martedì 27 ottobre 2020

Le rose blu - Roberto Vecchioni

"Che cosa vince la paura in un bambino? La presenza della mamma.
Questo "metodo" vale per tutti.
E' una presenza, non le nostre strategie, la nostra intelligenza, il nostro coraggio, ciò che mobilita e sostiene la vita di ognuno di noi.
Una presenza, la memoria operante di essa. (...)
Di fronte alla paura profonda, quella che ci attanaglia al fondo del nostro essere e che ci adoperiamo a cacciare il più lontano possibile (la paura della morte e di ogni suo riverbero nella vita), occorre domandarsi quale presenza è in grado di vincerla.
Non qualsiasi presenza.
E' per questo che Dio si è fatto uomo, è diventato una presenza storica, carnale, vicina, un compagno di cammino (...)
 'un uomo di nome Gesù, che (...) quella volta a Nain, vedendo una madre, vedova, che accompagnava al sepolcro la bara del figlio morto, era stato preso da un impeto di emozione e, facendosi avanti, aveva messo una mano sulla sua spalla, dicendole: Donna, non piangere', con un'incongruenza strana. E poi la risuscitò il figlio.
Ma come si fa a dire ad una donna vedova che ha perso un figlio: Donna non piangere?' (...)
Chissà come si sarà sentita quella donna, investita da un abbraccio che superava ogni umano sentimento e le ridava speranza! (Luigi Giussani, 'Generare tracce nella storia del mondo')"

E' un brano tratto dal breve saggio "Il risveglio dell'umano. Riflessioni da un tempo vertiginoso" di Julian Carron, presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione, pubblicato in piena pandemia Covid -19, che, come si legge nell'introduzione del libro stesso " si sta misurando con le domande di tutti, offrendo un contributo alla riflessione comune.
E, in particolar modo, nel brano proposto all'inizio la realtà con la paura della morte e della malattia nel rapporto tra genitore e figlio.

"Quando chiedevo a mio figlio i fiori che preferiva, mi rispondeva le rose blu, che sono fiori che non esistono, sono finti. Allora al momento che chiedo delle cose a Dio, non chiedo altro che le rose di mio figlio.
'Le rose blu'  è una lunga preghiera, un 'a tu per tu' con Dio, una proposta smisurata di scambio per uno dei miei figli. Per scriverla mi sono chiuso in uno sgabuzzino per due giorni e due notti e non ho mai provato brividi così forti"
"E' stata scritta nel momento in cui ci siamo accorti della malattia del piccolino.
Ma la felicità è un convivere col dolore, con la rivincita e il superamento, e se hai fede, meglio ancora" 
"La fede ti obbliga alla serietà. Ti fa meditare sulla tua essenza, ti pone domande.
Indubbiamente prima la mia malattia e poi quella di mio figlio hanno influenzato molto questo percorso alla scoperta di Dio"

Sono spezzoni da interviste molto approfondite a Roberto Vecchioni, che prendendo spunto dal brano "Le rose blu", pubblicato nel 2007, danno modo al cantautore milanese di raccontare il suo rapporto con la fede.
Sono state pubblicate dal "Corriere della sera", "Avvenire" e il settimanale "A sua immagine"

"Il momento più alto  del mio faccia a faccia con Dio è dato sicuramente da 'Le rose blu', che è un vero punto di arrivo, il riconoscimento che Dio c'è. Sapere che Dio prenderà ciò che gli offro significa essere convinto della Sua presenza"
"E' la canzone più drammatica della mia vita, è una preghiera, forse una bestemmia, non lo so.
Un patto impossibile con Dio.
Non ti offro la vita è già tua: ti do quanto ho vissuto, se tu dai a mio figlio le rose blu, la sua salvezza"

