venerdì 26 febbraio 2021

Eleanor Rigby - The Beatles

"Seguendo la parabola evangelica, si potrebbe dire che la sofferenza, presente sotto tante forme diverse nel nostro mondo umano, vi sia presente anche per sprigionare nell'uomo l'amore, proprio quel dono disinteressato del proprio 'io' in favore degli altri uomini, degli uomini sofferenti.
Il mondo dell'umana sofferenza invoca, per così dire, senza sosta un altro mondo: quello dell'amore umano; e quell'amore disinteressato che si desta nel cuore e nelle sue opere, l'uomo lo deve in un certo senso alla sofferenza.
Non può l'uomo 'prossimo' passare con indifferenza davanti alla sofferenza altrui in nome della fondamentale solidarietà umana, né tanto meno in nome dell'amore del prossimo.
Egli deve 'fermarsi', 'commuoversi', agendo così come il samaritano della parabola evangelica."

Nel gennaio 2020, in tempi di pandemia, così, mons. Corrado Sanguineti, vescovo di Pavia, in un intervento pubblico, cita un passaggio dall'Enciclica "Fratelli tutti" di papa Francesco.
E' per affrontare e richiamare alla responsabilità dell'umana condivisione gli atteggiamenti di paura e solitudine subìti dall'onda lunga contagiosa e letale del virus.
Dei quali atteggiamenti, la giornalista Marina Corradi sul mensile "Tempi", desolata, racconta:
"Ci sono effetti collaterali del lockdown di cui ci accorgeremo tardi.
Già adesso constato, quando un'ambulanza arriva sotto casa e porta via, solo, un anziano vicino, fra i condomini cade il silenzio.
Sotto le mascherine bofonchiamo a occhi bassi un buongiorno, e ci allontaniamo veloci.
Come sta quel signore? domandi dopo tre giorni.
E scopri che è già morto e seppellito.
Funerali zero, nemmeno un annuncio sul portone.
A pensarci, di ambulanze qui intorno ne ho viste parecchie che partivano in fretta, ma di partecipazioni a lutto sui portoni non ne ricordo neanche una.
Quasi, quella morte, qualcosa da far sapere il meno possibile: quasi una vergogna."

E continua la Corradi, come riprendendo le riflessioni di papa Francesco: 
"Sembra che questa epidemia ci costringa a scegliere: da che parte stiamo? Con chi pensa solo a sé, o con chi pensa anche agli altri. A tutti gli altri, a un mondo di sconosciuti malati, o soli o senza lavoro."

Ma ... "tutta la gente sola, da dove viene?
Tutta la gente sola, a chi appartiene?"

Sono passati cinquantacinque anni, e queste domande risuonano ancora, sempre più pressanti.
All'apice della loro creatività, i Beatles, nel 1966, sfornano un brano tra i più malinconici e tristi della storia del rock.
Meglio, tra i più struggenti.
"Eleanor Rigby" è una storia d solitudini: di Eleanor, la donna che raccoglie il riso lasciato per terra sul sagrato della chiesa, dopo un matrimonio, magari pensando al proprio che non è avvenuto, chissà.
Ed intanto aspetta da sola, dietro la finestra, qualcosa o qualcuno che le cambi la vita.
E' la storia di solitudine di Padre McKenzie, che si rammenda i calzini, preparando prediche che nessuno ascolterà.
Due solitudini che si incroceranno al funerale di lei: è proprio il prete che lo celebrerà in una chiesa vuota.
Poteva finire lì, la canzone, tra un quartetto d'archi, organizzato dal gran produttore George Martin, arrangiamento insolito e rivoluzionario per una band pop rock dal successo planetario.
Ma ecco il genio di Paul Mc Cartney, che tira fuori dal cassetto i suoi ricordi di boy scout, di bravo ragazzo della periferia londinese, che non vuole arrendersi al quadro desolante e si domanda:
"Ma finisce proprio così? E noi, da dove veniamo e a chi apparteniamo?"

Cinquantacinque anni fa, il mondo era in gran subbuglio, il movimento sessantottino non era ancora esploso.
La speranza dei giovani era tutta protesa verso l'entusiasmo di un progresso di pace e sviluppo, anche se gli echi della guerra fredda rimbalzavano in sottofondo, eppure qualcosa, oggi diremmo la pandemia, insinuava un malessere mortale nel corpo e nell'anima.
Questa domanda risuona ancora:
"Tutta la gente sola, da dove viene?
Tutta la gente sola, a chi appartiene?"

"Ah, guarda tutta la gente sola.
Eleanor Rigby raccoglie il riso nella chiesa
dove c'è stato un matrimonio,
vive in un sogno.
Aspetta alla finestra con indosso il viso
che tiene in serbo in una caraffa vicino alla porta,
per chi lo fa?
Tutta la gente sola, da dove viene?
Tutta la gente sola a chi appartiene?

Padre McKenzie scrive le parole di un sermone
che nessuno sentirà,
nessuno si avvicina.
Guardalo mentre lavora, e di notte quando non c'è nessuno
si rammenda i calzini.
Di chi si preoccupa?

Elanor Rigby morì nella chiesa
e la seppelirono sotto una lapide col suo nome.
Nessuno venne.
Padre McKenzie si allontana dalla sepoltura
pulendosi le mani dalla terra.
Nessuno fu salvato.

Tutta la gente sola, da dove viene?
Tutta la gente sola, a chi appartiene?"




giovedì 25 febbraio 2021

Ti leggo nel pensiero - Ron

"I pensieri intorno a Dio sono inesauribili e grandi come il mare.
Ti travolgono, ci affoghi dentro con la testa e le braccia, senza toccare il fondo.
Nella nostra coscienza Dio è un concetto così ampio da formare una contraddizione persino nel quadro di un'unica dottrina religiosa.
Egli è l'inconoscibile e il conoscibile dovunque, l'inaccessibile e l'immediato, il crudele e il buono, l'assurdo, l'irrazionale e il logico per eccellenza.
Nessun altro concetto ammette una oscillazione di significato più vasta, offre tante possibilità di comprensione e di interpretazione (fermo restando in pari tempo la certezza della sua assoluta precisione).
Questo fatto dice già l'importanza della Persona che si cela dietro il concetto e dell'Oggetto delle nostre credenze, delle nostre meditazioni.
Si può credere in Dio in modi diversi, si può pensare a Lui senza fine; incontenibile ed essenziale, Egli abbraccia tutto ed è dovunque presente.
Il fenomeno più enorme, unico al mondo.
Fuori di Ciò non esiste nulla."

Con lo pseudonimo di Abram Terz, il saggista e studioso di letteratura Andrej Sinjavkij, nato a Mosca nel 1925, nell'anno 1966 pubblica fuori dall'Unione Sovietica un libello semi-clandestino che raccoglie aforismi che sono una profonda meditazione sull'esistenza, la religione e la morte, "Pensieri improvvisi".
Già da un anno Sinjavskij era relegato in un lager sovietico, scontando una condanna a sette anni per "propaganda antisovietica".
Alla fine della prigionia, nel 1973 ottenne dalle autorità comuniste il visto per recarsi all'estero e si trasferì a Parigi, dove, dopo aver insegnato letteratura russa alla Sorbona, morì nel 1997.

"'Ti leggo nel pensiero' l'ho scritta su commissione per Ron, per lui e per la sua forte religiosità.
Il fatto di scrivere canzoni per terzi mi ha permesso di parlare di una cosa che non frequento: Dio.
Però se mi obbligassero a fare una scelta ('stai dalla parte di chi crede o degli atei?'), direi che sono con quelli che credono, anche se alla mia maniera, totalmente confusionaria.
Il discorso è difficile, non so dirmi ateo.
Avverto un bisogno di spiritualità."

Parole di Francesco De Gregori, in un'intervista all' "L'Unità" nel novembre del 2003.
Come i suoi "maestri ispiratori" Bob Dylan e Leonard Cohen, al cantautore romano spesso nei suoi testi piace rimescolare le carte, nascondere un' ispirazione "religiosa" fra versi che di primo acchito possono sembrare dedicati ad una persona amata.
Per "Ti leggo nel pensiero" pubblicata da Ron nel 2001, invece, mette subito in chiaro il suo significato.
E' una canzone, che poi ricanterà in alcuni concerti e quindi facendola completamente sua.
E lo conferma sulle pagine dell'"Osservatore Romano", nel marzo del 2020.
Gli domanda il direttore del quotidiano ufficiale della Santa Sede, Andrea Monda:
"In "Ti leggo nel pensiero" dici 'Sarà quel che sarà, se sarà vero'.
Mi sembra quella una canzone di intensa spiritualità: il protagonista si rivolge ad una donna, ma potrebbe anche essere una preghiera a Qualcuno che sta più in alto, capace di 'pescare un uomo caduto nel mare', tutto questo in un orizzonte drammatico ma ricco di speranza: 'Sarà come sarà e mi vedrai davvero / poco prima dell'alba, quando il buio è più nero'.
Sto intuendo qualcosa o forse faccio come con il poligono e cado nel rischio di voler capire e definire tutto?"
"No, non è dedicata ad una figura femminile. E' proprio così invece, si tratta di una canzone che allude al mistero, alla trascendenza, alla spiritualità"

E il "richiedente" della canzone, Ron, cosa ne pensa?
"Credo in Dio fermamente da sempre (...) Dio è molto presente in ogni secondo della mia vita.
C'è Lui in ogni cosa che faccio. Sto imparando veramente a mettermi nelle sue mani, ad accettare quello che mi arriva, perché tutto quello che ci succede risponde ad un disegno divino.
Mi sento vicino a Dio, in modo molto profondo, in tutta la mia esistenza"
(da "Anima mia" a cura di Giampaolo Mattei)

Storie di due protagonisti della canzone d'autore italiana.
Due persone, davanti alle domande serie della vita.




mercoledì 24 febbraio 2021

Heaven on their minds - Carl Anderson

"Di fronte agli avvenimenti del Venerdì Santo noi, come gli apostoli, rimaniamo a distanza, contemplando un evento troppo grande per la nostra capacità di comprensione e accettazione. (...)
Prestiamo attenzione a due figure evangeliche, o meglio al contrasto fra due figure evangeliche che in maniera diversa si pongono di fronte al tema dell'obbedienza e della passione.
Si tratta ovviamente di Pietro e Giuda Iscariota. (...)

La paura di Pietro può essere stata generata dall'aver capito che Gesù voleva andare fino in fondo, che era disposto a morire senza difendersi.
A spaventarlo non sarebbe stata la circostanza sfavorevole, ma la rivelazione di tale estremo aspetto della personalità e della missione del Cristo. (...)
In generale gli impeti di Pietro sono sempre da valorizzare, anche se spesso le sue intraprese non hanno un finale glorioso.
Cionondimeno in ogni situazione egli sa cogliere un punto fondamentale. (...)

Tutto ciò non accade a Giuda.
E si noti che anch'egli ha ricevuto lo sguardo misericordioso di Gesù.
Possiamo solo accostarci al mistero del suo male. La sua figura desta un grande interrogativo nei cristiani di tutte le epoche.
Gli stessi evangelisti non sanno bene come gestire l'eredità morale del suo tradimento.
Giovanni sposa la tesi dell' amore eccessivo per il denaro: era un ladro e siccome teneva la cassa, prendeva quello che vi mettevano dentro (Gv 12, 26).
La liturgia bizantina riprende tale argomentazione in maniera quasi ossessiva, ma poi pone retoricamente a Giuda la domanda:
'Perché, se amavi la ricchezza seguivi colui che insegnava la povertà?
Se invece amavi Lui, perché hai venduto Colui che è senza prezzo, consegnandolo alla follìa omicida?'

