenzionali e dai risvolti grotteschi.

"I racconti dovrebbero rappresentare la vita, e lo scrittore deve usare tutti gli aspetti della vita che sono necessari per creare un'opera convincente. (...)
Scrivere racconti è la concreta espressione del mistero, mistero che è vissuto"
Così scriveva la O'Connor ad un'amica nel 1956.

E ancora:
"Ciò che rende ironico il silenzio con il quale i cattolici hanno accolto la mia opera è il fatto che io scrivo in questo modo perchè e solo perchè sono cattolica.
Se non fossi cattolica non avrei nessuna ragione di scrivere, nessuna ragione di guardare, e nemmeno nessuna ragione per sentirmi inorridita o per gioire di qualsiasi cosa"

E per quanto riguarda l'accusa di razzismo?
Ecco alcune sue riflessioni:
"C'è bisogno di una grazia speciale perchè due razze possano vivere insieme, particolarmente quando la popolazione è divisa a metà e quando hanno una storia particolare come la nostra.
Non si può trovare una soluzione al di fuori di un codice di comportamento basato sulla reciproca carità" 

- da "Inseguire quel sogno"  autoritratto di Bruce Springsteen:
"Il mio album del 1982, 'Nebraska', ha quella dote cinematica che vorrei possedere sempre nei miei lavori, quando entri in una canzone e senti la vita pulsare. Con le sue malinconie e le sue debolezze. (...) Sono stato ispirato più del cinema e dalla letteratura che dalla musica.
Le prime letture importanti le ho fatte verso la fine dei miei vent'anni, con autori come Flannery O'Connor. Sentivo che c'era qualcosa nelle sue storie che catturava quella parte del carattere americano che mi interessava descrivere.
I suoi racconti sono stati una grande rivelazione: riusciva ad arrivare al cuore della malvagità che al contempo non rendeva mai esplicita.
Questo avviene in tutti i suoi racconti - il modo in cui lascia questo buco, questo vuoto che è in ognuno di noi.
C'è una specie di lato oscuro - una componente di spiritualità - che ho sempre avvertito nelle storie della O'Connor.
Conosceva il peccato originale; sapeva qual'era il modo di rendere carne un racconto.
Aveva talento e idee, e l'uno serviva le altre.
A quei tempi stavo venendo fuori da un periodo in cui scrivevo in modo un pò troppo pomposo e retorico e volevo trovare un'altra strada - più scarna, personale, essenziale.
Così poco prima di registrare 'Nebraska', lessi molte cose della O'Connor"

- da "Talk about a dream. Bruce Springsteen / Testi commentati" di Ermanno Labianca
"'My father's house' poggia su queste coordinate, con la corsa del piccolo protagonista che cerca smarrito la via di casa.
Tutto come nella parabola del figliol prodigo.
Un bel romanzo di Flannery O'Connor 'La vita che salvi può essere la tua', presenta paesaggi simili.
Come pure Springsteen, spesso cita suoi romanzi per esempio "La saggezza del sangue"

E, Luca Giudici, nel suo "Bruce Springsteen. Abbagliati dalla luce" chiosa.
"Il valore del sacro come compassione, che in 'Nebraska' assume tutta l'importanza di un principio fondante, complessivamente nella filosofia springsteeniana è universale, trascende la storia individuale"

"My father's house", come d'altronde tutto l'album 'Nebraska', è un prodotto musicale 'minimale', non ha la carica e l'imponenza del rock classico, si ispira alle ballate rurali del primo Dylan; qui il 'Boss' vuole mettere in evidenza il testo senza curarsi di arrangiamenti 'attraenti'. 

"Stanotte ho sognato di tornare bambino
là dove i pini crescono alti e selvaggi
cercavo di trovare la via di casa attraverso i boschi
prima che calasse il buio
Sentivo il vento frusciare tra gli alberi
e voci spettrali levarsi dai campi
Ho iniziato a correre con il cuore in gola per quel sentiero accidentato
con il diavolo alle calcagna

Mi sono aperto un varco tra gli alberi e lì, nella notte
la casa di mio padre si ergeva splendente e luminosa
I rami e i rovi mi strappavano i vestiti e mi graffiavano le braccia
ma ho continuato a correre fin quando non mi sono sentito tremare tra le braccia di lui.

Mi sono svegliato pensando alle cose che ci avevano divisi:
mai più avrebbero allontanato i nostri cuori.
Mi sono vestito e mi sono diretto verso quella casa,
dalla strada riuscivo a vedere la luci dietro le finestre.
Sono salito e ho atteso sotto il portico:
una donna che non conoscevo mi ha parlato dietro una porta chiusa con una catena.
Le ha raccontato la mia storia, spiegandole per chi ero venuto.
Mi ha detto: 'Mi dispiace figliolo, ma nessuno con quel nome vive più qui'

La casa di mio padre risplende altera e luminosa,
è come un faro che mi chiama nella notte,
mi chiama e mi chiama ancora, così fredda e isolata,
splendendo al di là di quella oscura strada
dove i nostri peccati giacciono impuniti"

