domenica 31 maggio 2020

The sound of silence - Simon & Garfunkel

da " Le lettere di Berlicche "  di  C.S. Lewis

" Musica e silenzio, li detesto tutt'e due!
Quanto grati dobbiamo sentirci che, da quando Nostro Padre è entrato nell'inferno (...) nessun pollice quadrato di spazio infernale, nessun attimo del tempo infernale, sia stato circondato da alcuna di codeste forze abominevoli, ma tutto sia stato occupato dal Rumore.
Il Rumore, grandioso dinamismo, espressione udibile di tutto quanto è esultante, spietato, virile.
Il Rumore, che solo ci difende da stupidi rimorsi, da scrupoli disperanti, da desideri irraggiungibili.
Noi vogliamo, infine, fare di tutto l'universo un rumore.
Abbiamo già fatto grandi passi in quella direzione per ciò che si riferisce alla terra.
Le melodie e i silenzi del cielo verranno in fine soverchiati dai gridi "

Chi afferma di perseguire questi progetti è quel satanasso di Berlicche ( un vero diavolo in carne ed ossa ) protagonista di una raccolta di lettere manoscritte indirizzate a suo nipote Malacoda, impegnato ad indirizzare la vita di umani a cui suo zio ha chiesto di proteggere dall'opera del Nemico.

Queste strategiche missive sono state scoperte e pubblicate per i lettori terrestri, nel 1942, da C.S.Lewis
uno tra i più famosi scrittori contemporanei inglesi, convertito al cattolicesimo, come altri suoi colleghi " coetanei " come Tolkien e Chesterton.
Sono scrittori che attraverso saggi, ma soprattutto opere letterarie, che oggi sarebbero classificate "fiction", dal fantasy al romanzo poliziesco ( titoli come " Il Signore degli anelli " e " I racconti di Padre Brown ) raccontavano avventure nelle quali senza nominarla, riecheggiava una visione cristiana delle vicende e dei rapporti umani.

"The sound of silence" ( il suono del silenzio) è il primo grande successo planetario del leggendario duo Simon & Garfunkel.
Conosciutisi in ambiente universitario negli anni '50 e già con un'esperienza canora alle spalle col nome di Tom & Jerry, vengono notati da un importante produttore discografico e vengono reclutati per realizzare il loro album d'esordio "Wednsday Morning, 3 A.M.". E' il 1965

Dei due Paul Simon è il geniale autore sia delle musiche che dei testi.
Art Garfunkel completa le armonizzazioni con la sua voce in falsetto.
La coppia è ben assortita: le loro canzoni sono soprattutto dolci ballate che sconfinano con il folk, anche se le loro infatuazioni musicali giovanili sono le produzioni di soft rock degli Everly Brothers.

Tra le prime composizioni di Simon spicca una ballata acustica, che si ricorda al primo ascolto, ma che nasce  come riflessione allo sbandamento personale e dell'intero popolo americano dopo l'assassinio del presidente John F. Kennedy a Dallas.
Un incubo che Simon vive come il trionfo dell'incomunicabilità tra l'ideale politico e la realtà sociale.
Un incubo che vede il trionfo del Rumore a discapito del silenzio commemorativo per la distruzione violenta di un progetto politico, un' azione diabolica:

" E nella nuda luce vidi diecimila persone, forse di più
gente che parlava senza pronunciare suono
gente che ascoltava senza udire
gente che scriveva canzoni che nessuna voce avrebbe condiviso
E a nessuno importava disturbare il suono del silenzio"

Berlicche avrebbe scritto " che a nessuno importava interrompere il frastuono, il Rumore del silenzio " 

Ma alla fine l'incubo si trasforma in speranza, e il silenzio riacquista il suo valore positivo:
" Il cartello lampeggiava il suo insegnamento e diceva che le parole dei profeti sono scritte sui muri della metropolitana.
E sospirava nel suono del silenzio"

Quell'album fu un flop, la stessa canzone non ebbe risonanza commerciale.
La coppia delusa si sciolse.
Ma mentre Simon cercava nuovi stimoli creativi in Inghilterra, in America un d.j. Tom Wilson, all'insaputa del duo, rimise in programmazione radiofonica The sound of silence, rimixandola con chitarre elettriche e batteria.

Come è andata a finire, lo sapete tutti.  







Se io fossi un angelo - Lucio Dalla

" Lucio era spesso immerso in una profonda dimensione religiosa - dice fra' Bernardo Boschi, il biblista domenicano storico amico e padre spirituale di Dalla - è questo che dava profondità alla sua capacità interpretativa. 
Aveva un'anima verticale che lo poteva portare direttamente verso Dio.
A volte si ritirava qui in convento, stava in una cella anche per due o tre giorni. Lucio amava molto il convento, ci trovava la pace.
Riscopriva Dio, di cui aveva una sete non soltanto umana e intellettuale, ma anche propriamente religiosa. Un fondo mistico che si è riflesso poi nelle sue canzoni dove sono molto presenti il mare, le rondini , gli angeli.
Questi slanci mistici se non hai dentro dei valori profondi, non riesci a trasmetterli agli altri.
Ecco, proprio questo aspetto era la sua forza"

Questo è un brano da un'intervista rilasciata nel chiostro della Basilica di San Domenico a Bologna, da fra' Bernardo Boschi, a Massimo Iondini, autore di un agile e succoso volumetto " Paola e Lucio ", dove si racconta con molti ed interessanti aneddoti la storia della collaborazione tra Lucio Dalla e Paola Pallottino, binomio dal quale scaturirono una seria di canzoni rimaste nell'immaginario collettivo, una fra queste "4 Marzo 1943". Un libro da consigliare vivamente.

Quella della sincera fede religiosa di Lucio Dalla è un particolare della sua vita che è rimasto poco conosciuto e che lascia sempre un pò sorpresi.
Ho un ricordo personale: la mattina del primo marzo 2012, quando si seppe della sua morte improvvisa a Montreux, mentre era impegnato in una serie di concerti, lavoravo in una redazione del sito web di un settimanale. Subito scrissi un articolo sulla sua carriera, e diversi redattori si stupirono che quell' ometto peloso che sprigionava una capacità creativa inesauribile, a volte allegramente trasgressiva, tenesse gelosamente nascosto o comunque avesse trattenuto, quasi con umiltà, il fatto di essere un cattolico praticante a tutti gli effetti.

" Sono credente. Credo in Dio perchè è il mio Dio (... ) Sono cristiano. Sono cattolico. Credo fermamente in Dio e professo la mia fede sempre. La fede cristiana è il mio unico punto fermo, è l'unica certezza che ho"
Comincia così l'intervista fatta da Giampaolo Mattei, in quel libro insostituibile, quel pozzo di notizie sugli artisti, italiani e stranieri, e il rapporto col trascendente che è "Anima mia".
Una lunga intervista che si conclude con una osservazione di Dalla, che conferma la sua profondità di pensiero:
"Il vero miracolo è la comprensione delle persone. Mi ha sempre emozionato il fatto che quando Gesù guariva una persona, quella stava bene non perchè potesse camminare o mangiare, ma perchè finalmente aveva trovato qualcuno che si era identificato con lei, che l'aveva capita fino in fondo"

Nel brano che propongo, la versione ' cameristica' di un suo famoso successo , Dalla lo introduce con un breve monologo per spiegare le ragioni della composizione: pochi minuti gustosi, grazie alla sua ironia romagnola, ma di una tenerezza commovente, tutto da godere. 











venerdì 29 maggio 2020

Senza far rumore - Fabio Concato

" (... ) se togliete dal cristianesimo, monsieur Laudet, dalla cristianità, dalla santità (...), che fate di queste innumerevoli opere di cui sono piene le nostre cattedrali. 
Che fate delle nostre stesse cattedrali e delle nostre chiese. (...)
Opere che sono che non si distaccano dal culto e dalla preghiera e dall'adorazione al punto che esse sono come, che sono letteralmente un' iscrizione carnale, un'iscrizione temporale, un'iscrizione lapidaria, di pietra, nella pietra stessa, del culto e della preghiera, la più interiore , e dell'adorazione piùintima. 
Il corpo dell'adorazione. (... )
Ma le une e le altre, le cattedrali e le opere (... ) insieme sono il tessuto stesso, la stessa pietra (... ) insieme lo stesso duro corpo scavato di preghiera e di vita interiore e di eloquente, di così eloquente adorazione silenziosa."
Così scriveva Charles Peguy , nel 1911, con il furore del socialista convertito al cattolicesimo, ad un teologo che aveva contestato il suo capolavoro letterario " Il mistero della carità ".

Le grandi cattedrali, gli edifici di culto in generale, oltre che espressioni culturali architettoniche delle epoche che hanno visto la presenza del cristianesimo tra i popoli della terra, hanno nella capacità di essere segno evidente e concreto della fede in un messaggio che ha cambiato, e tutt'ora cambia la vita a moltitudini di persone che quotidianamente ne varcano la soglia.

E ciò che colpisce è spesso il silenzio che accoglie il visitatore ( fedele o no ), a cui rimane impresso come esperienza insuperabile.

E' la stessa esperienza che ha colto il cantautore Fabio Concato, tanto da volerla esprimere in un brano del 1990, " Senza far rumore " dall'album " Giannutri "
Concato, milanese, inizia la sua carriera nel Derby, un famoso locale di cabaret del capoluogo lombardo. Dopo qualche anno di gavetta, arriva al successo scrivendo canzoni intrise di una vena di dolcezza e serena malinconia, tratteggiando ritratti di figure familiari e di incontri personali con arte particolare e gentilezza d'animo.
E non è  semplicemente una posa, ma l'autore e il cantante si sposano esattamente con l'uomo.

Nel 1998 al giornalista Giampaolo Mattei così si racconta :
"Tempo fa ero un materialista, un materialista incredibile. Credevo solo in ciò che vedevo e toccavo.
(...) Sono rientrato in una chiesa, senza sapere perchè. Ero alla ricerca di qualcosa che mi aiutasse veramente. Sentivo forte il bisogno di silenzio, di riflettere.
Sono entrato in chiesa e vi sono rimasto a lungo: ho avuto veramente la certezza di non essere solo, di poter parlare con qualcuno che stava sempre lì ad ascoltarmi.
E' questo il senso della mia canzone "Senza far rumore".
Non sono cattolico, diciamo che vorrei essere una persona civile, pronta a dare una mano a chi ha bisogno. Se questo significa essere cristiani, allora io sono cristiano "

Guarda un pò cosa fa il silenzio di una chiesa

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mercoledì 27 maggio 2020

Standing in the need of prayer - David Bromberg Band

" Ma c'è un popolo che non tradisce mai: il popolo di Dio che siamo noi.
Questo popolo è pieno di canti per l'eternità.
Il popolo di Dio in cammino verso la patria siamo noi: genti di tutte le razze, di tutti gli Stati, di tutte le età, di tutte le condizioni, come un essere solo, come un popolo solo.
Questo popolo non dimentica i suoi canti.
Lo strumento per ridestare il cuore, lo strumento principale è il canto.
Questo è un esempio dell'incidenza della fede sulla vita terrena del singolo, della famiglia, del popolo.
Ma da che cosa sorgono i canti?
Dal bisogno umano:
bisogno d'amore, bisogno di giustizia, bisogno di salute, bisogno di primavera, bisogno di Bellezza."

