martedì 30 giugno 2020

Freedom Highway - Staples singers

da "Il Foglio" 6 Giugno 2020

" Uomini in ginocchio che pregano e uomini che premono il ginocchio su un uomo a terra.
Uomini che cantano inni e l'uomo che dovrebbe essere la loro guida che chiama l'esercito, agita la Bibbia come fosse il Libretto rosso di Mao facendo imbufalire il vescovo cattolico e la sua collega episcopale di Washington.
Mai come in questi giorni una guerra di simboli sta squassando l'America in quel che ha di più caro, il suo sentirsi "one nation under God" (...)
La religione americana, l'America come grande nazione sotto la legge di Dio, è ed è da sempre la casa di tutti gli uomini liberi che ricercano la loro felicità: l'America è la promessa della 'city upon the hill' e ha continuato ancor più nella forma di quel 'protestantesimo secolarizzato' che è la radice dell'american way of life.
Per dirla con Eisenhower, la nazione che ha 'per fondamento la religione; non importa quale religione'
Persino un presidente pio e belligerante come Bush dopo l'11 settembre si affrettò a dire con grande chiarezza ai musulmani americani: 'Noi rispettiamo la vostra fede.
Essa è praticata liberamente da svariati milioni di americani e da molti altri milioni di persone in paesi che l'America considera amici'.
Bush, un 'born again christian, era un presidente religioso e nei giorni scorsi ha scritto: 'le risposte ai problemi americani si trovano nel rispetto degli ideali americani, nel rispetto della verità essenziale, che tutti gli uomini sono stati creati uguali e dotati da Dio di certi diritti'.(...)
Oggi in America la questione religiosa e la questione razziale si sono infiammate, è riapparso il suprematismo, in una situazione che rischia di uscire dal controllo"

E' una lunga citazione di un complesso e interessante articolo di Maurizio Crippa, vice direttore del "Foglio" a commento delle manifestazioni di protesta scatenatisi immediatamente dopo l'assassinio di George Floyd e di tutte le sue implicazioni religiose.
Infatti è la radice stessa del calvinismo protestante americano che non aiuta a risolvere il problema atavico dell' intolleranza razzista che cova sotto la cenere per poi esplodere periodicamente.
Gli ultimi violenti scontri erano avvenuti nel 2015 a Baltimora e il presidente in carica era Barack Obama, il primo presidente di colore. 
Furono scontri che fecero ritornare alla memoria quelli lontanissimi del 1965

"Il 7 Marzo 1965, una domenica passata alla storia come 'Bloody Sunday', più di 6000 persone guidate da Martin Luther King si mise in marcia dalla città di Selma nello Stato dell'Alabama per raggiungere la capitale, Montgomery.
Si trattava di una manifestazione contro la segregazione razziale allora ancora pienamente in vigore. (...) Polizia e cittadini bianchi li attaccarono  violentemente, ci furono un morto e dozzine di feriti.
Ci riprovarono  due giorni dopo, dovettero fermarsi ancora una volta, ma finalmente, due settimane dopo, con la protezione di soldati dell'esercito, riuscirono ad arrivare a Montgomery.
Poco tempo dopo il congresso americano avrebbe approvato il Voting Rights Act, la più grande vittoria del movimento dei diritti civili."

Questa è la cronaca scritta per il sito informativo Il sussidiario.net da Paolo Vites il 28 Febbraio 2015, in occasione della pubblicazione integrale in cd di "Freedom Highwhay", la registrazione  della celebrazione nella chiesa di New Nazareth di Chicago, di una messa gospel, nel 1965, alcune settimane dopo i fatti appena raccontati.

Continua Paolo Vites:
"Davanti a dei fedeli inizialmente perplessi gli Staples Singers, accompagnarono la celebrazione con musiche alquanto diverse da quelle che si sentivano normalmente in una chiesa:
Il decano del gruppo, (composto da un ensemble famigliare), Roebuck 'Pops' Staples, suonava la chitarra elettrica, il suo stile bluesy era una novità assoluta nella musica gospel, creando un magnetico contrasto con le voci spiritual e la sezione ritmica, che imprimevano un ritmo quasi funky.
Poi le voci dei figli, tra cui quella meravigliosa  dell'allora venticinquenne Mavis.
Quello che si ascoltò fu di una potenza sbalorditiva.
Oltre ai classici gospel, gli Staples Singers presentarono un pezzo scritto apposta dedicandolo ai partecipanti alla marcia: 'Freedom Highway', che Pops introdusse così:
'Grazie a quella marcia, la parola si è rivelata e una canzone è nata.
Abbiamo scritto una canzone per quei manifestanti della libertà e la dedichiamo a tutti i manifestanti della libertà':
Marciamo per la strada principale di libertà
marciamo ogni giorno
Noi cerchiamo la pace e la troveremo


   

Canzone contro la paura - Brunori sas

"Ogni volta che si suona un blues o lo si ricrea, noi lo facciamo nostro, ci mettiamo il nostro sudore e le nostre lacrime, il nostro cuore.
Siamo diventati bravi anche a prendere per mano chi ci ascolta e ad accompagnarlo attraverso questa avventura umana fatta di musica che il blues è.
Per questo non ci stanchiamo mai di suonarlo.
Quelle dodici battute sono come il pulsare del cuore.
Quelle dodici battute che si ripetono sono un pò come l'insistere di quella nota di pianoforte nella "Goccia" di Chopin, l'incedere della vita.
E noi della vita non siamo per niente stanchi: c'è quel famigerato 'bene assente', quel bisogno insaziabile di essere voluti bene completamente e incondizionatamente.
Mercy, misericordia.
La risposta a quel bisogno si chiama così.
La strada che si spalanca da quel punto di partenza che il blues è, si chiama misericordia"

Sono parole di Maurizio "Riro" Maniscalco, tratte dal suo libro "Musica, parole e storie".
Maniscalco, pesarese di nascita, milanese di educazione, newyorkese di acquisizione, si definisce, con pudore, 'un vero finto musicista'.
E' vero che il suo essere polistrumentista, compositore e interprete è un esercizio non "professionale" ( attualmente è direttore dell'Emerald Institute di New York), ma la sua vita è indubitabilmente attraversata dalla passione per il blues, per i Beatles e per Bob Dylan

"Che cos'è il rock?
Non è facile dare definizioni di un fenomeno così complesso e contraddittorio. (...)
Una cosa è certa: il rock ha avuto fin dagli inizi la capacità di farsi interprete dei sogni, delle aspirazioni e dei malesseri dei giovani. (...)
La musica e i suoni del rock possono ben esprimere una lacerazione, una drammaticità, anche una ribellione profonda che va letta con cura. (...)
C'è spesso fragilità nei versi del rock, ma è possibile riconoscere un istinto radicale per ciò che rende felice una vita umana, la quale tende inesausta a questa felicità, nonostante tutto. (...)
Ed è poi questo, il vero bisogno dell' anima: una vita che abbia senso."

Queste, invece, sono parole di Padre Antonio Spadaro, gesuita, attuale direttore di Civiltà Cattolica, studioso della cultura americana e grande appassionato di rock ( fan sfegatato di Bruce Springsteen), nella sua prefazione di un bel libro del titolo "Il vangelo secondo il rock" edito da Claudiana.

Brunori sas (Dario Brunori), è tra i cantautori della nuova generazione musicale, la cosiddetta 'indie' , quello che si avvicina in modo più convincente alla grande tradizione dei cantastorie italiani degli ultimi cinquant' anni.
Nasce a Cosenza nel 1977, laureato in Economia e Commercio, pubblica il suo primo disco nel 2009.
Non si fa trascinare dal movimento dei rapper, ma è ancorato ad una produzione pop con forti influenze nello stile compositivo, ad esempio, di un Rino Gaetano, ma molto più riflessivo.
Coadiuvato in sala d'incisione dal capace produttore e arrangiatore giapponese Taketo Gohara, le sue tourneè diventano spesso un omaggio al Teatro Canzone di Giorgio Gaber.

I testi delle canzoni non sono mai banali: i rapporti umani, la nostalgia della vita 'lenta' di provincia, un' ironica critica sull'attualità sociale, ma sempre con un fondo di ottimismo, di 'misericordia'.

Il suo brano "manifesto" è "Canzone contro la paura"
"Vedo paura ovunque da un pò di tempo, e non solo nei media o nei telegiornali.
Vedo che questo sentimento sta avendo un impatto che nella vita reale delle persone e in contesti inaspettati, quando sento determinate affermazioni, nell'intimità o incontri privati.
Questo ha messo in discussione anche una mia visione del mondo, delle persone , dell'umanità.
Ho dovuto mettere in discussione in primis me stesso.
Mi sono reso conto che tutto quello che condanno, a volte, in parte mi appartiene.
Nelle mie canzoni emerge un forte senso di denuncia, una forma di amarezza umana, non politica,
ma di empatia umana, del domandarsi : ma dove stiamo andando?  E io come mi comporto?"
Queste le parole dello stesso Brunori in un'intervista a Repubblica  nel 2017.

"Ma non ti sembra un miracolo
che in mezzo a questo dolore
e a tutto questo rumore
a volte basta una canzone
anche una stupida canzone
solo una stupida canzone
a ricordarti chi sei?"

Sono le domande eterne che il rock ( e il blues) non hanno mai dimenticato e che continuano a non nascondere. 


 

lunedì 29 giugno 2020

40 - U2

"Cari fratelli e sorelle, buongiorno!
Nel nostro itinerario di catechesi sulla preghiera incontriamo il Re Davide. (...)
Un tratto caratteristico presente nella vocazione di Davide è il suo animo di poeta. (...)
E' una persona sensibile, che ama la musica e il canto.
La cetra lo accompagnerà sempre: a volte per innalzare a Dio un inno di gioia, altre volte per esprimere un lamento o per confessare il proprio peccato. (...)
La preghiera nasce proprio da lì, dalla convinzione che la vita non è qualcosa che ci scivola addosso, ma un mistero stupefacente, che in noi provoca la poesia, la musica, la gratitudine oppure un lamento, la supplica.
Quando ad una persona manca quella dimensione poetica, diciamo quando manca la poesia, la sua anima zoppica. (...)."

