mercoledì 26 maggio 2021

La sua figura - Giuni Russo & Franco Battiato

da "C'è speranza? Il fascino della scoperta" di Juliàn Carròn

"Abbiamo trovato il Messia. E' la notizia che attraversa la storia: ciò che il nostro cuore attende si è reso presente. (...)
Noi, che siamo stati raggiunti da questa notizia, ci troviamo davanti al problema della sua attendibilità: Gesù di Nazareth è veramente quello che dice di essere?
E' veramente Dio fatto uomo?
Che il termine incognito della nostra attesa, l'infinito che il nostro cuore brama, il 'senza confine', è diventato un uomo, si è reso presente: 'Il Verbo si è fatto carne'. (...)
Cominciano col dire che, poiché è accaduto nella storia come fatto, deve essere intercettabile come fatto anche oggi per essere riconosciuto come il compimento della nostra attesa. (...)

Se duemila anni fa è stato un fatto a compiere l'aspirazione infinita dell'uomo, oggi non possono essere dei discorsi o delle regole; neppure ci può bastare leggerne il racconto in un libro, per quanto importante.
Il cuore dell'uomo non è cambiato, l'esigenza di pienezza è rimasta identica e solo un fatto può corrispondervi. (...)
Quel 'fatto' di duemila anni fa deve essere dunque intercettabile da noi, oggi, come lo fu peri primi che incontrarono Gesù. Ma come questa presenza può essere incontrata da te e da me, dall'uomo di oggi?
(...) Noi possiamo riconoscere la verità della notizia che ci raggiunge oggi solo imbattendoci in un avvenimento di umanità nuova e sperimentando il cambiamento che esso genera in noi."

E' un altro brano dal libro che don Julian Carron, presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione, ha messo a disposizione nell'estate del 2021, come riflessione sul senso dell'avvenimento cristiano dopo i mesi drammatici della pandemia.

"Non so cosa voglia Teresa da me (Santa Teresa D'Avila  n.d.r.), però so che quella donna dice la verità.
Ho trovato in Teresa la chiave per aprire le porte.
Credo di aver capito che Teresa, come dice lei, ci aiuta a conoscere Cristo."

Giuseppa Romeo, in arte Giuni Russo, nata a Palermo nel 1951, così affermava in una intervista al Movimento Ecclesiale Carmelitano.
Interprete dalla inconfondibile potente voce, trovò grande successo di pubblico, agli inizi degli anni ottanta, grazie alla produzione di Franco Battiato.
Dopo qualche anno in bilico tra canzonette popolari (che lei non abiurerà mai) e sperimentazioni  canore, Giuni Russo, decise di rompere il cordone del mainstream radiofonico e 'commerciale' per dedicarsi alla ricerca di nuove espressioni artistiche, ispirandosi ad una produzione più colta, con tratti fortemente mistici.
Il suo cammino personale l'aveva ormai portata ad abbracciare una fede cristiana segnata dalla devozione verso figure importanti della storia della Chiesa, come Teresa D'Avila e san Giovanni della Croce ed Edith Stein, ebrea convertita, martire dell'odio criminale nazista. 
Una fede che, una volta scoperto di essere stata colpita da una forma grave di tumore, le diede una serenità nell'accettazione della malattia.
In una della sue ultime interviste, nel 2004  l'anno della sua morte, raccontò:
"Ho fatto pace con il mio male.
Ma nonostante la fede ho avuto paura. Ho urlato, pianto, litigato con il Crocifisso.
Alla fine, però, ho accettato la malattia. In ginocchio."

Già segnata dalla malattia, nel 2003, partecipa al Festival di Sanremo, con il brano "Morirò d'amore per te.", ispirato a Santa Teresa, in collaborazione con la sua compagna di vita Maria Antonietta Sisina.
Intanto è sempre più legata alla vita monastica del Carmelo, tanto che per suo desiderio, verrà sepolta tra le mura del convento.
Nel 1994, incide un suo brano, "La sua figura", in cui cita le parole di San Giovanni della Croce:
"Una citazione di san Giovanni della Croce dice: Scopri la tua presenza, mi uccida la Tua vista e la Tua bellezza. Sai che la sofferenza d'amore no si cura, se non con la presenza e la figura."

Questo brano, sarà anche cantato in coppia con Franco Battiato, che rimarrà per Giuni Russo un grande amico e compagno nella ricerca del senso dell'Assoluto.

(Grazie a Donatella, per la segnalazione)   





Pedro, Pedreiro - Enzo Jannacci

da "C'è speranza? Il fascino della scoperta" di Juliàn Carròn

"Il duello ricomincia ogni mattina. Ciascuno lo può vedere al risveglio, quando si dispone ad affrontare il viaggio della giornata pieno di attesa di compimento.
E' un dramma efficacemente descritto in una nota poesia di Montale, 'Prima del viaggio':

'Prima del viaggio, si scrutano gli orari,
le coincidenze, le soste, le pernottazioni
e le prenotazioni (di camere con bagno
o doccia, a un letto o due o addirittura un flat);
si consultano
le guide Hachette e quelle dei musei,
si cambiano valute, si dividono
franchi da escudos, rubli da copechi;
prima del viaggio s'informa
qualche amico o parente, si controllano
valige e passaporti, si completa
il corredo, si acquista un supplemento
di lamette da barba, eventualmente
si dà un'occhiata al testamento, pura
scaramanzia perché i disastri aerei
in percentuale sono nulla;
prima del viaggio
si è tranquilli ma si sospetta che
il saggio non si muova e che il piacere
di ritornare costi uno sproposito.
E poi si parte e tutto è O.K e tutto
è per il meglio e inutile.
(...)
E ora che ne sarà
del mio viaggio?
Troppo accuratamente l'ho studiato 
senza saperne nulla.
Un imprevisto è la sola speranza.
ma mi dicono ch'è una stoltezza dirselo.'