Avete mai sentito, letto, qualcosa sul canto, sulla musica , così definitivo, così entusiasmante, così appassionato?
Sono parole di un sacerdote, Luigi Giussani, che negli anni ' 50, incominciava le sua ora di religione in un liceo classico milanese , facendo ascoltare con il suo grammofono portatile dischi di musica classica e operistica ai suoi studenti, spiegandone il contenuto più affascinante. Con risultati sorprendenti, nella sorpresa generale, per quella introduzione alla educazione all'umana bellezza, così originale.

La sistematica, appassionante ricerca dei canti del popolo e della tradizione, spesso tramandati come espressioni di vita quotidiana, come l'accompagnamento naturale dei gesti più normali, ma impegnativi di storie personali e comunitarie, lo ritroviamo soprattutto nella documentazione sonora raccolta da John e Alan Lomax, padre e figlio, antropologi ed etnologi, che nella prima metà del secolo scorso attraversarono l'America e l'Europa, registrando su rudimentali apparecchi a bobine, le voci più disparate intente a cantare inni, nenie, ballate che poi incredibilmente vennero riprese da una sterminata schiera di cantanti e gruppi rock, che li fecero diventare dei successi epocali.

Dall'inizio degli anni ' 70, sono tutt'ora attivi musicisti che hanno raccolto l'eredità dei Lomax e propongono periodicamente al pubblico i risultati della loro ricerca : i nomi più famosi?  Ry Cooder e David Bromberg.
Quest'ultimo, con la sua band ha recentemente pubblicato un bellissimo album di traditional e di brani inediti che si rifanno alla tradizione musicale dei monti Appalachi, cioè la regione americana dove si sviluppò quel genere che erroneamente chiamiamo country, ma che invece non si esaurisce in solo banale genere, ma comprende molte più influenze culturali , abbracciando anche gli inni gospel e spiritual di origine religiosa, sia delle comunità afro, sia dei coloni bianchi, spesso mescolandosi tra loro.

" Standing in the need of prayer" ne è un esempio: il tipico inno "call & response".
Il brano è di origine afroamericana, di sconosciuti autori , pubblicato nel 1925 :

" Non mio fratello, non mia sorella, ma sono io mio Signore che bisogno di pregarti
   Non mio padre, non mia madre, ma sono io , mio Signore, che ho bisogno di pregarti
   Non lo straniero, non il mio vicino, ma sono io , o mio Signore che ho bisogno di pregarti "

Insomma, io ho bisogno, mi urge, ma lo canto con tutti gli altri!
Lo canto con tutto il popolo .......
 


 

martedì 26 maggio 2020

Idea 77 - Vasco Rossi

" Tempo fa, a lezione, parlavamo del libero arbitrio. Ad un certo punto, una studentessa scoppia a piangere di colpo. 
Silenzio.
Le chiedo : Che cosa hai?
E lei: Professore io mi rendo conto di avere questa possibilità, di essere libera. Ma il mio problema e che non so che farmene.
Ecco, in fondo, il dramma di oggi è questo: siamo liberi, ma per cosa?"

Parte così la riflessione che, Costantino Esposito, ordinario di Storia della Filosofia nell'università "Aldo Moro" di Bari condivide con il direttore della rivista internazionale "Tracce", Davide Perillo, sul tema del nichilismo e della perdita di scopo nella vita quotidiana da parte delle giovani generazioni, fenomeno esistenziale, ereditato per buona parte dalla generazione dei 50 / 60enni, ma che , solo da qualche anno viene evidenziato con preoccupazione.

Per la verità già nei primi anni '80, il filosofo Augusto Del Noce , ne parlava segnalando un crescente " nichilismo gaio", che si esprimeva nella vita con i tratti della soppressione dell'inquietudine tra i rapporti personali e sociali ( era l'epoca del riflusso e dell'edonismo sempre più imperante ).
In questi ultimi anni il fenomeno si è sempre più caricato di risvolti drammatici nei processi educativi, specialmente nelle nuove generazioni.

Continua Costantino Esposito: " La via d'uscita dal nichilismo non è il moralismo, ma una cosa molto semplice: non mollare sul proprio desiderio e fare attenzione al reale"

E' innegabile che uno dei mezzi di comunicazione privilegiati, di questi contrastanti atteggiamenti esistenziali nei giovani ( e non solo ) sia la musica, spesso incarnata nella produzione cantautorale.
Il campione dell' espressione più radicale del disagio giovanile, colui che lo ha portato negli stadi, attraverso il suo rock, ormai da quarant'anni, è senza dubbio Vasco Rossi.

Alfiere musicale di una generazione di sballati, all'inizio di carriera ha vissuto proprio sulla sua pelle i risultati della " vita spericolata". 
Indimenticabile l' irruenza dei suoi slogan cantati a squarciagola da una miriade di ragazzi, il segno di un desiderio di protagonismo in una società tranquilla nelle sue abitudini piccole borghesi.
Una critica, però, senza una proposta positiva di novità, nel segno del rock più commerciale, premiato dalle alte posizioni nelle classifiche di vendite. 

Negli ultimi anni, il "Blasco", però, ha come tolto il piede dall' acceleratore dall'esasperazione del vivere senza un senso.
Ecco alcuni brani da una interessante intervista di Giampaolo Mattei nel libro " Anima mia " ( 1998 ):
"... e visto che per dieci anni tutti mi hanno rotto le scatole con la storia della vita spericolata, ora vado anche a letto presto. Sono cambiato. Comunque cerco sinceramente risposte che non riesco a trovare nel materialismo puro: perchè sono qua, perchè mi sveglio e sto bene, perchè oggi sono su di giri e domani sono a terra?
La famiglia conta, è fondamentale, chi lo nega non ha capito niente ed è anche pericoloso.
Bisogna ripartire da lì, è un bel progetto che bisogna amare.
Per me è così, tornare a casa e trovare mio figlio è forse la soddisfazione più bella della mia vita."
 
Insomma , il Komandante, ha messo la testa a posto?    Mah ...... chissà .... 

Ma è innegabile che quel ronzìo di fondo, quel rimuginare sulla propria vita, su quel disagio, su quel " cercare la libertà e non saper che farsene" è sempre ben presente nei testi delle sue canzoni. 
Però ogni tanto , la realtà, tanto ignorata, viene riconosciuta e ci si accorge che è con lei che bisogna fare i conti.
Così come accade proprio in una canzone del 1998 : " Idea 77 ", all'interno di un album dei suoi migliori " Canzoni per me", pieno di spunti quotidiani e di grandi arrangiamenti. Un album solare , molto sintetico ( poco più di mezz'ora di musica ) , ma pieno di bei ritornelli da cantare in gruppo. 
Con un "di più" di positività ........






Tears in Heaven - Eric Clapton

da " La strada " di Cormac McCarthy

" Al bambino sembrò di sentire un odore di cenere bagnata nel vento ( ... )
L'uomo gli prese la mano, ansimando. Devi andare avanti, disse. Io non ce la faccio a venire con te. 
Ma tu devi continuare.
Chissà cosa incontrerai lungo la strada (...)
- Non posso
- Non ti preoccupare. Questo momento doveva arrivare da tempo. E adesso è arrivato.
  Fa' tutto come lo facevamo sempre. (...)
- Voglio restare con te.
- Non  puoi. Devi portare il fuoco.
- Non so come si fa.
- Si lo sai.
- E' vero? Il fuoco, intendo.
- Si che è vero.
- Ma dove sta? io non so dove sta.
- Si che lo sai. E' dentro di te. Da sempre io lo vedo.
- Portami con te. Ti prego.
- Non posso.
- Ti prego, papà.
- Non ce la faccio. Non ce la faccio a tenere tra le braccia mio figlio morto. Credevo che ne sarei stato capace, e invece no.
- Hai detto che non mi avresti mai lasciato.
- Lo so mi dispiace ( ... ) . Quando io non ci sarò più potrai comunque parlarmi. Potrai parlare con me e io ti risponderò. Vedrai.
- E riuscirò a sentirti?
- Si. Mi sentirai. Fa' come se ci parlassimo con la mente. E allora vedrai che mi senti. Ci vorrà un pò di allenamento, ma non ti arrendere. Ok?
- Ok

E' il brano culmine, di una drammaticità essenziale e angosciante, del romanzo capolavoro di Cormac McCarthy, pubblicato nel 2006.
In un mondo segnato da una misteriosa apocalisse che lo ha distrutto ( forse una esplosione nucleare ),
padre e figlio, cercano tra mille difficoltà e pericoli, tra la natura resa ostile e la violenza dei sopravvissuti di arrivare ad un posto sicuro dove salvarsi la vita.
Il padre ora però, ferito mortalmente, non ce la fa più e comanda al figlio di lasciarlo morire in solitudine, invitandolo a portare " il fuoco" come testimone a chi incontrerà lungo la strada della salvezza.
Un evento drammatico cementa il rapporto tra i due: la morte segna in profondità il senso di paternità e figliolanza.

E' il 20 Marzo 1991:
un bimbo di cinque anni sta giocando nella sua casa. E' un appartamento situato al 53esimo piano di un grattacielo di New York. Non s'avvede che la finestra a vetri è aperta e muore precipitando nel vuoto.
E' una tragedia che vivono la madre, la starlette italiana Lory Del Santo e il padre, il famoso cantante e grande chitarrista di rock-blues Eric Clapton.
Vite personali, di personaggi sempre in giro per il mondo, senza stabilità di legami, vittime di uno star system che annulla ogni possibilità di rapporti umani normali.

Eric Clapton ( 1945 ) è un mito del rock inglese: Ha conosciuto e collaborato con una schiera infinita di musicisti , partendo dall' epoca beat della Swinging London ( i Beatles e i Rolling Stones ) fino ai grandi del blues afro americano. Una schiera infinita , che si aggiunge ai gruppi musicali in cui egli stesso milita : Yarbirds, Cream, Blind Faith.
Enciclopedia vivente del rock, grande chitarrista ( suona lo strumento con una tecnica particolare, tanto che per lui conieranno il soprannome di "slowhand ").
Nella sua vita inquieta tra amori di donne e uso di cocaina, però, questo dramma lo segna definitivamente. 
Nonostante tutti i suoi casini, nella sua lunga carriera non ha mai dimenticato le sue radici che lo riportano ad una nostalgia dell'educazione religiosa ricevuta:
" Le prime preghiere me le ha insegnate mia nonna Rose, mi sono rimaste addosso e mi sono ritornate alla mente quando non pensavo più di poterle avere con me.
Per superare certi momenti freddi e bui, ho creduto necessario rivolgermi solamente a chi sostiene i dolori da sempre, dall'alba dell'uomo." confessa al giornalista Walter Gatti.

La nascita di Conor gli dà un senso di pacificazione:
"Diventare padre mi toccò nel profondo, mi spinse a crescere.
Il mio solo desiderio all'epoca era crescere felice con mio figlio"
" Conor è stata la prima cosa nella vita a toccarmi nel profondo, a dirmi che era ora di crescere"

Ma la pace interiore è breve, ecco l'incidente mortale:
"Ero come uscito dal mio corpo" dice a proposito di quel dolore troppo grande

Lo shock per la morte tragica del figlio , lo chiude in se stesso, ma la sua forza di musicista , " il fuoco",
gli dà la forza di comporre un bellissimo brano , che negli anni non smetterà mai più di riproporre al suo sterminato pubblico. Parole e musica struggenti e malinconiche, quasi un chiedere scusa per non essere stato d'aiuto, il dubbio di essere perdonato, sapere che le strade si sono irrimediabilmente divise, ma contemporaneamente la certezza che questo figlio, lo aiuterà, dal Paradiso, ad asciugargli le lacrime.