Bisognerebbe leggerla tutta questa riflessione di Papa Francesco durante l'udienza settimanale del mercoledi del 24 Giugno 2020, nella quale ripercorre la vita di Davide tra i suoi impeti meditativi e le sue passioni carnali e violente, una grandiosa figura biblica, un esempio di redenzione in mezzo a tante contraddizioni.
Proprio come la storia di tanti protagonisti del rock

"In parole povere, credo che esista una forza amorevole e intelligente che guida l'universo.
Credo nel genio poetico di un creatore che sceglie di esprimere un potere insondabile.
La storia di Cristo ha un senso per me.
Come artista ci vedo della poesia.
La concezione secondo la quale la vastità della creazione e l'universo insondabile abbiano senso solo se associati alla vulnerabilità di un bambino che viene al mondo.
E' questo che fa di me un cristiano. (...)
La Bibbia mi sostiene, in termini di fede: sono una di quelle persone che hanno bisogno di avere punti fermi. Voglio costruire la mia casa sulla roccia, ce l'ho dentro di me.
Non leggo la Bibbia come se fosse un libro storico e non la leggo pensando: ' Beh, questo è un buon consiglio', lascio che mi parli in altri modi"

Irlandese di Dublino, figlio di madre protestante e padre cattolico, Paul Hewson, meglio conosciuto come Bono Vox, leader degli U2, in questa lunghissima e fondamentale intervista rilasciata alla rivista "Rolling Stone" nel gennaio 2006, ribadisce la sua fede cristiana e approfondisce il lato poetico del trascendente, proprio come meditava Papa Francesco.
Ma questo particolare non è il solo, c'entra ancora Re Davide ....

"Sei del mattino, 20 Agosto 1982, Windmill Lane Studios, Dublino.
Dopo una notte passata a registrare alcuni pezzi, agli U2, che stanno registrando il loro terzo album 'War' manca un tassello.(...)
Nei momenti difficili arrivano le cose migliori.
Bono gira per la stanza in cerca di ispirazione: la parte musicale sembra esserci, ma il testo no.
'Okay, facciamo un salmo', salta su Bono con la Bibbia in mano ..."

Inizia così, il capitolo della storia di una delle più famosa canzone degli U2 , nel bel libro di Andrea Morandi "The name of love".

Nel salmo 40 della Bibbia, Davide ringrazia Dio per aver liberato il suo popolo dalla schiavitù in Egitto

Qui racconta Bono:
"Il ritornello di '40', il salmo che trovai aprendo la Bibbia, quella domanda che chiedeva per quanto tempo dovessimo cantare, venne adottata dalle folle di tutto il mondo e raggiunse il culmine il giorno del Live Aid nel 1985: per tutto il giorno  anche dopo che i Queen avevano terminato la loro esibizione - la gente continuò a cantare 'How long to sing this song'
Incredibile. Amo profondamente '40', è tra i miei pezzi preferiti degli U2"

"Ho atteso con pazienza il Signore
Lui si è chinato su di me e ha ascoltato il mio grido.
Mi trasse dall'abisso
Da fango e argilla mi trasse

E canterò un canto nuovo
Fino a quando canterò questo canto?

Ho sperato ho sperato nel Signore
Ed Egli su di me si è chinato
(...)
Mi ha messo in bocca un canto nuovo
Una lode al nostro Dio

Fino a quando canterò questo canto?"

Il video che segue è di un concerto del 1983 in Germania,
è lo stesso anno di pubblicazione di '40',
gli U2 stanno sempre più diventando una band emergente del rock mondiale.
Sono ancora dei 'pischelli', il palco non ha alcun effetto speciale.
Guardatelo: alla fine quando sta per lasciare il palco , Bono si accorge che il ritornello continua ad essere cantato dalla immensa platea raccolta nello spiazzo.
Lui, si meraviglia, e ritorna sul palco.

How long to sing this song?


  


venerdì 26 giugno 2020

Dotti, medici e sapienti - Edoardo Bennato

da "Le avventure di Pinocchio"  di Carlo Collodi
Cap. Sedicesimo: 
'La bella Bambina dai capelli turchini fa raccogliere il burattino, lo mette a letto e chiama tre medici per sapere se sia vivo o sia morto'

" (...) A questo invito, il Corvo, facendosi avanti per il primo, tastò il polso a Pinocchio, poi gli tastò il naso, poi il dito mignolo dei piedi: e quand'ebbe tastato ben bene, pronunziò solennemente queste parole:
- A mio credere il burattino è bell'e morto: ma se per disgrazia non fosse morto, allora sarebbe indizio sicuro che è sempre vivo!
Mi dispiace - disse la Civetta - di dover contraddire il Corvo, mio illustre amico e collega : per me il burattino è sempre vivo; ma se per disgrazia non fosse vivo, allora sarebbe segno che è morto davvero.
- E lei non dice nulla? - domandò la Fata al Grillo parlante 
- Io dico che il medico prudente, quando non sa quello che dice, la miglior cosa che possa fare è quella di stare zitto"

Come al solito, il racconto di Pinocchio, nello svolgersi dell'azione, rimanda a situazioni, davanti alle quali il lettore attento prova a confrontarsi con la realtà che vive. 

Infatti ......
" Un elemento distorcente che è emerso con particolare virulenza durante la crisi pandemica ultima, è dato dall'effetto della politicizzazione del dibattito scientifico.
La politica, per molti, troppi ricercatori, costituisce un'attrattiva difficilmente resistibile (...)
Sono tanti gli scienziati che cadono nella trappola e nell'adulazione: a questo punto, però, la loro parola agli occhi del pubblico, diviene di parte e il dibattito scientifico risente immediatamente della polarizzazione politica, producendo per reazione ipotesi estreme, certezze assolute, figure barbine, salite di eroi e cadute di ex - star"

Parole del prof. Enrico Bucci, 'adiunct professor' presso la Temple University di Philadelphia, dalle pagine de "Il Foglio" di lunedì 22 Giugno 2020

Edoardo Bennato, nella sua carriera ha inanellato una serie di record: è stato il primo cantautore italiano a realizzare dei concept album, basandosi su fiabe famose, attualizzandole da par suo.
Nel 1977, sconvolge il mondo musicale italiano pubblicando "Burattino senza fili" rileggendo in chiave rock "le avventure di Pinocchio"
Nel 1980, mentre i fans attendevano il nuovo disco esce con "Uffà uffà" una specie di cabaret di puro 'non sense', ma dopo appena due settimane, tra la sorpresa generale sforna "Sono solo canzonette" basato sul racconto di Peter Pan .

Aggiungiamo che, dopo appena qualche settimana dal concerto di Bob Marley nello stadio milanese di SanSiro, primo cantautore italiano in assoluto, il 2 Luglio 1980, riempie lo stesso stadio all'inverosimile ( 80.000 sono i convenuti) durante la sua tourneè estiva di concerti.

Se "Sono solo canzonette" sarà la conferma dello stato di grazia creativo, nelle musiche e soprattutto nei testi arguti e ironici, tre anni prima con il suo Pinocchio, il blues man napoletano dà sfogo a tutto la sua voglia di stupire pubblico e critica, imbastendo un 'musical' in cui oltre ai brani classicamente rock blues, compare il twist e un altro grande amore di Bennato : il melodramma di stampo rossiniano.
Accompagnato, quindi dalla grande orchestra, Edo non si fa sfuggire, l'episodio dei medici al capezzale del burattino:
"In "Dotti, medici e sapienti, canto l'arroganza, la stupidità e l'arroganza dei cosidetti 'esperti', che non si rendono conto che le indicazioni e i rimedi che propongono sono vanificati dai conflitti generazionali"
Così, Bennato, commenta il brano in questione nel libretto che accompagna l'uscita della nuova registrazione dell'album nel 2017.

Certamente se lo spunto di questo post ci è dato dall'effettiva confusione di pareri dei medici, sui media, durante la drammatica pandemia che ha attraversato il pianeta, è innegabile che il tema della comunicazione scientifica rimane universale e ciclica nella storia dell' uomo.




giovedì 25 giugno 2020

Gotta serve somebody - Bob Dylan

da "Le lettere di Berlicche"  di C.S.Lewis

"Mio caro Malacoda (...)
gli esseri umani sono anfibi  mezzo spirito e mezzo animale (...)
Per decidere quale sia il miglior uso che ne puoi fare, devi chiederti qual è l'uso che desidera farne il Nemico, e poi agire all'opposto.
Ora, può essere per te una sorpresa venire a sapere che nei suoi sforzi di impossessarsi per sempre di un'anima, Egli si basa sulle depressioni ancor più che sulle elevazioni.
Alcuni dei suoi speciali favoriti sono passati attraverso depressioni più lunghe e più profonde di qualunque altro.
La ragione è questa: per noi un essere umano è inanzi tutto cibo; nostro scopo è l'assorbimento della sua volontà nella nostra, l'aumento a sue spese della nostra area di egoismo.
Ma l'obbedienza che il Nemico chiede all'uomo è cosa del tutto diversa.
Bisogna guardare in faccia al fatto che tutto quel parlare intorno al suo Amore per gli uomini, e intorno al Suo servizio come perfetta libertà, non è ( come si vorrebbe allegramente credere) pura propaganda, ma una terribile verità.
Egli vuole riempire l'universo di una quantità di nauseanti piccole imitazioni di Se stesso, non perchè Egli li assorbirà, ma perchè le loro volontà si conformeranno liberamente alla Sua. (...)
Egli non può rapire, può solo corteggiare.
Infatti ha l'ignobile idea di mangiare la torta e insieme conservarla;
le creature devono essere una sola cosa con Lui, ma intanto devono rimanere se stesse."

E' un altro brano molto arguto tratto dall' immaginario epistolario tra il diavolo Berlicche e suo nipote Malacoda, 'diavolo custode', su come rubare l'anima agli umani, tentando di ostacolare il Nemico nella sua opera. 
Questo 'diario diabolico' di formazione, scritto da C.S. Lewis, uno dei più importanti scrittori inglesi cattolici del '900, insieme a Tolkien e Chesterton, venne pubblicato nel 1947.

Solo sei anni prima, in America, a Duluth, nasceva uno dei personaggi più importanti nella storia del rock e della poesia moderna intera: Robert Allen Zimmerman in arte Bob Dylan.

Icona musicale per più generazioni, dapprima semplice menestrello folk, poi attento cronista delle contraddizioni della società americana e dello scontro tra il formalismo ingessato uscito dalla seconda guerra mondiale e l'ansia di nuove risposte nel quotidiano, sempre filtrate da citazioni bibliche, espressione della sua cultura ebrea.

Ma, alla fine degli anni '70, sorprende fans e critica, realizzando un album esplicitamente ispirato alla religione cristiana e alla figura del Messia.
"Avvertii una presenza nella stanza e non avrebbe potuto trattarsi di nessun altro se non di Gesù.
Mi sentii rinascere.
Gesù pose la sua mano su di me, fu una cosa fisica: sentii la Sua mano e il mio corpo cominciò a tremare, la gloria del Signore mi abbattè e poi mi aiutò a rialzarmi"
Era il novembre 1979 e Bob Dylan annunciava la sua appartenenza alla Chiesa Evangelica Pentecostale americana:  la Vineyard Fellowship

E, giusto per non essere equivocato, affermava:
" Cristo non è una religione. Lui è la via, la verità, la vita.
Vi dissi ' i tempi stanno per cambiare' e così è stato.
Vi dissi che ' la risposta era nel vento' e così è stato.
Ora vi sto dicendo che Gesù sta per tornare, e così sarà!"