Possiamo preparare tutto per affrontare il viaggio della vita, di ogni giornata, di ogni ora, con i relativi appuntamenti.
Eppure, ancora prima di sapere come andrà, possiamo confessare a noi stessi: 'Tutto è per il meglio e inutile'.
Per quanto inconsapevoli o distratti, abbiamo il presentimento della dimensione della nostra attesa e siamo certi in anticipo che tutti i nostri preparativi non serviranno allo scopo, non saranno in grado di procurarci quello che aspettiamo, di compiere l'attesa con cui ci svegliamo al mattino o con cui incominciamo il viaggio.
L'esperienza che abbiamo già vissuto ce lo ha insegnato.
Capiamo allora perché 'un imprevisto è la sola speranza': deve succedere qualcosa che non è compreso nei nostri piani, che supera i nostri preparativi, le nostre proiezioni. (...)
Che questo imprevisto possa accadere rappresenta il culmine dell'attesa umana. (...)
L'unica stoltezza è negare la possibilità dell'evento. (...)
La categoria della possibilità appartiene alla natura della ragione.
Perciò l'unica posizione veramente ragionevole è lasciare aperta la possibilità.
Non solo all'inizio, ma sempre, ora, in qualsiasi momento del vivere."

Continuano le riflessioni di don Julian Carron, presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione, sul senso dell'avvenimento cristiano nei tempi della pandemia.

"E io l'ho visto Gesù. Ero piccolo, mi trovavo su un tram e c'era un signore talmente stanco che il braccio gli cadeva.
Portava gli occhiali da vista, ma da povero, non valutati da oculisti.
Per una frenata gli caddero, non sapevo se raccoglierli e per timidezza sono passato oltre.
Quando mi sono girato aveva gli occhiali ed era sveglio. Aveva un'altra faccia, come se avesse ricevuto una carezza.
Io ci credo molto.
Solo Lui poteva averlo fatto.
Solo Lui poteva potuto fargli la faccia così felice."

Ricordata da Maurizio Vitali, tra i curatori della mostra al Meeting di Rimini "Mondo piccolo roba minima" e citata nel bel libro "Enzo Jannacci. Canzoni che feriscono" di Paolo Vites, questa frase dell'artista milanese, esprime tutta la sua umanità di fronte all'imprevisto nella vita di ognuno.
Imprevisto che è speranza anche nella esperienza della propria professione.
Infatti, Jannacci, che non perse mai l'orizzonte vocazionale del suo essere medico, così, nel 2009, interveniva sulla pagine del Corriere della Sera, a proposito del caso drammatico di Eluana Englaro:
"Io da medico ragiono esattamente così: la vita è sempre importante, non soltanto quando è attraente ed emozionante, ma anche se si presenta inerme e indifesa. (...)
Cervello morto? Si usano queste espressioni troppo alla leggera.
Se si trattasse di mio figlio basterebbe un solo battito delle ciglia a farmelo sentire vivo."

Un imprevisto, appunto.

"In 'Pedro, Pedreiro' emerge in modo dirompente il tema jannacciano del tram come possibilità di viaggio, incontro, vita vera. Qui è un tram da aspettare, senza la gioia bambina del salirci da piccoli.
Tanto che in questa canzone (una cover di un brano di Chico Barque de Hollanda, incisa nel 1968)
Jannacci canta a strappi sofferti, fra malinconia italica e saudade brasiliana, colori orchestrali e bossa nova, senza squarci di ironia surreale.
Sino ad un finale della vicenda aperto a più letture, lanciato come stimolo al pubblico."
E' questo il commento di Andrea Pedrinelli nel suo volume "Roba minima (mica tanto)" dove introduce efficacemente, canzone per canzone, tutta la produzione di Jannacci.

In "Pedro, Pedreiro", l'arrivo del tram, alla fine, quasi improvviso, dopo tanta attesa, tra tutte le altre attese nella vita del protagonista, è proprio quell' imprevisto rappresenta "il culmine dell'attesa umana",
l'incontro che salva la nostra umanità.  

(Grazie al prof. Giorgio Vittadini, presidente della Fondazione per la Sussidiarietà, per aver raccontato il senso di questa canzone.)




mercoledì 19 maggio 2021

Where all the flowers gone - Pete Seeger

"La 'Shoah' non va dimenticata. E' il simbolo di dove può arrivare la malvagità dell'uomo quando, fomentata da false ideologie, dimentica la dignità fondamentale di ogni persona, la quale merita rispetto assoluto qualunque sia il popolo a cui appartiene e la religione che confessa. (...)
Non vanno dimenticati i bombardamenti atomici a Hiroshima e Nagasaki. (...)
E nemmeno vanno dimenticati le persecuzioni, il traffico di schiavi e i massacri etnici che sono avvenuti e avvengono in diversi Paesi, e tanti altri fatti storici che ci fanno vergognare di essere umani.
Vanno ricordati sempre, sempre nuovamente, senza stancarci e senza anestetizzarci."
(da Lettera Enciclica "Fratelli tutti", Papa Francesco)

"Tutto è cominciato con Alan Lomax che ha raccolto in un libro gli antichi canti dei cowboy.
Negli anni trenta col primo folk revival abbiamo preso coscienza dei problemi esplosi negli anni Sessanta. Poi abbiamo marciato accanto a Martin Luther King, l'unico uomo che abbia unito tanta gente diversa sotto la bandiera della non-violenza.
E nella famosa marcia verso Montgomery abbiamo cantato tutti per ore, non solo brani famosi, ma anche slogan inventati sul momento, diventati lì per lì classici popolari.
Woody Guthrie ha cantato la povertà, le tempeste di polvere che nel 1935 hanno mandato in malora tanti agricoltori in California, con profondità ma con ironia acuminata, quasi sfidando la disgrazia e la morte. (...)
La musica americana è un mélange di culture: gli schiavi hanno portato i ritmi blues, poi cantati da Leadbelly e Son House; molte melodie arrivano dall'Europa, le chitarre sono arrivate nel Sud dopo il 1844 quando gli Usa hanno combattuto contro il Messico e conquistato la California"

Era il 2007, e sulle pagine de "Il Giornale", l'ottantottenne Pete Seeger, raccontava in poche parole tutto il percorso della musica "folk" americana intersecando canzoni e battaglie politiche e civili delle quali era ancora testimone vivente.
Per la musica popolare americana, quella delle diverse origini, quella profonda delle comunità etniche più emarginate, Pete Seeger è stato per quasi un secolo, prima un ricercatore, poi un divulgatore, un icona politica, poi un maestro per le generazioni di folksinger più giovani.
Carriera segnata, negli anni 50 del "maccartismo", dalla censura governativa, accusato, come lui stesso ammetterà, di veicolare il verbo del comunismo sovietico tra le giovani generazioni nella contestazione universitaria alla guerra nel Vietnam.
Appoggio che abiurerà negli anni, davanti all'evidenza dell'uso dittatoriale e della violenta propaganda del regime di Mosca, rimanendo in sostanza un anarchico marxista, per quanto lo potesse essere un uomo calato profondamente nella cultura americana.
"In ogni caso, oggi mi scuso per una serie di cose, come pensare che Stalin fosse semplicemente un 'guidatore duro' e non un 'fuorviante estremamente crudele'. (...)
Dovrei scusarmi per tutto questo? Penso di si."
Frasi estrapolate dalla sua autobiografia, ristampata nel 2009, nella quale, dopo aver fatto un lungo elenco di guerre e violenze perpetrate, nella storia, da poteri nazionali e religioni, conclude, con un sintetico:
'Guardiamo avanti'.