La pista indicata da Giovanni non tiene fino in fondo. 
Occorre pensare ad altro.
Non è proprio una fonte ortodossa, ma all'inizio del musical 'Jesus Christ Superstar', abbiamo un suggerimento che potrebbe aiutarci a risolvere il mistero.
Giuda apre la scena dicendo:
'Se strappi il mito dall'uomo vedrai dove presto saremo / Gesù, hai iniziato a credere alle cose che dicono di Te / pensi davvero che questa favola della divinità sia vera (...)
Tutto il bene che hai fatto sarà presto spazzato via / hai iniziato a contare più delle cose che predichi.'

Mi sembra un'ipotesi interessante: c'è uno scoglio sul quale la fedeltà di Pietro si è arenata, e lo stesso può essere accaduto a Giuda, che forse aveva semplicemente capito tutto ciò prima di Lui:
le loro immagini di compimento non corrispondevano per niente al piano di Gesù.
Solo che in Giuda ciò si associa ad una grave mancanza di fede; forse ad una assenza di carità. (...)
Punto dirimente è la fede, la fede innanzitutto nella misericordia di Dio. (...)

Questa è una sintesi di una lezione tenuta da don Paolo Paganini, giovane sacerdote della Fraternità Sacerdotale dei Missionari di san Carlo Borromeo, tenuta il Venerdì Santo del 2020, e pubblicata nel 2021, sul  numero di febbraio, del mensile "Fraternità e Missione".

"Abbiamo trattato il Cristo più come uomo che come Dio: noi come autori non prendiamo posizione.
Però il primo spunto ce l'ha offerto proprio il decano di San Paolo che una volta ci ha detto:
'Prendete Gesù e portatelo via dalle vetrate istoriate'.
Come base abbiamo scelto il Vangelo di Giovanni.
Mi sono servito anche della 'Vita di Cristo' scritta dal vescovo cattolico americano Fulton Sheen e di quella scritta dall'italiano Marcello Craveri."

Angela Calvini con un articolo sul quotidiano "Avvenire", il 4 Aprile 2020, nell'anniversario dei cinquant'anni della messa in scena del musical "Jesus Christ Superstar", recupera una dichiarazione d'epoca dell'autore dei testi, l'inglese Tim Rice che insieme all' amico di gioventù e compositore Andrew Lloyd Webber furono i responsabili della creazione di uno dei più grandi musical della storia del rock.
Una scommessa da brividi: confrontarsi con la Storia Sacra di Cristo, proprio in un periodo storico, la fine degli anni '60, in cui tutti i valori su cui erano appoggiate le tradizioni del genere umano, compreso quella religiosa cristiana, erano messe in discussione, specie tra le nuove generazioni.

Il successo del musical teatrale, nel 1970, e poi la sua versione cinematografica del 1973, furono la scintilla per dure critiche, addirittura accuse di blasfemia, da parte delle istituzioni.
Critiche in parte giustificate, perché presentare il Cristo solo nella sua versione solo "umana" era un'operazione piuttosto "spericolata". 
Ma, dopo tanto tempo dalla sua realizzazione, abbiamo visto cose ben peggiori e nonostante alcuni limiti evidenti, l'assenza della Resurrezione il più macroscopico, anche se la scena finale lascia aperta la disponibilità al credere, non si può non ripensare "Jesus Christ Superstar", come un opera sincera e occasione anche per interessanti riflessioni, come quelle con cui abbiamo aperto questa "stanza".
E' comunque evidente che la qualità compositiva di Andrew Lloyd Webber, rimanga durante tutto il musical su livelli eccellenti.
Una tappa fondamentale nella storia del rock.
  

IL PARADISO NELLE LORO MENTI

"La mia mente è ora più chiara
finalmente posso vedere fin troppo bene
dove andremo tutti a finire
Se rimuovi il mito dall'uomo
si può vedere dove andremo a finire

Gesù, hai iniziato a credere
alle cose che si dicono su di te
Tu davvero credi che questo parlare di Dio sia vero
e tutto il bene che hai fatto
sarà presto spazzato via.
Tu hai iniziato a contare più di ciò che dici.

Ascolta, Gesù, non mi piace ciò che vedo
Tutto ciò che Ti chiedo è di ascoltarmi,
 e ricorda sono stato il tuo braccio destro fin dall'inizio.
Tu li hai infervorati tutti
pensano di aver trovato il nuovo Messia
e ti faranno del male quando finalmente capiranno di essersi sbagliati.

Ricordo quando tutto è cominciato
Nessun discorso su Dio allora,
ti chiamavamo uomo
e credimi lamia ammirazione per te non è morta.
Ma ogni parola che tu oggi dici,
viene storpiata in altri modi.
E ti faranno male se penseranno che hai mentito.
(...)
Ascolta Gesù l'avvertimento che ti do:
per favore, ricorda che io voglio la nostra sopravvivenza,
ma è triste vedere le nostre speranze diminuire ad ogni ora.
(...)
I tuoi discepoli sono ciechi,
troppo paradiso nelle loro menti!
E' stato bello, ma ora è aspro,
si, si è inasprito tutto.
Ascoltami,
non mi vuoi ascoltare?"  
  



martedì 23 febbraio 2021

La cura - Franco Battiato

"Prendersi cura dei malati di ogni genere fa parte integrante della missione della Chiesa, non è un'attività opzionale, no!
E questa missione è portare la tenerezza di Dio all'umanità sofferente. (...)
La realtà che stiamo vivendo in tutto il mondo a causa della pandemia rende particolarmente attuale questo messaggio, questa missione essenziale della Chiesa.
La voce di Giobbe ancora una volta si fa interprete della nostra condizione umana, così alta nella dignità - la nostra condizione umana, altissima nella dignità - e nello stesso tempo così fragile.
Di fronte a questa  realtà, sempre sorge la domanda : 'perché?'

A questa interrogativo Gesù, Verbo Incarnato, risponde non con una spiegazione (...) ma con una presenza d'amore che si china, che prende per mano e fa rialzare (...)
Chinarsi per far rialzare l'altro.
Non dimentichiamo che è l'unico modo lecito di guardare una persona dall'alto in basso è quando tu tendi la mano per aiutarla a sollevarsi. (...)
Vicinanza, tenerezza, compassione sono lo stile di Dio.
Dio si fa vicino e si fa vicino con tenerezza e con compassione.
Quante volte nel Vangelo leggiamo, davanti ad un problema di salute o qualsiasi problema: 
'ne ebbe compassione'.
La compassione di Gesù, la vicinanza di Dio in Gesù, è lo stile di Dio."
(Papa Francesco, Angelus, 7 febbraio 2021)

"La cura' è una di quelle canzoni che ha un 'quid' insondabile, è arrivata come da una cellula superiore.
E' arrivata come una piccola luce a toccarmi, è stata una vera ispirazione"

Così parlò Franco Battiato nel presentare una delle sue belle canzoni di sempre.
Poche parole che però fanno intuire lo stato di grazia che lo possedeva nel comporre questo brano contenuto nell'album "L'imboscata" pubblicato nel 1996.
Titolare di diverse stagioni artistiche: prima sperimentatore, poi icona di un mainstream di lusso per un 
lustro abbondante, infine, tra alti e bassi, divulgatore di un pop sempre più impegnativo avvolto in temi
tra lo spiritual - esoterico e il filosofico in coppia con il poeta Manlio Sgalambro.

E' ancora Battiato a spiegare:       
"La prima regola è che ciascuno si prenda cura di se stesso, per aiutare gli altri"

Il testo splendente de "La cura" è stato oggetto di una miriade di interpretazioni: chi la considera una canzone d'amore classica, chi un testo dedicato alla madre del cantautore, chi un augurio di guarigione da una malattia, chi ne fa un'esegesi religiosa, quasi una preghiera al contrario (cioè la dedica di un'entità superiore alla sua creatura).
A queste ipotesi viene incontro l'altro autore del testo, Sgalambro, appunto:    
"Per parlare di amore bisogna parlare di qualche altra cosa.
Noi abbiamo fatto una canzone considerata unanimamente d'amore, parlando di 'cura', 'di protezione',
di mani che accarezzano capelli come le trame di un canto"

Certo, il superbo testo, si appoggia su una trama musicale (e qui è tutta farina del sacco dell'artista siciliano) di grande spessore, una melodia che affascina immediatamente per la sua semplicità e classicità, nella miglior tradizione del melodramma italiano.
Nonostante il suo insistito sincretismo religioso, e la non scontatezza dell'ispirazione musicale, Franco Battiato, può essere considerato un punto fermo, fondamentale per la comprensione dello sviluppo artistico nel panorama della canzone d'autore italiana.




lunedì 22 febbraio 2021

The show must go on - The Queen

"Allora Almìtra parlò dicendo:
Vorremmo chiederti ora della Morte
Ed egli disse:
Vorreste conoscere il segreto della morte.
Ma come scoprirlo, se non cercandolo nel cuore della vita? (...)
Se volete davvero scorgere lo spirito della morte, spalancate il vostro cuore al corpo della vita.
Giacché la vita e la morte sono una cosa sola, così come il fiume e il mare.
In fondo alle vostre speranze e ai vostri desideri sta la muta conoscenza di ciò che è oltre la vita;
E, come il seme che sogna sepolto dalla neve, il vostro cuore sogna la primavera. (...)

E dare l'ultimo respiro, che cos'è se non liberarlo dal suo flusso inquieto, affinché possa involarsi finalmente e spaziare disancorato alla ricerca di Dio?
Solo se bevete al fiume del silenzio, voi canterete veramente.
E quando avrete raggiunto la vetta del monte, allora incomincerete a salire.
E quando la terra chiederà le vostre ossa, allora danzerete veramente."

Ancora una volta nella "stanza" entrano le parole del "Profeta" di Gibran Kalhil Gibran.
La raccolta di sermoni religioso - poetici immaginati e pubblicati nel 1923, dallo scrittore e filosofo libanese, cristiano maronita, emigrato negli Stati Uniti nei suoi ultimi vent'anni di vita, e dove morì nel 1931, fu con successo nel mondo giovanile post-contestazione, nei primi anni '70, ed insieme ad altre produzioni letterarie americane fonte di ispirazione per la migliore tradizione rock che guardava con curiosità alla ricerca del senso della vita, anche se a volte perdendosi in discutibili, semplicistiche e modaiole interpretazioni "new-age". 

"Ogni volta qualcuno chiede come io e gli altri della band abbiamo reagito alla morte di Freddy, se abbiamo sopportato 'bene' il colpo.
Che razza di domanda! Come si reagisce alla scomparsa di una persona con cui hai vissuto per vent'anni ogni giornata della tua vita?
Male, malissimo, ti senti a pezzi fisicamente e non ci sei più con la testa. (...)
La morte ci attende tutti. Ne siamo coscienti solo quando ti tocca vicino, vicinissimo.
E dopo diventi adulto di colpo. Di colpo ti accorgi che non giochi più. (...)

Intervistato da Walter Gatti nel 1992, per il settimanale "Il Sabato" Brian May, il chitarrista dei Queen,
racconta la scomparsa per Aids del front man della band inglese Freddy Mercury, a poco più di un anno una ferita personale ancora aperta.
May è anche l'autore di "The show must go on", che concludendo l'ultimo album della band nella originale formazione, "Innuendo", scrive in parole e musica il testamento musicale del carismatico e funambolico cantante del gruppo.
"Certo, quella era una canzone con una forza particolare, scritta mentre sentivamo che si stava compiendo qualcosa di tragico.
Quando Freddy è venuto per la prima volta a sentire i provini e a registrare le voci era in condizioni tremende, eppure riuscì a cantare anche meglio che nel passato: quella sua registrazione è probabilmente la migliore in assoluto."