L'infatuazione per la conversione è così forte, che i suoi concerti diventano dei sermoni itineranti, dove il pubblico presente viene coinvolto in maniera spiazzante, tanto da suscitare dissensi e incomprensioni.
Negli anni successivi, già a metà degli '80, la carica predicatoria si attenua di molto e Dylan ritorna su posizioni più laicamente poetiche, non perdendo mai 'l' imprinting' della Chiesa a cui aveva aderito così entusiasticamente.
Sforna album di una intensità letteraria impressionante, con la sua voce sempre più "informe", vince il Nobel per la letteratura, addirittura recupera, a modo suo il songbook di Frank Sinatra, ma sostanzialmente, rimane il suo giudizio millenaristico sulla storia dei giorni attuali.

Sorprendentemente nel 2000, a Bologna, canta davanti a un Giovanni Paolo II attentissimo, la sua canzone più famosa: "Blowin in the wind"

Parlando della pandemia del nuovo coronavirus, ha recentemente affermato:
" Credo sia l'anticipazione di qualche altra cosa.
L'estrema arroganza può avere punizioni esemplari, forse siamo alla vigilia della distruzione.
penso che l'unica cosa da fare sia lasciargli compiere il suo percorso"

Ma tornando al primo sorprendente capitolo della sua nuova strada esistenziale:
1979, l'album " Slow train coming". Uno dei suoi più grandi successi popolari.
Grande musica discendente diretta del gospel e dello spiritual, ben orchestrata dalla regia sapiente del leader di un complesso, in quegli anni emergente, Mark Knopfler dei Dire Straits.

Apertura per "Gotta serve somebody", un grande blues che riecheggia il tema proposto dalle lettere di Berlicche: l'eterno duello dell'uomo tra Dio e Satana:

" Puoi essere un muratore che tira su una casa
Puoi vivere in una lussuosa residenza o sotto un ponte
Puoi possedere delle armi o perfino dei carrarmati
Può piacerti mangiare caviale o mangiar pane
Puoi dormire per terra o su di un letto a doppia piazza

Ma devi servire qualcuno, proprio così
Devi servire qualcuno
Può essere il Demonio o può essere il Signore
Ma devi servire qualcuno" 








        
  

mercoledì 24 giugno 2020

Arrivano i buoni - Edoardo Bennato

da "Figaro"  11 Giugno 2020
"L'immagine di George Floyd metodicamente asfissiato da un poliziotto di Minneapolis ha fatto il giro del mondo ed è insostenibile: (...) la questione nera resta la grande tragedia della storia americana. (...)
L'emozione deve ispirare la riflessione, ma non può esonerare dal sapere.
Nella maggior parte delle università del vecchio Continente, studiare la propria storia, la propria cultura d'origine significa accusarla, decostruirla perchè da lì verrebbero tutti i mali: schiavismo, colonialismo, sessismo, omotransfobia.
Combattere l'egemonia occidentale all'interno dello stesso Occidente, al di là della rivolta contro le violenze della polizia, ecco qual'è l'obiettivo del nuovo antirazzismo. (...)
L'antirazzismo non è più difesa dell'eguale dignità delle persone, ma una ideologia, una visione del mondo."

Così, il filosofo francese e gran polemista Alain Finkielkraut, commentando l'ondata di proteste e rivendicazioni ( con annessi abbattimenti di statue e simboli di politici e uomini illustri europei, con la sola colpa di avere vissuto la cultura del loro tempo, che ha investito anche la Francia, come il resto d'Europa, dopo le barbare e irresponsabili uccisioni negli Stati Uniti, da parte di poliziotti bianchi a uomini di colore.

Massimo Teodori, laicissimo americanista, sul suo blog scrive:
"Dopo gli attacchi alle statue di personaggi famosi, possiamo aspettarci che la furia dei fondamentalisti tra i 'Black Lives Matter' si indirizzi a distruggere con il tritolo le facce di Washington, Jefferson, Lincoln e Teodore Roosvelt scolpite nella roccia del Monte Rushmore in Oklahoma,laddove sorgevano le Black Hills sacre per i nativi indiani.
I quattro famosi presidenti, simbolo della nascita, crescita, sviluppo e conservazione degli Stati Uniti, possono essere accusati di razzismo da chi è ispirato da approssimativi sentimenti anti-storici, che nulla hanno da invidiare agli islamisti che distrussero le millenarie statue di Budda e abbatterono gli straordinari reperti storici dell'antichità romana nel Nord Africa.
La tracotanza di chi ritiene di incarnare 'il bene' che comincia oggi per distruggere 'il male' del passato, si sa dove inizia ma non dove va a finire. (...)
C'è da chiedersi che cosa vogliono fare i talebani antirazzisti.
Tabula rasa?
Reinventare la storia?
Moralizzare e ideologizzare proiettando il politicamente corretto d'oggi sullo storicamente scorretto di ieri?"

Parole forti, per una situazione preoccupante, che mina la nostra capacità critica di capire la Storia e i suoi accadimenti attraverso i protagonisti, nei secoli.

Edoardo Bennato, è napoletano verace, ma cresciuto col suono "americano" dei juke box che nei vicoli diffondevano negli anni '50 il rock'n roll di Chuck Berry e il blues di Bo Diddley; dopo il diploma di liceo artistico , lascia l'Italia e nella Underground londinese si arma di chitarra, kazoo, armonica a tracolla e tamburello a pedale e vive un'esperienza da 'cantante di strada'. Era il 1965

Tornato in patria, pochi mesi dopo, mentre si iscrive alla facoltà di ingegneria al Politecnico di Milano, dopo un'esperienza alla RCA, viene accolto dalla 'factory' di Lucio Battisti e Mogol, insieme alla (non ancora) Premiata Forneria Marconi, Formula Tre, Bruno Lauzi, Adriano Pappalardo ed altri persi poi per strada.
Si fa le ossa come autore e ( a suo dire) influenza  con la sua passione per i classici del blues , la produzione meno 'popolare' del genio di Poggio Bustone.
Poi, un primo 33 alla 'Elton John', ma già alla sua seconda uscita, "I buoni e i cattivi", (1974), si impone come uno dei pochissimi cantautori italiani considerati eredi dei 'bluesman' afroamericani, anche se fortemente debitori della tradizione popolare napoletana e addirittura orchestrale del melodramma italiano.

Edo, si fa notare, inoltre, per i suoi testi intelligentemente sarcastici, satira feroce della società e dei meccanismi del potere, spesso mandando in estasi il pubblico della sinistra militante che però non si accorge che la critica e il 'messaggio' di Bennato, essenzialmente anarchico, va oltre gli schemi dettati dal conformismo e dall'egemonia dei comitati politici.

Scrive Francesco Donadio, nel suo libro - biografia 'Edoardo Bennato, venderò la mia rabbia':
" 'Arrivano i buoni' è uno dei pezzi- chiave e anche il meno capito da tutti. Anche qui, Bennato fa del punk- cabaret, avviando i procedimenti in solitario con chitarra, tamburello e con l'aiuto dell'irridente kazoo. E' incredibile che all'uscita del disco non venga compreso chi è stavolta nel mirino, perchè a rileggere il testo è molto chiaro (...)
E' un Bennato che ha fatto tesoro del periodo passato a suonare nelle varie situazioni politiche della sinistra giovanile, e praticamente quello che fa è ..... prendere in giro il suo pubblico, quelli che sono convinti di essere i buoni e con l'avvento della loro ideologia, potrà finalmente cominciare una nuova era più giusta, per tutti.
Senonchè, Edoardo, denuncia il pericolo insito in questa certezza: 
i pericoli del terrorismo, con l'arrivo sulla scena delle Brigate Rosse e di altri gruppi paramilitari, diventeranno una realtà quotidiana per tutti gli italiani.
Lo sbeffeggiamento di Edoardo con il kazoo intona prima Faccetta nera e poi l'Internazionale.
Come dire: voi e i fascisti siete, in fondo, la stessa cosa."

Lo stesso Bennato, in una intervista di quegli anni afferma:
"Non mi pace attaccare crudelmente nessuno, perchè, chi sono io per farlo?
In ogni persona c'è una parte buona e una cattiva, per cui come faccio a essere sicuro in assoluto delle mie buone intenzioni?
Per me non esistono, su mille persone cinquecento buoni e cinquecento cattivi, ma mille persone buone e cattive nello stesso tempo."

Da anni, forse da decenni, purtroppo, Edoardo Bennato, non ne azzecca più una, ma il suo decennio 1970 - 1980, rimane ciò che di più creativo e  spiazzante si è prodotto nella storia del cantautorato italiano



martedì 23 giugno 2020

Father and son - Yusuf Cat Stevens

da "Siddharta" di Hermann Hesse

"Un giorno che il piccolo Siddharta aveva di nuovo afflito suo padre con dispetti e capricci e gli aveva rotto le due scodelle del riso, Vasudeva, verso sera, prese a parte l'amico e gli parlò:
'Scusami - disse - ti parlo con cuore d'amico. Vedo che ti tormenti, ti vedo nella tristezza: tuo figlio, amico mio, è la causa dei tuoi affanni (...)
Amareggiato Siddharta fissò il volto affettuoso dell'amico (...):
'Ma posso forse separarmi da lui? (...)
Vedi io lotto per lui, per conquistarmi il suo cuore; con l'amore e con la pazienza più affettuosa voglio impadronirmene. (...)
Più caldo fiorì il sorriso di Vasudeva:
'Ma sappiamo forse, tu e io, a che è predestinato, a qual cammino, a quali imprese, a quali dolori?
Non sarà poco il suo soffrire: orgoglioso e duro è già il suo cuore, e molto devono soffrire gli uomini come lui, molto errare, molte ingiustizie commettere, caricarsi di molti peccati.
Dimmi amico mio, tu non educhi tuo figlio? (...)
Qual padre, qual maestro ha potuto proteggerlo da questa necessità di vivere egli stesso la sua vita? (...)
Credi ,dunque, amico mio, che questa via qualcuno se la possa risparmiare?
Forse il tuo figlioletto, perchè tu gli vuoi bene, perchè tu vorresti risparmiargli sofferenze, dolore, delusione?
Ma anche se tu morissi per lui dieci volte, non potresti sollevarlo dalla più piccola particella delsuo destino'

Questo è un intenso brano di "Siddharta", il romanzo più famoso del premio Nobel per la letteratura il tedesco Hermann Hesse.
Pubblicato nel 1922, è un viaggio di formazione che, come "Il Profeta" di Gibran, pubblicato lo stesso anno, otterrà un grande successo editoriale ripubblicato durante gli anni ( i '70) della riscoperta da parte del mondo giovanile, soprattutto nord americano, di una certa spiritualità ispirata ad origini orientali, generalmente buddhiste, aprendo la strada all'utopia universalistica della "new age", l'Era dell'Aquario.