Di Pete Seeger, resta comunque ineguagliabile al sua figura di musicista e ricercatore di tradizioni musicali. Senza il suo apporto artistico non si sarebbero scoperti brani come "We shall Overcome", "Oh freedom", "If i had a hammer", "Turn turn turn", "Kumbaya", "Guantanamera", "Wimoweh" (la versione originale di "The lion sleep tonight") e tantissime altre dalle canzoni religiose ai repertori etnici più disparati.

La sua "Where have all the flowers gone" del 1956, ispirata da un brano letterario ("Il placido Don" dello scrittore russo  Michajl Solochov, premio Nobel nel 1964), in cui un canto dei guerrieri cosacchi si trasforma nell'inno più pacifista, adottato da tutti i movimenti non violenti, nella storia della musica del '900, interpretato da tantissimi artisti americani ed europei.

Vi proponiamo due versioni live:
quella a cappella dello stesso Seeger nel 1962
e quella, splendida, di Joan Baez, durante il concerto celebrato in onore di Pete Seeger, nel 1994.

DOVE SONO ANDATI TUTTI I FIORI

"Dove sono andati tutti i fiori, dopo così tanto tempo?
Dove sono andati tutti i fiori, tanto tempo fa?
Delle giovani ragazze li hanno raccolti tutti
Oh, quando mai impareranno?

Dove sono andate tutte le giovani ragazze, dopo così tanto tempo?
Dove sono andate tutte le giovani ragazze, tanto tempo fa?
Hanno trovato marito tutte quante.
Oh, quando mai impareranno?

Dove sono andati tutti i mariti, dopo così tanto tempo?
Dove sono andati tutti i mariti, tanto tempo fa?
Sono partiti per fare il soldato.
Oh, quando mai impareranno?

Dove sono andati tutti i soldati, dopo così tanto tempo?
Dove sono andati i soldati, tanto tempo fa?
Sono finiti al cimitero.
Oh quando mai impareranno?

Dove sono andati tutti i cimiteri, dopo così tanto tempo?
Dove sono andati tutti i cimiteri tanto tempo fa?
Si sono trasformati in fiori tutti quanti
Oh, quando mai impareranno?

Dove sono andati tutti i fiori, dopo così tanto tempo?
Dove sono andati i fiori, tanto tempo fa?
delle giovani ragazze li hanno raccolti.
Oh, quando mai impareranno?" 







martedì 18 maggio 2021

L' assenza - Fiorella Mannoia

"C'è un paradosso che questo tempo mi ha scavato nella carne: se sei triste, vulnerabile, stanco, lasciati vedere come sei, mostra la ferita ai tuoi amici.
In una cultura invasa da immagini di 'positività tossica' (corpi e anime sempre in forma, vincenti e perfetti), è diventati una vergogna essere deboli, è una colpa non sentirsi all'altezza.
In questi mesi ho visto allargarsi questa ferita nei miei studenti, e di pari passo la loro paura di chiedere aiuto. (...)
L'amicizia crea in loro ciò che presi singolarmente, non hanno, facendo maturare il coraggio di stare davanti al dolore senza soccombere, anzi lasciandolo entrare.
Quando l'amicizia crea questo supplemento d'anima? (...)
Accade in ogni amicizia in cui l'altro fa da spazio di carità dove riesci a parlare a te stesso senza vergognarti, e ti aiuta a sciogliere il dolore  che non è altro che amore pietrificato.
Anche per questo, forse, si dice 'amico del cuore', uno spazio in cui poter riposare quando non si riesce a farlo dentro se stessi: 'miseri - corde' è infatti chi lascia che il suo cuore venga ferito del dolore altrui.
Quest'amicizia, alla base di ogni relazione duratura (di coppia, parentela, educativa ...) ha potere creativo: tira fuori un supplemento di esistenza grazie al fatto che l'altro crea, nella sua carne, uno spazio che dentro di te non hai e il dolore trova finalmente il modo di diventare vita.

E così in questi mesi ho riscoperto che la paura di farsi vedere deboli è una ferita che ci portiamo tutti dalla nascita, acuita oggi da una cultura che nasconde il negativo (fallimenti, difetti, dolore, morte) perché lo ritiene una colpa. (...)
E come pezzo di un puzzle, il buco non è un'assenza ma una possibilità di legame, e l'immagine finale è il frutto di incastri di dolore, quasi invisibili proprio perché perfetti:
la creazione è completa proprio perché i pezzi, da soli, sono incompiuti, altrimenti non ci sarebbe 'spazio' per legarsi. (...)
Ho scoperto che l'universo umano non ha un centro, ma ne costruisce uno ogni volta che le braccia si aprono, trepidanti, e le mani aperte per chiedere, si scoprono di donare, e nell'abbraccio non si sa più chi dà e chi riceve. (...)
E si matura solo per amore, ricevuto e dato."
(da "I centri dell'universo" in "Ultimo banco" rubrica settimanale di Alessandro D'Avenia,
Corriere della Sera, 3 maggio 2021)

Ormai da diverso tempo, sulla prima pagina del "Corriere della Sera" del lunedì, lo scrittore Alessandro D'Avenia, dal suo osservatorio privilegiato di insegnante in un liceo milanese, racconta ai suoi lettori la realtà quotidiana delle nuove generazioni, occasione per riflettere sulla situazione dell'intera società, sempre con la lente dell'appassionato educatore.
In questo caso lo spunto iniziale della sfida determinata dalla pandemia Covid-19, lo aiuta ad affrontare il tema della 'vulnerabilità' generazionale e a condividerne i problemi dei rapporti interpersonali.

"Penso che innanzitutto la vita ti pone di fronte a prove difficili da affrontare e questo crea uno stato di fragilità. Poi sta a noi cercare di reagire e di uscirne.
Penso che ammettere la propria fragilità è un punto di forza; sembra una contraddizione in termini, ma in realtà non lo è.
L'avere la forze di ammettere di essere fragili, di chiedere aiuto quando ne abbiamo bisogno, questo è un punto di forza."