" Ricorderesti il mio nome, se ti vedessi in Paradiso?
   Stringeresti la mia mano, se ti vedessi in Paradiso?
   Mi aiuteresti a restare in piedi?
   Devo essere forte e andare avanti, perchè so che non posso restare qui in Paradiso.
   Troverò la mia strada, nel giorno e nella notte, perchè so che non posso stare qui.
   Il tempo può buttarti giù, può piegarti le ginocchia, può spezzarti il cuore.
   Hai implorato clemenza.
   Oltre la porta c'è pace , sono sicuro
   e so che non ci saranno più lacrime in Paradiso"


( grazie a Ema per l'arpeggio )




domenica 24 maggio 2020

C'è un'aria - Giorgio Gaber

Giorgio Gaber è un artista assolutamente unico nel panorama dello spettacolo italiano: da qualunque parte lo si racconti si rischia di essere riduttivi.
Importatore del rock americano in Italia (suoi compagni rivoluzionari Celentano, Jannacci e Tenco), proprio come loro, ben presto continuò la sua carriera nel solco della più classica tradizione della canzone italiana (ognuno attraverso la loro particolare sensibilità ed ognuno attraverso la propria storia personale, per Luigi Tenco stroncata in modo tragico).
Per Gaber, la svolta artistica dal tran tran discografico, avviene a ridosso del grande movimento sociale e culturale del '68, un vero spartiacque per un mondo artistico in crisi di identità; per sua stessa ammissione uomo di sinistra con una punta di anarchismo, il cantante milanese inventa quello che poi diventerà negli anni, "il teatro canzone", vere e proprie produzioni teatrali, nelle quali, in una miscela di monologhi e canzoni inedite, si osservava la società, in tutti i suoi aspetti, in maniera originale e provocatoria, e soprattutto non scontata nella sintesi finale.

Sarebbe però un errore dare tutto il merito della riuscita di questi avvenimenti teatrali, che si protrassero per trent'anni, attraversando le diverse trasformazioni della società italiana, solo a Gaber; infatti la gran parte dei testi è opera di Sandro Luporini, 1930, toscano, oltre che autore di testi, pittore e pure lui uomo di sinistra ed anarchico d'animo.
Negli anni i loro spettacoli fecero arrabbiare ed esaltare tutte le componenti culturali del Bel Paese: i due artisti non avevano né remore, né confini ideologici nei loro pungenti ritratti di varia umanità.

"Prendiamo, per esempio, argomenti come il giornalismo o la libertà di stampa. Con tutta la pazienza e la saggezza che avrebbe dovuto regalarci un'età ormai matura, non ce la facevamo proprio ad ascoltare certi discorsi sull' "importanza fondamentale che viene ad una democrazia dalla libertà di stampa", o meglio ancora, sul "contributo vitale che il giornalismo è capace di fornire nella costituzione delle coscienze civiche dei giovani". Mi chiedo a quale giornalismo pensassero i signori che facevano questi discorsi, a forza di sentire queste parole nauseanti, mille volte ripetute, che ormai non valevano più niente e che riuscivano solo a legittimare quella specie di pornografia dell'informazione che caratterizza i nostri giorni, io e Giorgio sentimmo un grande disgusto. Ed è proprio di questo disgusto che parla la canzone C'è un'aria".

Così parla Luporini, in un brano del bel libro "G. Vi racconto Gaber" (2013).
Erano i primissimi anni '90, e queste considerazioni, alla luce di quello che abbiamo vissuto anche in questi ultimi anni, sono decisamente profetiche.

Sorprendentemente di "pornografia" nell'intreccio di informazione e vita quotidiana, ha parlato recentemente l'arcivescovo di Bologna card. Matteo Zuppi, raccontando la crisi generata dalla pandemia Covid:
"La pornografia della vita considera la malattia una colpa, perché la vita deve avere un certo standard. Abbiamo invece scoperto che ci hanno tolto tutto: la vita è un'altra cosa che in questi mesi abbiamo imparato faticosamente, entrando nella storia, con grande realismo e non nel soggettivismo, nelle apparenze o in un mondo che non esisteva.
Il mondo ci è entrato in casa, senza chiedere permesso, ci ha cambiato la vita senza riguardi.
È stata una grande umiliazione che, però, ci porti a diventare umili, che è un'altra cosa"

Così, come la realtà standardizzata delle comode apparenze, così l'informazione conformista ci invade le case e le nostre vite: "Lasciateci aprire le finestre, lasciateci alle cose veramente nostre e fateci pregustare l'insolita letizia di stare per almeno dieci anni senza una notizia
C'è un'aria, c'è un'aria che manca l'aria" ....... aprite le finestre!


(grazie a Stefano per il suggerimento)



 

venerdì 22 maggio 2020

The waiting - Tom Petty & Eddie Vedder

"Il tema che la musica rock abbia lo stesso effetto della religione è tutt’altro che blasfemo, è anzi la descrizione perfetta che la musica, certa musica, dalla classica al rock’n’roll (non la spazzatura che siamo abituati a sentire ogni giorno) è il soffio dello spirito di Dio.
Quante vite ha salvato la musica rock quando è stata espressa in modo sincero e onesto, quante possibilità di trovare un luogo invisibile ai più, dove trovare sé stessi, anzi, sfiorare quel respiro profondo che anima il cuore di tutti gli uomini, ma che solo le persone più sensibili, più sofferenti, quelle che per ragioni misteriose hanno sempre sentito il richiamo verso qualcosa di più grande che la vita tende a soffocare.
È un grande mistero il rock n’ roll, e se c'è un artista che in questo mistero si è immerso in modo totale, senza sconti, senza paura, quello è stato Tom Petty"

Così scrive Paolo Vites, grande narratore musicale, uno dei più attenti conoscitori del movimento rock, un cronista che racconta il rapporto tra la musica e il desiderio ultimo dell’uomo.

Ma chi era Tom Petty? 

Nasce in un paesino della California, nel 1950, e vive da bambino la nascita dell’era rock: scopre che la sua missione è di comunicare attraverso la sua creatività questo nuovo impeto musicale che rivoluzionerà non solo il mondo artistico ma (nel bene e nel male) il protagonismo sociale delle nuove generazioni.
Parte negli anni ‘70, fondando un suo gruppo, i Mudcrutch, rock preminentemente acustico nel solco del Southern rock, tipico californiano, fino ad affermarsi definitivamente formando una nuova band, gli Heartbreakers (i cuori spezzati).

Tom Petty, assorbe completamente la lezione dei Byrds, di Bob Dylan, di Johnny Cash, dei Beatles, (un po’all’ombra di quel cannibale della scena del nuovo rock di Springsteen) ma non se ne fa un cruccio e vive la sua carriera come servizio, un vero sacerdote di questa liturgia di note ed emozioni. Collabora con tutti i più grandi, anche di chi si considera allievo: tournée con Dylan, dischi con Cash.

Alla fine degli ‘80 fa parte di un gruppo fenomenale, che sotto mentite spoglie realizza un paio di lavori inventandosi divertenti e giocosi rock n’ roll men, i Traveling Wilburys. I loro veri nomi? Tom Petty, Bob Dylan, George Harrison, Jeff Linne e Roy Orbison (e scusate se è poco).

Sempre disponibile, umile e compreso nella sua musica di chitarre e ritmo, di ballate immerse nelle radici della sua terra d’origine, continuerà a cantare e creare fino a che in una mattina d’ottobre del 2017, dopo una serie di concerti a Los Angeles viene trovato senza vita nella sua camera d’albergo. Il cuore improvvisamente era ceduto, dopo una vita di eccessi giovanili in uso di droga, ma che aveva contenuto dopo aver celebrato il suo secondo matrimonio. La morte lo sorprenderà prima di decidere un importante pausa per dedicarsi all’impegno di nonno.

Viveva tutte le contraddizioni della sua generazione, ma non aveva mai abiurato le sue più profonde radici familiari e anche il suo anelito all’infinito nei rapporti più intimi.

C’è un suo brano del 1981 che fa fede:

The waiting (l’attesa)

Si era ispirato ad una frase di Janis Joplin (la vita è il palcoscenico, tutto il resto è l’attesa).

Qui, c’è un rapporto d’amore che vive il suo culmine nella notte, ma che non può non fare i conti con tutta la preparazione e la tensione umana che lo precede.
"L’attesa - dice il protagonista della canzone alla sua donna - è la parte più difficile, ogni giorno vedi il nuovo, ma ti aggrappi alla fede, ti aggrappi al cuore.
Sarò il tuo cuore che sanguina, non lasciare che questo momento ti abbandoni"

Il culmine, la realizzazione della tua vita, non deve farti dimenticare che l’hai atteso, impegnando tutta la tua fatica e tutto il tuo cuore, fiducioso di un bene più grande.

In questo video di un concerto del 2006, Tom Petty canta con un ospite d’eccezione: Eddie Vedder, leader dei Pearl Jam, grande voce rock, grande presenza scenica.

Un momento di intensa musica.

Indimenticabile


giovedì 21 maggio 2020

Giovanni Telegrafista - Enzo Jannacci

Recentemente il prof. Giorgio Vittadini, ordinario di statistica metodologica all’Università Milano Bicocca e presidente di Fondazione per la sussidiarietà (un importante "pensatoio" attivo sui problemi sociali e politici ), durante un incontro pubblico in streaming, ha fatto questa riflessione / confessione:

"Non si può smettere di desiderare, anche se la realtà mi fa cambiare programmi.
Per me Gesù coincide col fondo di questo casino che è la realtà.
La vita è un casino e, in questo casino io voglio che qualcuno mi aiuti, è per questo che ho bisogno di Gesù.
Quando mi angoscio nei problemi della realtà, Signore dammi una mano, ti amo perché sono angosciato, perché la vita continua a cambiare rispetto a ciò che ho programmato.
La vita così com’è, il reale così com’è, in quel casino, in quella fatica, in quell’angoscia, in quella disperazione, ti amo Gesù! "

Il prof. Vittadini racconta la posizione umana che si scorge in molti protagonisti delle canzoni di Enzo Jannacci. Nelle storie musicali del medico cantautore si canta di uomini e donne con un’urgenza nel cuore.

Lo spiegava lo stesso Vittadini (che incontrò diverse volte Jannacci negli ultimi anni della sua vita):
"Ci vuole un anelito alla felicità e apertura. Verso il progresso, la tecnologia, l’Europa.
Ci vuole un cuore urgente come quello di Giovanni Telegrafista nella canzone di Jannacci ".

Il "saltimbanco" dei cantautori italiani nel febbraio del 2009 in un intervista al Corriere della sera, riflettendo su un fatto drammatico che in quei giorni era al centro di un dibattito controverso nella società italiana affermò, procurando un certo scalpore nei "guru" del politicamente corretto: "In questi ultimi anni la figura di Cristo è diventata per me fondamentale: è il pensiero della sua fine in croce a rendermi impossibile anche solo l’idea di aiutare qualcuno a morire.
Se il Nazareno tornasse ci prenderebbe a sberle tutti quanti. Ce lo meritiamo, eccome, però avremmo così tanto bisogno di una sua carezza"

Ecco, la carezza del Nazareno per i nostri cuori urgenti, così provati dal "casino della vita".