A questa utopia, comunque imbevuta di diversi spunti di spiritualità di tradizione cristiana, ingenuamente "taroccata", si ispirò la produzione dei menestrelli folk rock  che imperversarono sulla scena musicale.
Un movimento artistico, la beat generation, nato dalle prodezze letterarie di Jack Kerouac , Allen Ginsberg, J.D. Salinger ed altri,
poi approdate agli inni country rock iconici della 'west coast', al movimento hippy californiano e , sull'altra sponda dell'Atlantico, ai rappresentanti della "Swinging London", primi fra tutti i Beatles.

In questa magmatica schiera di giovani "rivoluzionari" della creatività pop rock, grande visibilità ha un artista inglese, di origini greche, particolarmente portato a comporre brani ispirati al folk più gentile, ballate acustiche di presa immediata sul pubblico fruitore, dai testi mai banali che ispirano alla vita quotidiana, trattando con gentilezza e malinconia la complessità dei rapporti personali rispetto alle contraddizioni di una società in evoluzione.

Il suo nome è Cat Stevens.
Per la verità il suo vero nome è Steven  Demetre Georgiou, ma cambierà ancora nome in Yusuf Islam, all'inizio degli anni '80, dopo essersi convertito alla religione mussulmana, decisa dopo una crisi mistica come ringraziamento per essersi salvato in un grave incidente che poteva costargli la vita.
A seguito della conversione abbandona la vita artistica, che riprende dopo decenni di silenzio solo negli anni 2000, riprendendo tourneè come promozione di nuove uscite discografiche, non disdegnando di ricantare i suoi vecchi classici, sorprendendo molti per il timbro di voce ancora intatto e non scalfito dal tempo.

E dire che, ancora, nel 1998, al giornalista Giampaolo Mattei, nel libro "Anima mia", affermava:
"Non approvo le mie vecchie canzoni, e oggi mi trovo in aperto contrasto.
Parlavo di amore libero, concetto che rinnego. Ciò che sono oggi lo si capisce ascoltando il miodisco scritto in onore del Profeta Maometto, che Dio sia con lui.
Solo per questo sono tornato a registrare un disco diciassette anni dopo il precedente.
E' un lavoro che ha come fonte d'ispirazione e riferimento il Corano. (...)
Non sono venuto al mondo per fare il musicista ma per vivere come un buon musulmano"

Meno male che ventinove anni dopo il suo ultimo disco, Yusuf Cat Stevens, abbia cambiato idea, dando alle stampe, il 'laico' Roadsinger  e, notizia recente, ricanterà l'intero 'Tea for the Tillerman' del 1970 

Quindi, pur nella sua nuova fede religiosa, non perde il suo affronto "gentile" con la società occidentale, anche se qualche problema di rapporti con il mondo occidentale, viene suscitato dall'attentato alle Twin Towers, tanto che abbandonerà la parola Islam nel suo nuovo nome, per risultare meno "inquietante" al suo pubblico, e in contemporanea si riappropria del suo antico nome d'arte.

Tra le sue più famose canzoni del vecchio repertorio, spicca "Father & son", che sembra uscire dalle pagine di "Siddharta" citate all'inizio.
Un dialogo serrato tra padre e figlio sulla vita e sugli ostacoli che il più giovane dovrà affrontare.
Un tema, l'incomunicabilità, con cui i grandi songwriter dovranno fare i conti nei loro brani: il segno che lo scambio di esperienze tra generazioni e le contraddizioni educative sono evidentemente eterne e non rinviabili.

" (padre) Non è tempo di cambiamenti
Rilassati e basta, prenditela comoda,
sei ancora giovane, questo è il tuo problema.
C'è ancora tanto che devi conoscere. (...)

(figlio) Come posso spiegare?
Quando lo faccio, lui si gira dall'altra parte.
E' sempre la solita vecchia storia:
dal momento in cui iniziai a parlare, mi è stato ordinato di ascoltare.
Ora c'è una strada e io so che devo andare."






    
   

lunedì 22 giugno 2020

Giuda - Antonello Venditti

da "Fa' che questa strada non finisca mai" di Luca Doninelli

"Tutti voi conoscete meglio di me come può diventare cattivo un uomo quando, anche senza motivo, nasca in lui il sospetto di essere stato raggirato, di essere vittima di un'ingiustizia, e non importa sapere quale ingiustizia. (...)
L'idiozia generale bramava trionfare definitivamente su ogni barlume di verità.
Qualcuno dice che, tra le sofferenze di quella notte e del giorno successivo, la più grande per il Nazareno
fu quella di non vedere me, e io penso che quel qualcuno abbia ragione, perchè non solo io e quell'uomo eravamo veramente amici, ma lui è stato il più grande tra tutti i miei amici, e forse io il suo ... (...)
So che, tremato dal dolore, lui morì soffocato sulla croce.
E' la stessa cosa che accadde a me sul mio albero, perchè il mio corpo magro non si spezzò quando calciai via lo sgabello, nè si spezzò il ramo che sosteneva la corda, e soltanto la stretta del nodo l'ebbe vinta  sul mio cuore, che batteva e batteva e sembrava non volersi più fermare.
Perciò mi piace pensare che un giorno, forse tra diecimila o centomila anni, quando anche i filosofi e i teologi avranno deposto le armi, e ogni potere e regno e principato e democrazia saranno ridotti in polvere, io e lui potremo rivederci e abbracciarci di nuovo e io, forse, potrò risarcirlo dell'amicizia che gli sottrassi mentre moriva tra le grida di scherno"

Come si può capire chi ha parlato ora è Giuda, che nel romanzo breve di Luca Doninelli, è protagonista di un monologo in cui racconta la sua avventura umana con il Cristo, dai giorni della sequela a quelli del tradimento.
In letteratura Giuda è forse il personaggio drammaticamente più interessante della vicenda evangelica, colui che ha attirato la curiosità di tanti scrittori e saggisti, forse perchè in lui è facile riconoscersi compagni di strada davanti al nostro limite alla ricerca della Verità, tanto da tradirla continuamente.

Nel rock, la sua rappresentazione più famosa è nel capolavoro di Webber e Rice "Jesus Christ Superstar" e il fatto che nella versione cinematografica sia un nero, forse oggi, non passerebbe inosservata e alzerebbe un polverone di polemiche.

Nel 2007, Antonello Venditti, rischia sulla sua figura un brano contenuto nell'album "Dalla pelle al cuore"
Al contrario di molti colleghi della sua generazione, e della stessa provenienza di area culturale, il cantautore romano, non ha quasi mai scritto testi ermetici, ma ha prodotto liriche dirette e estremamente popolari, comprensibili, in sinergia con la composizione musicale decisamente votata alla costruzione pop dei ritornelli.
Inoltre, Venditti, non ha mai fatto mistero della sua fede cattolica, espressa spesso in modo provocatorio, abbinandola , un pò ingenuamente alla sua scelta politica di sinistra, ma con una sincerità di fondo da non disprezzare a prescindere.

"Sono comunista, ma ciò non toglie che sia anche profondamente cattolico.
Credo fermamente che alla base della nostra vita ci sia il Cristo e la Croce.
Questi due mondi possono coesistere e compenetrarsi l'un l'altro. Per me è così.
Bisogna anche capire cosa significa comunismo: quello vero lo trovo più che giusto, ma finora non è mai stato realizzato da nessuna parte"
Così Venditti si 'confessa' al solito Giampaolo Mattei ( che Dio lo benedica per l'enorme mole di documentazione che ha realizzato nelle interviste ai protagonisti del rock italiano e internazionale raccolte nel libro "Anima mia")

Certo, nell'immaginario collettivo rimane la cartolina musicale della "santità der Cupolone" in "Roma capoccia" , che Venditti cantava nel 1974, quando tutt'intorno scoppiavano i moti studenteschi che vedevano nella Chiesa istituzione qualcosa da combattere, come simbolo della società borghese da abbattere e sovvertire.
Ma Venditti non se n'è mai curato nel provocare "il movimento", ricordiamo per esempio la pubblicazione di "Sara", un brano controcorrente, in piena ondata pro abortista.

Fino ad arrivare a "Giuda", brano decisamente minore della sua produzione ( che comunque, nel complesso non ha avuto più i picchi originali degli anni 70 e 80), ma che ancora una volta ci segnala l'impeto espressivo di questo cantautore tra i più rappresentativi e amati della scena musicale del rock italiano.
"Giuda, scritta in prima persona, è l'uomo abbandonato nella sua solitudine, l'uomo che si rivolge a Cristo dicendogli: 'Scusa se ti cerco, se ti invoco ancora, io ti sto aspettando, oggi come allora.'
Giuda è il simbolo di questi nostri anni." 




sabato 20 giugno 2020

Il fantasista - Enrico Ruggeri

da " Huffingtonpost.it"  20 Giugno 2020

"Quattro passi di rincorsa, sinistro liftato, palla che sorvola con inesorabile lentezza la barriera, portiere avversario annichilito, mentre la palla si adagia beffarda in rete"
Così, l'immenso Edmondo Berselli, fuoriclasse della scrittura, descrisse il colpo magico di Mariolino Corso, la sua celeberrima 'foglia morta', quella conclusione che sapeva di magia e meraviglia, che si rifaceva alle prodezze di un campione del mondo Didi.
Corso, veronese, ci ha lasciato a 78 anni, ma resteranno per sempre le sue punizioni impossibili, i suoi gol da urlo, i suoi lanci illuminanti: perchè lui numero 11 atipico, amava far viaggiare la palla, evitando così corse e rincorse.
Fu "il piede sinistro di Dio", Mandrake, fu un giocatore anarchico, incapace di seguire le regole. (...)
Ancora Berselli: "Una sola figura si esime dalla regola: è l'uomo in più, il fantasista dal tocco magico,
il primo violino che suona una melodia tutta sua, mentre l'orchestra segue disciplinatamente lo spartito."

Così il giornalista Darwin Pastorin nel suo blog, scrive alla memoria di Mariolino Corso.

Chi scrive, invece, su questo blog, se lo ricorda  quando all'età di tredici anni, tifoso giovanissimo dell' Inter, lo vide perdere con la squadra nerazzurra in una settimana la finale della Coppa dei Campioni contro gli scozzesi del Celtic ( squadra di cattolici in terra protestante ) e dopo pochi giorni anche uno scudetto già vinto, contro il Mantova, per una clamorosa papera del portiere Sarti, a vantaggio di una squadra della quale non ricordo il nome, espressione calcistica di un industria automobilistica di Torino.
 