Alla ricerca di dichiarazioni interessanti riguardo la propria vita e la propria arte, ci siamo imbattuti in queste semplici riflessioni di Fiorella Mannoia, quando in concomitanza dell'uscita del suo album "Fragile" (2001), rispondeva su che cosa l'aveva mossa a scegliere e interpretare i brani che componevano quel lavoro discografico.
Prodotto e diretto dal suo compagno di vita di allora, Piero Fabrizi, è il primo album, in cui, la Mannoia non si affida agli inediti dei grandi autori che l'avevano rilanciata a metà degli anni '80, e, se non per un duetto d'eccezione con De Gregori e un paio di cover, sostiene con la sua interpretazione una serie di interessanti e intensi brani, composti, appunto da Fabrizi.
Tra gli inediti spicca un brano, che poi sarà stabilmente nella scaletta dei suoi concerti, interamente scritto proprio da Fabrizi: "L'assenza"
"L'assenza" è quella che canto con più emozione, perché mi coinvolge da vicino e la sento più mia, faccio sempre fatica in concerto, ad arrivare a cantarla tutta, perché ... beh, è difficile da dire..."





Ovunque proteggi - Vinicio Capossela

"Ascolta, o Dio, mio grido,
sii attento alla mia preghiera.
Dai confini della terra io t'invoco;
mentre il mio cuore viene meno,
guidami su rupe inaccessibile.
Tu sei il mio rifugio,
torre salda davanti all'avversario.

Dimorerò nella tua tenda per sempre,
all'ombra delle tue ali troverò riparo;
perché tu, Dio, hai ascoltato i miei voti,
mi hai dato l'eredità di chi teme il tuo nome.
Ai giorni del re aggiungi altri giorni,
per molte generazioni siano i suoi anni.
Regni per sempre sotto gli occhi di Dio;
grazia e verità lo costudiscano.
Allora canterò inni al tuo nome, sempre,
sciogliendo i miei voti giorno per giorno.
(Salmo 61, Libro dei salmi, La Bibbia)

Ecco il commento di Luigi Giussani, tratto dal libro: "Che cos'è l'uomo perché te ne curi?" ed. San Paolo:
" 'Dai confini della terra io t'invoco' (dai confini della terra, quasi estraneo a me stesso);
'mentre il mio cuore viene meno, guidami su rupe inaccessibile' (su un punto sicuro)
Ma questo grido è in noi?
Uno può star bene perché è accompagnato dalla certezza di essere posseduto, di essere Suo per l'eternità, e un altro, di fronte a queste cose, può non star bene, essere come fuori di sé, ai confini della terra, col cuore che viene meno;
in ogni caso 'dimorerò nella tua tenda per sempre', io Ti appartengo per sempre:
questa non è la parola di uno stato d'animo, questa è la parola del giudizio e della libertà che decide di aderire alla verità. (...)
Tutte queste parole si riverberano in una cosa che è in noi.
Infatti: 'il mio cuore viene meno'; per questo 'guidami su rupe inaccessibile'.
L'avversario davanti al quale tu sarai 'torre salda' è dentro di me; il nemico di cui ho terrore, da cui Ti prego di preservarmi la vita, è dentro di me, è dentro di noi.
Il problema sta dentro di noi." 

Compositore dalla produzione molto particolare nel panorama cantautorale italiano Vinicio Capossela è difficilmente inquadrabile nel suo tragitto artistico.
Inizia la sua carriera in terra romagnola sotto le attenzioni dell'entorauge di Guccini.
Lui arriva da esperienze nelle balere e nelle feste popolari, nonostante i suoi modelli di riferimento siano Paolo Conte e Fabrizio De André.
Poco alla volta diventa una specie ricercatore delle tradizioni musicali legate alla profonda cultura contadina in bilico tra la religione e i riti superstiziosi.
La sua ricerca lo porta a sperimentare nuove soluzioni creative, rivestendo le sue canzoni di abiti di volta in volta più impegnativi al primo ascolto, allontanandosi dal grande pubblico e coltivando un discreto plotone di aficionados sostenitori.

L'album "Ovunque proteggi" del 2006 è un esempio qualificante della sua discografia.
Soprattutto per quanto riguarda il brano omonimo inserito nella tracklist.
Per questo ci affidiamo alla splendida presentazione del cronista musicale Walter Gatti redatta per il libro "Help. La ricerca del mistero nella canzone italiana":
"Nelle mille avventure del suo viaggio musicale, ad un certo punto è giunto il momento del riposo, della preghiera.
Già, perché nei mille viaggi di cerca - non importa se sia ricerca di canzoni, persone, fatti, luoghi, riposi, pacificazioni, pienezze, rivoluzioni o tradimenti - prima o poi giungono il luogo e il momento della preghiera. (...)
Nel pianoforte caldo con cui Vinicio s'accompagna, tenero e intenso, in questo racconto di vita e di vita vissuta, c'è un universo di pace, di dolcezza, di ritorno a casa, di figliol prodigo.
Scarpe consumate, percorsi nel sole e nel freddo, cose che non bastano ('Che troppo è per poco / e non basta ancora'), ricchezze e povertà che passano, lutti e amori che spingono.
E' la confessione del viaggiatore, dell'uomo.
Una canzone che si ascolta con orecchie appassionate, che spinge dal cervello al cuore il senso del riposo e che finisce in una richiesta, dolcissima, di protezione: 'Ovunque proteggi'.
Veramente rara questa forza. Veramente rara questa semplicità.
Ovunque. Grazia. Cuore.
Parole da ricordare."
 



domenica 16 maggio 2021

L' absent - Gilbert Becaud

"La domanda di Mario Luzi, in una sua poesia del 1999 : 'Di chi è mancanza, questa mancanza, cuore?'
è in sé provocatoria. 
Nei fatti anticipa quella sul senso religioso, ne costituisce la premessa esistenziale.
Non c'è infatti nessun desiderio di bellezza, di verità e di giustizia se quest'ultime non sono già state in qualche modo intuite, anche solo per un attimo, nel corso dell'esistenza.
Tutti gli esseri umani si innamorano e prendono le loro decisioni più importanti solo a partire da una 'felicità intravista', da un bello che ha 'ferito il cuore', da una bontà che ha mosso e  commosso.
Occorre pur avere incontrato un frammento di bellezza, presentito un principio di verità;
occorre pur avere sperimentato, almeno per una volta, l'affermarsi della giustizia per non tollerarne l'assenza, per non separarsi più dal desiderio di un vero appena sperimentato, di una bellezza appena incontrata.