Roberto Vecchioni, milanese, titolare di un 'songbook' di tutto rispetto, è uno tra i decani ancora in attività della sua generazione di cantautori.  Professore di liceo, ora in pensione, è stato docente universitario in Storia delle religioni, scrittore di novelle, ha iniziato la sua carriera artistica all'ombra dei Guccini e dei Dalla, dei quali ha goduto di una lunga frequentazione.
Ha sviluppato una vena musicale molto personale e la sua poetica rimanda ad una realtà quotidiana:
ritratti commossi di personaggi familiari e di racconti di formazione.
Grande umanità, un ateo che nel tempo ha (ri)scoperto la fede.
Una fede sempre tormentata espressa in quasi cinquant'anni di canzoni: 
"Il Signore non è lontano, è qua! Grandi personaggi e scrittori hanno detto che Dio è dentro di noi.
Per esempio Manzoni che fa dire all'Innominato: "Dio, Dio, dov'è questo Dio?
E il cardinale risponde: 'Tu devi dirlo, lo hai dentro in questo momento'
Il Signore è sempre dentro di noi"

E Carron, conclude:
"Quella madre vedova non era condannata a rimanere da sola, perchè il seme della Resurrezione era presente in quell'Uomo che le diceva quelle parole inaudite e che subito dopo le restituì quel figlio vivo"









     

venerdì 23 ottobre 2020

House of a thousand guitars - Bruce Springsteen

"Il blues è l'anima dell'uomo che implora Dio. (...)
Dio inventò il blues perchè è desiderio di Dio che noi lo cerchiamo e lo troviamo (...)
negli spasimi dolorosi di questa ricerca, noi tutti sperimentiamo un senso di isolamento, una solitudine, una tristezza, una brama di pienezza. Tutto questo è il blues. (...)
Non dimentichiamo che il rock'n'roll, ha come padre il blues dei neri e come madre il desiderio di felicità e la voglia di divertirsi dei bianchi.
Crediamo che uno sguardo libero da pregiudizi alla musica rock possa permettere di addentrarsi a fondo in quell'affascinante mistero che è l'America moderna, in cui la musica rock è nata. (...)

Essere americano vuol dire sentire la promessa come un diritto di nascita e sentirsi solo e perseguitato quando la promessa svanisce. 
Questo è il sogno della 'promised land', la terra promessa, che il rock da Elvis a Bruce Springsteen, ha sempre cantato, così come ha cantato la maledizione che soggiace quando questa 'terra promessa' si rivela impossibile da raggiungere con mani d'uomo"

Questo è un estratto dall'introduzione della guida ad una mostra al Meeting di Rimini del 2004, curata da Leonardo Eva, Walter Muto e Paolo Vites, intitolata "Good rockin' tonight. Storie di 50 anni di rock"

Blues, rock'n'roll, Bruce Springsteen.
Nomi portatori, appunto, di storie, che quasi inconsapevolmente riemergono nell'ultimo album del 'Boss' : "Letter to you"

Storie e leggende.
Qual'è la più grande e intrigante leggenda sulla nascita del blues moderno, del blues del "Delta"?
Quella del crocicchio. quella del patto col diavolo.
"Nella mitologia del blues, il crocicchio ha sempre rivestito un'importanza particolare.
I primi bluesmen rurali assegnavano all'incrocio isolato tra due strade di campagna un ruolo quasi magico. In quel luogo ricco di energia e dal quale si poteva sprofondare direttamente all'inferno, in una notta di luna piena, a mezzanotte in punto, capitava di incontrare il diavolo, che sotto sembianze umane proponeva baratti allettanti ai poveri neri.
Il demonio in cambio dell'anima, era in grado di esaudire qualsiasi richiesta, anche apparentemente irrealizzabile, e per un aspirante musicista l'opportunità di diventare un mago della chitarra. (...)
Questo patto avrebbe avrebbe garantito il successo durante la vita, ma avrebbe riservato pene atroci dopo la morte"
( da "La storia del Blues", Roberto Castelli, ed. Hoepli)

Così la leggenda narra sia capitato proprio all'iniziatore del blues del Delta: Robert Johnson.