Era la fine di un'era, che però ebbe un'appendice nello scudetto 1970 / 71, quando proprio Mariolino, fu fautore del licenziamento di Heriberto Herrera (chiedeva troppa disciplina) e con una controfigura di allenatore in panchina, Invernizzi , e praticamente in autogestione, trascinò l'Inter ad una magnifica rincorsa verso lo scudetto finale.

Poi ......... il buio 

Sono ricordi che avrà un altro tifoso interista eccellente, Enrico Ruggeri, che nel 1997, pubblicò proprio un brano dedicandolo ai grandi fantasisti, gli irregolari del calcio.
Il cantautore nelle note di copertina dedica la canzone a:
" Evaristo Beccalossi, George Best, Diego Armando Maradona, Gigi Meroni e a tutti gli sregolati che hanno reso poetico il calcio"

Sicuramente da oggi sarà esplicitamente dedicato anche a Mariolino Corso, "Mandrake"



venerdì 19 giugno 2020

Ti insegnerò a volare - Roberto Vecchioni e Francesco Guccini

da "La repubblica"  20 Giugno 2020

"Quando ho scritto il pezzo non lo conoscevo, cercavo un esempio che fosse totalmente positivo, un esempio morale, umano, anche illuminista, ma allo stesso tempo popolare. (...)
l'ho visto come un vero Ulisse, un Odisseo che non si fermava mai, sempre col bisogno di spostare più in là un traguardo, uno di quelli eroi che rimangono sotto pelle.
Subito l'ho chiamato, per cortesia, per chiedergli il permesso e lui si è commosso come un bambino (...)
Pensare a quello che è successo mi fa pensare al destino, sembra quasi il personaggio di Samarcanda"

Queste sono le parole di Roberto Vecchioni, intervistato da Gino Castaldo

Già, il destino .....

Scrive Paolo Jachia in una recente biografia " Roberto Vecchioni, da San Siro all'Infinito":
" (...) il verbo 'volare' segna tutta la forza di chi non accetta mai che la situazione non possa essere ribaltata e che per questo bisogna continuare a combattere

Forza Alex!




                                  

mercoledì 17 giugno 2020

The miracle - Queen

"Si può definire il miracolo come un avvenimento, quindi un fatto sperimentabile, attraverso cui Dio costringe l'uomo a badare a Lui, ai valori di cui vuole renderlo partecipe, attraverso cui Dio richiama l'uomo, perchè questi si accorga della sua realtà.
E', cioè, un modo con cui Egli impone sensibilmente la sua presenza"
Luigi Giussani " Perchè la Chiesa"

" Freddie Mercury è fragile, affettivamente confuso, incapace di sostenere la pressione dell'ambiente in cui viene a trovarsi.
Fragilità che, come spesso accade, esprime in arroganza.
Ma questo non fa che infiammare la ferita che produce uno dei più grandi geni della musica moderna.
I testi e la musica delle canzoni dei Queen sono lame che penetrano, mai banali, mai scontati.
Freddie Mercury si rifiuta di stare allo schema della canzonetta pop, un tema ricorrente, cantabile e ripetitivo, stile jingle.
Le musiche delle canzoni dei Queen, sono un susseguirsi di novità, di imprevedibili accelerazioni, schiaffi hard-rock e carezze melodiose, il tutto spesso in un unico brano, seguendo l'emozione, la desolazione o la supplica della storia di turno"

Questo giudizio così entusiasta sulla produzione discografica e sulle liriche dei Queen, è di un insospettabile, un ricercatore all'Università di Milano Bicocca, Davide Prosperi, in un articolo - saggio, ospitato da "Il Foglio" il 5 Gennaio 2019.
Erano i giorni che nei cinema si celebrava il grande successo del biopic "Bohemiam Rhapsody" , dove si raccontava, grazie alla grande cura interpretativa di Ramy Malek, gli inizi, l'ascesa e la tragica morte per AIDS del grande Freddie Mercury.
Un film che varrà l'Oscar all'attore protagonista e farà ritornare in auge l'intero repertorio del gruppo rock.
Scrive bene il prof. Prosperi, Mercury era un uomo fragile, portato allo scontro proprio per la sua timidezza. Indeciso di chi amare se uomini o donne, alla perenna ricerca di affetto, ma con una grande potenza creativa e una carica spettacolare insuperabile.
E, ancora Prosperi, segnala giustamente l'attenzione non banale con cui il gruppo scriveva i testi :
temi come l'amicizia, la richiesta di amore, la sorpresa del mondo creato, la domanda al trascendente, erano spesso la priorità, specie quando erano ispirati proprio da Mercury.

Continua Davide Prosperi:
" Freddie ha avuto a che fare con la figura di Cristo, probabilmente nella sua infanzia, negli anni degli studi a Bombay.
Ne rimane affascinato, ma non fa mai un vero incontro con l'esperienza cristiana.
Si sente rifiutato come un figlio che ama il padre, ma non è riconosciuto e accolto.
Legge tutta la sua insufficienza con un senso di desolazione per non sentirsi all'altezza di quella promessa di amore che desidera. (...)
Il 24  novembre 1991, Mercury muore, ha quarantacinque anni.
Qualcuno sostiene che negli ultimi mesi della sua vita sia stato attratto dalla fede cristiana e che forse, si convertì: è una questione di cui non avremo mai evidenza, l'unico che potrebbe sciogliere il dubbio non può rispondere"

Ci rimangono le canzoni, tra le tante, ecco "The Miracle", (Il miracolo), dall'album omonimo del 1989,
il penultimo dei Queen, con Mercury in vita ( verrà pubblicato poi un bel disco postumo).
" E' una traccia che ho sempre amato - dice il chitarrista Brian May - penso che sia una delle composizioni più magiche di Freddie, e ricordo la gioia che si era diffusa nello studio, era uno di quei momenti in cui abbiamo lavorato realmente assieme, tutti e quattro sulle idee, costruendo il pezzo, come se dipingessimo un quadro, come se ognuno di noi avesse in mano pennelli con colori differenti.
Ma il concetto di base è di Freddie ed è un concetto coraggioso, perchè stiamo parlando di un uomo che aveva su di sè una sentenza di morte, e scriveva una canzone intitolata The Miracle, molto gioiosa.
Credo che faccia parte della genialità di Freddie, è sempre stata una delle mie preferite tra le sue  creazioni"

"Ogni goccia che cade nel deserto del Sahara lo dimostra, è un miracolo
Tutte le creazioni di Dio, grandi e piccole, questo è un miracolo
L'unica cosa che tutti stiamo aspettando è la pace sulla terra, la fine delle guerre
è un miracolo di cui abbiamo bisogno, il miracolo che oggi tutti aspettiamo
Se ogni bimbo in ogni strada avesse vestiti da indossare e cibo da mangiare sarebbe un miracolo
Se tutte le genti di Dio potessero essere libere di vivere in perfetta armonia, un miracolo, 
un miracolo che si compie sulla terra.
Le meraviglie di questo mondo non hanno fine, è un miracolo
Un giorno vedrai che arriverà il momento in cui tutti potremo essere amici.
E' un miracolo ciò di cui abbiamo bisogno, il miracolo"



martedì 16 giugno 2020

La leva calcistica della classe '68 - Francesco De Gregori

Esattamente cinquant'anni fa ...
17 giugno 1970

"Nel Milan Schnellinger giocò uno in fila all'altro ben nove campionati. Da terzino sinistro fino al '69 - '70 da 'libero', ultimo suo torneo italiano. E sempre con rendimento altissimo, circondato dal rispetto di avversari e pubblico.
Ma 'quella' notte lo odiammo veramente a decine di milioni.
Forse nessun giocatore straniero militante nel campionato italiano è mai riuscito, ne' prima ne' dopo, a realizzare intorno a sè e su di sè una tale fulminea concentrazione di odio e maledizioni. (...)
Lui, Karl-Heinz Schnellinger, il più arretrato dei difensori tedeschi, arrivò solo, inaspettato e incustodito al centro dell'area azzurra (...), si gettò letteralmente in avanti, scomposto, sgraziato, inelegante, a gambe e piedi larghi, per coprire la maggiore superficie possibile.
Colpì di destro, di piatto: non di piatto morbido, ma secco come i brocchi.
Fece gol.
L'Italia intera ammutolì"

Questa, la cronaca e i sentimenti, raccontati da Nando Dalla Chiesa, nel suo bel libro, " Italia - Germania 4 a 3, storia di una generazione che andò all'attaco e vinse", rieditato recentemente da ed.Solferino, sulla 'partita del secolo', quel 4 a 3 nella semifinale Italia - Germania nei campionati mondiali di calcio in Messico '70.
Certo, dopo la depressione al gol del pareggio tedesco, proprio allo scadere dei '90 regolamentari, è immensa, ma nei tempi supplementari accade di tutto e ad un certo punto:

"Le riprese televisive confermano.
Mostrano Gianni Rivera che si fa dare la palla da Boninsegna nel cerchio del centrocampo e che si atteggia subito al dribbling davanti a due tedeschi, con l'aria di volerli superare entrambi.
' Quando ho visto la prima maglia bianca farsi sotto ho cambiato idea, ci ho rinunciato e ho passato la palla. Quando l'ha presa Facchetti sono andato avanti, perchè il gol volevo farlo sul serio.
Ho visto Boninsegna avanzare lottando e difendendo la palla e l'ho seguito a distanza nell'azione.
Poi lui ha crossato verso l'area e io mi sono fatto trovare sul pallone. (...)
Ho visto in anticipo che Maier, il loro portiere, si sarebbe buttato verso la sua sinistra, e ho tirato, come si dice, in controtendenza.
Ho preso la palla a colpo sicuro, piena, correttamente (...)"

Sappiamo , poi , come andò a finire.
Finale contro l'immenso Brasile di Pelè e l'Italia fu umiliata e sommersa di gol.
Però, nell'immaginario collettivo, quella partita vinta in semifinale contro la Germania rimane come la vittoria del trofeo.

Ma, dodici anni dopo, l'Italia del pallone, sconfisse veramente i tedeschi in finale:
1982, campionati mondiali di calcio in Spagna: era la Nazionale di Pablito Rossi e di tanti altri campioni entrati nella storia , non solo calcistica, italiana.

Proprio in quell'anno, in contemporanea allo svolgimento del torneo mondiale, Francesco De Gregori pubblicava il grande disco "Titanic" e guarda caso nel 33giri, era incluso un brano dal titolo eloquente: " La leva calcistica della classe '68", una delle sue canzoni più popolari e più cantate.
Una traccia melodica iper-pop : un incrocio di deja -vu tra il primo Lucio Battisti ed un classico Elton John, ma il testo cos'è?
Allegoria? Un piccolo romanzo morale di formazione? O nient'altro che una semplice cronaca di un ragazzo che attraverso lo sport impara ad affrontare le complessità della vita?