E' l'esperienza del bene radicale che smuove il cuore, lo fa desiderare (...)
Non c'è nessuno, non c'è persona di ogni epoca e di ogni luogo che non abbia fatto i conti con lo struggersi perla mancanza del bene appena avvertito, per l'assenza di quella bellezza (...)
L'assenza che nasce da un bene che manca, da un bello che non si trova, da un vero che sembra sfuggire porta così all'esperienza della mancanza che riempie il cuore. (...)
(Ma) non c'è incontro reale ed autentico (...) che non parta dalla consapevolezza di questa mancanza e dal desiderio profondo di colmarla. (...)
Un tale coraggio non può affermarsi senza un barlume di speranza, sommessamente confessata, ed è ancora Mario Luzi a descriverla: ' Viene, forse viene, da oltre te, un richiamo, che ora perchè agonizzi non ascolti. Ma c'è, ne custodisce forza e canto, la musica perpetua ritornerà'.
Il richiamo c'è, muove il cuore.
Coscienza della mancanza che inonda la vita, ma anche capacità di ascoltare un tale richiamo, un richiamo che c'è."

Sono brani da un commento del sociologo Salvatore Abruzzese, sulle pagine online del sito informativo Il Sussidiario, nell'agosto 2015, sul titolo del Meeting di Rimini di quell'anno.

Nella storia della canzone del '900, un posto importante, anche se forse conosciuto solo da una platea di ascoltatori "colti", viene occupato dalla cosiddetta "Scuola francese".
A Parigi, come fuori dai confini francesi, dalla metà del secolo scorso, vennero alla ribalta una serie di canta/autori dalla sensibilità esistenzialista, gli "chansonniers", che univano il gusto teatrale con la corrente folk/jazz. Jacques Brel, George Brassens, Charles Aznavour, Sacha Distel, Gibert Becaud, erano la risposta europea ai songwriter e all'epopea degli scrittori americani della "Beat Generation".
Pur essendo protagonisti di una produzione un pò d'elite, questi artisti francesi furono ispirazione, soprattutto ad un'altra scuola musicale: quella genovese.
Gino Paoli, Bruno Lauzi,  Luigi Tenco, Fabrizio De Andrè, costruiranno le fondamenta delle loro carriere "coverizzando" i brani dei loro cugini d'oltralpe o mantenendo una sensibilità compositiva  simile, nel loro catalogo originale.
Anche oltre Oceano Atlantico, gli echi della scuola francese non passarono inascoltati: diversi "crooner" a stelle e strisce ebbero modo di far arrivare le loro versioni tradotte e reinterpretate nelle loro hit parade invase dal rock.
Frank Sinatra, Paul Anka, Willie Nelson, Neil Diamond, sono solo alcuni nomi tra quelli che hanno beneficiato della creatività francese.

"L'absent", L'assente, è un brano del 1960, scritto da Gilbert Becaud, insieme a Louis Amade.
Il brano è una struggente riflessione personale sul sentimento di una mancanza, di una assenza, verso un amico, che è morto. E' un accorato pensiero per un rapporto reciso, ma che viene illuminato dal ricordo, che non si chiude ad una disperata mancanza: l'umana fatica di arresa alla realtà, viene consolata da ciò che l'amico chiedeva: 
"Quando partirò per paesi lontani, al di là della terra, non piangerete, alzerete i vostri bicchieri e berrete per me alla mia eternità"

L'ASSENTE

"Che pesante è portare
l'assenza dell'amico,
l'amico che ogni sera veniva a questo tavolo
e che non verrà più.
La morte è miserabile
che pugnala il cuore
e che ti decostruisce.

Aveva detto un giorno:
Quando partirò
per paesi lontani
al di là della terra
non piangerete,
alzerete i vostri bicchieri
e berrete con me
alla mia eternità.

Nel vuoto delle mie notti,
mi piacerebbe allora
bere al tuo ricordo
per restargli fedele.
Ma ho troppo dispiacere
e la sua voce che mi chiama
si pianta come un chiodo
nel palmo della mia mano.
Allora reso qui,
a bordo del mio passato,
silenzioso e sconfitto,
mentre la sua voce passa.
Ed ascolto la vita
installarsi al suo posto,
il suo posto che rimane abbandonato.

La vita di ogni giorno
con minuscole gioie,
vuole riempire ad ogni prezzo
il vuoto dell'assenza.
Ma non potrà
coi suoi inganni
prendere il mio amico
per la seconda volta.

Che pesante è portare
l'assenza dell'amico.

"Il richiamo c'è, muove il cuore.
Coscienza della mancanza che inonda la vita, ma anche capacità di ascoltare un tale richiamo,
un richiamo che c'è."





venerdì 14 maggio 2021

Sempre per sempre - Francesco De Gregori & Stefano Bollani

"Prima ancora che un problema uomo e donna, c'è il modo con cui ogni persona risponde alla domanda antica e sempre nuova: chi sono io?
Quando c'è confusione sull'io, anche i legami diventano problematici.
In un rapporto amoroso autentico, l'altro è vissuto come un bene talmente grande che viene percepito come qualcosa di divino. (...)
L'altro non può compiere la promesse che ha acceso, e questo genera insoddisfazione e delusione.
Siamo fatti per qualcosa di più grande dell'altro, e se non ce ne rendiamo conto le difficoltà che nascono dentro un rapporto possono diventare soffocanti. (...)
Per questo, al di fuori dell'esperienza cristiana dell'indissolubilità del matrimonio o un amore "per sempre", che di per sé sono desiderabili per due che si amano, di fatto vengono percepiti come non possibili."
(Intervista a Julian Carron, presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione, "Avvenire", 2 ottobre 2014)

"La connessione tra il presente e il 'per sempre' o meglio, il manifestarsi del 'per sempre' nell'istante, ci mette davanti alla questione sostanziale di ogni vita umana e della nostra vita personale, quella della sua verità finale e del suo diventare vera attimo per attimo. (...)
Il 'per sempre', cioè l'Amore come orizzonte ultimo del nostro istante, determina questo mio istante presente, e proprio gravandolo di un appello a riempirsi di quell'amore che lo rende, appunto, eterno.
Lo grava, come dice la poetessa Ada Negri:
'Ma non v'è momento/ che non gravi su di noi con la potenza/ dei secoli; e la vita ha in ogni battito/ la tremenda misura dell'eterno' (Ada Negri, 'Tempo')
(da "Il futuro è Cristo", lezione tenuta in videoconferenza da Paolo Sottopietra, superiore generale della Fraternità Sacerdotale San Carlo, 18 gennaio 2021)