"Stavo uscendo dallo spettacolo a Broadway e come sempre c'erano dei fan ad aspettarmi.
Sono arrivato alla macchina e c'era questo ragazzo in piedi con una chitarra.
Sono abituato a sentirmi chiedere autografi, quindi gli ho solo detto 'Amico, non firmo nessuna chitarra' e lui ha detto: 'No, questa è per te'
Era una bella chitarra, l'ho presa e abbiamo parlato per qualche secondo.
Arrivato a casa l'ho messa in soggiorno ed è rimasta lì per un bel pò.
Poi l'ho strimpellata: suonava davvero bene ed era comoda. Una bella chitarra artiginale.
Nei dieci giorni successivi, quasi tutte la canzoni dell'album sono uscite da lì.
Chiunque sia e dovunque sia ora quel ragazzo, a lui io sono debitore"

Caro Bruce, e se quel ragazzo fosse stato un angelo?
Perchè attraverso quella chitarra sono scaturite canzoni piene di commozione, di compassione, di speranza, forse la certezza, di un'altra vita, dove incontrare i nostri cari e ridere insieme, non dimenticando di vivere l'oggi con i propri amici di avventura musicale.
Imbracciare la chitarra per onorare il rock'n'roll, quello forte, potente, la sigla della 'promised land' 
E comporre inni corali come "House of a thousand guitars", La casa delle mille chitarre:

"E' forse la mia canzone preferita.
Tenta di raccontare il mondo che sin dall'inizio della mia carriera ho cercato di creare con il mio pubblico.
Un mondo con un suo codice d'onore, fatto di valori condivisi, di divertimento di gioia, ma con una sua morale, anche se questa è una parola che uso con pudore.
Ho vissuto 45 anni con la E-Street band : una vita!
Abbiamo percorso una lunga strada assieme, sperimentando la fratellanza naturale che nasce suonando: è una sensazione meravigliosa, una benedizione"

God bless 'The Boss' ... and all rock'n'roll

"La luna rossa risplende nella valle
le campane suonano nelle chiese e nelle prigioni
Conto le mie ferite e conto le cicatrici
nella casa delle mille chitarre

Il pagliaccio criminale ha rubato il trono
ruba ciò che non potrà mai possedere
Possa la verità risuonare da ogni bar di tutte le piccole città
illumineremo la casa delle mille chitarre.

Bene, si, va bene
incontriamoci tesoro, quando arriva sabato sera
tutte le belle anime vicine e lontane
ci incontreremo nella casa delle mille chitarre

Qui gli scontenti e gli annoiati
si svegliano alla ricerca dell'accordo perduto
che ci terrà uniti fino a che ci saranno stelle in cielo
qui nella casa delle mille chitarre

Quindi possiamo scrollarti di dosso i tuoi guai, amico mio
andremo dove la musica non finisce mai
Fratello e sorella, ovunque voi siate
risorgeremo insieme finchè non troveremo la scintilla
che illuminerà la casa delle mille chitarre

Mille chitarre, mille chitarre"





giovedì 22 ottobre 2020

I'll see you in my dreams - Bruce Springsteen

"I nostri morti formano il centro della nostra memoria, e nessuna società può permettersi di disprezzare o distruggere la propria memoria senza mettere in pericolo il proprio presente e senza strozzare, ancor prima che appaia, il proprio futuro. (...)
Vivere il presente presuppone inevitabilmente riconoscere ciò che fu, in ogni senso, il passato. (...)
Quel che risulta assolutamente necessario è imparare dai morti la lezione delle virtù, dei valori, dei significati; del bene da accogliere e moltiplicare così come del male da respingere e cancellare.
Ma per fare questo è necessario, come atto primo, tenere la vita sacra, civile sostanza che ci lega a loro;
il che significa tenere in vita anche la sacra, civile forma che quella sostanza ha, via via, preso ed assunto.

La pazienza dei morti che attendono il giorno della finale epifanìa, deve diventare la pazienza dei vivi. (...)
Significa sapere che la giustizia, la bellezza e la santità della vita di tutti sono più lunghe della vita d'ognuno di noi; e che ognuno di noi vale solo in quanto collabora a costruire, a completare e glorificare l'esistenza di tutti"

Era il 2 Novembre del 1978 e la prima pagina del 'Corriere della Sera' ospitava queste riflessioni dello scrittore e romanziere (oltre che critico d'arte) Giovanni Testori.
La collaborazione al quotidiano del grande artista lombardo era cominciata poco tempo prima, chiamato a sostituire come 'grande firma' Pier Paolo Pasolini, vittima di morte violenta.
Invito che arrivava in un momento personale di Testori di ripensamento del suo rapporto con l'incidenza della fede cristiana nella propria vita, che lo porterà ad un rapporto di grande amicizia con don Luigi Giussani, iniziatore del movimento ecclesiale di Comunione e Liberazione.