" E' una canzone scritta in cinque minuti, c'è dentro un racconto, una tesi.
Questa storia, del calcio di rigore, che poi, anche se uno sbaglia non c'è niente di male.
Beh ... a volte tutto questo mi sembra un pò troppo 'politically correct', un pò troppo buonista per i miei gusti, però pensa tu, eravamo entrati negli anni '80, la competitività e l'individualismo eletti a categoria morale superiore e io raccontavo fra le righe, che era meglio giocare bene che vincere a tutti i costi.
Forse è per questo che i capi della RCA, quando uscirono dallo studio, dopo aver sentito il disco, se ne andarono un pò perplessi, come se tornassero da Marte"
E' lo stesso De Gregori che lo racconta a Paolo Vites, il giornalista che curò questa intervista che accompagnava l'uscita di una collana di cd dedicati al cantautore romano.

Più recentemente, conversando con Antonio Gnoli, nel libro "A passo d'uomo", riflettendo sulla 'classe 68' del titolo, il cantautore ammette:
"Pensavo ad un ragazzino nato nel 1968, che nell' 82, quando scrivo la canzone, ha tredici anni.
Fa le cose che fanno tutti gli adolescenti: va a scuola, gioca a pallone e patisce i rituali di iniziazione alla vita, ma ne è inconsapevole.
 La mia idea in fondo, era di una semplicità sconcertante: nel '68 non è successo niente, è solo nato un bambino: il gioco era voler demitizzare quella data, caricata di significati estremi e di pesi ideologici intollerabili. Come se dicessi: attenti, il '68 sarà importante perchè è nato un bambino, non perchè qualcuno ha pensato alla rivoluzione.
Avevo questo nella testa."

Un grande, come al solito .....

A pensarci bene, però, a proposito di rigori , fu proprio il penalty sbagliato da Cabrini, nella finale, a dare la carica per vincere quella partita e la Coppa del Mondo!




  

lunedì 15 giugno 2020

Diamonds on the soles of her shoes - Paul Simon & Ladysmith Black Mambazo

da "Il Foglio" , 11 Giugno 2020

" 'Topple the racist'. E una mappa con sessanta statue in trenta città inglesi di cui si chiede l'abbattimento in omaggio al movimento nato negli Stati Uniti in seguito all'uccisione dell'afroamericano George Floyd (ad opera di un poliziotto bianco   n.d.r.). (...) 
Poi la protesta sotto i monumenti londinesi di Churchill, Ghandi e Lincoln. (...)
A Oxford, intanto, ha le ore contate la statua di Cecil Rhodes, filantropo, fondatore della Rhodesia, oggi Zimbabwe.
La posizione più coraggiosa è quella assunta sulla BBC da Sir Geoff Palmer, il primo docente di colore della Scozia, che vuole apporre targhe sui monumenti: 'Sono irremovibile, non voglio abbattere le statue, se inizi a rimuovere statue o nomi delle strade che hanno a che fare con la schiavitù, tra 50 anni, dimenticherai la schiavitù. Elimini la storia.'
Il cancelliere di Oxford, Lord Patten, ha ricordato che Nelson Mandela nel 2000 istituì il "Mandela Rhodes Trust" che finanzia studenti stranieri a Oxford: 'Se andava bene per Mandela, allora va bene anche a me - ha detto Patten - Cento studenti all'anno, un quinto dell'Africa vengono a Oxford, e noi vogliamo gettare la statua di Rhodes nel Tamigi'
Ma ora è come se tutta la storia occidentale fosse una gigantesca apharteid"

Così, conclude il suo articolo il giornalista Giulio Meotti, ricordando quel sistema di potere segregazionista che da secoli venne attuato dalla minoranza dei coloni europei, gli Afrikaans, rispetto alla maggioranza autoctona Zulu.
Una segregazione, che dopo anni di embargo economico del resto del mondo, negli anni '80, terminò durante il governo del partito dei bianchi, il National Party, presieduto da De Klerk.
Le leggi dell' apharteid, nel 1990, furono abrogate e Nelson Mandela, il leader di ANC, in prigione de molti anni, venne liberato.
Dopo anni di negoziati, nel 1994, si giunge, finalmente, alle prime elezioni multirazziali. 
Nel 1993, De Klerk, ultimo presidente bianco e Mandela, destinato a diventare il primo presidente nero del Paese, ricevono insieme il Nobel per la pace.

Nell'estate del 1984, a Paul Simon, così come egli stesso scrive sulle note di copertina dell'album "Graceland", un amico fa ascoltare un disco di canti tradizionali sudafricani,registrati a Soweto, che gli ricordano le atmosfere di incisioni di gruppi americani e di band inglesi.
Incuriosito, chiama il suo produttore  e ingegnere del suono Roy Halee, e con grande entusiasmo organizza un viaggio a Johannesburg, per incontrare i gruppi musicali di quelle terre.
Da questo incontro, tra le voci e gli strumenti degli artisti neri sudafricani e la creatività poetica e musicale di un grande del folk rock americano, nascerà un lavoro fondamentale per la storia del rock mondiale: "Graceland": letteralmente Terra di Grazia, che è anche un omaggio alla figura di Elvis Presley. Era il 1986.
Si può tranquillamente affermare che questo ellepi inaugura il movimento della cosiddetta "world music": uscirà in contemporanea con un altro capolavoro, in cui un artista occidentale miscela la sua arte con i musicisti africani, questa volta, del nordafrica. Si tratta di "So" di Peter Gabriel .
Anche se, con una punta di patriottismo, ricordo che già un paio d'anni prima, la stessa operazione, ma con artisti tutti italiani, la realizza Fabrizio De Andrè che pubblica il suo "Creuza de mà" , incontro tutto mediterraneo tra la lingua antica genovese e i ritmi dell' Africa più vicina alle coste italiane.

Ritornando a "Graceland", il fatto che Paul Simon lo realizzi in Sudafrica, nel pieno delle sanzioni economiche, che isolavano il paese anche da collaborazioni artistiche, espone il grande songwriter, a diverse polemiche dentro e fuori il mondo del rock.
Lo racconta lui stesso a Matteo Cruccu nel maggio 2012 sul Corriere della sera:
"Io pensavo  che mi bastasse l'approvazione dei musicisti neri, non credevo servisse altro"
Ma - scrive Cruccu - venne attaccato duramente dai movimenti contro la segregazione: boicottarono il tour seguente con picchetti davanti ai concerti.
Mentre molti studenti afroamericani lo accusarono di essere il solito 'musicista bianco che si innamora della musica nera e non si ferma davanti a niente'.
Qualcun altro come Harry Belafonte lo rimproverò di non aver chiesto il permesso dell'ANC, il partito dell'allora detenuto Nelson Mandela: 'Se me l'avesse negato non ci sarei andato - ricorda Paul - ma nessuno, allora, mi disse niente'"

E, nel 2018, conversando con Eleonora Bagarotti, autrice di un agile e interessante volumetto biografico su Simon & Garfunkel, confida: " La musica è il luogo dove i muri non esistono. (...) 
Essere un artista famoso offre una possibilità importante, quella di aiutare a raccogliere fondi per varie cause e invitare le persone a riflettere".

Concludendo: l'invito è di riascoltare (o scoprire) questa bellissima produzione, dal suono ancora attuale, fatta di storie semplici e quotidiane, con temi sociali appena abbozzati in forma poetica, e di meraviglia per quelle terre e per chi ci abita.
Sperando che a qualcuno, in questi tempi così balordi e inquieti, non venga in mente di apporvi un'assurda censura e proibirne l'ascolto 

















Il potere dei più buoni - Giorgio Gaber

Giugno 2020

Sull'onda dell'emozione e delle proteste scatenate negli USA dalla morte di Georgie Floyd, un afroamericano brutalmente ucciso da un poliziotto a Minneapolis, anche in Europa i simpatizzanti del movimento " Black lives matter" prendono di mira non solo i monumenti di personaggi storici che in qualche modo appoggiarono, nei secoli passati, i governi colonialisti e le tratte degli schiavi, ma anche qualsiasi espressione commerciale e artistica che si riferisca alla diversità della razza.
Una deriva ideologica pericolosa?

Il Corriere della sera, venerdi 12 Giugno, ospita un intervento del giornalista e storico Pierluigi Battista:
"Se i canali Disney, sull'onda della messa sotto accusa di "Via col vento", siano intenzionati a mettere sull'avviso i giovani consumatori degli 'Aristogatti' e di 'Lilli e il vagabondo' con una scheda pedagogicamente corretta che dice: 'Questo programma potrebbe contenere rappresentazioni culturali ormai superate', c'è poco da sorridere. (...)
E invece non dobbiamo sorridere: è tutto vero, non è una parodia, non è uno scherzo. (...)
E' invece una forma di nuovo e prepotente fanatismo, non riducibile nemmeno agli stereotipi del pur petulante 'politicamente corretto', che vuole sradicare il passato, l'arte e la cultura del passato, tutto ciò che appartiene alla storia, alle idee, ai concetti, ai pregiudizi, anche agli orrori del passato, per fare tabula rasa di tutto ciò che ci ha preceduto, equiparato a qualcosa di intrinsecamente peccaminoso e corrotto da purificare  con i precetti della nuova ideologia o da mettere dietro ad una lavagna punitiva come ' Via col vento' (...)  e sempre in nome della Bontà, sempre con la scusa di non offendere le minoranze: (...) 'Ci siamo noi a demolire le cose brutte che tu devi ignorare, ci siamo noi a ripulire il passato, a renderlo puro e incontaminato' "

Di Giorgio Gaber e del suo compagno d'arte Sandro Luporini, e di come, attraverso la loro produzione pluridecennale del ' Teatro canzone ', con la libertà intellettuale che li distingueva, abbiano con ironia puntuta messo alla berlina i 'tic' di una società senza più bussole e valori civili, abbiamo già raccontato.

Nel 2013, Sandro Luporini nel suo bellissimo libro "G. Vi racconto Gaber", riflettendo su un loro spettacolo di metà anni '90 afferma:
" E' stata la dilagante e sempre più fastidiosa distorsione della parola 'uguaglianza' - lentamente e assurdamente diventata quasi sinonimo di 'omologazione' - a far riconsiderare a me e a Giorgio l'importanza e direi quasi la necessità di ritenere del tutto naturali e  addirittura indispensabili le differenze. (...) 
Purtroppo il conformismo del pensiero e l'omologazione non aiutano a guardare le cose con intelligenza, lucidità e profondità. (...) 
E' per questo che ci sono alcune parole che vorrei non sentire per un pò di tempo, almeno fin quando non siano ripulite da tutto questo finto 'buonismo' ."