In un libro che ripercorre la biografia e le canzoni dei Queen, George Purvis, raccoglie altre sensazioni di Brian May:
"E' la mia canzone preferita dell'album. Ha quel tipo di tristezza, ma è anche piena di speranza.
E' una di quelle cose che si sono evolute e in essa c'è un pò di ognuno di noi.
Ha in sé qualcosa di retrospettivo e ha qualcosa che implica uno sguardo sul futuro.
Ad un certo punto l'ho osservata profondamente e ne ho avuto una certa visione, ho avuto la sensazione che avesse un significato speciale. (...)
Allora ci siamo messi al tavolino con Freddy e gli ho chiesto: 'Cosa ne pensi?'
E' stato davvero un momento strano e memorabile, perché quello che avevo era venuto fuori insieme a qualcosa che secondo me era il mondo visto dai suoi occhi.
Non ne abbiamo parlato tanto, è stato molto toccante."

Una storia reale, la testimonianza di un'amicizia sincera, la commozione di una perdita, l'impeto delle domande ultime sulla vita, l'inno ad una speranza. 
Una canzone importante.

"Spazi deserti, per che cosa viviamo?
Luoghi abbandonati - scommetto che noi conosciamo la realtà dei fatti
Avanti e avanti ancora, 
qualcuno sa che cosa stiamo cercando?
Un altro eroe,
un altro crimine insensato.
Dietro le quinte nella pantomima
dobbiamo resistere, c'è qualcuno che ce la fa ancora?

Lo spettacolo deve continuare
Dentro mi si spezza il cuore
il mio trucco si sta sciogliendo
ma il mio sorriso indugia ancora.

Qualunque cosa succeda,
lascerò tutto al caso
Un altro dolore,
un'altra storia d'amore fallita
Avanti e avanti ancora,
qualcuno sa per cosa stiamo vivendo?
Forse sto imparando,
devo addolcirmi ora.
Presto girerò l'angolo.
Ecco adesso,
fuori sta sorgendo il sole
ma dentro nell'oscurità,
soffro per essere libero.

La mia anima è dipinta 
come le ali di una farfalla,  
riesco a volare amici miei
non mi arrenderò mai
avanti con lo spettacolo
sarò l'attrazione principale,
esagererò,
avanti con lo spettacolo." 





domenica 21 febbraio 2021

L'isola che non c'è - Edoardo Bennato

"C'è poi un altro indizio che sembra smentire la diffusa abitudine di instaurare legami troppo stretti tra le utopie moderne e le fantasie arcaiche sulla mitica età dell'oro dove tutto contribuiva 'spontaneamente' a rafforzare e confermare una condizione di beatitudine naturale priva di costrizioni e barriere repressive.
L'eco di quelle fantasie e di quei sogni ad occhi aperti, infatti, sembra semmai ritrovarsi più potente e ricca di suggestioni proprio in tutti quei racconti 'moderni' che soltanto con spericolate acrobazie intellettuali sarebbe lecito apparentare alle utopie in senso classico, non foss'altro per la loro esplicita 'impoliticità'. (...).

Un pulviscolo di affrettati esperimenti e di vagheggiamenti di mondi 'diversi' che si riallaccia al miraggio di un 'universo parallelo' ignaro di vincoli e costrizioni proprie del principio di realtà ma incapace di tradursi in realtà condivisa da un'intera organizzazione sociale, e che richiama un sogno ingenuo di liberazione 'interiore', una pulsione 'anarchicheggiante' e libertaria che nel recinto di un artificiale e gaiamente irresponsabile giardino edenico rompe 'poeticamente' ogni rapporto con la realtà esterna.
Un mondo alternativo che con la cupezza delle utopie autoritarie davvero non ha con tutta evidenza, alcunché da spartire.
E infatti l'utopia moderna inizia esattamente dove finisce l'innocua fantasticheria e il sogno ad occhi aperti"

Pierluigi Battista, una lunga carriera di giornalista ed editorialista de "La Stampa", "Panorama", "Corriere della sera" e attualmente collaboratore del sito italiano dell' "Huffington post", pubblica nel 2000 un interessante saggio, dal titolo "La fine dell'innocenza", nel quale, partendo dalle opere letterarie di filosofi e umanisti quali l'inglese Thomas More (Santo cattolico e martire, autore del romanzo "Utopia", 1516) e Tommaso Campanella (frate domenicano calabrese, autore del saggio "La città del sole", 1602), arriva ad affermare che, storicamente, l'"utopia buona" di una società perfetta, perdendo il suo afflato cattolico, sia stata la matrice dei totalitarismi e del comunismo storico che hanno attraversato l'ultimo secolo del millennio scorso, partendo proprio dall'assunto che "una società perfetta non può non essere autoritaria, repressiva, intollerante, dominata da uno stato senza limiti che invade ogni aspetto della vita privata, che pretende di controllare ogni atomo della vita individuale e collettiva."

"Soprattutto la prima produzione di Edoardo Bennato è attraversata da un tema chiave: l'utopia.
L'aspirazione ad un mondo ideale, la realizzazione del quale passa attraverso la ribellione al sistema.
La sua idea troverà l'espressione più evidente nel brano "L'isola che non c'è".
Per Bennato la vera follia è lasciarsi vincere dal cinismo, perdere le speranze, lasciar cadere le illusioni."

Così troviamo scritto nel libro, edito nel 1990, "I nostri cantautori" scritto da un illustre produttore e autore Gianfranco Baldazzi e da due insegnanti Luisella Clarotti e Alessandra Rocco.

Personalmente ritengo questo giudizio sul cantautore napoletano troppo severo.
Nel Bennato che percorre la parte più creativa della sua carriera (quella tra il 1973 e 1985), trovo una capacità di ficcante satira e denuncia delle contraddizioni della società politica e sociale di quegli anni, partendo, innegabilmente da quella cultura anarchica e libertaria, quella permeata dall' "utopia buona", che alla lunga risulterà perdente tra derive violente della contestazione giovanile del post 68.
La sua produzione, scoppiettante e geniale in parole e musica, lo vede protagonista di una trilogia di rivisitazioni di favole classiche attraverso le quali raccontare l'attualità.
In "Burattino senza fili", parte da un percorso umano, che lo metterà in competizione, nell'interpretare la favola di Collodi, con le riflessioni di un principe della Chiesa, il Card. Giacomo Biffi.

Nel 1980, è protagonista di un eccezionale successo discografico, con l'album "Sono solo canzonette".
E qui, attraverso la fiaba di Peter Pan, filtrandola col pensiero di Erasmo da Rotterdam e il suo "Elogio della follia", mette in scena in un eterogeneo e scoppiettante musical, le due facce dell'utopia: quella politica e violenta di Capitan Uncino, figura del giovane borghese intellettuale che predica il terrorismo armato contro lo Stato padrone, quella delle regole patriarcali che non sanno avere un rapporto di fiducia con i figli, e quella "esistenziale" del fanciullino che sogna la società "perfetta", illudendosi che questa non si possa mai "corrompere".
Ecco, "L'isola che non c'è", ne è il manifesto!

Ed è un brano che non abbandonerà più, spesso oggetto di sue ulteriori riflessioni:
"Per definizione, il concetto dell'Isola che non c'è, rappresenta l'utopia, quindi si corre il rischio di crogiolarsi nella ricerca, perdendo di vista gli obiettivi concreti.
Mi spiego: quest'isola, al punto in cui si trova l'umanità, in questo periodo storico, bisogna necessariamente, assolutamente trovarla!
Non ci è rimasto molto tempo.
Dobbiamo invertire la rotta, cambiare mentalità nell'approccio al clima, al continuo e sistematico sfruttamento dei suoli e delle aree, risolvere il divario che esiste tra Nord e Sud del Mondo che provoca esodi 'biblici'.
Dunque bisogna cambiare.
La natura si riprende ciò che è suo, usando mezzi inaspettati, come nel caso della pandemia che stiamo vivendo.
Abbiamo pensato di essere i padroni del pianeta, e invece ..."

Sono solo canzonette?   




Il video è tratto da un concerto realizzato al Conservatorio di Santa Cecilia in Roma con la partecipazione del gruppo dei "Solis String Quartet"
La regia televisiva è di Eugenio "Mosby" Bollani, grande creativo e ora anche novello romanziere (date un occhio su Amazon)   

giovedì 18 febbraio 2021

Quando sarò capace d'amare - Giorgio Gaber

"La frase di S. Agostino 'Che cosa è così tuo di te stesso? Ma che cosa è meno tuo di te stesso, se ciò che tu sei appartiene ad un altro', sintetizza anche per noi uomini una delle intuizioni più profonde: che il contenuto della propria autocoscienza si svela nella appartenenza a un altro.
Ciò è evidente soprattutto nel bambino: tutta la coscienza che egli ha di sé è nella appartenenza, sperimentata come un bene, al padre e alla madre.
Altrimenti viene impedito lo stesso sviluppo della sua coscienza.
Per una persona adulta, anche se molto giovane, l'appartenenza ad un altro essere umano non è il primum; per prima cosa viene il sentimento di sé, della propria personalità.
Quanto più questo sentimento di sé è profondo e vero, tanto più si è capaci di appartenere a un altro.
Ma qui scopriamo il segreto più interessante: che per avere un sentimento di sé che sia dignitoso, consistente, operativo - direi quasi 'definitivo' della propria persona - bisogna percepire una appartenenza ancor più originale: quella nei riguardi di Cristo, di Uno che ci redime dalla nostra fragilità, dallo sgomento della precarietà.

Se uno sente il bisogno di appartenere totalmente alla persona di cui si va innamorando, la strada unicamente percorribile mi sembra quella dello stupore.
Ecco: se nasce lo stupore dell'incontro fatto, in esso è implicito il senso di una Grazia, di un dono.
Infatti si tratta di una appartenenza nuova che nasce da circostanze non programmate, non previste.
Ma occorre una certa sensibilità, una certa semplicità di cuore per accorgersene.
Anche in tal caso, però, non è possibile scoprire tutto il valore di quel presentimento o di quello stupore, se non si incontra un maestro e una compagnia nei quali sia già viva la coscienza che tutto ci è donato da Dio (...)
Nel frastuono di oggi, quello stupore spesso appena accennato, difficilmente riesce ad approfondirsi.
Tutto diventa subito abituale, tutto è dovuto, meccanico. (...)
Ma proprio per attraversare questa stanchezza e queste delusioni, proprio per riscattarle, l'unica modalità razionale è quella di seguire la logica ultima dell'amore che è la passione per il Destino dell'altra persona."

Sono, questi, alcuni passaggi da una conversazione tra don Luigi Giussani, il carismatico iniziatore del Movimento ecclesiale "Comunione e liberazione" e il teologo Antonio Sicari nel libro, pubblicato nel 1990, a firma dello stesso Sicari "Breve catechesi sul matrimonio" ed. Jaca Book.

"C'è un nostro pensiero fisso alla base di questo brano: il dilagare dell'infantilismo.
Che strano, riascoltando questa canzone mi è venuta in mente una vecchia fotografia di mio padre poco più che ventenne. (...) Al tempo della fotografia lui era sposato e aveva già avuto una figlia (...)
non solo aveva anche un lavoro, un lavoro serio, e dopo un pò, a trent'anni circa, avrebbe avuto altri due figli. (...) a quell'età mio padre manteneva già una famiglia di cinque persone. (...) insomma era un uomo fatto!
Voglio dire, che risposta potremmo dare oggi noi a "Quando sarò capace d'amare"?
Quand'è, che insomma, che saremo davvero capaci di amare? (...)

A volte penso che il nostro destino, soprattutto quelli di noi uomini, sia proprio di restare eternamente bambini; bambini che crescono magari, che invecchiano anche, ma che non diventano mai adulti;
bambini incapaci di assumersi fino in fondo la proprie responsabilità, incapaci di attraversare con gioia e fermezza la fatica dei giorni, incapaci, insomma, di amare."