"Durante l'estate del 2019 ho incontrato un mio vecchio amico che suonava nella mia prima band.
Era molto malato ed è morto pochi giorni dopo, così sono rimasto l'unico membro vivente di quel gruppo.
Avevo questo in testa quando mi sono messo a scrivere mi venivano in mente episodi di quando avevo 14 anni ed altri più recenti.
E' un album che abbraccia un arco di tempo molto ampio, quello tra la mia prima band e quella attuale,
fondamentalmente racconta ciò che ho imparato tra i 17 e i 70 anni.
In queste canzoni affronto la perdita, la gioia di suonare, la fortuna di vivere facendo musica."

Chi parla è 'The Boss'  Bruce Springsteen, che così presenta la pubblicazione del nuovo album "Letter to you" realizzato con rinnovata vigorìa insieme ai suoi compagni di viaggio, la ' E- Street band', tornando, quindi, al 'classic rock' più puro.
Ma gli anni passano e il suo passato di incontri e amicizie si allunga, mentre si avverte incombente la chiusura della vita terrena e l'uomo, attraverso il rock'n roll, approccia serenamente un 'tirare le somme' facendo memoria di chi non c'è più.

Lui li chiama 'ghosts', fantasmi, ma non nel modo horror con cui normalmente vengono identificati.
"Si invecchia e i fantasmi camminano insieme a te. E' buono.
Quando eri un ragazzino, i fantasmi erano spaventosi, ma quando invecchi ti ricordano, camminano accanto a te e ti ricordano il valore del tempo e la preziosità dell'amore e della vita. (...)
Che tu possa camminare con loro e ascoltare ciò che ti stanno dicendo."

"La strada è lunga e sembra senza fine
i giorni passano mi ricordo di te amico mio
E anche se te ne sei andato
e il mio cuore mi è sembrato vuoto
ti rivedrò nei miei sogni

Ho messo la tua chitarra qui vicino al letto
tutti i tuoi dischi preferiti e tutti i libri che hai letto
E anche se la mia anima si sente spaccata in due
ti rivedrò nei miei sogni

Ti rivedrò nei miei sogni
quando tutte le nostre estati saranno finite
Ci incontreremo, vivremo e rideremo di nuovo.
Ti rivedrò nei miei sogni, si, al di là del fiume
perchè la morte non è la fine
e ti rivedrò nei miei sogni."  




martedì 20 ottobre 2020

L 'Anticristo - I Decibel

da "Il padrone del mondo" di Robert Hug Benson

"Dietro di lui, dalla cui bocca usciva un torrente di parole, la moltitudine si agitava.
Tra grida e sospiri, saliva e scendeva un'onda d'emozione. (...)
Lui non poteva più tenerli fermi, ad ascoltarlo, dopo averli trascinati all'azione suprema. (...)
Allora in quella luce soprannaturale, tra il suono dei tamburi, la grida acute delle donne e un assordante traballare di piedi, fu uno scoppio di entusiasmo religioso: diecimila voci avevano proclamato Giuliano Felsemburgh loro Signore e loro Dio! (...)
La razza umana aveva ora una autocoscienza di unità, con una suprema responsabilità nei confronti di se stessa: sparivano, dunque, i diritti degli individui, che erano giustamente riconosciuti nelle epoche precedenti.
L'uomo ora aveva il supremo dominio sopra ogni cellula di questo 'Corpo Mistico' e non poteva che considerare illimitati i diritti del tutto, allorchè una cellula agiva a danno del corpo. (...)
C'era una sola religione che reclamava la stessa totalità di diritto: la religione cattolica. (...)
Solo il cristianesimo portava con sè un veleno mortale;
ogni cellula nella quale veniva inoculato il veleno infettava tutte le fibre che la ricollegavano al centro della vita (...) ed era un delitto che non richiedeva altra ammenda se non la completa estirpazione della fede cristiana."