E anche Gaber, non ci andava leggero:
"Basterebbe lasciare fuori campo tutto il conformismo di cui è permeata la nostra esistenza.
Dubitare delle risposte già pronte.
Dubitare dei nostri pensieri fermi, sicuri, inamovibili.
Dubitare delle nostre convinzioni presuntuose e saccenti.
Smettere di sentirsi vittime delle madri, dei padri , dei figli.
Smascherare la nostra falsa coscienza individuale.
Subito.
Qui ed ora."

E' un brano di recitato di " Un'idiozia conquistata a fatica", il loro ultimo spettacolo teatrale, del 1997, prima della morte di Gaber, e tra i brani più provocatori, ecco
"Il potere dei più buoni", l'irresistibile e amara denuncia di una società basata sulla finta solidarietà,
ventitrè anni prima dei distruttori di monumenti e della memoria di ciò che si ritiene conformisticamente, cattivo.








giovedì 11 giugno 2020

La canzone della verità - Enrico Ruggeri

"Spesso quand'io ti miro
star così muta in sul deserto piano
che, in suo giro lontano, al ciel confina;
ovver con la mia greggia seguirmi viaggiando a mano a mano;
e quando miro in ciel arder le stelle;
dico fra me pensando:
a che tante facelle?
Che fa l'aria infinita, e quel profondo
infinito seren?
Che vuol dir questa solitudine immensa?
Ed io che sono?
Così meco ragiono..."

Canto notturno di un pastore errante dell'Asia - Giacomo Leopardi

Insegnato e vissuto a scuola come il poeta del "pessimismo cosmico" al limite della sfiga, Giacomo Leopardi è invece il poeta delle domande definitive su " per cosa vale la pena che io viva? qual'è il significato della realtà? che senso ha l'esistenza?"....... 
insomma, qual'è la verità del mio essere.
Riflessioni su una produzione poetica che mette in imbarazzo e interroga la stessa categoria degli insegnanti:
"Una volta un collega mi ha criticato, dicendomi: ' A scuola bisogna seminare dubbi, non certezze '.
Non credo che a scuola l'alternativa sia tra dubbi e certezze, ma tra libertà e schiavitù.
Non si tratta di seminare certezze, bensì di incoraggiare l'uso della libertà in direzione di ciò che è vero, bello e buono, per ampliare il raggio d'azione del vero, del bello, del buono, le tre cose che rendono una vita appassionata e appassionante.
Ricevo centinaia di domande "impossibili" dai ragazzi, perchè quelle domande sono anche le mie e anche io sono in viaggio verso le risposte, che arriveranno solo a patto di tenere vive le domande: la vita non è mai avara di risposte quando si rimane aperti a lei con domande precise"

Così scrive Alessandro D'Avenia, commentando la poesia di Leopardi, nel suo libro di immaginari scambi epistolari con il poeta di Recanati , "L'arte di essere fragili"

Anche Enrico Ruggeri, arriva da studi liceali umanistici.
Milanese di nascita, ha frequentato come studente, uno dei licei di indirizzo classico tra i più prestigiosi del capoluogo lombardo: il Berchet.
E questi studi sono stati proficui perchè, è innegabile, che tra i cantautori della sua generazione ( e non solo), oltre che essere un buon musicista, è colui che nei testi sa usare la lingua italiana in maniera impeccabile. 
Nato in un ambiente medio borghese, figlio del boom economico, giovanissimo viene attratto dal movimento punk e decide di viverlo direttamente alla fonte, in Inghilterra.
Tornato in Italia, fonda i Decibel (ora tutti attempati professionisti) ed esordisce a Sanremo fra le nuove proposte con "Contessa" che spopolerà tra i giovanissimi.
Ma il punk è solo il trampolino di lancio, Ruggeri diventa ben presto un grande autore inserito pregevolmente nella tradizione del cantautorato italiano, alternando con perizia e creatività il rock, il pop e la melodia classica italiana.

I suoi testi non sono mai banali e spesso l'introspezione esistenziale colpisce il segno.
Accade, per esempio, con un brano del 1987, lato B del singolo " Si può dare di più":
"La canzone della verità"
Proprio sul significato di questo testo Ruggeri risponde ad una domanda posta dal giornalista Walter Gatti, pubblicata dal settimanale "Il Sabato":
" Perchè canto ' la verità è che non abbiamo mai verità' ? Semplice, che non ce la diamo da noi.
Quella con la V maiuscola. La vita va avanti sui dubbi, fuori di me, come dentro di me, di noi.
Ma su una cosa il dubbio non esiste, è insensato: sull'esistenza della verità ultima.
la ricerca di ciò che è stabile, è ciò che dona all'arte, anche alla mia di cantante, una qualche misura di immortalità.
Io sono credente. Non va di moda, eppure lo sono.
Questo però cambia le carte in tavola a molti e su molte cose, perchè non è così facile manipolarmi.
Perchè la mia musica è ricerca umana di ciò che è vero"






mercoledì 10 giugno 2020

Eso que tù me das - Jarabe de Palo

da " Il Profeta" di Gibran Kahlil Gibran

"Allora domandò una sacerdotessa: parlaci della preghiera.
Ed egli rispose dicendo:
Voi pregate nella disperazione e nel bisogno; pregate piuttosto nella gioia e nei giorni d'abbondanza.
Poi che non è forse la preghiera l'espansione di voi stessi nell'etere vivente?
Se versare la vostra oscurità nello spazio vi conforta, una gioia più grande è versare la vostra luce.
E se piangete soltanto quando l'anima vi chiama alla preghiera, essa dovrebbe mutare le vostre lagrime fino al sorriso. (...)
Dio non ascolta le vostre parole, se egli stesso non le pronuncia con le vostre labbra (...)
Dio nostro, ala di noi stessi, noi vogliamo con la tua volontà (...)
Non possiamo chiederti nulla; tu conosci i nostri bisogni prima ancora che nascano;
il nostro bisogno sei tu; nel darci più di te stesso, ci dai tutto."

Gibran Kahlil Gibran nasce nel 1883 in Libano e muore a New York nel 1931.
Pubblica la sua opera letteraria più famosa "Il Profeta" nel 1923, ma la sua maggior diffusione in Europa parte dalla seconda metà degli anni '60, sotto l'influenza della ricerca di una spiritualità, a volte confusa, ma sincera, dei movimenti hippy americani, ( stessa sorte, la ebbe "Siddharta" di Hermann Hesse, pubblicato nello stesso anno de "Il Profeta" )
Gibran era cristiano maronita e in questa sua opera confluiscono tutte le sensibilità religiose della sua terra d'origine.
Come scrive Carlo Bo, nella sua prefazione nell'edizione del libro edito in Italia da Guanda:
"Gibran vive perchè ha puntato sullo Spirito o, per dirla più semplicemente, la sua poesia si inchina di fronte alla profezia. Allo stesso modo che la poesia deve sostituire la realtà, renderla diversa, materia eterna, l'invocazione spirituale di Gibran tende fatalmente a risolversi in abbandono, a frantumarsi in parole non umane, a rifarsi in un'altra ambizione più alta, assoluta."

Molto spesso, il mondo del rock ha dovuto fare i conti con la morte dei suoi artisti più significativi:
Vuoi per incidenti, vuoi per uso di stupefacenti, vuoi per malattie incurabili e vuoi per gli anni che passano, alcune icone universali hanno affrontato il passaggio dalla vita terrena al Mistero dell'Aldilà.
I nomi ormai sono tanti, e recentemente, il 9 Giugno 2020, se ne è aggiunto uno nuovo.
Si tratta di Pau Dones, il front man dei Jarabe De Palo.
All'età di 53 anni, si è arreso ad un tumore al colon diagnosticato pochi anni addietro.

Carriera, dunque, spezzata giovane; certo la sua produzione non è paragonabile a chi lo ha preceduto in questo passaggio della vita, ma ci interessa l'uomo che si esprime nella sua arte.
Pau Dones, catalano, rimane famoso per due suoi acclamati successi : "La Flaca" e "Depende", canzoni della seconda metà degli anni '90.
La sua musica gentile era un mix di rock e influenze cubane, reggae e flamenco
Molti suoi colleghi italiani lo piangono, tra i quali, Jovanotti, Niccolò Fabi e Noemi.

Avendo coscienza della sua malattia, comunque non si è mai fermato nella sua professione, anzi, era diventata una vocazione, tanto che qualche tempo prima del suo peggioramento ha pubblicato un brano, nel suo stile leggero, ma con un testo , nella sua semplicità, di un profondità sconvolgente, una vera preghiera di ringraziamento, (non sappiamo se ad un amico, ad una donna o ad un Entità Superiore), che in qualche modo, sembra uscire dalle pagine de "Il Profeta":

" Quello che mi dai
è molto più di quello che chiedo
Tutto quello che mi dai 
è quello di cui ho bisogno ora
Quello che mi dai
non penso di meritarlo
per tutto ciò che dai
ti sarò grato.
Quindi grazie per essere
per la tua amicizia e la tua compagnia
Sei la cosa migliore che la vita mi ha dato (...)
Ti darò tutto
tu eri la mia migliore medicina
Ti darò tutto
qualunque cosa tu chieda.
E cosa mi dai
è molto di più
di quanto ti abbia mai chiesto" 

( un grazie particolare a Gianluca, per la segnalazione)




 

Paura di amare - Eugenio Finardi

dal "Corriere della sera"    1 Marzo 2020

"Che cosa vince la paura in un bambino? La presenza della mamma.
Questo 'metodo' vale per tutti.
E' una presenza, non le nostre strategie, la nostra intelligenza, il nostro coraggio (...).
Ma domandiamoci: quale presenza è in grado di vincere la paura profonda, quella che ci attanaglia al fondo del nostro essere?"

E' don Julian Carron, guida del movimento ecclesiale di Comunione e Liberazione che scrive al direttore del quotidiano milanese. Scrive provocato dall'emergenza sanitaria del virus Covid -19 e delle conseguenze della vita sociale ed educativa. 
Naturalmente non lascia sospesa la risposta:
"E' per questo che Dio si è fatto uomo, è diventato una presenza storica, carnale.
Solo il Dio che entra nella storia come uomo può vincere la paura profonda, come ha testimoniato ( e testimonia) la vita dei suoi discepoli. (...)
Un modo nuovo di affrontare le circostanze, pieno di una speranza e di una letizia normalmente sconosciute (...)"

Nel 1998, il cantautore Eugenio Finardi, pubblicava un brano ( inserito nell'album "Accadueo") dal titolo emblematico "Paura di amare", nel quale si pone proprio queste domande , segnalate dal sacerdote spagnolo.