Come succede a Giovanni Telegrafista, la traduzione in musica di una poesia brasiliana di Cassiano Ricardo, pubblicata da Jannacci nel 1967 come lato B, del 45 "Vengo anch'io. No, tu, no". Un testo non suo (la musica sì) ma nel quale si sentiva rappresentato interamente, tanto da considerarlo il suo brano preferito.

Racconta Andrea Pedrinelli nel suo bel libro sulle canzoni di Jannacci, "Roba minima":
"Enzo riteneva questo uno dei suoi brani più belli in assoluto. Quando gli chiedemmo quanto valesse per lui, già ultrasettantenne ci raccontò: "Ero a Roma, in piazza del Popolo, Vengo anch’io era in Hit Parade. Mi fermano due bambini, mi riconoscono e mi chiedono se sono quello della TV, e non nego che la cosa mi abbia fatto piacere.

Però uno mi fa: “Guarda che il pezzo bello è il lato B. Lo sento e piango”.

Aveva capito tutto di me. Quel pezzo, Giovanni Telegrafista, cantavo per me stesso, il comico e il tragico.
Quando canti te stesso, arrivi anche ai piccoli.
Ed è allora che una canzone vale davvero"

Che lezione da "un cuore urgente"!


mercoledì 20 maggio 2020

Forever young - Bob Dylan & The Band

Mia giovinezza - Ada Negri

"Non t'ho perduta. Sei rimasta, in fondo
all'essere. Sei tu, ma un'altra sei:
senza fronda nè fior, senza il lucente
riso che avevi al tempo che non torna,
senza quel canto. Un'altra sei, più bella.

Ami, e non pensi essere amata: ad ogni
fiore che sboccia o frutto che rosseggia
o pargolo che nasce, al Dio dei campi
e delle stirpi rendi grazie in cuore.
Anno per anno, entro di te, mutasti
volto e sostanza. (...)

E sei rimasta
come un'età che non ha nome: umana
fra le umane miserie, e pur vivente
di Dio soltanto e solo in Lui felice. (…)" 

Ada Negri nasce a Lodi nel 1870. Poetessa e insegnante d’italiano, attraversa la storia d’Italia incontrando nella sua vita i protagonisti della scena culturale e politica: socialista, vide l’ascesa del Mussolini ancora legato alle origini "di sinistra" e la deriva fascista. Morì a Milano nel 1945: da tempo si era ritirata, con i suoi ricordi e vivendo un ritorno alla fede intuendo, scoprendo che " (...) c’è un amore, che è possibile un amore senza ritorno, che l’impossibile diventa possibile. C’è una realtà che lo raccoglie”.

In " Mia giovinezza" di fatto il punto centrale è nella scoperta che tutto è atto d’amore" (Don Luigi Giussani)

25 novembre 1976:
al Winterland di San Francisco si celebra il concerto rock che chiude l’epoca di una giovinezza, artistica e umana: The Band, il gruppo che ha accompagnato Bob Dylan nella sua traiettoria creativa a partire dagli avvenimenti di Woodstock, ed in qualche maniera alternativa ad essi, si arrende alla realtà. Chiama attorno sé le icone di questo movimento rock, simbolo dell’epoca hippy, un miscuglio sentimentale ed ingenuo, tra contestazione pacifista e l’esaltazione dell’amore libero (con uso abbondante di stupefacenti), nato proprio come contrapposizione al formalismo (anche religioso) della società adulta.

Ci sono tutti i bei nomi, tra i quali Neil Young, Jon Mitchell, Van Morrison, Eric Clapton e ... Bob Dylan, con il quale riesumano la canzone simbolo di un’età che non ritornerà, ma che si desidera ancora presente "umana fra le umane miserie e pur vivente di Dio soltanto e solo in Lui felice"

È un concerto splendido, pervaso di malinconia e "Forever young" ne è il culmine. Un’invocazione a Dio affinché la giovinezza, quella dell’amico, della persona amata, ma anche di sé stessi "Ami e non pensi di essere amata":

"Possa Dio benedirti e conservarti sempre.
Possano i tuoi desideri avverarsi tutti.
Possa tu sempre fare qualcosa per gli altri.
Possa tu costruire una scala per le stelle e scalare ogni asperità.
Possa tu crescere ed essere giusto, essere autentico.
Possa tu sempre conoscere la verità.
Possa tu avere radici solide.
Possa il tuo cuore essere pieno di felicità.
E possa tu rimanere per sempre giovane."

Forever young!



martedì 19 maggio 2020

Madre - Giovanni Lindo Ferretti & Ambrogio Sparagna

Corriere della sera 14/9/1978

"Penso che la dolce, tenerissima espressione con cui Giovanni Paolo I ha voluto confidare a noi tutti che Dio ci ama più come una madre che come un padre, per venir compresa nel suo semplice, abissale significato, debba essere riportata a un punto fondamentale delle parole che lo stesso Pontefice ha voluto rivolgere al mondo durante la Messa dell’investitura. Esattamente là dove invocava sul suo pontificato e su tutti gli uomini la protezione, l’amore e, quasi, la carezza della Vergine; di Colei che fu e sarà sempre la Madre di Cristo; e come tale, la Madre d’ognuno di noi. (...) Se Maria è figurativamente fuori dalla Trinità, ne è, per quanto riguarda l’amore, completamente dentro; serva e regina; straziata dall’abisso di verità e di luce che nel suo povero corpo sta per scatenarsi, e che, forse, si quieterà solo quando compiuta tutta l’attesa, si troverà, sotto la croce, nel tempestoso tramonto in cui suo Figlio, per nostra colpa, verrà crocifisso e assassinato.
Da quella quiete, in cui esiste già la consapevolezza muta e splendente della Resurrezione, quella consapevolezza che solo le madri sanno avere, Maria attende la morte. (...) Ma come grembo di Cristo ha avuto il privilegio di non attraversare la pausa dello sfacelo, e, dunque essere assunta direttamente nello spazio senza spazi, nel tempo senza tempi"

Così scriveva sul quotidiano Giovanni Testori. Lo scrittore era stato chiamato da poco più di anno a sostituire Pierpaolo Pasolini sulle colonne del Corriere, come "coscienza critica" sulla prima pagina.

Come Pasolini (assassinato sul litorale romano in situazioni ancora misteriose in ambienti di degradazione sottoproletaria) Testori era considerato dalla borghesia perbenista dell'epoca, l’alfiere di una cultura e di opere letterarie borderline, quella stessa classe borghese attraversata dalle scosse sociali e politiche della contestazione studentesca e operaia, per alcuni occasione per la trasformazione della critica ideologica in terreno di coltura del terrorismo, che proprio in quell’anno ebbe il suo drammatico culmine con il sequestro e l’assassinio di Aldo Moro.
Come Pasolini, però, anche Testori viveva una tribolazione esistenziale cresciuta alla ricerca di un comune senso cristiano della propria vita, che per Testori fu determinante e sempre più stringente negli anni della sua maturità.

Anche per Giovanni Lindo Ferretti la strada della consapevolezza che col fatto cristiano bisogna, prima o dopo, bisogna fare i conti, arriva da un percorso umano e artistico tortuoso e sorprendente.

Fondatore di un gruppo punk, i CCCP, dei più estremi, sia per i temi trattati (l’esaltazione della dottrina comunista più dogmatica e rivoluzionaria) sia per l’immagine concreta nel quotidiano (capelli a cresta colorata e abbigliamento decisamente non convenzionale), ad un certo punto sente il richiamo delle radici familiari.
Ritorna nel suo paese d’origine sull’Appenino tosco-emiliano e si riavvicina alla fede religiosa semplice e concreta di quel popolo.

Non prima (nel 1989) di "scandalizzare" il suo pubblico, pubblicando una canzone di lode a Maria, la Madonna.
Anche lui attratto dalla intercessione, segnata dalla tenerezza tipicamente femminile, che quella donna esercita tra suo Figlio e il popolo cristiano.
Ferretti racconta al cronista musicale Walter Gatti:
"Dopo aver scritto e inciso questa canzone di origine fortemente spirituale, 'Madre', nei concerti arrivarono molti fischi dai centri sociali.
Ma in quel momento io ero un catalizzatore di una voce eterna, immensa, che circolava nel mondo.
Tra il nostro presente e le voci delle tribù che si perdevano nell'anno 1000, l'unico punto di contatto era quell'umana preghiera che si rivolgeva ad una madre eterna, una donna che da sola poteva raccogliere le nostre lacrime.
I fischi non potevano opporsi a questo grido che veniva da mille anni fa e da milioni di popoli.
Noi siamo frutto di una storia, non una scintilla accidentale della chimica del presente."   

Originariamente il testo di "Madre" è solo italiano e il tappeto musicale si snoda tra batterie e tastiere elettroniche; in seguito si trasformerà sempre più in una lauda gregoriana per voce solista con l’aggiunta nel testo delle giaculatorie mariane in lingua latina.

La versione che viene proposta è tratta da un concerto "sacro" con l’accompagnamento del gruppo e coro di Ambrogio Sparagna.

Il finale è veramente da brivido: una vera invocazione in musica.



lunedì 18 maggio 2020

Mal'aria - Giovanni Lindo Ferretti

La stanza di Elvis - SPECIALE

Vi segnalo una recensione di Paolo Vites sul nuovo brano di Giovanni Lindo Ferretti.
Ex punk comunista (di quelli duri) convertito (a dir la verità ripreso coscienza di essere cattolico, avendo come fari Testori e Benedetto XVI) vive da anni sulle montagne apenniniche e ogni tanto rientra di prepotenza nella comunicazione musicale.
L'ascolto non sarà facile, ma è un immersione in una umanità straziata ma orgogliosa della propria identità.



La folle corsa - Lucio Battisti

Nella storia del movimento cantautorale italiano, Lucio Battisti non è tra gli iniziatori ma senza dubbio uno dei pilastri, se non addirittura, un punto di svolta.
Per la prima volta, nella seconda metà degli anni 60, al contrario di altri suoi "colleghi" (specie quelli di scuola genovese) che si ispiravano alla struttura musicale degli artisti francesi, è attirato dalla tradizione anglofona e afroamericana.

Puro musicista, Battisti, si affidò fin dall’inizio di carriera alla poetica di Mogol.
I due formarono una coppia leggendaria: nelle loro canzoni, parole e musica, si fondevano mirabilmente.

Storie d’amore, principalmente, il privato quotidiano, mai derive sociali o prettamente politiche come si usava in quei tempi così burrascosi di contestazioni. Mai, anche, ad accenni al rapporto tra l’uomo e il trascendente.
I testi di Mogol per Battisti non hanno mai espressamente parlato di Dio (solo una fugace "tu sola sai se credo in Dio"), forse l’unica canzone che si concede all’esistenzialismo è “Anche per te”.

Nel 1971 Little Tony e La Formula Tre presentano a Sanremo "La folle corsa" un brano di Mogol - Donida (la stessa coppia de "La compagnia"): pezzo decisamente rock, tanto che il testo scivola via, non è oggetto di particolari attenzioni.