Robert Hug Benson, inglese, nasce nel 1871, suo padre è l'arcivescovo anglicano di Canterbury, si converte al cattolicesimo e viene ordinato prete.
Approfondendo l'opera saggistica di San John Henry Newman, si dedicherà alla predicazione e alla scrittura di saggi e di romanzi. Morirà nel 1914.

Scrive "Padrone del mondo" nel 1907: è un romanzo (oggi si direbbe distopico), dove si narra di un mondo nel quale l'uomo ha raggiunto gli estremi confini del progresso materiale e intellettuale che persegue un unico progetto: il trionfo dell' Umanitarismo, che consiste nell'eliminazione della guerra, la legalizzazione dell'eutanasia, l'adozione dei cibi artificiali , la persecuzione di ogni soggetto civile e religioso diverso. 
Ma c'è una fede che combatte questa omologazione e Benson la individua nel cristianesimo.

" C'è un pugno di persone che decide le sorti del mondo e ci domina, appiattendo le differenze e annullando le identità, io lo chiamo l'Anticristo"
E' il 2018, ed Enrico Ruggeri, risponde così a Maurizio Caverzan sulle pagine del quotidiano "La Verità".
E' appena uscito il secondo album che vede la reunion dei Decibel, gruppo italiano di pop punk; una meteora dei primo anni 80, trampolino di lancio della carriera artistica di Enrico Ruggeri.
La formazione è la stessa, anche se tutti e tre i componenti veleggiano oltre i sessanta e sono tutti rispettati professionisti nei rispettivi campi lavorativi.

"Siamo fermamente convinti che ci sia una decina o quindicina di persone che si trova da qualche parte e decide chi sarà il presidente degli Stati Uniti, il Cancelliere della Germania, quando scoppierà la prossima bolla finanziaria, quando inizierà il nuovo flusso migratorio.
Sono i veri potenti che indirizzano le sorti del mondo: il loro primo obiettivo è l'abbassamento della consapevolezza della gente" 

Ora, sgombriamo il campo da tutte le ipotesi cospirazioniste (ma probabilmente ad Amazon, Google e Facebook fischiano le orecchie) nelle quali sguazza una certa politica "negazionista" mondiale, sia di destra che di sinistra, lasciamo, quindi, perdere le propagande più demenziali.
Nella sua poetica da radicale e anarchico, non inquadrato in alcun schieramento politico, l'analisi di Ruggeri tocca problemi più profondi, discutibili ma rispettabili:
"Prendiamo il mio campo. Trent'anni fa c'era Bob Dylan, e adesso chi c'è?
E' tutto standardizzato: si è voluto eliminare la forza dirompente dell' arte per renderla innocua e il paragone  tra il tweet di un influencer e una canzone di Dylan, avvalora la mia tesi.
Un altro degli obiettivi dei poteri forti è annullare le identità: creare un magma nel quale tutti consumino le stesse cose.
Ogni difesa della tradizione è un ostacolo sulla strada dell'omologazione, perchè tradizione vuol dire identità, perciò va abbattuta.
Si costruisce un grande futuro solo partendo dal proprio passato."

E poi, un affondo 'a la Benson':
"Il senso religioso è un ostacolo a questa omologazione, l'anima è un fattore scomodo.
Si vuole risolvere i problemi esistenziali consumando.
Più sei infelice, più consumi, più l'anima è povera e più si cerca di arricchirsi acquistando beni dei quali forse non si ha bisogno. (...).
E il primo ad elogiare il disco dei Decibel è stato il card. Gianfranco Ravasi."