...e adesso, 'cancellate' anche Springsteen ...... se ce la fate!



domenica 2 agosto 2020

Sangue su sangue - Francesco De Gregori

"(Abbiamo) dolore per le vittime, per tante donne, uomini e bambini assassinati dalla violenza del terrore stragista.
Ognuna di queste persone aveva una storia, una prospettiva di vita, un futuro che è stato rimosso, sottratto loro, cancellato.
questo ha indebolito il nostro Paese nella sua società, complessivamente privandolo di storie di futuro dei suoi cittadini (...) questo dolore non è estinguibile, è una ferita che non può rimarginarsi e per questo motivo chiede ricordo, per evitare che si ripetano, che si ripeta qualunque avvisaglia di strategie del terrore come quella che allora fu messa in campo. (...)
Un altro elemento che vorrei sottolineare è l'esigenza di piena verità, l'esigenza di giustizia, (...) contro ogni tentativo di depistaggio e di occultamento"

Sono passati quarant'anni dalla strage perpetrata alla stazione ferroviaria di Bologna il 2 Agosto 1980.
Gli stessi anni dalla strage aerea di Ustica, pure essa alla ricerca della verità.
E alla memoria anche di questa catastrofe umana, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, lancia un monito:
"Questo museo è un tempio della memoria che consente di mantenere intatta la memoria della tragedia di Ustica ed esorta a ogni impegno per difendere vita e libertà".

Nella Cattedrale di Bologna, l'arcivescovo Matteo Zuppi, così si esprime nell'omelia:
"Meditiamo come l'uomo possa distruggere la vita e anche se stesso, Cain che come Giuda è sempre nostro fratello.
Davanti alle tragiche conseguenze di ogni strage, che distruggono la fragilissima meraviglia che è sempre ogni persona, la domanda è: dove sei uomo, cosa hai fatto della tua umanità?
Come è possibile? (...)
Chiediamo ancora che chi sa qualcosa trovi i modo per comunicare tutto ciò che può aiutare la verità (...)
Preghiamo che il grido di dolore che sale dal sangue delle vittime e che è ascoltato da Dio, lo sia anche dagli uomini e diventi pratica di giustizia e umile impegno di onestà." 

Nel 1991, Francesco De Gregori, pubblica l'album "Canzoni d'amore".
E' un titolo fuorviante e paradossale per uno dei suoi lavori più intensamente politici ( nel senso alto del termine) con brani che vanno ad intercettare la cronaca, anche violenta, di un mondo in piena confusione di significato.
L'Italia iniziava il decennio, lasciandosi alle spalle vent'anni di occultata guerra di bande criminali ammantate di ideologia politica, responsabili di una lunga scia di dolore e morte.

"Sangue su sangue", è un pezzo inusuale per De Gregori: chitarre lanciate a gran velocità, un ritmo rock che pur essendo debitore della più elettrica tradizione nord americana, non impallidisce al confronto.
Il nervoso rock sostiene le parole di denuncia, nella ricerca della verità.

"Non so se sono un ottimista. Se mi guardo indietro in molte canzoni che ho scritto trovo invece una vena catastrofista. Penso a "Sangue su sangue". (...) Non sono un politico, quindi non so dirti cosa vuol dire essere ottimista. Vorrei lasciarvi tutti con un interrogativo: possiamo permetterci di essere ottimisti?
L'arte non deve essere buona, giusta o morale.
Deve cambiare qualcosa dentro la testa, spostare, accendere.
L'arte può essere anche scandalosa.
L'artista deve essere se stesso.
Mi chiedevi se l'artista dev'essere una persona per bene: dobbiamo esserlo tutti, esprimerci con sincerità e se questa diventa scandalosa: bene.
L'artista tanto meno è conformista quanto più rischia la sua credibilità sul piano sociale"
Sono brani di un'intervista rilasciata al Foglio nel 2019.

De Gregori è un tipo di artista e di uomo interessante, come per tutti quelli che raccontano di una propria parabola di vita che guarda verso una maturità osservandola in tutti i suoi sviluppi.
C' è un passaggio di una lunga intervista all'Osservatore Romano, che proponiamo:
" La prima cosa che mi ha colpito nella riflessione di Papa Francesco ( nel Messaggio per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali 2020), è una cosa piccola piccola, che in qualche modo mi riguarda personalmente:
Il fatto che egli non abbia nessun problema a mettere accanto alla letterature e al cinema anche le canzoni.
Questo non è affatto scontato.
E' difficile che le canzoni siano considerate cultura, raramente ciò che 'raccontano' le canzoni viene invitato alla stessa tavola della arti cosiddette 'maggiori'.
D'altra parte la Chiesa è stata spesso anticipatrice di atteggiamenti e di aperture analoghe.(...)
L'arte della narrazione è un unico testo, come dice il Papa, avvolge l'uomo e coinvolge l'umanità"












 

La sua figura - Giuni Russo & Franco Battiato

da "C'è speranza? Il fascino della scoperta" di Juliàn Carròn "Abbiamo trovato il Messia. E' la notizia che attravers...