Un grande anarchico Sandro Luporini! Una delle due menti pensanti insieme a Giorgio Gaber dello straordinario ed epocale "Teatro canzone" che fece discutere la cultura italiana e tutto il popolo fedele alla presenza nei teatri dove per trent'anni andò in scena.
Nel suo bellissimo e consigliatissimo libro "Vi racconto Gaber"; nel quale riguardo la genesi di "Quando sarò capace d'amare" racconta un aneddoto con protagonista il cantautore milanese:
"Un giorno, nei primi tempi della nostra amicizia, ci capitò di cenare in un ristorantino sui Navigli (...)
Apparve una giovane ragazza di una bellezza sconvolgente (...) mi rivolsi a Giorgio: 'Non ho mai visto una donna così belle in vita mia. Non è una donna è un angelo!'
E lui: "Si, in effetti è carina"
'Ma come è carina, Giorgio!' (...)
Giorgio non smetteva più di ridere, non l'ho mai visto ridere così tanto.
Poi mi disse, con tono serio e pacato, che non posso, neppure a distanza di tanto tempo, dimenticare:
'Ammesso che sia bella, ed è vero; ammesso che sia sensibile ed intelligente; ammesso che sia anche capace di un affetto profondo; ecco, in questo caso io a una donna così, compresi quei momenti in cu è meno bella, compresi quei momenti non esaltanti che hai detto prima, insomma io, a donna così, senza stare tanto a volare, vorrei semplicemente volerle bene per tutta la vita."

"Quando sarò capace d'amare" è contenuta nella produzione teatrale del 1995 "E pensare che c'era il pensiero" e questo ultimo di Gaber può introdurre adeguatamente il brano:
"Nell'adolescenza la costante è quella dell'imitazione. Quindi l'amore è vissuto come un rito immaginativo, non come realtà; così l'amore è fatto di attimi esaltanti, ma non passa attraverso la normalità della vita.
Il desiderio, l'aspirazione che c'è nella nostra riflessione è quello di essere adulti, di essere persone, di vivere una vita che ti lasci dei segni, di intrecciare rapporti che non siano solo un gioco d'infanzia, ma che spingano verso una crescita continua."






mercoledì 17 febbraio 2021

Story of love - Jon Bon Jovi

"La salvezza è l'evento di una presenza, e non un'opera, un progetto, costruzione nostra'.
Pensate che rivoluzione ascoltare queste parole in un'epoca come la nostra che ha impegnato tutte le sue energie affidandosi alla capacità umana di riuscita.
Invece: 'La mia salvezza è l'evento di una presenza, è il dono, la grazia, la sorpresa di una presenza!
Ancora una volta è: un incontro' (...)
La parola 'incontro' suggerisce evidentemente la sorpresa, la gratuità, il fatto che tale presenza non derivi da me, minimamente, in nulla, in nulla.
Pura grazia.
Più precisamente: l'avvenimento della liberazione è essere presi dentro da questa presenza, è essere presi dentro (...) non è lo sforzo umano che libera.
Lo sforzo umano si chiama filosofia o impegno morale, si chiama quindi politica o impegno etico, ascesi.
Non è né la politica, né l'ascesi che ci liberano (...)
Se la liberazione dell'uomo fosse frutto di politica e di ascesi, il povero, il fragile, il debole per salvarsi dovrebbero essere debitori a degli uomini (...).
Invece è una cosa più semplice, c'è un metodo più semplice, adatto a chiunque, in qualunque condizione: l'essere dentro una compagnia, il guardare una presenza, l'esser dentro una presenza.
E' infatti il metodo con cui la natura ottiene l'uomo nuovo, lo mette dentro il seno, le braccia e i rapporti di una madre e di un padre.
Questi sono paragoni che togliamo alla natura, cioè da un disegno di Dio, da una struttura di Dio"
(Luigi Giussani,  28 Agosto 1972, Assisi)

E' una lunga citazione di Luigi Giussani, il fondatore del movimento ecclesiale "Comunione e Liberazione" tratta da un'agile libretto che contiene alcuni interventi sull'educazione "Educazione. Comunicazione di sé" fatti in questi mesi dal successore dell'appassionato prete brianzolo, lo spagnolo don Julian Carron, presidente della Fraternità del movimento stesso.

"Sono un testimone della storia. Credo che il dono più grande di un artista e songwriter sia la capacità di usare la propria voce per scrivere e parlare di questioni che ci toccano e ci emozionano, nel bene e nel male"
Dopo quattro anni di assenza dal mercato discografico, alla fine del 2020, il rocker Jon Bon Jovi, torna con un nuovo lavoro : "Bon Jovi 2020".
Un titolo certamente che non ha il carisma dell'originalità, ma che, forse, vuole sottolineare il periodo storico che l'America, e non solo, sta vivendo, tra un Trump che se ne va in maniera piuttosto fracassona e una pandemia che la gestione dell'ormai ex presidente, forse, ha affrontato in maniera adeguata.
Questi sono i sentimenti che pervadono tutto l'album di questo Springsteen in minore e che proprio come il "Boss", del quale è molto amico, non si limita al risvolto politico ma sono come uno sguardo attento e sincero al privato e alla vita reale. Per esempio la vita familiare.
"Ho incontrato mia moglie Dorothea ai tempi del liceo e siamo insieme da ben 40 anni dei quali 31 da marito e moglie e il nostro segreto è il rispetto reciproco. Io sono un pazzo visionario, lei è quella  che mi segue con collo, ago e filo e mantiene tutto insieme. Io sono la persona più felice del mondo quando amo ciò che faccio per vivere, lo faccio restando accanto alla mia famiglia e cercando di rendere il mondo un posto migliore"

La coppia ha avuto quattro figli, la più grande ormai verso i trent'anni, e forse è per questo che il musicista si rispecchia in loro pensando al rapporto con i suoi genitori:
"Quello che ho avuto dai miei genitori è stata la capacità di trasformare il sogno in realtà.
Anche se non fossi stato bravo nel mio mestiere, se avessi creduto di esserlo, avrei potuto lavorarci sopra.
Invecchiando ho capito che dai miei ho ricevuto un grande regalo. Loro credevano davvero nel mantra di John Kennedy dell'andare sulla luna. 'Vacci e basta Johnny' e ci sono andato.
Se ora siamo qui è perchè qualcuno prima di noi non ha persola fede nonostante le guerre, le carestie, le catastrofi, le crisi economiche.
Gli studenti che hanno finito l'università e non troveranno lavoro a causa del lockdown sono i prossimi innovatori, i leader che stiamo cercando.
Sono nati quando c'è stato l'attacco alle Torri Gemelle e sono diventati adulti durante la pandemia, hanno un materiale unico su cui lavorare. Li renderà più consapevoli del mondo che li circonda.
Confido in loro"

Pensieri semplici di un uomo che vive una realtà positiva, sarà anche per la sua origine italiana, Bongiovi, il suo vero nome dal nonno siciliano, e per la sua terra dei suoi natali, il New Jersey (la stessa di Springsteen).
Bon Jovi inizia leader della band omonima, in bilico tra i più illustri Springsteen e Tom Petty, con strizzatine costanti al puro pop mainstream, produce il suo miglior catalogo tra la fine degli anni '80 e l'inizio del decennio successivo, con titoli come "Livin' on a prayer", "It's my life", "Bad medicine"
Con la moglie condivide oltre alla gestione della "Soul Foundation" in attività dal 2006, l'apertura in questi ultimi mesi della "Food bank", per sostenere persone e famiglie che hanno bisogno di cibo, trascorrendo la loro quarantena distribuendo pasti alle persone bisognose.

"Story of love" è una classica ballata acustica, il cui testo omaggia l'epica del ciclo delle generazioni familiari, col pensiero ai rapporti che cambiano nel corso del tempo.

"I padri amano le figlie come le madri amano i figli
Hanno scritto la nostra storia prima che ce ne fosse una
dal giorno in cui arrivi, finché cammini, finché corri.
Non c'è altro orgoglio, non c'è altro amore.

Possono offrire consigli che non vuoi ascoltare
parole che tagliano come un coltello e ti risuonano ancora nelle orecchie.
Pensi che siano ignoranti, loro pensano che tu sia arrogante.
Se hai bisogno di prove, chi ti ha dato la fiducia?

Uno schiocco di dita e non sei più un bambino
ma stai ancora aggrappando mentre cammini lungo la navata.
Quando ti lasciano andare per sentire qualcun altro dire
che qualcuno ti amerà fino al giorno della sua morte.

E questa è la storia dell'amore
puoi scegliere di ricordare o scegliere di dimenticare
se ti hanno portato a scuola o ti hanno rimboccato le coperte
Puoi dire che non importa, non farai lo stesso.
Potresti pensare che nessuno se ne accorga quando distogli lo sguardo.

Adesso stanno invecchiando e tu non sei così giovane
quindi ti prendi cura di loro come tue figlie e tuoi figli.
Puoi chiedere perdono, potrebbero chiedere lo stesso.
Dimentica tutta l'angoscia, la sofferenza, il dolore.

Ovunque tu vada o ovunque tu sia stato.
Sono loro che sono con te e tu sei con loro.
Padri e figlie e madri e figli.
Quando una storia finisce un'altra inizia.
Da ciao ad arrivederci questa è la storia dell'amore,
questa è la storia dell'amore."   




martedì 16 febbraio 2021

La costruzione di un amore - Ivano Fossati

"L'amore salva?
Ho viaggiato, per trovare la risposta, in ogni angolo dell'aldiqua.
Ho indagato il grande e il piccolo, la stella e la pietra, la luna e la formica, la nuvola e la foglia, ho visto dove ciascuna s'aggrappa per resistere: nessuna aveva la risposta totale, ma ognuna era un filo del racconto, perchè tutte le cose, di atomi e di cellule, se le ascolti bene sono un'unica storia. (...)
In 'Il mio cuore messo a nudo' Baudelaire scriveva: 'Che cosa è l'amore? Il bisogno di uscire da se stessi', l'estasi che tutti cerchiamo per redimerci dalla nostra fragilità.
Il nostro desiderio di infinito è soddisfatto dalla consistenza dei nostri amori, non da emozioni di superficie ma dalla spinta con cui, dal ripiegamento su noi stessi, ci apriamo al rischio del tu, all'avventura della vita.
Solo le relazioni, con il loro movimento ora faticoso ora gioioso, conducono alla definizione profonda di sé e alla fioritura dell'io. (...)
E l'amore è il motore di tutte le storie. (...)
E quale amore riesce a farsi storia?
Solo quello che non smette mai di avanzare, qualunque sia la tempesta che incontra. (...)    
Il segreto dell'amore che ho visto farsi storia è portare almeno una luce, un barlume, anche solo una scintilla dentro il buio ordinario. (...)

Che l'amore possa salvare, dunque non è più un mistero, (...) e se il mistero rimane, allora non resta che fargli spazio nella carne, come un bambino si fa strada nel grembo della madre, in un dialogo continuo non tessuto di parole ma di amore silenzioso, perchè  quando si accoglie il mistero le parole non servono più. "

Alessandro D'Avenia, insegnante di liceo classico a Milano, è da anni scrittore di successo, indagatore di sentimenti, soprattutto nel mondo giovanile nel rapporto con quello più adulto.
Il virgolettato che ha aperto questa "stanza" è stato tratto dal libro "Ogni storia è una storia d'amore", in cui l'autore racconta storie di coppie più o meno famose, nate e cresciute nel mondo della letteratura, del cinema, e della scienza. 
Amore, come costruzione nel temo di un rapporto di fiducia e amore.

"Compresi quanta strada avesse fatto 'La costruzione di un amore' nel 1986, quando tornai a esibirmi dal vivo: ero rimasto infatti lontano dai palchi per diverso tempo.
Durante il mio primo concerto fui accolto con molto calore dal mio pubblico.
Ma piuttosto inaspettatamente, quando attaccai questo brano ci fu un boato spaventoso, da far venir giù il teatro. Il più stupefatto ero proprio io.
Alla fine del concerto, mi chiesi il perchè di quel successo.
La radio non l'aveva mai trasmessa, i juke box nemmeno ...
eppure, fin da quando mi aggrappai alle prime note, la gente era impazzita.
Sembrava quasi che quella canzone mi avesse aspettato per tanto tempo, e che la gente lo sapesse."