Qui, non si vuole "buttarla in politica", 'La stanza di Elvis', vuole rimanere un luogo dove si valorizza tutto ciò che la musica rock, attraverso anche spunti 'letterari', intercetta il mondo che ci circonda.
Forse il retroterra degli studi classici al liceo Berchet di Milano, suscita in Ruggeri un certo 'dejavu' nella critica all'ordine mondiale, che, a nome anche degli altri Decibel esplicita nel libretto di copertina del cd:
"(...) Un uomo temerario (ma era solo un uomo?) duemila anni or sono, per primo osò ribellarsi al principio della prevaricazione del forte contro il più debole, e lo fece in nome dell'amore e del rispetto: fu travolto.
Il suo messaggio rivoluzionario era destabilizzante e al tempo stesso troppo virale per poterlo neutralizzare."

Ad ogni modo, l'album "L'Anticristo" è uno delle migliori produzioni di rock italiano degli ultimi anni: la vena compositiva di Ruggeri e dell'intera band è in grande spolvero, suono è compatto, c'è gran ritmo e testi interessanti affondano il bisturi nei mali di questa società, soprattutto per quanto riguarda il rapporto con i mass media.
Insomma, un gran disco, che, naturalmente, in questi tempi, aridi di novità, è passato quasi inosservato.
Ruggeri & co hanno dunque ragione?



  
   

I muscoli del capitano - Francesco De Gregori

"Nella 'Passione' del compositore polacco Krystof Penderecki è scomparsa la serenità quieta di una comunità di fedeli che quotidianamente vive della Pasqua.
Al suo posto risuona il grido straziante dei perseguitati di Auschwitz, il cinismo, il brutale tono di comando dei signori di quell'inferno, le urla zelanti dei gregari che vogliono salvarsi così dall'orrore, il sibilo dei colpi di frusta dell'onnipresente e anonimo potere delle tenebre, il gemito disperato dei moribondi.
E' il Venerdì Santo del XX secolo.
Il volto dell'uomo è schernito, ricoperto di sputi, percosso dall'uomo stesso, (...) ci guarda dalle camere a gas di Aushwitz. Ci guarda dai villaggi devastati dalla guerra e dai volti dei bambini stremati nel Vietnam; dalle baraccopoli in India, in Africa e in America Latina; dai campi di concentramento del mondo comunista che Aleksandr Solzenicyn ci ha messo davanti agli occhi con impressionante vivezza. (...)
Se avessero avuto ragione Kant e Hegel, l'Illuminismo che avanzava avrebbe dovuto rendere l'uomo sempre più libero, sempre più ragionevole, sempre più giusto.

Dalle profondità del suo essere salgono invece sempre più quei demoni che con tanto zelo avevamo giudicato morti, e insegnano all'uomo ad avere paura del suo potere e, insieme, della sua impotenza: del suo potere di distruzione, della sua impotenza a trovare se stesso e a dominare la sua disumanità."

Sono le parole Joseph Ratzinger / Benedetto XVI tratte dal capitolo "Il Venerdì Santo della Storia: uno sguardo sul Ventesimo secolo" nel volume VI dell' Opera Omnia: 'Scritti di cristologia'.
E' uno sguardo storicamente lucido sul grande dramma del '900 dimentico del messaggio cristiano e tutto proteso all'affermazione della centralità dell'uomo nella politica e nel sapere tecnologico sciolto da qualsiasi giudizio morale e religioso sulla vita umana e, a cascata, sulla politica dei popoli.

"Qualcuno ha voluto vedere ne 'I muscoli del capitano' non solo un'allegoria del potere, ma addirittura il ritratto di qualche uomo politico italiano? Che ti posso rispondere? Che la madre degli imbecilli è sempre incinta? Se c'è un modo di rovinare le canzoni è questo, andare a cercare quello che non c'è invece di di ascoltare quello che c'è"

E' un De Gregori risoluto e netto quello che risponde alle domande di Paolo Vites nella lunga e fondamentale intervista che accompagnava le uscite settimanali dei cofanetti in cd di tutta la sua discografia, allegate, nel 2009, al Corriere della Sera.
Intervista che, tra parentesi, non ha mai avuto l'onore di essere pubblicata in unico volume ... vabbè. 