Poco più di una decina di anni fa, però, comincia a circolare in rete un "demo", un provino del tempo di lancio della canzone, cantato proprio da Battisti.
Una sorpresa per gli appassionati del cantautore, perché la stessa canzone non risulta ufficialmente nel suo catalogo, anche se, dopo approfondimenti biografici si è appurato che anche lui partecipò attivamente alla sua stesura.

Sarà per la voce accorata di Lucio a quel tempo "scorretta" e il ritmo concitato della chitarra, che il brano si trasforma, diventando improvvisamente un gospel blues, una invocazione disperata che tramortisce e procura vertigini musicali inaspettate.

C’è tutta una straziante inadeguatezza della condizione umana che si dibatte tra l’amore carnale per una donna, magari solo per una notte, e le fatue ricchezze.

"Io di notte con lei vedo il sole lo sai, ma svegliandomi, poi, il buio. Il denaro che ho, anche lui brilla un po', ma ritorna però il buio.
Io vorrei pregare, ma le mie mani non so unire".

È il desiderio di qualcosa, di Qualcuno che dia un senso alla realtà: "Tu ... dammi la fede persa ... Tu che lo puoi".
È l’accorgersi di una mancanza, di un’assenza.
Rivelati, altrimenti è tutto "una folle corsa".

Non: "voglio cercare un senso a questa vita anche se questa vita in senso non ce l’ha", ma, Tu adesso "dammi la fede persa!"

Per quanto tempo abbiamo "sentito" questa canzone, ma non l’abbiamo mai "ascoltata"


Madre Proteggi - Massimo Priviero

Il nome di Massimo Priviero, per chi non sia particolarmente addentro alle vicende del pop-rock italico, dice poco o nulla.

Classe 1962, milanese trapiantato dal Veneto, inizia la sua carriera contemporaneamente a quella di Ligabue agli inizi degli anni 90.
Ma mentre il rocker emiliano ha onori e celebrità popolari (ogni sua tournée è in bagno di folla) Priviero, forse per una sua allergia al marketing discografico, nonostante una sua capacità compositiva e di presenza scenica, non arriva al successo conclamato.

Forse frenato dall’etichetta affibbiatagli in partenza come "lo Springsteen italiano" (addirittura il suo secondo album è prodotto da Little Steven) sempre più pare "accontentarsi" dei suoi fedeli fans che, di disco in disco, non delude mai.
Animale da palcoscenico, come si dice, non solo ha una potenza di scrittura rock non indifferente, ma la sua musica è sostenuta da testi, sempre suoi, che raccontano del mondo reale, di persone che vivono il problema del quotidiano alla ricerca di un bene più grande.

I suoi lavori discografici passano dalle storie di guerra (è particolarmente attratto dalle vicende degli alpini della Prima guerra mondiale) al dramma degli ultimi della società (gli immigrati, i perseguitati, gli emigranti, i disagiati) raccontati attraverso la sua cultura esplicitamente cristiana (della quale non ne fa una esclusiva bandiera).
Un artista, quindi, calato nella realtà umana più o meno dolente, ma carica di una narrazione storicamente concreta.

Il brano che propongo è del 2014: "Madre proteggi", una preghiera che lui stesso introduce come non esclusivamente cristiana ma che vorrebbe abbracciare tutte le madri della terra, destinatarie di invocazioni di aiuto.

Proprio come lo scrittore Giovanni Testori scriveva nel 1979 sul settimanale "Il Sabato": "È vero che solo Maria merita il titolo di "janua coelis" ma nella misura in cui la Madonna ha assunto in sé tutte le madri e nella misura in cui tutte le madri cercano d’esemplari in Lei, ogni madre è un po’ la porta del nostro cielo terrestre e del nostro cielo senza più limiti e senza più fine; quel cielo che, lungo tutta la vita, insieme a lei e da lei dovremmo aver imparato a volere, invocare e meritare".


Grace - U2

"Preghiamo oggi per gli artisti che hanno questa capacità di creatività molto grande e per mezzo della strada della bellezza ci indicano la strada da seguire.
Che il Signore dia a tutti noi la Grazia della creatività in questo momento".

Così Papa Francesco ha introdotto la S. Messa mattutina da Santa Marta.

Un pensiero forse inaspettato che ha suscitato forte commozione e riconoscenza tra gli artisti, tanto che un folto gruppo di essi l’ha voluto pubblicamente ringraziare attraverso una lettera, altrettanto commovente, a cui il Santo Padre ha risposto confermando la stima e le sue preghiere.

Naturalmente il pensiero del Papa per descrivere la missione dell’artista ruota attorno a due parole: Bellezza e Grazia.

"Grace" è proprio il titolo di un brano degli U2.

Il gruppo irlandese capitanato da Bono Vox, che dagli inizi degli anni 80, ha portato di schianto nel mondo rock, uscito dall’ubriacatura anarcoide del movimento punk, una ventata di capolavori legati alla passione sociale attraverso la tradizione cristiana, forse un po’ ingenua, ma specie all’inizio, sanguigna e decisiva.

Paladini di un messaggio di non violenza sulle vicende irlandesi dove il conflitto politico si mescolava con quello religioso, si sono negli anni occupati anche oltre il loro habitat musicale di tutte le traversie belliche e di ingiustizia che attraversano il pianeta.

Bono, molto attivo nel giudizio e nell’organizzazione di eventi benefici, ha sempre giustificato il suo darsi da fare proprio partendo dalla sua fede cristiana, forse un po’ "politicamente corretta", facendosi cogliere anche in contraddizioni specie per quanto riguarda i cosiddetti "diritti sociali": ma così va il mondo e occorre sempre cogliere il positivo dell’umano che è in ogni uomo.

Ma parliamo di Grace:
anno 2000, il brano conclude un LP in cui gli U2 svoltano decisamente verso un rock più dolce, come dei Beatles da secondo millennio, ma non perdono la loro forza nei testi.

"Grace" è appunto la fine del viaggio, è la conferma della loro identità (o perlomeno quella di Bono, il più esplicito): "La Grazia è una parola su cui faccio grande affidamento. La Grazia ti dice di non preoccuparti perché sarà lei a prendersi cura dei tuoi peccati, è come una madre"

Cosa canta Bono?

"Grazia, lei si prende la colpa.
Copre la vergogna. 
Toglie la macchia. 
Ciò che un tempo era dolore. 
Ciò che un tempo era attrito. 
Ciò che lasciò un segno non fa più male.
Perchè la Grazia genera Bellezza dalle cose più brutte"


Hurt - Johnny Cash

Il rock è sempre stato considerato un movimento nella storia della musica e della società pieno di contraddizioni, che parte essenzialmente da una ribellione delle nuove generazioni rispetto al formalismo e alle regole dettate dalle istituzioni "ufficiali" sia civili che religiose.

È innegabile che la sua genesi più profonda, quella che incide nelle personalità che lo hanno rappresentato nei quasi settant'anni di vita, sia contraddistinta da questa presa di posizione.
Una contestazione però che si fermò alla pura istintività che non colse il nocciolo della questione: l’abbandono da parte della società sempre più “moderna" di un senso religioso attraente.

Molti protagonisti del mondo rock si sono ammantati, a volte per pura esigenza scenica, di immagini diaboliche, ma al fondo sono portatori di una domanda di redenzione.

Johnny Cash nasce nel 1932, la sua famiglia è quella tipica rurale dell’America profonda, legata ad un cristianesimo che ne permea la quotidianità, rigido nelle sue forme ma segnato da un legame fortissimo alla coralità dei riti in cui esplodono i canti gospel.

Il rock delle origini è proprio questo incrocio tra i canti religiosi dei bianchi e il blues afro diretto discendente degli spiritual degli schiavi neri.
Il giovane Cash attratto dalla musica inizia la sua carriera insieme ai grandi quali Elvis Presley, con cui girerà le prime tournée.
Una vita segnata da dolori familiari, caduto nell’uso delle anfetamine ma sorretto sempre da una fede che lo aiuterà a risollevarsi sempre alla ricerca di una redenzione.

Negli anni Novanta nell’ultima parte della sua vita, ormai minato dalle malattie, incontrerà un produttore, Rick Rubin, che gli proporrà l’incisione di una serie di cover in cui esprimere tutta la sua concezione dell’esistenza e dei valori dei rapporti familiari e con il trascendente.

Proprio un anno prima della sua morte, nel 2002, realizza un video di una profondità straordinaria sulle note di una canzone di un gruppo di rock elettronico americano, composta sotto l’effetto dell’eroina, ma facendola sua completamente partendo dal suo essere alla ricerca di un perdono, di una misericordia ultima:
"Hurt" cioè "la ferita":

"Mi sono ferito da solo oggi, per vedere se riuscivo ancora a sentire.
Mi sono concentrato sul dolore, l’unica cosa ancora reale.
L’ago si apre un buco.
Provo a cancellare tutto e invece ricordo ogni cosa.
Cosa sono diventato, mia dolcissima amica?
Tutti quelli che conosco mi abbandonano.
Il mio regno di sudiciume, ti ferirà.
Indosso questa corona di spine, sulla mia sedia da bugiardo piena di pensieri rotti che non posso aggiustare.
Se potessi ricominciare, un milione di miglia da qui, mi saprei proteggere da tutto questo,
troverei una via"

Quell’uomo si riguarda più giovane, sua moglie lo guarda malinconica e partecipe al suo dramma. Una condizione, però che si apre alla Misericordia che lo accoglie e lo perdona.

Scriverà Pasolini: "Manca sempre qualcosa, c’è un vuoto in ogni mio intuire. Ed è volgare il mio non essere completo, questo "non avere Cristo".

La ricerca di una "faccia", una presenza in cui "non tutto è perduto nel puro intuire in solitudine". 

Racconteremo ancora di Johnny Cash.
Ora però: "Hurt"


Non abbiam bisogno di parole - Ron

Da "Il piccolo principe"
Cap. XXI

In quel momento apparve la volpe.
"Vieni a giocare con me" le propose il piccolo principe, "sono così triste"
"Non posso giocare con te", disse la volpe "non sono addomesticata"
"Che cosa vuol dire addomesticare?" domandò il piccolo principe.
"È una cosa da molto dimenticata. Vuol dire creare dei legami. Tu fino ad ora, per me, non sei che un ragazzino, uguale a centomila ragazzini. Non ho bisogno di te e neanche tu hai bisogno di me. Ma se tu mi addomestichi noi avremo bisogno uno dell'altro.
Tu sarai per me unico al mondo e io sarò per te unica al mondo.
Se tu mi addomestichi, la mia vita sarà come illuminata. Conoscerò un rumore di passi che sarà diverso da tutti gli altri. Per favore: addomesticami!"
"Volentieri - disse il piccolo principe - ma non ho molto tempo. Ho da scoprire amici e da conoscere molte cose"
"Non si conoscono che le cose che si addomesticano"
"Che cosa devo fare?"
"Essere paziente. In principio tu ti siederai un po' lontano, io ti guarderò con la coda dell'occhio e tu non dirai nulla: le parole sono una fonte di malintesi. Ma ogni giorno tu potrai sederti un po' più vicino.
Se tu vieni, per esempio, tutti i pomeriggi alle quattro, dalle tre in poi io comincerò ad essere felice, scoprirò il prezzo della felicità!
Ma se tu vieni non si sa quando, io non saprò mai a che ora prepararmi il cuore."