"La sofferenza d'amore, essendo sofferenza, non è una cosa bella; ma credo che sia inevitabile perché l'amore è anche, c'è poco da fare, un desiderio di possesso e quando pensi che questo possesso possa essere messo in crisi o senti al contrario che una persona ti stia troppo addosso e tu non sai come fare per divincolarti, soffri.
Ma l'amore prevede tutto questo, come una dentatura prevede che tu ogni tanto abbia il mal di denti. (...) Non bisogna aver paura delle proprie fragilità. Siamo tutti fragili,  dovremmo girare con addosso un cartone con la scritta 'fragile', possiamo romperci in ogni momento."

Considerazioni molto personali, come da qualche tempo, ci capita di ascoltare da Francesco De Gregori. Personali e non scontate.
Per molti anni l'artista romano, si è nascosto e ha lasciato che il suo pensiero sull'umano fosse delegato ai testi delle sue canzoni (che, tra l'altro, lasciava in balìa delle più svariate interpretazioni).
Ora, nel tempo sereno della sua maturità, nelle diverse interviste, si apre a riflessioni, alcune volte anche sorprendenti e piene di ironica umanità, rispetto alla figura ideologica che nei decenni gli si è voluta appiccicare addosso.
Infatti, come continua in questa intervista rilasciata a "Vanity fair" nel luglio del 2019:
"Le grandi canzoni d'amore sono sempre struggenti: se racconti un matrimonio felice in una canzone non importa niente a nessuno, ma se descrivi la sofferenza amorosa, la passione nell'accezione del patimento, il coinvolgimento è immediato.
Certe mie canzoni nascono da una cosa spiacevole che può essermi accaduta, ma è raro che io riesca a scrivere una canzone mentre mi girano le palle: se scrivo ho bisogno di essere sereno, anche se faccio riferimento a momenti drammatici, tristi o problematici."

Ma, con la categoria del 'per sempre' con la quale abbiamo aperto questa "stanza" cosa ci suggerisce De Gregori, attraverso l'arte della canzone?
"'Sempre per sempre', per esempio, è una canzone al cui ascolto ogni tanto qualcuno si mette a piangere. Qualcun altro, invece, viene confortato dal fatto che ci si ritroverà sempre, non ci sarà mai un tradimento vero. E forse è questa la chiave del brano.
A volta una canzone nasce semplicemente da una frase e nella nostra testa girano ricordi, suggestioni, tante previsioni, tante speranze."

Così il cantautore ha spiegato la sua composizione nella rilassata atmosfera nel programma televisivo "Via dei matti n°0" condotto dalla coppia Valentina Cenni e Stefano Bollani.
E proprio con il prezioso accompagnamento al piano dell'eclettico pianista che vi proponiamo questa versione live di "Sempre per sempre"




giovedì 13 maggio 2021

Mangiafuoco - Edoardo Bennato

"Nella raffigurazione degli uomini come burattini senza fili visibili, la parabola (di Pinocchio  n.d.r.), raggiunge uno dei vertici della sua eloquenza e ci chiede un ascolto particolarmente attento. (...)
Sempre più largamente accolta è l'ipotesi antropologica che spiega ogni atto e ogni risoluzione come il prodotto ineluttabile delle forze economiche, dell'istinto sessuale, della cieca volontà di potenza, dei mezzi occulti di persuasione: i 'fili invisibili'; e poiché fatalmente si diventa quello che si è convinti di essere, l'uomo si assimila progressivamente a una marionetta appena rivestita di una illusoria apparenza di libertà.
Quando si è divenuti burattini, l'arrivo del burattinaio è immancabile: le esaltazioni frequenti e smodate della libertà come valore astratto e assoluto, forse sono oggi il canto nostalgico e desolato per una dea agonizzante.
Il problema centrale è dato appunto, dal rapporto tra i burattini e i burattinai.
La convinzione più semplice e più diffusa asserisce che la condizione di burattino è conseguenza dell'esistenza dei burattinai, sicché, basta eliminare questi prepotenti personaggi, perché alla marionette subentrino gli uomini.
Come in quasi tutti i giudizi, anche in questo c'è qualche parte di vero. (...)

Mangiafuoco (...) alla fine deve lasciare andare Pinocchio per le strade del mondo (...)
Che cosa rende Pinocchio irriducibilmente diverso che gli impedisce di assimilarsi alla compagnia delle teste di legno?
La differenza sta nel fatto che Pinocchio ha un padre, prodigiosa eccezione tra i suoi simili.
Se ha un padre ha un destino filiale. (...)
Quando ascoltiamo qualcuno che fieramente e protervamente dichiara: 'Né Dio, né padroni', non possiamo nascondere l'ammirazione per tanta chiarezza di propositi e tanto candore di sentimenti.
Ma ci stringe il cuore anche l'immancabile previsione:
chi enuncia questo programma diventa presto o tardi intollerante adoratore di qualche idolo e, senza volerlo, invoca l'avvento di qualche burattinaio, che non tarderà a comparire.
Dagli idoli ci si libera in modo definitivo solo innamorandosi dell'unico vero Dio;
i fili invisibili che ci costringono sono tagliati unicamente dall'affetto del Padre."

Nonostante siano passati alcuni decenni dalla stesura e dalla prima pubblicazione di questo originalissimo "Commento teologico a 'Le avventure di Pinocchio' " (era il 1977), in questo volume dal titolo "Contro Maestro Ciliegia", la vivacità intellettuale e l'ironia del milanese Giacomo Biffi, a quel tempo vescovo ausiliario per la cultura della diocesi ambrosiana e poi pochissimi anni dopo nominato arcivescovo di Bologna, è ancora di una attualità impressionante.
E, come già fatto notare in altre "stanze" di questo blog, la sorpresa perdura dalla coincidenza temporale dell'uscita nello stesso anno di un disco fondamentale per la discografia pop italiana che recuperava le trame della stessa fiaba nata dall'estro di Collodi: "Burattino senza fili" del napoletano Edoardo Bennato.
In qualche modo sorprendente era che contemporaneamente due figure illustri (ognuno nel proprio campo), un valente teologo dalla grande fede e un cantautore anarchico con il rock nel sangue, si confrontassero contemporaneamente sullo stesso argomento.
Ed era ancora più interessante scoprire che su molti capitoli della fiaba di Collodi, l'analisi iniziale partisse da un osservazione condivisa sull'umanità dei personaggi, divergendo poi, inevitabilmente nel giudizio finale.
Rimane il rammarico che i due "osservatori", negli anni, non siano mai stati coinvolti in un confronto diretto per spiegarsi reciprocamente le proprie riflessioni.