La carriera di Finardi inizia a metà degli anni '70, segnati dalla coda della contestazione generazionale del '68, a ridosso dell'avvento dei moti sociali, piuttosto violenti, (purtroppo tollerati e non pienamente compresi da una certa casta intellettuale), nel mezzo della deriva terroristica, che avranno il loro massimo nella seconda metà di quel decennio.
La sua produzione artistica si fa notare proprio in quei raduni milanesi, dove i giovani della sinistra libertaria e intransigente, esprimevano tutto il loro dissenso dalla società borghese.
Era nei concerti al Parco Lambro e nelle kermesse di "Re nudo", che il giovane Finardi fa cantare a squarciagola i ritornelli di "Saluteremo il signor padrone" e "Musica ribelle", canzoni iconiche per le rivendicazioni "movimentiste".

I testi di Finardi, confezionati in musiche che si ispirano al rock blues nordamericano, però, non indugiano mai sull'uso della violenza, anzi, vogliono essere una riflessione sulle responsabilità personali che quei ragazzi dovranno affrontare nella vita adulta, magari avvolta in utopie idealistiche, ma puntando alla chiamata in causa di una coscienza più matura davanti ai tanti problemi sociali.

" La mia visione si è certamente trasferita anche nelle mie canzoni, ma fa parte della mia vita quotidiana. Credo sia fondamentale il discorso che l'uomo deve fare con se stesso: noi siamo responsabili delle nostre azioni."
Così Finardi risponde a Giampaolo Mattei, in un'ennesima interessante intervista contenuta nel volume, più volte citato "Anima mia" nel 1998.

Ma, ecco, se il prete cattolico rimanda alla presenza quotidiana di un Dio incarnato, Finardi afferma:
"Come possiamo noi, abitanti di un piccolo pianeta, pretendere o perfino cercare di comprendere Colui che regge le fila e tesse tutto? Legare a Lui le nostre scelte, mentre sono solo nostre, lo trovo inconcepibile. (...) Partire da:' 'io credo, non mi metto in discussione, non mi confronto', conduce inevitabilmente allo scontro tra fedi e allora la religione rischia di diventare non l'espressione del bene che c'è nell'uomo, ma l'espressione delle paure, dell'intolleranza, della violenza."

Insomma, anche se per tutto il resto dell'intervista, Finardi, con sincerità, riflette sull'importanza di un senso spirituale dell'esistenza umana e si pone con curiosità verso le religioni "rivelate", rimane ancorato alla sua posizione iniziale.

Ma la domanda urge, insistente: "che cosa vince la paura?"
E' proprio questa la domanda che ritorna, un pò sottotraccia, in questa canzone "Paura di amare", che, guarda caso, è dello stesso anno dell'intervista citata, 1998. 




  

giovedì 4 giugno 2020

Fiume Sand Creek - Fabrizio De Andrè

" Almeno coloro che hanno il dono della fede dovrebbero essere consapevoli che, come tutto ciò che di inquietante c'è in ogni uomo ( e che rende così sanguinosa la sua storia ), anche la chiusura al diverso e la superbia del credersi migliori non sono che aspetti fra i tanti dell'insondabile, ma così reale, dramma del peccato. Se tutti siamo tentati di razzismo, è perchè tutti siamo bisognosi di redenzione."

Così riflette lo scrittore e saggista Vittorio Messori, un intellettuale che da decenni scandaglia la Storia umana e i suoi avvenimenti più o meno tragici alla luce della sua esperienza di convertito al cattolicesimo.

Fabrizio De Andrè, era un tipo di anarchico "sentimentale", un "puro" di origini borghesi, un poeta essenzialmente, sempre a disagio nel suo stesso ambiente familiare, che ha spesso trovato ispirazione nelle sue canzoni in storie di emarginati, di perdenti sia nel meccanismo economico che regge il mondo del profitto, sia nelle guerre e nei genocidi organizzati da predomini territoriali e  con motivazioni religiose.

Nel 1981, dopo la sua disavventura del rapimento subito in Sardegna ( insieme alla sua compagna Dori Ghezzi fu tenuto prigioniero da una banda del luogo per diverse settimane ), l'artista richiama alla collaborazione ( dopo la realizzazione di "Rimini" ) Massimo Bubola, per il suo ritorno alla musica.
Viene così pubblicato l'album " L'indiano " : a dir la verità, il disco, non ha un vero e proprio titolo ma sulla copertina campeggia il disegno  di un fiero pellerossa americano a cavallo.

" Gli indiani di ieri e i sardi di oggi sono due realtà lontane solo apparentemente, perchè sono due popoli emarginati e autoctoni. Gli indiani sterminati dal generale Custer, chiusi nelle riserve, e i sardi cacciati sui monti dai cartaginesi, fatti schiavi dai romani, colonizzati poi.
Le analogie tra le due civiltà sono tante."
Sono parole dello stesso De Andrè rilasciate a ridosso dell' uscita del disco a "Famiglia Cristiana".

Ecco, il poeta che racconta le epopee dei vinti, che non fa distinzione fra popoli di culture diverse ma che vuole semplicemente raccontare la violenza che li ha oppressi, alla ricerca di un riscatto.

" Fiume Sand Creek " racconta di un massacro di pellerossa da parte delle Giubbe Blu, nel 1864.
I militari guidati dal col. John Chivington, durante la notte attaccarono un villaggio, in Colorado, di 600 Nativi, uccidendone duecento fra donne, vecchi e bambini.
Ed è attraverso gli occhi di un bambino che viene evocata la strage.
La violenza raccontata dal più debole, dal più indifeso, dal più innocente.

E' una potente, coinvolgente, ballata, splendidamente arrangiata da Mark Harris, e quel bambino rappresenta tutti i bambini vittime delle guerre e delle violenze che nessuno riesce a fermare.

Ecco perchè le canzoni sono importanti, per aiutare a sviluppare la coscienza per un mondo più umano, come lo stesso De Andrè affermerà in una intervista a Gino Castaldo, nel 1984:
" La canzone è un miracolo, come la moltiplicazione dei pani e dei pesci, a cui del resto, non ho avuto la fortuna di assistere. Come si fa altrimenti a spiegare un' emozione, soprattutto se poi la devi comunicare?"

E quasi come a seguire la citazione iniziale di Vittorio Messori, in una intervista a "L'unione Sarda" nel 1991, alla domanda se avesse una spiritualità, il poeta genovese rispose:
"La spiritualità ha a che fare con la religiosità. Ci sono molti modi di esprimerla, io per esempio mi sono sempre sentito parte di un tutto, un piccolo tassello - certamente non quello centrale - di un progetto universale.
Tutto sommato sono vicino all'animismo: vedo l'anima nei sassi, ancorchè siano stati sfiorati da qualche elemento vivo. Questo è il mio modo di essere religioso.
Ma si, forse sono un pellerossa"




lunedì 1 giugno 2020

Pastime Paradise - Stevie Wonder

"La fine della Storia è rimandata, non essendo attualmente una realtà per molti uomini.
Ma alla fine, la Storia sfocerà in una forma di democrazia liberale, di questo sono convinto.
Sarà un pacifico bilanciamento che si baserà su un'idea di tolleranza, di rispetto reciproco e diversità di opinioni."
Questo è il succo di un'intervista del 2017 a Francis Fukuyama, il saggista e analista politico  americano, famoso per aver pubblicato un libro, al tempo del crollo del muro di Berlino ( 1989 ), in cui prevedeva , che crollato il simbolo della Guerra Fredda , il nuovo corso della politica mondiale avrebbe portato alla fine dei conflitti e dunque alla fine della Storia così come l'umanità l'aveva sempre vissuta.

Purtroppo nel giro di un paio d'anni fu smentito nelle sue ottimistiche deduzioni : la prima guerra del Golfo scoppiò con grande apprensione mondiale e si
trascinò per tutto il decennio, fomentando il fondamentalismo religioso che fu una delle concause dell'attacco alle Torri Gemelle, con tutto quello che ne seguì.
Insomma, altro che fine della Storia!

Molti anni prima, esattamente nel 1977, uno dei più grandi artisti della black music, l'immenso Stevie Wonder, pubblica un capolavoro , non solo del soul, ma dell'intero universo della storia musicale del '900 : "Songs in the key of life ". 
Una monumentale produzione ( doppio album più un bonus di quattro canzoni su vinile formato 45 giri ) : un caleidoscopio di generi, dal funky, al jazz, dal progressive al pop rock, dalla  ballata acustica al gospel. Grandi arrangiamenti che avvolgono testi fortemente personali e riflessioni sulla società di quegli anni.

Un brano, "Pastime paradise" ( il paradiso del passato ) che riflette appieno, il pensiero dell'artista , a quel tempo quasi trentenne, sul passato e soprattutto sul futuro dei rapporti tra nazioni.
Un pensiero fortemente debitore della cultura americana pacifista degli anni '70 :  
" Wonder elenca queste miserie dell'umanità e le inchioda come il male del mondo. La sofferenza, l'ingiustizia e la troppa gente che sembra ancorata a queste menzogne. Il male del mondo che era, che non dovrebbe essere, e che, questo è il compito, non sarà.
Ma, ci sono gli operatori del bene, coloro che trascorrono il loro tempo vivendo nel paradiso del futuro, dove ci sono consolazione, integrazione, fratellanza razziale; in cui spiritualità e sentimento si abbracciano confusamente . Ci possiamo credere? "

Questa lunga citazione è tratta da " Help! il grido del rock", a firma di Maurizio " Riro " Maniscalco, pesarese d'origine, milanese d'adozione , in "missione" da decenni negli States insieme alla sua grande famiglia, acuto conoscitore e appassionato della grande musica americana.

" Trascorrono la loro vita vivendo in un paradiso del tempo passato, sprecano il loro tempo rendendo gloria ai giorni che non sono più.
Dissipazione, rapporti tra razze, consolazione, segregazione, isolamento, sfruttamento, desolazione ..... al male del mondo.
Rendiamo lodi alle nostre vite spese per il paradiso del futuro.
Vergogna per coloro che passano la vita inseguendo il paradiso del passato "

La canzone è un grande gospel che si inerpica tra sintetizzatori e cori sempre più coinvolgenti.
Peccato per l'ingenua utopia che anticipava genialmente , di un decennio e più " la fine della Storia " di Fukuyama.

Infatti , conclude acutamente Maniscalco : 
" E' un brano confezionato in maniera magistrale in cui tutto lo sforzo creativo ti porta a sperare, o quantomeno a sognare la speranza. Perchè, in questa pacata preghiera di speranza per il futuro, nella lotta non violenta contro il passato c'è una vittima non da poco : il presente " 



 

La sua figura - Giuni Russo & Franco Battiato

da "C'è speranza? Il fascino della scoperta" di Juliàn Carròn "Abbiamo trovato il Messia. E' la notizia che attravers...