Ecco, scusate se ho osato tagliuzzare il bellissimo e famosissimo dialogo sull'amicizia e sull'amore, apice della piccola ma intensa favola di Saint - Exuper; mi sembra un bello spunto per introdurci all'ascolto di una delle più belle canzoni di Ron.

Forse un cantautore tra i più preparati e forse tra i più sottovalutati. Polistrumentista, storico collaboratore fin da giovanissimo all’inizio degli anni settanta (ancora col suo vero nome di Rosalino Cellamare) del vulcanico Lucio Dalla, ne diventò amico personale tanto da essere l'anima organizzativa dell’epocale tournée di Dalla e De Gregori, Banana Republic.

Coautore con Dalla dei grandi successi del cantautore bolognese come "Cosa sarà" e "Attenti al lupo", con la sua produzione solista, di qualità molto alta per tutto il decennio degli anni 80, ha sempre faticato a trovare posti d'onore tra i più riconosciuti (anche se ha vinto, quasi per caso un festival di Sanremo).

"C'è stato un momento che mi ha davvero trasformato e mi ha dato una carica incredibile.
Il 7 ottobre 1993 l'Unitalsi - l'organizzazione che si occupa di assistere le persone ammalate - mi ha concesso il grandissimo onore di cantare a Lourdes per i malati.
Ero stato in quel Santuario l'anno prima.
C'ero andato da solo, a me piace molto pregare da solo, cercare il silenzio.
In quella occasione ebbi veramente una grossa 'botta', molto bella , positiva, straordinaria.
Tornato a casa scrissi subito 'Non abbiam bisogno di parole', per esprimere quello che sentivo."
Così Ron racconta a Giampaolo Mattei nel libro "Anima mia", la genesi della sua canzone.  

"Molti mi hanno confidato che le loro storie d'amore e d'amicizia si sono salvate con 'Non abbiam bisogno di parole'. I fidanzati si sono sposati e hanno fatto figli.
La musica bella, di qualsiasi genere aiuta a stare meglio, poi per vivere bene serve prendere alla lettera l'insegnamento di Gesù: 'A ciascun giorno la sua pena', quindi non affannarsi e vivere alla giornata in grazia di Dio"
E' in un'intervista ad "Avvenire", nel 2017, che Ron si concede ad altre riflessioni che svelano la sua fede, vissuta sempre senza grandi proclami. 
 
"Non abbiam bisogno di parole" è forse una delle più belle canzoni d' amore non solo del suo catalogo ma nella storia della musica italiana: accompagnata da una trascinante melodia, è una dichiarazione d'amore che chiede l’essenziale, che riconosce il bisogno di un addomesticamento, una tenerezza pudica e silenziosa, ma nello stesso tempo forte e responsabile verso l'amata, quasi come se ci fosse una coscienza di dipendenza di entrambi a qualcosa di più grande.

Buon ascolto


Blessed - Lucinda Williams

"La speranza, in sé, ce l’abbiamo o no, è una dimensione della nostra anima e non dipende da come si osserva il mondo o da come si valuta una situazione. La speranza non è la previsione del futuro.
È un orientamento dello spirito, del cuore, che oltrepassa il mondo di ciò che è immediatamente vissuto. Le sue radici più profonde sono conficcate nel trascendente, analogamente alle radici della responsabilità umana. Quando le perdi devi cercarle dentro di te e nelle persone che ti sono vicine, non negli oggetti o in ciò che eventualmente accade.
Dobbiamo mantenere un rapporto umile con il mondo, rispettare ciò che ci supera, prendere coscienza che ci sono misteri che non capiremo mai e assumere delle responsabilità verso il mondo; non dobbiamo basarsi sulla convinzione di sapere tutto e quindi anche come andrà a finire.
Non sappiamo nulla, ma la speranza non può togliercela nessuno"

Queste parole sono di Vaclav Havel, uno dei protagonisti della dissidenza cecoslovacca ai tempi della dittatura comunista.
Filosofo, grande umanista, pagò con il carcere la sua protesta alle limitazioni delle libertà. Fondatore di Charta 77 e autore di un pamphlet che fece il giro del mondo tra chi era attento alla quella situazione sociale drammatica: " Il potere dei senza potere".

Dissolta la dittatura, grazie alla caduta del muro di Berlino divenne il primo presidente democratico della Cecoslovacchia (1989). Quattro anni dopo, successivamente alla separazione dei due stati, primo presidente eletto della Repubblica Ceca. Morì nel 2011.

Lucinda Williams è una cantautrice americana.

Nasce nel 1953 e inizia la sua carriera alla fine dei 70.
Fa parte di una schiera abbastanza esigua di songwriter donna nell’area rock blues di una certa rilevanza. Voce di carta vetrata, i suoi racconti musicali, lei figlia di un poeta, ripercorrono le atmosfere della quotidianità di vita dell’America profonda tra grandi autostrade deserte, cittadine assolate tra storie di uomini e donne alla ricerca di una dignità, sempre in lotta con le contingenze della vita di tutti i giorni.

Ma con la coscienza impastata di quella speranza "che rispetta ciò che ci supera, senza pretendere di sapere tutto e quindi come andrà a finire" come diceva Havel.

"Blessed" benedetti, racconta di queste vite e di un modo di sorprendersi:
"Siamo stati benedetti dal pover uomo che ci diceva che il cielo era alla portata di mano,
dal bambino trascurato che ha saputo perdonare,
dalla donna maltrattata che non cercava vendetta,
dalla madre che ha partorito,
dal soldato che ha dato la vita,
da Colui che ha trasformato l’acqua in vino,
dallo sconosciuto viandante che conosceva il nostro nome,
da un affamato che ci ha saziato d’amore,
dal bambino innocente che ci ha insegnato la verità,
dal vagabondo che ci ha mostrato la strada di casa"

Una canzone potente che si apre ad un crescendo di chitarre, come uno spiritual elettrico di forte tensione rock


domenica 17 maggio 2020

40 pass - Davide Van De Sfroos

Marzo 2020.

Sono i giorni nei quali si rende evidente che il virus ormai sta invadendo l’Italia e specialmente il territorio lombardo.

L’arcivescovo di Milano, mons. Delpini, in qualità di pastore d’anime, compie un gesto di preghiera in qualche modo, se mi si passa il termine, "spettacolare": sale sul tetto del Duomo, e rivolto alla statua della Madonna issata sulla guglia più alta invoca la sua benedizione per la sua terra martoriata.

"O mia bela Madunina che te dominet Milan,
Maria, auxilium Christianorum.
Maria, mater amabilis.
Maria, Virgo fidelis.
Maria, causa nostrae letitiae
Maria, refugium peccatorum, Regina pacis.
O mia bela Madunina che te dominet Milan, abbraccia tutti i tuoi figli tribolati, nessuno si senta dimenticato"

Il piccolo uomo di Chiesa quasi inginocchiato, invoca la Madonna, la cui statua si staglia nel cielo terso, con sullo sfondo la città immobile, con una preghiera impastata di dialetto e di latino, che ricorda la scrittura di un grande scrittore milanese: Giovanni Testori, la cui poetica, profondamente e drammaticamente cristiana era immersa proprio nella vita quotidiana dei diseredati e degli emarginati, usando proprio un linguaggio originale fatto di tradizione, dialetto e contemporaneità.

Il cantautore comasco Davide Van de Sfroos (nome d’arte che riprende proprio un modo di dire dialettale lombardo) basa la sua vita artistica proprio su questo modo di creare e comunicare.
E anche le sue narrazioni musicali (nel dialetto laghee), costruite in questa modalità, raccontano storie quotidiane, il racconto di un popolo che si muove, che vive vicende più o meno normali, più o meno legali; cantato su un tappeto musicale che spesso richiama la tradizione folk americana e irlandese.

L'album "Pica" del 2008, è il disco della definitiva conferma della qualità compositiva di Van De Sfroos e del suo imporsi a livello nazionale.
In questo lavoro tutto fila liscio che è un piacere: musica, testi e pulizia di arrangiamenti si fondono alla perfezione. Tra i tanti brani azzeccati, uno si erge per originalità e per la profondità di idea narrativa, è '40 pass':

"Senza Jannacci e Gaber non avrei mai scritto una canzone come '40 pass', probabilmente.
la Milano di Enzo non esiste più, ma ci sono ancora in giro i fantasmi delle persone di cui lui aveva cantato. Lui, Gaber, Magni e Svampa, sono stati dei poeti, gli chansonniers di una Milano che c'è stata un tempo, ma i cui fantasmi, che abbiano o no 'i scarp de tennis', ci sono ancora e girano in mezzo a noi, voglio dire che una canzone come '40 pass' fa riferimento a quella Milano lì.
E' chiaro che vivendo la strada, i cosiddetti ultimi, che poi ultimi non sono mai perchè invece sono primi in qualcosa, tu hai uno spettro credibile di quella è la società che stai vivendo."

E' un brano di un'intervista rilasciata a Paolo Vites al sito informativo 'Il Sussidiario'  

E, il Duomo, la Madonnina cosa c’entrano?

Ascoltate ora questa canzone e lo scoprirete



You must unload - Ry Cooder

"Perché avete paura? Non avete ancora fede?
Signore, la tua parola stasera ci colpisce è riguarda tutti. In questo nostro mondo, che Tu ami più di noi, siamo andati avanti a tutta velocità, sentendoci forti e capaci di tutto. Avidi di guadagno, ci siamo lasciati assorbire dalle cose e frastornare dalla fretta. Non ci siamo fermati ai tuoi richiami, non ci siamo ridestati di fronte a guerre e ingiustizie planetarie, non abbiamo ascoltato il grido dei poveri e del nostro paese gravemente ammalato, abbiamo proseguito imperterriti pensando di rimanere sempre sani in un mondo malato. Ora mentre siamo in mare agitato, ti imploriamo: svegliati Signore!"

Il 28 Marzo 2020, questa era la preghiera straordinaria e in solitudine, in una Piazza San Pietro bagnata dalla pioggia incessante, di Papa Francesco, che affidava a Maria le suppliche per la fine della pandemia.

Tempo di tribolazione sanitaria, sociale ed economica, molto simile a ciò che avvenne nel mondo poco meno di cent’anni fa, nel 1929, dopo il crollo finanziario di Wall Street, quando iniziò la Grande Depressione.
Pochi mesi prima, nei territori dell’America rurale, un uomo, un musicista cieco "Blind" Alfred Reed, compose un brano che richiamava il suo pubblico alla crisi sociale che si sarebbe dovuto affrontare.

Pioniere della musica country, Reed, sosteneva la sua famiglia attraverso la composizione e la diffusione della sua musica, profondamente religioso, era anche ministro metodista ordinato e predicava nelle chiese locali.
Le sue canzoni erano apprezzate da tanti, anche dalla nascente industria discografica (dalla quale, comunque, non volle essere coinvolto). Era un cantastorie attento alle vicende sociali e ai fatti anche tragici di cronaca nera, ma sempre come spunti di riflessione filtrati dalla cultura religiosa del tempo. Alcune sue composizioni sono arrivate a noi attraverso prestigiosi interpreti, come per esempio Bruce Springsteen.