E' lo stesso Ivano Fossati, nel libro "di acqua e di respiro", in cui il cantautore genovese conversa con Massimo Cotto riguardo la sua produzione discografica, che racconta dell'importanza di questo suo piccolo gioiello musicale, e ne approfondisce il senso:
"Il significato dell'amore come fuga e sollievo non è più accettato da nessuno, se non nei film.
L'amore è, fondamentalmente, grande fatica.
Prima di tutto perchè bisogna trovarlo, stanarlo, catturarlo.
Poi perchè bisogna incanalarlo, pilotarlo, viziarlo.
Infine perchè bisogna tenerlo che è sempre la parte più difficile.
L'amore è laboriosità, dedizione, impegno.
L'amore è un'impresa che ha bisogno di una costruzione.
Gli uomini e le donne, per quanto sostengano di divertirsi a collezionare più partner possibile, in realtà hanno un unico sogno in testa: un amore per tutta la vita, un amore che duri anche oltre. (...)
e vuole che il suo amore cresca sempre più bello e inconfondibile, e affinchè ciò avvenga, bisogna lavorare molto. (...)
Per questo ho intitolato il brano 'La costruzione dell'amore', perchè, per evitare che l'amore cada miseramente a terra, si cerca di costruirgli delle impalcature intorno che lo sostengano."

Questa canzone, pubblicata nel 1981, viene riproposta dal suo autore sette anni più tardi nell'album "La pianta del tè", in un periodo in cui Fossati si conferma interprete di rilievo, oltre che autore importante nel panorama del pop italiano già da parecchi anni.
A livello musicale, tra l'altro, è uno dei primi in Italia, a intercettare l'onda della 'world music' inventata con grandi consensi mondiali da Paul Simon, Peter Gabriel e più tardi da David Byrne.

"La costruzione dell'amore" rimarrà un punto fermo nei live del cantautore genovese, la magia della trama musicale valorizza il testo appassionato e maturo.
Introducendolo, nel libro "Cosa sarà. La ricerca del mistero nella canzone italiana" Franz Coriasco scrive:
"Questa canzone è un piccolo 'Bignami'.
C'è dentro ciò che serve, ciò che aiuta e che spaventa dell'amore.
Un manuale le cui lezioni facilmente si dimenticano, specie in quest'era di arraffamenti troppo facili e di conseguenza, anche, tremendamente effimeri; dove la fatica dell'ottenere finisce spesso col surclassare i piaceri della conquista. (...)
Sorprendente che una canzone così sia uscita dalla penna di un cantautore giusto al sorgere degli anni di panna e del famigerato 'edonismo reaganiano'.
Ma i grandi autori sanno sempre come smarcarsi dalle mode imperanti, cavalcando tutt'altre onde.
Così al consumismo e al mercimonio sentimentale, Fossati contrappone l'autenticità - se non addirittura una della verità ultime di questo sentimento - come per rendere giustizia ad un albero già cantato in mille modi, ma quasi sempre raccontandone i frutti e le fronde, più che le radici o la linfa che lo nutre."




lunedì 15 febbraio 2021

Rocky ground - Bruce Springsteen

"La positività della storia non si limita alla storia americana, si trova in tutta la storia umana in quanto umana.
Cioè in quanto interazione, per così dire, tra la libertà dell'uomo e la realtà.
Questa positività è interamente il frutto della presenza di Cristo nel mondo; questa presenza è chiamata la Grazia di Dio, la Grazia di Dio! La bellezza di Dio, la simpatia di Dio, ecco.
Senza questa presenza, questa presenza dentro il nostro mondo, non ci sarebbe positività, cioè la  storia umana sarebbe governata dalla corruzione, alla quale la storia umana è stata consegnata a causa del peccato originale. (...)
Questo mi sembra è lo sguardo con cui Don Giussani guarda alla proto-storia americana. (...)
La storia americana è stata formata da una passione per la libertà come ideale, non come idea ma come ideale, un ideale umano che è la traccia sopravvissuta nel cuore nel cuore umano alla distruzione causata dal peccato. (...)

L'America viene fondata nazione, da due modi di pensare completamente diversi che in qualche modo confluirono per insegnare i legami politici attraverso i quali fu espressa e preservata l'esperienza americana: la fede cristiana protestante alla ricerca di un cristianesimo puro e il teismo dei 'Padri Fondatori' tra libertà e ragione e autocontrollo.
I 'Padri Fondatori' espressero i loro pensieri in termini derivati dalla fede protestante e i credenti hanno visto nella sottolineatura dei fondatori sulla libertà religiosa, una opportunità di vivere il loro purificato cristianesimo.
Sorprendentemente questa combinazione ha essenzialmente formato l'esperienza americana fino ad oggi.
L'esperienza, come si è evoluta attraverso la storia fino ad oggi è stata la sorgente dell'ingrediente catalizzatore che ha permesso la fusione del cosiddetto crogiolo americano, 'the melting pot'. (...)

I cattolici per difesa personale, anche se tanti erano emigranti, accettarono le regole del gioco americano, le regole che controllano lo sviluppo dell'idea di libertà.
Così la Chiesa cattolica ha questa dualità, un'ortodossia per separarsi dal mondo anticattolico protestante e una morale del patriottismo.
E' per questo che nelle chiese americane ci sono sempre due bandiere, quella americana e quella del Vaticano.
Questo dualismo è mortale perchè è accettare il dualismo protestante tra le sacre scritture e realtà. (...)
La posizione protestante è separare queste due cose, quindi rimane o l'esperienza senza libertà o l'esperienza senza dottrina.
La chiave del cattolicesimo è proprio la sintesi di queste due.
Il cattolicesimo americano non capisce questa inseparabilità e dà enfasi ad un'esperienza sentimentale che non ha niente a che fare con la realtà (e questa si può definire  'la sinistra cattolica'), oppure ad un dottrinalismo (la 'destra cattolica)"

Lucidissima narrazione della cultura americana, questa, di Mons. Lorenzo Albacete.
Era il 10 Marzo 2003 e a Milano, in un incontro pubblico, Albacete, portoricano, teologo laureato in 
fisica e scienza dello spazio, esponeva la realtà americana a ridosso degli sconvolgimenti sociali dopo l'attentato alle Twin Towers e alla reazione bellica americana in Afghanistan contro i terroristi di AlQaeda.
Un racconto ancora attuale, dove lo scontro politico all'interno della stessa società americana, in cui la rivendicazione dei diritti civili e le appartenenze religiose sono state vicendevolmente strumentalizzate.

"Il sogno americano? Ancora irrealizzato, direi.
E sarà sempre così, in qualche modo, perchè promessa e sogno sono idee americane, come giustizia e libertà sono idee francesi.
Milioni di persone, negli USA, nella nazione più efficiente sulla terra, vivono in povertà.
Questo andrebbe affrontato. E non mi sembra che lo sia, non in modo sistematico almeno.
Manca un leader con una visione, manca idealismo fra la gente.
Mi chiedo se esista la volontà di affrontare certi problemi.
O se invece non abbiamo deciso di segregare quelle persone, di non vederle e non sentire la pena delle loro vite"

Così, Bruce Springsteen, rispondeva in un'intervista di Beppe Severgnini per il Corriere della Sera, nel 2003.
Il "Boss" era in tourneè mondiale dopo la pubblicazione "The rising", l'album in cui riversava tutto il dramma del popolo americano per gli attentati dell' 11 Settembre 2001.
Canzoni epiche dove la tragedia civile si confondeva con la tensione religiosa e una domanda di resurrezione.
"Se sono cattolico? E' una di quelle cose che sei e magari non sai di essere.
Io credo che nei primi dodici anni accumuliamo le immagini che ci accompagneranno per tutta la vita.
Io frequentavo una scuola cattolica.
L'anima non è un'astrazione per un bambino.
E' molto, molto reale. La prendi alla lettera.
E l'immaginario cattolico, così come la Bibbia, è un modo straordinario di esprimere il viaggio dell'uomo, dello spirito umano.
Io ritorno a quelle immagini d'istinto. E non sono l'unico.
L'America è nazione religiosa, anche se all'estero, talvolta, non lo capiscono."

Tanta acqua è passata sotto i ponti da quel 2002.
Springsteen, ora, a più di settant'anni, ha approfondito la sua realtà di uomo e di artista alla luce anche di una riflessione religiosa sempre più evidente.
Con tutti i suoi guizzi esistenziali e le contraddizioni, tipiche del mondo americano, dimostra una maturità che pochissime icone del rock possono testimoniare.
Insieme a quelle di Bob Dylan e di Leonard Cohen, le sue composizioni citano spesso passi biblici, nella grande tradizione della musica rock d'autore americana.

"Rocky ground", nella track list dell'album "Wrecking ball", del 2012, (quando la società americana e mondiale stava affrontando la crisi finanziaria), è un fulgido esempio.
Scrive il giornalista Walter Gatti nel libro "Help. Il grido del rock":
"C'è l'Esodo, in questa canzone di Springsteen. Ci sono anche gli angeli della notte di Betlemme, ci sono le preghiere i dubbi, la Chiesa trionfante e la Chiesa sofferente, c'è il mondo in cui siamo immersi, con le sue contraddizioni, con le sconfitte di chi cerca di operare per il meglio, i tradimenti e le delusioni, l'amore non corrisposto, ci sono i morti e le mille disperazioni che l'uomo prova a gettarsi alle spalle. E' una visione biblica, (...) Springsteen coglie come nessun altro il senso del suo tempo, il sentimento della sua gente, (...) e come nel passato aveva cantato come nessuno la speranza del sogno da realizzare, così oggi mette in musicala necessità di ripartire, di rimettersi in cammino poggiando forza e speranza nella riscoperta di un atteggiamento religioso vissuto con coraggio e convinzione."

E l'ultimo spot / messaggio durante il "Super Bowl", sulla necessità di un Centro, per la riscossa di una pace sociale, rappresentato plasticamente da una chiesa di campagna, è un'ennesima conferma.

Musicalmente, poi, "Rocky ground", è una felice anomalìa nel songbook di Springsteen:
Rock, gospel, rap, campionamenti elettronici, fanno di questo brano un'altra tappa importante nella storia artistica del "Boss"

"Abbiamo viaggiato
su un terreno roccioso.
Alzati, pastore, alzati
il tuo gregge ha vagato lontano dalle colline
le stelle sono scomparse, il cielo è immobile
gli angeli stanno gridando 'Gloria hallelujah'

Quaranta giorni e notti di pioggia
hanno lavato questa terra.
Gesù ha detto ai mercanti
non sarebbero restati in questo tempio
trova l tuo gregge, portalo in un luogo più alto,
i diluvi stanno arrivando
e siamo destinati alla (terra di) Caanan.

Prenditi cura del tuo gregge altrimenti si smarrirà
saremo richiamati per il nostro merito
quando arriverà il Giorno del Giudizio
prima che attraverseremo tutto quel fiume
il sangue tornerà ancora sulle nostre mani.

Alzati pastore, alzati
il tuo gregge ha vagato lontano dalle colline
le stelle sono scomparse, il cielo è immobile
il solo è nei cieli e un nuovo giorno sta sorgendo.

Usi la tua forza e la tua ragione
e preghi per il meglio
preghi che il tuo meglio sia abbastanza
il Signore farà tutto il resto
cresci i tuoi figli
e gli insegni a camminare dritti e sicuri
preghi per  tempi duri
i tempi difficili, non ritornino più
cerchi di dormire, ti agiti e ti rigiri
il fondo si sta abbassando
dove una volta avevi fede
ora c'è solo il dubbio
preghi per una guida
ora solo il silenzio incontra le tue preghiere
giunge il mattino
ti alzi e non c'è nessuno.