"Il canovaccio delle fiabe mi tutela, nel senso che quando parli di argomenti scottanti corri il rischio di essere didascalico, retorico, paternalista e moralista, che è la cosa peggiore.
Invece i personaggi delle favole mi hanno permesso di ironizzare, anche sui cattivi"

Così Edoardo Bennato racconta nel maggio del 2021, ospite del programma televisivo "Casa dei matti n°0".
Il bluesman partenopeo ha goduto di grande successo popolare quando nel giro di poco più di un lustro realizzò una trilogia di album dedicata ad altrettante favole: dopo le avventure di Pinocchio, quelle di Peter Pan ("Sono solo canzonette") e, con meno freschezza creativa, le peripezie del Pifferaio magico ("E' arrivato un bastimento").

"Mangiafuoco è il burattinaio che ha sempre in mano i fili, quello che stabilisce che ballo dobbiamo ballare, tutti quanti.
E' anche molto irascibile, s'arrabbia facilmente.
Per esempio: attento a te che vuoi andare controcorrente, che vuoi fare di testa tua; Mangiafuoco non può tollerarlo.
Per lui è importante che tutti ballino lo stesso tipo di ballo.
Se si accorge che esci dai binari, ha due metodi per farti tornare al posto:
o chiama i gendarmi, oppure ti fa dichiarare pazzo."

Nel 1979, sulla Televisione Svizzera, Edoardo Bennato, introduce con queste parole, il suo brano.
Accompagnato da Lucio Bardi alla chitarra e Tony Cercola alle percussioni, ecco una versione di "Mangiafuoco" al fulmicotone, una scorribanda ritmica, una frenetica cavalcata blues.     




mercoledì 12 maggio 2021

Calling me home - Rhiannon Giddens

"Di che paura (si) sta parlando?
Non soltanto quella del contagio, ma di quella di morire, dato che il contagio può avere conseguenze letali. La morte, da noi accuratamente occultata e sfrattata, è tornata visibile.
Occupando massicciamente la scena reale e mediatica, essa ha cessato di venire considerata, nel subconscio collettivo, un mero incidente di percorso, un inconveniente sporadico, che capita ancora, ma presto verrà debellato o comunque circoscritto. (...)
Sottolinea il filosofo Massimo Cacciari: ' E' Leopardi a insegnarlo (...) Se la vita vale veramente, e cioè è intenta a raggiungere qualcosa che ne trascende sempre l'esistenza finita, allora non si teme la morte, la si vive ' e vivendola si ridestano le domande profonde.
Osserva Heschel: ' La prima risposta alla domanda. Chi è l'uomo? è la seguente: l'uomo è un essere che pone domande su se stesso. Nel porre simili domande l'uomo scopre di essere una persona, e la loro qualità gli rivela la sua condizione '
L'uomo è quel livello della natura in cui la natura si interroga su di sé, sul proprio senso, sulla propria origine e sul proprio destino.
'Perché sono qui? Che cosa è in gioco nella mia esistenza?
Questa domanda non deriva da premessa alcuna: è data insieme all'esistenza'
Ma la domanda sul senso non può essere disgiunta da quella sul senso della propria morte."

Nel suo libro "C'è speranza? Il fascino della scoperta", Julian Carron, presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione, continua, fin dal suo sorgere letale, a paragonare la pandemia di Coronavirus, come l'occasione di una grande sfida per l'umanità nel ripensare il proprio rapporto con il reale, e in special modo, per il movimento ecclesiale che guida, quale sia la risposta dell'avvenimento cristiano nella contingenza quotidiana.

" 'Calling me home' è un brano scritto nel 2000 dalla musicista 'bluegrass' Alice Gerrard e quando ho sentito questa canzone e queste liriche ho capito che potevo fare qualcosa di particolare.
Per me è una canzone epica che parla ad ognuno di noi.
Non è un 'traditional' e non è nemmeno un canto irlandese come molti pensano: è un brano, un' atmosfera per me perfetta per descrivere la pandemia che ci ha attraversato e ancora continua a farlo.
Vuole dimostrare che nonostante facciamo di tutto per correre e sfuggire al nostro destino ad un certo punto della vita, una voce ti avverte che devi tornare a casa.
Il testo è aperto ad ogni riferimento, io penso però che nella vita esista qualcosa di trascendente, non unicamente materiale, e questo deve farci riflettere, specialmente in questi giorni."

Così Rhiannon Giddens introduce "Calling me home" sulle pagine de "Il Buscadero", storico mensile di informazione rock, nell'aprile 2021.
Interprete statunitense di colore, classe 1977, dalla grande voce, pastosa e scintillante contemporaneamente, virtuosa del banjo, oltre a cimentarsi anche al violino, titolare di un repertorio che va dal folk al bluegrass al country (gli esperti bravi sintetizzano tutti questi generi in uno solo: "americana") inizia la sua carriera nel gruppo dei "Carolina Chocolate Drops" nel 2005.
Continua la sua carriera da solista dal 2015 quando incontra il grande produttore T.Bone Burnette.
Potrebbe affidarsi totalmente alla produzione mainstream, ma subito s'incammina verso una ricerca musicale nella quale affronta generi poliedrici e non scontati, sempre però, negli ambiti delle tradizioni popolari.
L'album, da cui è tratta "Calling me home", è del 2021, ed è stato realizzato in Irlanda, dove è rimasta bloccata a causa dell'epidemia di coronavirus.
Per non smentirsi, insieme al musicista italiano Francesco Turrisi, assembla una tracklist, che va dalle ballate traditional alle ninne nanne pugliesi, alla musica da camera di Claudio Monteverdi.
"Questo è un disco che parla di famiglia, di che cosa significa essere un espatriato, di cosa si prova ad avere due case e allo stesso tempo nessuna. (...)
Queste canzoni ti danno conforto.
Temi come la morte, la nostalgia di casa, sono espressi splendidamente e in maniera semplice.
 Questo ci dà conforto, perché non siamo soli, siamo tutti parte del grande esperimento chiamato umanità. (...)
Dobbiamo solo mettere le cose in prospettiva, pensare: ok, la situazione è difficile, ma c'è chi se la passa peggio di noi. Quindi, come possiamo usare queste emozioni per confortarci, così da poter fare lo stesso con gli altri?
In fondo, l'obiettivo è migliorare al vita degli altri.
Per riuscirci dobbiamo smettere di pensare solo a noi stessi.
(da "RollingStone", marzo 2021) 