"You must unload", è necessario liberarvi, disfarsi del superfluo è un appello (in forma predicatoria, come si usava allora) ancora attuale al popolo dei fedeli cristiani.

Nel 2018, questo brano è stato ripreso da Ry Cooder, un grande musicista americano, ricercatore e valorizzatore di tradizioni musicali popolari (sua la produzione del cubano Buena Vista Social Club e collaboratore degli irlandesi Chieftains ). Rispetto all’originale, (che potete rintracciare su youtube) la canzone si snoda solenne e corale, quasi un canto liturgico. 

"Perché la strada è dritta e stretta e pochi sono sulla strada, fratelli e sorelle, non c’è altra speranza, se volete andare in Paradiso e guardare l’eternità svolgersi. È necessario che vi liberiate.
Voi che vi dite cristiani, ma siete amanti del denaro, vi rifiutate di pagare la vostra parte, cercando di andare in Paradiso, con la tariffa più economica.
Voi, che vi dite cristiani, ma vi piace il potere, vi vediamo bere whisky e fumare grandi sigari.
Ecco, è arrivato il tempo in cui è necessario che voi vi liberiate, che vi disfiate del superfluo"


La stazione di Zima - Roberto Vecchioni

"Cosa ci strappa dal nulla?": don Julian Carron, presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione, ha posto recentemente la fondamentale questione al popolo del movimento.

Il "nulla" di cui si vuole approfondire la presenza nella vita di ogni uomo è il nichilismo: "Non stiamo alludendo a una corrente culturale - precisa il sacerdote - ma ad una situazione esistenziale" e cita come esempio una poesia di Cesare Pavese: "Andare per le vie solitario / tormentato in continuo dal terrore / di vedermi svanire sotto gli occhi / le creazioni a lungo vagheggiate / sentire affievolirsi dentro all’anima / l’ardore, la speranza ... tutto ... tutto / e restare così senza un amore / (... ) / dannato alla tristezza quotidiana".

Già nel 1997, don Luigi Giussani, in alcune meditazioni, andava in profondità di questa condizione umana: "L’unico vero mistero è dunque questo: come mai ci sono io? Come io consisto? Come consiste questa cosa che c’è davanti a me? Il razionalismo nichilista riduce tutto all’affermazione dell’uomo, una violenza di fronte a sé stessi, di fronte al mistero del mondo".

Proprio nello stesso anno, Roberto Vecchioni pubblica un brano che esplicita questa parabola esistenziale e la relativa posizione umana davanti alle domande che sorgono nel vivere quotidiano: "La stazione di Zima".

Vecchioni è uno dei cantautori che, a partire da una problematicità irrisolta nel rapporto con il fatto religioso (laureato in lettere con una lunga carriera di docente e una specializzazione in Storia delle religioni) ha costruito una serie di canzoni impregnate spesso di quel nichilismo, così ben esposto dai due sacerdoti.
Ma se, questo elemento esistenziale è decisivo e predominante nella produzione autoriale di due prestigiosi suoi colleghi come Guccini e Vasco Rossi (ascoltate il lavoro finale del " Maestrone", "L’ultima Thule", di un raggelante nichilismo), da cui poche volte entra il sole di una coscienza di un Mistero più grande, per Vecchioni, invece, questa ipotesi è presente e suscita come un colpo di reni, che apre un nuovo orizzonte, in questo duello esistenziale con il trascendente. 

Confessa lo stesso Vecchioni in diverse interviste raccolte da Paolo Jachia nel libro "Roberto Vecchioni - da San Siro all'Infinito":
"Io, in realtà, non ho sempre avuto lo stesso concetto di Dio.
Da giovane, infatti ero più o meno ateo, agnostico, illuminista e comunista (...)
Il valore spirituale, invece l'ho imparato a conoscere lentamente e nel corso della vita.
La mia personale convinzione dell'esistenza di Dio, deriva, in ultima analisi, dall'imperfezione del mondo.(...)
Se noi fossimo perfetti, non saremmo liberi e cioè non esiste libertà senza imperfezioni.
Il mondo è così 'perfettamente imperfetto' da essere per forza divino.(...)
Con 'La stazione di Zima', per esempio, chiedo a Dio che sia Lui a venirmi incontro"

Perché, afferma Don Giussani: " Domandare dunque che cosa? Domandare di essere, domandare l’Essere, il Mistero, domandarlo".
E sono proprio le ultime parole di questa intensa canzone



Shomer ma mi llailah - Francesco Guccini

“Che cosa regge l’urto del tempo?”

A questa domanda tempo fa cercò di rispondere, proponendola ad una moltitudine di persone il presidente della “Fraternità di Comunione e Liberazione” don Julian Carron.

In un passaggio delle sue meditazioni disse: “Si tratta di una domanda in ultima istanza inevitabile. Basta che venga meno l’esperienza che uno vive con un amico o con la persona amata perché essa emerga, anche se può essere formulata con un accento di scetticismo.” E citò esempi di poesia che esprimono questo stato d’animo, tra i quali “Farewell” una canzone di Francesco Guccini: “(...) [coloro] ci mettono davanti all’urgenza della vita: con il loro scetticismo o nichilismo ci costringono a fare i conti ancora di più con la domanda. Altrimenti viviamo da disperati.”

Guccini, ... allora ...

Tutti conosciamo le sue canzoni: quelle più dichiaratamente “politiche” orgoglio di una esperienza partitica particolare e quelle più intensamente personali (la maggior parte) piene di domande esistenziali.

Certo, come rifletteva Carron, con il limite del nichilismo (di cui è pervaso l’ultimo lavoro di Guccini, prima di lasciare la carriera “attiva” vedi “L’ultima Thule”).

Ma nel 1983, il cantautore emiliano scrive un brano che si distacca dalla sua produzione, quasi un passo in più verso la risposta del suo tormento verso la verità ultima.
Lui, lo spiega così: “È un verso del profeta Isaia che mi ha sempre colpito: sentinella a che punto è la notte? ed ella risponde che la notte sta per finire ma l’alba non è ancora arrivata, ma aggiunge: però tornate, domandate, insistete.” Guccini continua: “per quante domande un uomo possa farsi, egli non è destinato a raggiungere e comprendere la verità. Eppure, continuare a farsi quelle domande, ostinarsi ad aspirare alla verità è fondamentale, essenziale. Tornare e insistere serve a tenersi in vita, a non soccombere."
Nella canzone l’ultimo verso dice: “(...) la risposta per l’avvenire è una voce che chiederà: Shomer ma mi-llailah? - Sentinella quanto della notte?”

Insomma, una invocazione di un profondo senso religioso, che riecheggiano nelle parole di don Giussani davanti a Giovanni Paolo II: “Il vero protagonista della storia è il mendicante. Cristo mendicante del cuore dell’uomo e il cuore dell’uomo mendicante di Cristo.”

Vi invio il live di Guccini, dove prima di cantarla in poche parole ribadisce il senso della canzone.


You got me singing - Leonard Cohen

1983

Lo scrittore francese André Frossard pubblica il volume "Non abbiate paura" una lunga conversazione con Papa Giovanni Paolo II.
Durante i botta e risposta il Santo Papa riguardo il tema della "finitezza" dell'umano fa questa riflessione: “C'è un'immagine che è alla base della Buona Novella. Lo ‘spirito’ è quella breccia, quella fenditura attraverso la quale l'essere umano in quanto ‘corpo’ ha il presentimento dell'infinito. In questo spirito umano aperto verso l'infinito lo Spirito Santo agisce tramite il Cristo crocifisso e risorto.

Sotto la sua influenza l'uomo nella sua interezza produce frutti di santità, di buone azioni, di salvezza.”
A quella breccia, a quella fenditura forse pensava anche Leonard Cohen, poeta canadese prestato alla musica, morto ultraottantenne nel 2016.
Cresciuto artisticamente nei primi anni ‘60 al Greenwich Village, fucina di tanti artisti e musicisti della beat generation, culla della carriera di Bob Dylan, un giorno ebbe a dire: "C' è una crepa in ogni cosa e da lì passa la luce".
Origini ebree, una vita intensa passata tra amori di donne e la ricerca di "quella luce" esplicitata in tanti suoi testi delle sue canzoni, tante delle quali veri capolavori, colonne insostituibili della storia della musica contemporanea.

Ricordo solo alcuni titoli: Bird on wire, Suzanne, e la famosissima Halleluya.
Un vero duello tra l'amore più carnale e la coscienza di una trascendenza inevitabile con cui fare i conti.
Negli anni ‘90 si rinchiude in un monastero "metropolitano" buddista, senza però perdere le sue origini culturali ebraiche, ritorna negli ultimi decenni della sua vita alle tournée e ai dischi (gli ultimi tre a ridosso della sua morte).

E proprio in questi l'accento su come prepararsi al cambiamento dopo la vita terrena.
Dal suo penultimo album "Popular problems" ecco una canzone che si attaglia ai giorni che stiamo vivendo "You got me singing"
Con la sua voce profonda esclama:
"Mi hai fatto cantare, anche se tutto sembra cadere.
Mi hai fatto cantare l'inno dell'Halleluya.
Mi hai fatto cantare anche se il mondo non c' è più.
Mi hai fatto capire che mi piacerebbe andare avanti.
Mi hai fatto cantare l'inno dell'Halleluya."

Ecco: Halleluya.
In una delle sue ultime interviste Cohen afferma: "La parola Halleluya è ricca ed evoca abbondanza: è una parola meravigliosa da cantare".

La testimonianza di quella breccia, quella fenditura indicata dal Santo Papa polacco.


Buon ascolto


C'è tempo - Ivano Fossati

"Per ogni cosa c'è il suo momento,il suo tempo per ogni faccenda sotto il cielo.
C'è un tempo per nascere e un tempo per morire,
un tempo per piantare e un tempo per sradicare le piante,
un tempo per uccidere e un tempo per guarire,
un tempo per demolire e un tempo per costruire,
un tempo per piangere e un tempo per ridere,
un tempo per abbracciare e un tempo per astenersi dagli abbracci,
un tempo per cercare e un tempo per perdere,
un tempo per stracciare e un tempo per cucire,
un tempo per tacere e un tempo per parlare,
un tempo per amare e un tempo per odiare,
un tempo per la guerra e un tempo per la pace.

Che vantaggio ha chi si dà da fare con fatica?
Ho considerato l'occupazione che Dio ha dato agli uomini, perchè si occupino di essa.
Egli ha fatto bella ogni cosa a suo tempo, ma Egli ha messo la nozione dell'Eternità nel loro cuore, senza però che gli uomini possano capire l'opera compiuta da Dio dal principio alla fine."
(tratto dall' Ecclesiaste, Qoelet 3,1 - 11) 


Debitrici alla cultura cristiana protestante, (le prime migrazioni che colonizzarono l'America del nord erano di popoli del nord Europa legati alle scritture dell'antico testamento dove ognuno si rapporta direttamente alla divinità, senza la mediazione dell'istituzione) e alle radici ebraiche, anche se non propriamente praticate, di molti tra i songwriter americani più famosi e carismatici, (tra i più grandi Bob Dylan e Leonard Cohen), molte canzoni del catalogo "rock" americano sono impregnate di citazioni bibliche cosparse qua e là, quasi nascoste, che spesso offrono motivo di approfondimenti nei recensori più attenti al rapporto tra l’arte della canzone contemporanea e il trascendente.