C'è un nuovo giorno che sta arrivando
un nuovo giorno sta arrivando

Sono un soldato!"




domenica 14 febbraio 2021

Canzone delle domande consuete - Francesco Guccini

"La paura sembra negare all'uomo e alla donna il futuro desiderato.
Eppure non c'è distinzione fra l'amore e la fedeltà.
Benedetto XVI ha detto: 'La fedeltà nel tempo è il nome dell'amore'
Questa sintetica e sorprendente affermazione sembra andare nella direzione opposta al comune sentire degli uomini e delle donne del XXI secolo.
Ma è proprio così?
E' proprio vero che per l'uomo e per la donna non ha nessun peso la fedeltà?
E' proprio vero che non si desidera il futuro dell'amore sbocciato?

Per quanto posso capire, guardando il mio cuore e il cuore degli uomini che ho conosciuto, ogni nuovo amore porta dentro di sé il desiderio di non finire mai, di bruciare ogni avversità, di combattere ogni nemico della comune felicità.
Esiste oggi un'immensa letteratura che nega tutto ciò ... eppure non si riesce a spegnere la malinconia per l'amore che muore.
Non è dunque vero che l'uomo non desideri ardentemente per sé e per l'altro la fedeltà all'amore che li accomuna.
E' piuttosto vero che, mentre desideriamo l'eternità dell'amore, con le nostre sole forze non siamo capaci di assicurarla.
Ogni difficoltà ci appare come un ostacolo, una montagna che si erge davanti a noi e che da soli non riusciremo mai a scalare.
Non ci rimane allora che considerarci sconfitti?
La vita è solo inganno?
Promette e scrive dentro di noi tale promessa e poi non mantiene?"

Mons. Massimo Camisasca, attuale vescovo di Reggio Emilia / Guastalla, una vita sacerdotale spesa nell'approfondire i temi dell'educazione cristiana attraverso le sfide che il mondo pone all'uomo, alla famiglia e alla Chiesa, nel suo libro "Amare ancora" pone queste fondamentali domande sulle cause che inducono alla fine di un amore.
Lo ritroveremo poi alla fine di questo post, impegnato in una proposta che apra ad una speranza, ad un diverso orizzonte umano che vada oltre lo scetticismo o addirittura al nichilismo.

"Questa mia 'Canzone delle domande consuete' è la testimonianza di un'esigenza personale e lucida in un momento in cui nessuno sembra farsi domande di un certo tipo.
Sarà forse che tutte le età presentano delle tappe.
Così, come a venti, trenta o quaranta, a cinquant'anni arriva il momento di fare bilanci sulla vita, accorgendosi che le somme sono non inutili, ma fastidiose.
Mi accorgo che ciò che ho già speso è un pò più di quello che posso ancora dare.
E questo si accompagna alla sensazione sgradevole di non stringere ancora nulla di vero tra le mani.
Gli attimi di felicità li puoi contare sulla punta delle dita: il resto è tempo perso, quasi noia." (1)

"Canzone delle domande consuete" racconta di un uomo che si è fatto mille domande nella vita ed è ancora lì a farsele, senza aver mai trovato risposte, senza vare risolto nulla.
Le domande sono consuete perchè non si è raggiunta alcuna sicurezza, non dico la serenità, perchè se Dio vuole, gli amori non sono affatto sereni e tranquilli, ma almeno la certezza di sapere che cosa vuole l'altra persona e che cosa vuoi tu." (2)

"Le domande consuete sono quelle che ci facciamo quando, ad esempio, siamo in piena crisi amorosa.
Cosa vorrei o dovrei fare adesso? Proprio in questo momento?
Vado o resto? La lascio andare o la convinco a restare?
Ed io? Devo andare o devo restare?
La considero una bella canzone, tutto sommato, intensa." (3)

Eh si, perchè alla fine si parla di canzoni.
Ma come spesso accade quelle di Francesco Guccini, hanno un 'di più' di introspezione sulla vita quotidiana che pone domande senza avere risposte, per cui restano inevase.

Inclusa nell'album "Quello che non...", anno 1990, "Canzone delle domande consuete" fa parte di una serie di composizioni del cantautore emiliano, in cui alcune confermano la sua vena "leopardiana", altre si aprono a storie e riflessioni aperte ad una meraviglia non più sopita come in "Ballando con una sconosciuta" (un incontro fra le antenne dei tetti addirittura con la Madonna) e "Tango per due".

Walter Gatti, cronista musicale, come ama definirsi, nel suo libro "Cosa sarà. La ricerca del mistero nella canzone italiana", introducendo il brano di Guccini, scrive:
"L'amore, l'amicizia, non sono forse il più alto tentativo di essere accompagnati nella vita, visto che non siamo fatti per essere soli?
Ma se anche questi traballano, dove ci si rifugia?
Cosa dà certezza al sentimento e al cuore, che è della parte di noi che riconosce l'infallibile corrispondenza?
Cosa lo rende saldo? (...)
Ma è possibile oggi la felicità? E a che condizione?"

Ecco, come a rispondere a Francesco Guccini, le riflessioni di Mons. Camisasca:
"Una delle ragioni più comuni nel fallimento di un amore è il convincimento della persona di essere sola. 
Ci sono uomini e donne che vivono assieme come se fossero soli. (...)
E' come se queste persone non si fossero ancora veramente incontrate.
Occorre dunque domandare la grazia di un incontro, quella grazia per cui l'altra persona assume nella nostra vita il peso di un compagno di viaggio.
Egli diventa così una terra da esplorare, a poco a poco."




(1) da "La lunga strada del rock"  di Walter Gatti
(2) da "Fra la Via Emilia e il West"  di Paolo Talanca
(3) da "Francesco Guccini. Se io avessi previsto tutto questo" cd antologico

giovedì 11 febbraio 2021

Show me the place - Leonard Cohen

"Amo il Signore perchè ascolta
il grido della mia preghiera.
Verso di me ha teso l'orecchio
nel giorno in cui lo invocavo.
Mi stringevano funi di morte,
ero preso nei lacci degli inferi.
Mi opprimevano tristezza e angoscia
e ho invocato il nome del Signore:
'Ti prego, Signore, salvami'.
Buono e giusto è il Signore,
il nostro Dio è misericordioso.
Il Signore protegge gli umili:
ero misero ed egli mi ha salvato.
Ritorna, anima mia, alla tua pace,
poichè il Signore ti ha beneficato;
egli mi ha sottratto dalla morte,
ha liberato i miei occhi dalle lacrime,
ha preservato i miei piedi dalla caduta.
Camminerò alla presenza del Signore
sulla terra dei viventi"
(dal Libro dei Salmi / Salmo 116, 1 - 9)

"Il Mistero è buono e giusto, cioè misericordioso, se siamo umili, se conosciamo che tutto è Mistero, viene dal Mistero. (...)
L'anima mia ritorna alla sua pace, perchè il Signore ci sottrae dalla degradazione e dalla corruzione, ci fa assorbire le lacrime, che diventano sorriso, e perfino ci libera dalla caduta"
(da "Che cos'è l'uomo perchè te ne curi?" di Luigi Giussani)

"Di una cosa sono certo, ed è scritta nel primo paragrafo della Bibbia: questo mondo è stato creato dal caos e dalla desolazione.
Quelli furono gli elementi utilizzati per la creazione, il materiale che Dio ha usato per dare vita a questo mondo.
Quegli stessi elementi del caos primordiale sono ancora oggi i medesimi che caratterizzano i rapporti interpersonali e continuano a creare sofferenze e ingiustizie sia nelle storia d'amore che nella società"

E' il 2012, e a 78 anni Leonard Cohen pubblica l'album "Old ideas", a detta dei critici l'opera discografica più religiosa nella carriera dell'artista canadese.
Ne arriveranno altri due di cd, (prima che la morte lo colga nel 2016), e sempre più intensamente consci della fine della vita terrena e rivolti ad un oltre che somiglia molto all'aldilà giudeo-cristiano.
Il caos primordiale che ha contraddistinto parte della sua vita, si è progressivamente spento, lasciandolo sereno davanti alla domanda ultima dell'esistenza. (* Nota bene * a piè di pagina)

Ora si guarda indietro e riavvolge una vita fatta di grandi amori, di ispirazioni musicali nelle quali la tensione all'Infinito dettava i tempi delle parole, dell'esperienza spirituale del monastero buddista, lui, di origini ebree, ma attratto dal Vangelo cristiano.

Eccolo, come nel salmo invoca: "Signore aiutami!".
"Show me the place", "Mostrami il posto".
La voce, grave, è orante.
La musica è dolce, essenziale, in bilico tra la ballata irlandese e il gospel americano.
Un delicato coro sorregge la trama. 

"Qui si sente che non c'è spazio per l'esteriore, per il superficiale:
è tutta una confessione, dialogo diretto tra l'umanità e il Creatore. 
Mostrami il luogo dove tutto, vita e morte, sofferenza e luce, è iniziato.
Mostrami l'uomo che può dare l'avvio a tutto.
Mostrami il luogo, il posto, il momento e l'uomo che è parola fatta persona.
E' il canto di uno che chiama, da dentro il sepolcro.
Non importa se sia Lazzaro o sia Cohen.
Ecco il punto: non possiamo spostare quella roccia da soli."
(Walter Gatti da "Help. Il grido del rock")

"Portami lì
dove vuoi che vada il tuo schiavo
Portami lì
al posto dimenticato che non conosco più
Portami lì
che il mio capo si sta chinando

Portami lì
aiutami a spostare questa pietra
Portami lì 
dove la Parola si è fatta uomo
Portami lì
dove ebbe inizio la sofferenza"

Arrivarono i problemi
Ho salvato quel che ho potuto.
Un filo di luce
una particella, un'onda
Ma c'erano catene
così mi sono affrettato ad obbedire.

(* Nota bene *):
L'autore di questi post, l'inquilino della "Stanza", tiene a precisare che né per Cohen, né per tutti gli artisti citati sul blog, non vuole nessuna intenzione di forzare il loro pensiero, e neanche di tirare loro la "giacchetta", per giustificare una narrazione della loro produzione autoriale per travisarla o per, men che meno, omologarla alla propria tesi.
Fermo restando, comunque, l'importanza dell'espressione musicale.
All'inquilino della "Stanza" piace sorprendersi di una umanità e valorizzarla attraverso l'espressione artistica che incontra e che lo colpisce e condividerla con chiunque.

Leonard Cohen, per esempio, essendo un poeta prestato alla musica, lascia che l'interpretazione veda nei suoi testi un riferimento ad un'entità trascendente, o più prosaicamente, il racconto erotico di un rapporto amoroso. 
Entrambe le interpretazioni sono autorevoli (spesso corroborate da dichiarazioni dello stesso Cohen). 
Certo è che, per quanto riguarda la produzione dei suoi ultimi anni, ha riguardato sempre più la tensione religiosa, sopravanzando quella carnale.
La grandezza di Cohen, come di altri artisti citati in altri post, è quello d non dividere astrattamente le due componenti che fanno dell'uomo un Mistero.
Che appassiona e affascina.
(CC)






mercoledì 10 febbraio 2021

L' umarell - Fabio Concato

"Mai come adesso il cammino è la cura.
Conosco tante persone, e una a me molto vicina, che sono rimaste a terra, hanno vissuto  mesi scorsi come una fine, una cesura definitiva e irrimediabile che crea un prima e un dopo nella loro esistenza.
Persone che non sanno da dove ricominciare, come dopo uno shock traumatico. (...)
Ci siamo presi un bello spavento, di quelli che fanno venire i capelli bianchi d'un colpo.
Ciò che abbiamo provato, e che ci ha sconvolto più di ogni altra cosa, è definito dalle neuroscienze come sindrome da 'impotenza appresa'.
Avete presente quegli esperimenti in cui una cavia viene sottoposta continuamente ad una scossa elettrica che non può evitare? Ecco. Noi di solito, per poter vivere, ci convinciamo di avere la capacità di raggiungere gli obiettivi che ci prefissiamo: tutta la nostra cultura è basata su questo assunto, in ciò consiste il nostro essere 'occidentali', la nostra 'hybris', quel vago senso di onnipotenza che ci caratterizza.
Poi sopraggiunge un qualche evento a dimostrarci che non abbiamo alcun controllo su quanto ci accade.
Ed è allora che arriva la depressione, se non peggio.
Siamo sopraffatti dalla paura di non avere mezzi, nè mentali, nè fisici, per cavarcela.