MI STANNO CHIAMANDO A CASA

"Un vecchio amico giaceva sul suo letto morente
Teneva la mia mano sul suo petto ossuto
E ha sussurrato a bassa voce
mentre piegavo la testa:
'Oh, mi stanno chiamando a casa,

E' arrivato il mio momento di salpare
So che vorresti che io restassi,
ma mi mancano i miei amici di ieri.
Oh, mi stanno chiamando a casa.

So che ti ricorderai di me
quando io me ne sarò andato
Ricorda le mie storie, ricorda le mie canzoni.
Li lascio sulla Terra, dolci tracce d'oro.
Oh, mi stanno chiamando a casa.

Quindi, amici, riunitevi e salutatemi.
Il mio corpo è legato,
ma la mia anima volerà.
La mia piccola luce risplende nel cielo.
Oh, mi stanno chiamando a casa.

E' arrivato il mio momento di salpare.
So che vorresti che io restassi,
ma mi mancano i miei amici di ieri.
Oh, mi stanno chiamando a casa"     




martedì 11 maggio 2021

Ave Maria - Davide Van de Sfroos

"- Vergine madre, figlia del tuo Figlio, / umile ed alta più che creatura, /
termine fisso d'eterno consiglio - , indicazione ineluttabile di Chi ha fatto in disegno di tutto l'universo, che ne è l'espressione.
Infatti - tu se' colei che l'umana natura / nobilitasti sì, che il suo Fattore / non disdegnò di farsi sua fattura / nel ventre tuo. (...)
- Qui - continua la poesia di Dante - qui se' a noi meridiana face / di caritate - sei il punto sicuro di amore - e giuso, intra i mortali, / se' di speranza fontana vivace.

Fra tutte le genti dell'universo sei fontana vivace di speranza, sei una sorgente continua della speranza come significato del tutto, come luce della luce, come colore del colore, come l'altro dell'altro.
Sei di speranza fontana vivace: la speranza è l'unica stazione in cui il grande treno dell'eterno si ferma un istante.
Sei di speranza fontana vivace.
Senza speranza, infatti non esiste possibilità di vita.
La vita dell'uomo è la speranza, perché è alla speranza che io invito i vostri occhi a guardare. (...)
Tra i mortali Tu sei di speranza fontana vivace.
La figura della Madonna è proprio la figura della speranza, la certezza che dentro i padiglioni - direbbero i medioevali - dell'universo sei la sorgente di acqua che si sente, che va giorno e notte, notte e giorno.
Che questa fontana vivace di speranza abbia ad essere ogni mattina - ogni mattina - il senso della vita immediato più mordace e più tenace che ci possa essere."
(Brani tratti dal messaggio conclusivo di Luigi Giussani al Meeting di Rimini, il 24 agosto 2002)

"Nel 2014 la richiesta della Diocesi ambrosiana fu una piacevole sorpresa per me, stavolta il 'bis' si deve al fatto che lo stesso cardinale Scola ha espresso il desiderio che eseguissi la mia 'Ave Maria', dedicata alla Madonna che guarda a tutti senza distinzioni.
E' una sensazione bellissima per uno come me, che, pur nel fango della propria fragilità, viene chiamato a produrre qualcosa di suo con quella medesima argilla."

Nel 2015, per Milano l'anno epocale dell'Expo, sotto la guida del card. Angelo Scola, la Chiesa ambrosiana organizzò un grande evento di riflessione e spettacolo nella grande piazza del Duomo.
Nell'intervista rilasciata ad "Avvenire" il cantautore lariano Davide Van de Sfroos, raccontò quali erano i suoi sentimenti alla luce dell'invito fattogli dalla curia.
Davide Bernasconi (con il suo nome d'arte Van de Sfroos) è un bell'esempio di come un artista, espressione di una parte precisa di un territorio regionale, con intraprendenza, capacità letteraria nel raccontare storie di popolo reale e di creatività musicale, sfruttando modelli "country" di ispirazione "irish", sia riuscito a conquistare un buon seguito di "aficionados" in giro per l'Italia, scavalcando i confini regionali, nonostante l'uso non immediatamente comprensibile del dialetto "laghée" originario delle terre comasche bagnate dal lago, celebrato dal Manzoni.

Van de Sfroos, oltretutto, è un tipo umanamente interessante, alla perenne ricerca di un senso che trascenda e valorizzi il quotidiano umano fatto di piccole e grandi storie di emarginazione, lavoro e rapporti affettivi.
Proprio nell'intervista citata così risponde a precisa domanda:
"Fin da piccolo, giocando, incappavo ovunque in corone del rosario, santini, madonne fluorescenti, eccetera. Tutti in famiglia facevano abitualmente ricorso a Dio.
Io stesso non ricordo un giorno della mia vita in cui non mi sia confrontato con l'Altrove, perfino nei giorni più difficili.
Col tempo mi sono appassionato alla spiritualità degli uomini. (...)
L'uomo di oggi vive di password, ma non si chiede quale sia quella di Dio.
Anzi il fatto che a Dio non si acceda con password lo rende inaccessibile a quanti preferiscono la via più veloce.
Occorre invece capire che il fatto di esistere è già un miracolo.
Rischiamo, frettolosi come siamo, di essere come pesci in fondo al lago, che discutono se esiste o meno l'acqua, senza accorgersene che vi sono immersi."

"Ave Maria", la cui prima versione (1995) è cantata su una orripilante marcetta "reggae", poi opportunamente trasformata in una distesa ballata acustica, non è l'unica canzone di Van de Sfroos, dedicata alla Madonna, c'è un altro piccolo capolavoro scritto dal cantautore comasco "40 pass", che occupa da tempo una "stanza" di questo blog. 




La sua figura - Giuni Russo & Franco Battiato

da "C'è speranza? Il fascino della scoperta" di Juliàn Carròn "Abbiamo trovato il Messia. E' la notizia che attravers...