Nella produzione dei cantautori europei, e in special modo di quelli italiani, le citazioni di carattere religioso sono più sfumate (probabilmente dovute alla tradizione cattolica, che al contrario di quella protestante, molto personalistica, ha nella Chiesa un fondamentale 'filtro' educativo tra la coscienza personale e il trascendente).
Quindi il risultato è un deciso limite ad alcune 'licenze poetiche' nell'espressione della ricerca del sacro nella propria vita e nel rapporto con il quotidiano di quella nordamericana. 

Ivano Fossati, uno dei più grandi autori italiani sia di testi che di musiche, non è mai entrato nell'immaginazione popolare come altri suoi grandi colleghi (Battisti, De André, Dalla, Baglioni, De Gregori ed altri) ma andando a spulciare il suo catalogo si trovano perle assolute che forse sono ancora più preziose da tanti successi consacrati dalla critica e dal grande pubblico.
 
Fossati inizia la sua carriera come front man dei Delirium che nel Sanremo del 1972 lanciarono "Jesahel" proprio nel periodo di massimo splendore delle cosiddette "messe beat" così care a quei giovani che si avvicinavano all' esperienza religiosa attraverso la “new age” del fenomeno hippy e quindi ne assorbe l'essenza non 'tradizionalista', come d'altronde diversi suoi colleghi della sua generazione.

Nel 2003 Fossati, all'apice della sua maturità artistica e personale, compone una bellissima canzone la cui ispirazione arriva direttamente dalle pagine bibliche del Libro del Qoelet.

"C'è tempo' è la canzone alla quale sono più gelosamente attaccato.
Il tempo è quello che detta il ritmo alla vita di ognuno di noi; e a seconda di come ci lasciamo trasportare da esso, il nostro cammino segue il suo percorso e non importa se possiamo aver smarrito la strada: sarà sempre il tempo a farcela ritrovare.
 'E' il tempo sognato che dovevamo sognare', come canto alla fine, è quello che ci aspettiamo, ci aspettavamo e che magari ci è sfuggito.
Ma che era doveroso tenere con noi.
Cioè c'è una parte di desideri che tendiamo a tenere vicini come se fossero veri e raggiungibili: anche se in fondo, sappiamo che non saranno realizzabili e forse nemmeno realistici.
Anche se sentiamo che ci stanno sfuggendo. Io ne ho avuti tanti.
Cose che sembravano afferrabili: politica, cambiamenti, persone.
Però questo serbatoio di speranze è qualcosa che tieni vicino a te.
Come un bicchiere d'acqua che, prima o poi, potrai bere.
Il tempo sognato penso sia questo."

Sono parole di Fossati in un'intervista, del 2019, rilasciata a Valter Veltroni per il 'Corriere della sera' 

Fossati, da grande artista sensibile qual è coglie il senso del tempo e lo esprime con dolcezza ed onestà.
Anche in questo caso l'atteggiamento del corpo è molto importante e quindi vi invio un video da uno dei suoi ultimi concerti di qualche anno fa.




My city of ruins - Bruce Springsteen & The E Street Band

"La tempesta smaschera la nostra vulnerabilità e lascia scoperte quelle false e superflue sicurezze con cui abbiamo costruito le nostre agende, i nostri progetti, le nostre abitudini e priorità.
Ci dimostra come abbiamo lasciato addormentato e abbandonato ciò che alimenta, sostiene e dà forza alla nostra vita e alla nostra comunità.
La tempesta pone allo scoperto tutti i propositi di 'imballare' e dimenticare ciò che ha nutrito l'anima dei nostri popoli; tutti quei tentativi di anestetizzare con abitudini apparentemente 'salvatrici', incapaci di fare appello alle nostre radici e di evocare la memora dei nostri anziani, privandoci così dell'immunità necessaria per far fronte alle avversità.

Con la tempesta, è caduto il trucco di quegli stereotipi con cui mascheravamo i nostri 'ego' sempre preoccupati della nostra immagine; 
ed è rimasta scoperta, ancora una volta, quella (benedetta) appartenenza comune alla quale non possiamo sottrarci: l'appartenenza come fratelli"

Venerdì 27 Marzo 2020
In una Piazza San Pietro, desolatamente deserta e sferzata dalla pioggia battente, milioni di persone davanti agli schermi televisivi si coinvolgono nel momento di preghiera straordinario indetto da Papa Francesco per dare un senso, attraverso la meditazione, allo sbandamento sociale causato all'esplosione dell' epidemia di Coronavirus.
Il Santo Padre richiama alla 'tempesta' sanitaria che si è abbattuta sulla popolazione mondiale.
Il Virus, come la guerra, come ogni violenza terroristica che coinvolge vite umane. 

11 Settembre 2001.
L'attacco terroristico alle Twin Towers.
Primavera inoltrata 2002.
Bruce Springsteen pubblica il suo nuovo album "The Rising" (Sollevarsi, Risorgere).
 
Ha cinquant'anni, Springsteen, da circa venticinque è il cantore dell'uomo americano.
Meno apocalittico di Dylan, il suo rock viscerale racconta la working class, i travagli dell'America in bilico tra periferia e metropoli. 

da "Inseguire quel sogno" autobiografia di Bruce Springsteen
"Era il 2001. Venne l'11 Settembre.
Sono sicuro che, dovunque, tutti raccontino la stessa storia, più o meno: dov'ero io quell'11 settembre?
Davanti al televisore, come tutti, appunto.(...)
Qui, nella contea di Monmouth, dove vivo, abbiamo avuto 150 morti.
Conoscevo i loro mariti, le loro mogli, i loro figli ....
Nelle settimane successive, guidavi verso la spiaggia, passavi davanti alla chiesa e c'era un funerale ogni giorno.
Poi la gente ha iniziato a riunirsi, sono nate le associazioni, si sono fatti spettacoli di beneficenza.
Quanto a me, mi è sembrato di tornare alla crisi dei missili a Cuba, la stessa sensazione di vivere un momento di grande volatilità e instabilità, come se il mondo intero danzasse sul filo del rasoio.
Ne sono rimasto, ovviamente molto colpito."

Pochi giorni dopo l'attentato un uomo lo incontra e gli grida "We need you!" abbiamo bisogno di te!
Springsteen capisce che il popolo sbigottito ha bisogno di elaborare il lutto attraverso la sua musica e le sue parole.
A quel punto riunisce la sua band (non una semplice rock band ma un gruppo di veri amici) e realizza una serie di ritratti musicali che dal rock n' roll sconfinano nelle invocazioni gospel.

"'The rising' volevo che fosse un disco profondo ma anche eccitante, visto che avevo con me la E-Street Band, dopo tanto tempo.
Avevo scritto 'Into the fire' già la settimana dopo l'attentato per una maratona di Telethon,
poi scrissi 'You're missing' e una notte mi svegliai con un nuovo brano in mente 'The fuse'.
Così all'improvviso, avevo gli elementi per imbastire una storia, e quella storia era come se chiedesse di essere raccontata.
'My city of ruins', l'avevo scritta in precedenza, ma dopo la strage delle Torri aveva acquistato un significato nuovo." 

"My city of ruins" (La mia città di rovine) è una vera preghiera, una vera invocazione che chiede un aiuto per risollevarsi.

"C'è un cerchio rosso sangue sulla fredda terra scura
e la pioggia sta cadendo.
Le porte della chiesa si spalancano: posso sentire la musica dell'organo
ma i fedeli sono andati via.
la mia città è in rovina.

Le dolci campane della misericordia annegano tra gli alberi della sera
giovani all'angolo come foglie sparse,
le finestre sbarrate, le strade vuote.
Mentre mio fratello è in ginocchio
La mia città è in rovina.

Ci sono lacrime sul cuscino, amore, dove abbiamo dormito
e ti sei presa il mio cuore quando mi hai lasciato.
senza il tuo dolce bacio la mia anima è perduta. amica mia .
Dimmi come farò a ricominciare?
La mia città è in rovina

Con queste mani, io prego Signore
con queste mani prego che tu mi dia la forza, Signore
con queste mani prego che tu mi dia la fede, Signore
preghiamo per il nostro amore, Signore
preghiamo per chi non c'è più, Signore
preghiamo per questo mondo, Signore
preghiamo che Tu ci dia la fede, Signore

Forza, risolleviamoci!"


Questa canzone il Boss la canterà in tournée in Italia, richiesta dai suoi fans dopo il terremoto dell'Aquila, la canterà a New Orleans dopo il disastro di Katrina.
Sono sicuro che la ricanterebbe oggi in questi tribolati giorni.

Una canzone universale.

Ve la propongo in un video dal concerto di Barcellona nel 2002, dove è evidente che la sua arte non è solo esercizio di pura scrittura ma travolge anche il corpo, trasuda carnalità.



San Lorenzo - Francesco De Gregori & Ambrogio Sparagna

19 Luglio 1943
L'aviazione americana bombarda il quartiere di S. Lorenzo a Roma.
Circa tremila morti. 

Tra i documenti fotografici del tempo resta famosa la foto di Papa Pio XXII che visita immediatamente le case bombardate e allarga le braccia come a segnare come crocifissione e come invocazione il territorio devastato.

Nel 1982 Francesco De Gregori pubblica uno dei suoi lavori più belli e probabilmente di tutta la storia del cantautorato italiano: Titanic.
Per la prima volta un artista italiano della generazione sessantottina unisce il suo modo essenziale di comporre (voce e chitarra) con la tradizione folk.

Ebbene, l'ultima canzone dell'album è dedicata proprio a quell' episodio bellico e........ sorpresa (lui icona della sinistra, a quel tempo piuttosto critica verso le istituzioni vaticane) canta proprio la figura del Papa tra quelle genti. 

Racconta De Gregori al giornalista Paolo Vites, curatore di una collana di cd ( con libretto annesso) edito dal Corriere della sera, qualche anno fa:

"La canzone su San Lorenzo, l'ho scritta perchè un mio amico, che nulla sapeva del disco che stavo facendo, mi fece vedere una vecchia foto di Papa Pacelli che era andato a confortare la popolazione delle case distrutte. Era una foto molto bella: il Papa che allargava le braccia, in mezzo alla gente,tra le macerie, vestito di bianco .... era una di quelle foto capaci di raccontare un avvenimento, meglio delle pagine di un libro. Io sono romano, conosco bene la storia di quel periodo, mi sentii quasi obbligato a scrivere quella canzone e mi sembra che in qualche modo anche San Lorenzo, nella melodia riecheggi dei moduli popolari"


S. Lorenzo sarà poi una canzone che non ricanterà più per anni durante i suoi concerti come volesse farla cadere in un oblio, quasi se fosse una decisione di nasconderla pudicamente.
Ma il tempo passa, l'uomo matura e all'inizio di questo decennio approfitta della sua partecipazione ad un concerto del musicista ricercatore Ambrogio Sparagna per farla riuscire alla luce.

Ve la propongo perché penso che sia di grande attualità: devastazione per interventi esterni, morti, sofferenza, e la figura di un Papa a riportare speranza attraverso la preghiera.



La sua figura - Giuni Russo & Franco Battiato

da "C'è speranza? Il fascino della scoperta" di Juliàn Carròn "Abbiamo trovato il Messia. E' la notizia che attravers...