La nostra esperienza da cavie l'abbiamo vissuta su un balcone, con le spalle rivolte alla casa che ci proteggeva e gli sguardi a scrutare un ambiente esterno che all'improvviso ci era precluso perchè minaccioso, facendo ciao ciao con la manina ai vicini per darci coraggio.
Soprattutto siamo stati fermi. (...)
Abbiamo dimenticato che siamo nati per camminare, perchè solo così che sappiamo stare al mondo."

Considerazioni tra l'amaro e il disincantato, ma con al fondo una voglia di riprendere una vita "normale", queste, del vicedirettore del Corriere della Sera, Antonio Polito nel suo libro "Le regole del cammino", il diario di "un viaggio verso il tempo che ci attende", al tempo della pandemia, fatto in compagnia di amici, nel "Cammino di San Benedetto", da Norcia a Montecassino, nell'Italia dei borghi e dei paesi, solo apparentemente minore.

Più o meno, le stesse riflessioni del cantautore Fabio Concato:
"Tempo fa un mio amico mi ha regalato un 'Umarell' di colore rosso, quella famosa statuina che rappresenta quei pensionati che con le mani dietro la schiena stanno ore e ore ad osservare i lavori in corso nei cantieri delle loro città, e la tengo nel mio studio, sul leggio della tastiera.
Mi osserva quando suono, quando canto.
Una settimana fa sembrava che volesse chiedermi che cosa stessi facendo per il dramma che stiamo vivendo, in che modo mi stessi adoperando per questa emergenza.
ma che cosa dovrei fare in quarantena? Mi sono chiesto guardandolo.
E così è nata "L'Umarell".
E' stata l'ispirazione di un momento speciale.
'Carpe diem', insomma.
Mi sono sentito chiamare da qualcuno che mi chiedeva qualcosa.
"L'Umarell" è stato lo strumento per parlare brevemente, lontano da ogni retorica, di un momento che ci ricorderemo sempre.
Per il lavoro che tanti hanno perso o potranno perdere.
Per non dire dei lutti, decine di migliaia di persone.
Che sono morte gratis, e non va bene!
Io in questa canzone ho solo cercato di dare il mio contributo come autore, senza alcuna retorica, con un pizzico d'ironia e con molto cuore."

Parole dello stesso Concato in un'intervista rilasciata a Massimo Iondini di "Avvenire"

Dopo un periodo di meritato successo negli anni '80 e '90, compositore di un catalogo di titoli che recuperavano la delicatezza e l'umanità dei rapporti d'amore e d'amicizia, spesso pescando nei ricordi familiari, il cantautore milanese ha vissuto un oblìo, fatto di timide uscite discografiche, ma nello stesso tempo divertendosi a collaborare, in apprezzati concerti, con i grandi jazzisti italiani, riarrangiando le sue hit.
Anche "L'Umarell", pur essendo una canzone dalla trama musicale delicata come "carta velina", racconta di un rapporto di amicizia con una persona anziana, che alla fine, dovrà arrendersi alla mortale malattia, come tanti, i più deboli, i più anziani, custodi della storia e della tradizione di ogni famiglia del nostro Paese, che sono andati via in silenzio, lontani dai loro cari:
"Senza un bacio, una carezza, una ragione, senza un 'mi sunt chi e te voeri ben'"
 
Concato tocca il cuore dell'ascoltatore cantando in dialetto meneghino, riportando alla memoria le pagine migliori di un altro illustre e istrionico musicista della Milano d'altri tempi: Enzo Jannacci.
Alla fine un vero e proprio omaggio finale:
"Ciao Enzino, dai vieni giù che facciamo un giretto.
- Ma quale giretto! Non si può è pericoloso!"




martedì 9 febbraio 2021

Wish you were here - The Pink Floyd

"Esiste una meta a cui tende la vita?
O resta solo un sempre più breve vagare privo di segnaletica, ora che l'ultimo barlume di luce si è spento?

'Tal si dilegua, e tale
lascia l'età mortale
la giovinezza. In fuga
van l'ombre e le sembianze
dei dilettosi inganni; e vengon meno
le lontane speranze,
ove s'appoggia la mortal natura.
Abbandonata, oscura
resta la vita. In lei porgendo il guardo
cerca il confuso viator invano.
Del cammin lungo che avanzar si sente
meta o ragione; e vede
che a sé l'umana sede,
esso a lei veramente è fatto estrano '

Senza le 'lontane speranze', a cui avevi 'appoggiato' il futuro e quindi il presente, la vita si ritrova 'abbandonata' e precipitata nella tenebra 'oscura' dell'esperienza. (...)
Eppure c'è così tanta bellezza i questi versi finali che non possono fare a meno, ancora una volta, di vincere sulla tua stessa amarezza: mentre comunichi il dolore, senza saperlo lo ripari.
L'universo non è tenuto ad esser bello, eppure lo è.(...)

'Voi, collinette e piagge,
caduto lo splendor che all'occidente
inargentava della notte il velo,
orfane ancor gran tempo
non resterete; che dall'altra parte
tosto vedrete il cielo
imbiancar nuovamente, e sorger l'alba:
alla qual poscia seguitando il sole,
e folgorando intorno
con le sue fiamme possenti,
di lucidi torrenti
inonderà con voi gli eterei campi. '

(...) Le cose non restano mai orfane di luce. Su tutto ciò che è propriamente umano cade invece una notte di pietra. 
A noi restano solo la malinconia di una promessa non mantenuta e un totale smarrimento (...)
Perchè tutta questa luce non ci raggiunge, perchè non ci ripara, perchè non ci tira fuori dalle tenebre delle nostre vie? (...)
Ma noi, da quale luce possiamo essere riparati?
Con quale luce possiamo riparare, se non è in noi?
Il nostro seme può essere di rosa o è solo un seme del pianto?
O al massimo di un malinconico canto? "

E' quasi un botta e risposta tra Giacomo Leopardi, nella sua poesia "Tramonto della luna" e lo scrittore Alessandro D'Avenia, che nel suo saggio / epistolario "L'arte di essere fragili" affronta il poeta recanatese, ponendo attraverso la sua opera, le questioni ultime della vita umana.
Qui, il protagonista è "lo smarrimento" davanti a "vita e destino (che) risultano estranei l'una all'altro,
terra di esilio l'una, forma dell'esilio l'altro". 

"Il 5 Giugno del 1975 (la data non è certa ma assai plausibile), negli studi di Abbey Road, mentre il gruppo (dei Pink Floyd  n.d.r.) è impegnato nel missaggio (dell'album 'Wish you were here'  n.d.r.).il fantasma che, dopo essere evocato da quel languido e malinconico fraseggio di chitarra, ha innescato l'amara autoanalisi che attraversa il disco, appare in carne ed ossa.
Ingrassato, completamente rasato (sopracciglia incluse), Syd Barrett si manifesta con formidabile senso del tempo.
Ci vogliono alcuni minuti prima che i suoi vecchi compagni di strada capiscano che si tratta di lui, e l'incontro è così sconvolgente che Waters si metterà a piangere.
Barrett chiede se occorra un aiuto in studio, gli viene risposto che le chitarre sono già state registrate.
Quasi fosse una funzione inconsapevole del destino, se ne va come è arrivato, lasciando i Pink Floyd in compagnia della sua ingombrante, inevitabile assenza."

Insuperabile, tra cronaca e parabola, questo brano di Alessandro Besselva Averame, tratto dal suo libro di testi commentati dal catalogo dei Pink Floyd "The lunatic"
I Pink Floyd (Syd Barrett, Roger Waters, Nick Mason, Richard Wright - questa la formazione degli esordi) sono un pilastro ineliminabile nella storia del rock; quel rock inglese che alla fine degli anni '60 vive la sua espressione "psichedelica", allontanandosi dalle sue origini popolari e popolane, trascinato dalle sperimentazioni elettroniche e destrutturando la forma tipica strofa - ritornello - strofa, quasi la documentazione sonora della nuova stagione giovanile, dall'esaltazione della rottura degli schemi borghesi alla resa del nichilismo, accentuato dall'abuso delle droghe.
A farne le spese in maniera più drammatica è Syd Barrett, il componente più visionario del gruppo, che si rintana sempre più nel suo mondo onirico, perdendo completamente il rapporto con la realtà e divenendo conseguentemente ingestibile nei rapporti quotidiani con il mondo "esterno"
Viene sostituito da David Gilmour, che darà il suo contributo all'ascesa sempre più inarrestabile del marchio Pink Floyd, anche a scapito di equilibri interni al gruppo, specialmente con la figura di Waters.

"Ummagumma", "Atomic Heart Mother" "Meddle", sono il trampolino di lancio libertario, ardito e alternativo per le produzioni forse più "pop" che la band londinese realizzerà dalla metà dei '70.
"The dark side of the moon" ( uno degli album in assoluto più venduti nell'era rock), "Wish you were here", "Animals", "The wall" (un vero fenomeno multimediale) e i decadenti "The final cut", "A momentary lapse of reason" e "Division bell", che vedono l'abbandono di Waters, mentre il gruppo, prima di sciogliersi definitivamente attuerà una sorta di accanimento terapeutico imbarcandosi in colossali tournee all'insegna degli effetti speciali.
Lo schizofrenico disperso Syd Barrett morirà nel 2006.
Richard Wright nel 2008. Gilmour e Waters continuano ancora oggi la loro carriera, ben distanti tra loro, tra inediti e ritorni nostalgici.

"Wish you were here" è la canzone dell'assenza, della malinconia, della nostalgia.
E' la presa d'atto di una umana impotenza davanti al destino che coinvolge l'amico e anche un pò se stessi, senza lo struggimento, senza un abbandono in qualcosa a cui affidarsi.
Musica di Gilmour, testo di Waters, segue le orme di capolavori musicali come "Imagine", cantati da tutti, ma espressioni di un profondo disagio esistenziale.
Come il grido leopardiano che chiede se il nostro seme può essere di rosa o solo del pianto.
O di un malinconico canto.

"Così credi di riuscire a distinguere il paradiso e l'inferno
i cieli azzurri dal dolore.
Sai distinguere un prato verde da un freddo binario d'acciaio? (...)

E ti hanno fatto barattare i tuoi eroi con dei fantasmi?
Freddo benessere con un cambiamento?
Hai cambiato una parte da comparsa ai margini della guerra per una da comandante in gabbia?

Come vorrei, come vorrei che tu fossi qui.
Siamo solo due anime che nuotano in una palla di vetro,
anno dopo anno.
Corriamo sullo stesso vecchio terreno,
ma cosa abbiamo trovato?
La stesse vecchie paure.
Come vorrei tu fossi qui."

"La stanza" propone una bella versione live di Gilmour e la versione originale con l'apporto di una leggenda del jazz, il violinista italo - francese Stéphane Grappelli (1917 - 1977), che però non venne pubblicata ufficialmente nell'album del 1975.











lunedì 8 febbraio 2021

Il testamento di Tito - Fabrizio De Andre'

"Gesù è stato 'elevato'.
La croce è il suo trono, dal quale attira il mondo a sé.
Da questo luogo dell'estremo dono di sé, da questo luogo di un amore veramente divino, Egli domina come il vero re, a modo suo - nel mondo che né Pilato, né i membri del sinedrio avevano potuto comprendere.
Non entrambi gli uomini crocifissi con Lui si associano alla derisione.
Uno dei due intuisce il mistero di Gesù.
Sa e vede che il genere di 'delitto' di Gesù era tutto diverso; che Gesù era un non violento.
Ora si accorge che quest'Uomo crocifisso con loro, veramente rende visibile il volto di Dio, è il Figlio di Dio.
Così lo prega: 'Gesù ricordati di me quando entrerai nel tuo regno' (Lc 23,42)
Come il buon ladrone abbia immaginato precisamente l'entrata di Gesù nel suo regno e in che senso abbia quindi chiesto il ricordo di Gesù, non sappiamo.
Ma ovviamente egli proprio sulla croce ha capito che quest'uomo privo di ogni potere è il vero re. (...)
La risposta di Gesù va oltre la richiesta.
Al posto di un futuro indeterminato, pone il suo oggi: 'Oggi sarai con me nel paradiso' (...)

Così nella storia della devozione cristiana il buon ladrone e diventato l'immagine della speranza - la certezza consolante che la misericordia di Dio può raggiungerci anche nell'ultimo istante;
la certezza, anzi, che dopo una vita sbagliata, la preghiera che implora la sua bontà non è vana.
'Tu che hai esaudito il ladrone anche a me hai dato speranza', prega ad esempio anche il 'Dies irae' "

E' un brano, questo, tratto dal secondo volume di una trilogia, pubblicato nel 2011, redatto da papa Benedetto XVI, iniziato quando era ancora teologo / cardinale: "Gesù di Nazaret". 

"Ho scritto l'album "La Buona Novella" dalla necessità di riconoscere in Cristo il più grande rivoluzionario di tutti i tempi.
Lui ha combattuto per una libertà totale ma piena di perdono, cioè ricca di un elemento straordinario.
Anche per questo il cristianesimo è il movimento rivoluzionario di stampo sociale per eccellenza.
Non a caso ha punti di contatto con la cosiddetta utopia anarchica.
Ma al tempo stesso credo che pensare a Cristo come il figlio di Dio, di qualcosa di inarrivabile, quindi, renda difficile se non impossibile per l'uomo il poterlo imitare.
In questo modo si finisce con l'avere un alibi per non imitarlo"

E' il 1982 e Fabrizio De Andrè, risponde così in un'intervista realizzata in un programma Radio Rai, "Un'isola da trovare" curato dai giornalisti Massimo Bernardini e Cris Thellung (esempio di amicizia catto-anarchica).

Ispirato dai vangeli apocrifi (cioè quelli poetici, non riconosciuti ufficialmente dalla Chiesa) l'album "La Buona Novella" è stato scritto da Fabrizio De Andrè tra gli anni '68 e '70, gli anni della contestazione giovanile. Infatti l'uso dei testi apocrifi per raccontare la vita terrena di Gesù è la testimonianza di un rifiuto di qualsivoglia autorità costituita, seppur in quella tensione "religiosa" che attraversava anche il campo anarchico/radicale del quale il cantautore genovese era tra i componenti più rappresentativi nel mondo culturale.
Affermerà a Giampaolo Mattei nel libro "Anima mia":
"La Buona Novella" è un lavoro antico che cerca di raccontare l'uomo. (...)
Molti ritennero il mio disco anacronistico perchè parlavo di Gesù Cristo nel pieno della rivoluzione studentesca (...) 
Tutti coloro che pretendono di fare rivoluzioni devono guardare l'insegnamento di Gesù.
Lui ha combattuto per una libertà integrale, piena di perdono.
Al contrario di certi casinisti nostrani che combattono per imporre il loro potere, il perdono è un elemento straordinario.
Nessuno, ad esempio, mi toglie dalla testa che Cristo avrebbe salvato tutti e due i ladroni che stavano sulla croce accanto a lui, sì, anche quello cattivo. (...)
Ecco così ribadita l'attualità della mia vecchia canzone 'Il testamento di Tito'"

Una dichiarazione che trova conferma proprio nell'ultima frase del brano:

"Io nel vedere quest'uomo che muore
Madre, io provo dolore
Nella pietà che non cede al rancore
Madre, ho imparato l'amore"

Nel 33giri del 1970, Fabrizio De Andrè, oltre degli arrangiamenti di Giampiero Reverberi (altro grande padre nobile delle orchestrazioni dei cantautori storici della scuderia "Ricordi"), si avvale della collaborazione dei "Quelli", il primo nucleo di un gruppo che poi diventerà la "Premiata Forneria Marconi", che quasi dieci anni dopo saranno responsabili della sua svolta "rock".
Appunto per questo, in questa "stanza" potete ascoltare tutte e due le versioni:
quella degli ultimi concerti prima della sua scomparsa, debitrice degli arrangiamenti "rock", con in formazione i due figli Cristiano e Luvi, capitanati da Mark Harris e quella originale.    








domenica 7 febbraio 2021

Ring them bells - Joe Cocker

da "I promessi sposi" di Alessandro Manzoni

"A un tal dubbio, a un tal rischio, gli venne addosso una disperazione più nera, più grave, dalla quale non si poteva fuggire, neppur con la morte.
Lasciò cader l'arme, e stava con le mani ne' capelli, battendo i denti, tremando.
Tutt'a un tratto, gli tornarono in mente parole che aveva sentite e risentite, poche ore prima:
'Dio perdona tante cose per un'opera di misericordia'. (...)
E poi? Che farò domani, il resto della giornata? (...)
E la notte? La notte, che tornerà tra dodici ore!
Oh, la notte! No, no, la notte!
Ed ecco, appunto sull'albeggiare (...) ecco che, stando così immoto a sedere, sentì arrivarsi all'orecchio come un'onda di suono non bene espresso, ma che pure aveva un non so di allegro.
Stette attento, e riconobbe uno scampanare a festa lontano;
e dopo qualche momento, sentì anche l'eco del monte (...)
Di lì a poco, sente un altro scampanìo più vicino, anche quello a festa; poi un altro.
- Che allegria c'è? Cos'hanno di bello tutti costoro? - (...)
Il signore rimase appoggiato alla finestra, tutto intento al mobile spettacolo.
Erano uomini, donne, fanciulli, a brigate, a coppie, soli;
uno raggiungendo chi gli era avanti, s'accompagnava con lui; un altro uscendo di casa, s'univa col primo che rintoppasse; e andavano insieme, come amici a un viaggio convenuto.
Gli atti indicavano manifestamente una fretta e una gioia comune; e quel rimbombo non accordato ma consentaneo delle varie campane, quali più, quali meno vicine, pareva, per dir così, la voce di que' gesti e il supplimento delle parole che non potevano arrivar lassù.
Guardava, guardava; e gli cresceva in cuore una più che curiosità di saper cosa mai potesse comunicare un trasporto uguale a tanta gente diversa."

E' una dei brani più intensi del romanzo manzoniano: dopo varie peripezie, Lucia si trova al cospetto dell'Innominato, che trovandosi davanti una donna forte della sua fede, durante la notte, comincia a porsi domande sulla sua vita violenta.
E' l'inizio della conversione, che dopo essersi, come riavuto, attraverso il suono delle campane, che richiamavano a raccolta i paesani verso la chiesa, sfocia nell'altrettanto drammatico confronto con il Card. Federigo Borromeo, arcivescovo di Milano.

"La prima canzone dell' album "Oh Mercy" (un album di canzoni cupe, in cui potrebbe sembrare che Bob Dylan non sia ancora uscito dalla grave crisi spirituale successiva al suo periodo cristiano), è dedicata per intero ad un tema spirituale.
'Ring them bells' ha il titolo e parte del testo che derivano dallo spiritual 'Peter, go ring them bells'.
Le campane sono uno dei simboli più ricorrenti in Dylan, buono per tutti gli usi, ma in questo brano, anche se non è esplicito che si tratti delle campane di una chiesa, servono a diffondere un messaggio religioso."
Il virgolettato è tratto dalla presentazione di "Ring them bells" scritta da Renato Giovannoli, autore di una poderosa pubblicazione composta da corposi tre volumi "La Bibbia di Bob Dylan" dove lo studioso si avventura nel catalogo "dylaniano" facendo emergere , quasi frase per frase, i riferimenti biblici nelle canzoni del menestrello di Duluth.
In questo brano del 1989, contenuto nell'album "Oh Mercy", considerato dalla critica tutta uno dei vertici della produzione dylaniana, le citazioni del testo vanno dall'Antico Testamento ai personaggi evangelici, fino a visioni escatologiche.
Nel 1985, è lo stesso Dylan che affermerà:
"Ci sarà una corsa verso la devozione, proprio come ora c'è la corsa ai frigoriferi, alle cuffie e agli arnesi da pesca.
Diventerà una questione di sopravvivenza.
La gente correrà a cercare qualcosa riguardo Dio"

Il giornalista Paolo Vites, uno dei più autorevoli biografi italiani scrive sul libro "Help. Il grido del rock":
"Ring them bells' è una canzone che porta a compimento un cammino verso casa per il cantautore americano: nato da famiglia ebrea, ben presto diventato ateo, poi passato attraverso le lusinghe delle scienze esoteriche, quindi approdato al cristianesimo evangelico americano, tornato nuovamente alla fede ebraica, si avvicina qui al cattolicesimo, in un percorso che non ha paragoni nella storia del rock"

Nel 2007, lungamente intervistato dalla rivista "Rolling Stone" affermerà:
"Sto diventando più vecchio e cominciano ad accadere cose che prima non avevi mai considerato.
Ti rendi conto di quanto sia fragile un essere umano, e di quanto sia insignificante. (...)
Mentre vai avanti nella vita, ti rendi conto che quest'ultima va ad un'andatura molto veloce. (...)
Credo che tutti noi ci rendiamo conto di come tutto vada troppo veloce e non siamo più agili come lo eravamo un tempo. (...)
La fede non ha un nome. Non rientra in una categoria. E' qualcosa di obliquo, è qualcosa di inesprimibile. (...)
La mia terminologia viene tutta dalle canzoni folk (...)
Si, molta di quella musica viene dalla Bibbia. (...)

Scrive ancora Paolo Vites:
"Di questa canzone popolare americana che canta il Mistero, Bob Dylan è l'erede."

Di "Ring them bells", vi proponiamo la versione di Joe Cocker, interprete sofferto di tanti classici rock.
Una cover, ben riuscita, è interessante per l'apporto predominante al piano di Benmont Tench, grande session man, componente degli "Heartbreacker" il gruppo di Tom Petty, e che ha collaborato diverse volte anche con Dylan, cogliendo le sfumature delle sue composizioni.

"Suonate le campane dai santuari
attraverso le valli e i torrenti
(...) il tempo sta correndo indietro
e così fa la Sposa

Suona le campane San Pietro
dove soffiano i quattro venti
Suonale con la mano di ferro
così che la gente sappia.

Suona le campane dolce Maria
per il figlio del pover'uomo.
Suona le campane così che il mondo sappia
che Dio è uno.

Suona le campane per il cieco e per il sordo
suona le campane per tutti quelli di noi che hanno lasciato
Suona le campane per i pochi prescelti,
chi giudicherà i tanti quando il gioco finirà
Suona le campane (...)
per il bambino che piange
quando l'innocenza muore.

Suona la campane santa Caterina (...)
Oh, la strada è lunga e la battaglia è forte
e loro stanno distruggendo la distanza
fra i giusto e lo sbagliato"




La sua figura - Giuni Russo & Franco Battiato

da "C'è speranza? Il fascino della scoperta" di Juliàn Carròn "Abbiamo trovato il Messia. E' la notizia che attravers...