Ma precisa, il cantautore romano:
"Comunque il capitano di cui si parla è proprio il comandante del Titanic, un'entusiasta che si lanciò al massimo della velocità in mezzo alla nebbia convinto che la sua nave fosse inaffondabile.
Questo amore per la velocità, questa fiducia nella potenza della macchina incarnano bene le mitologia futuriste dell'epoca e tutto quello che ne è seguito: bombe, guerre, disastri.
Anche il '900 ai suoi inizi doveva apparire un secolo inaffondabile"

'I muscoli del capitano' fa parte di uno dei più bei album della produzione cantautorale italiana 'Titanic'
Pubblicato nel 1982, è forse il primo lavoro della generazione degli autori e interpreti italiani ad unire la canzone d'autore alla tradizione popolare. Ad accompagnare i testi di un De Gregori in vero stato di grazia, emergono ritmi legati ai canti di lavoro dei primi del novecento, reminiscenze dixie americane, i primi vagiti del rock, stornelli ottocenteschi e ballate pop 'battistiane'.
Insomma: un capolavoro, ancora attuale.

Un illustre collega di De Gregori, Roberto Vecchioni, così commenta il brano:
"I muscoli del capitano', è un dialogo ravvicinato, tra il mozzo e il comandante, ovvero tra due mondi, tra due idee di mondo: la verità dettata dalla fatica e dalla miseria del primo, l'illusione sfrenata, il cieco ottimismo del secondo. La canzone è sicuramente il centro del 'concept album', il cuore, il nocciolo di tutta l'avventura allegorica e cioè il viaggio, il senso dell'umanità, l'origine e lo sviluppo della prevaricazione (...)
E' una canzone folgorante e inimitabile, un atto di sublime disperazione umana.
Tutto il mondo illuminista da Swift a Defoe, su su per i Rousseau e tutto il mondo positivista Darwin e soci, l'imprudente, fracassante sfida futurista di Marinetti, si accartoccia, svapora qui in tre minuti e poco più: l'orgoglio smisurato dell'uomo padrone va a incocciare e a frantumarsi nella sua 'ubris', in stato di trance, sonnolenza ludica, rincoglionimento da stupefacenza"

Ma facciamo concludere a Joseph Ratzinger, che lo stesso De Gregori ha definito: "Intellettuale di altissimo livello, all'apparenza nemico del mondo moderno e in realtà avanzatissimo":
"La salvezza del mondo ultimamente non viene dalla trasformazione del mondo (...)
C'è un'esigenza e una domanda dell'uomo che va aldilà di tutto quello che la politica e l'economia possono dare: (...) Cristo. (...) Perchè di esso ha sete l'uomo, e senza di esso, nonostante tutti i miglioramenti possibili e anche necessari, egli rimane un esperimento assurdo."




 

   

domenica 18 ottobre 2020

Euthanasia - Nick Cave

"Molto in questa crisi ha a che fare con il tempo. (...)
La normalità è sospesa e nessuno può prevedere per quanto.
Ora è il tempo dell'anomalia, dobbiamo imparare a viverci dentro, trovare delle ragioni per accoglierla che non siano soltanto la paura di morire. (...)
Nel salmo 90 c'è un'invocazione che mi torna spesso in mente in queste ore:
'Insegnaci a contare i nostri giorni e acquisteremo un cuore saggio'

Forse mi viene in mente perchè nell'epidemia non facciamo altro che contare.
Contiamo gli infetti e i guariti, contiamo i morti, contiamo i ricoveri e le mattine di scuola saltate, contiamo i miliardi bruciati dalle borse, le mascherine vendute e le ore che mancano al risultato del tampone (...) contiamo i nostri legami, le nostre rinunce.
E contiamo e ricontiamo i giorni, soprattutto quelli che ci separano da quando l'emergenza sarà finita.

Ho però l'impressione che il Salmo voglia suggerirci un computo diverso: insegnaci a contare i nostri giorni per dare valore ai nostri giorni. (...)
Contare i nostri giorni.
Acquistare un cuore saggio.
Non permettere che tutta questa sofferenza trascorra invano"

Questo è un piccolo estratto da "Nel contagio", un breve ma intenso saggio del fisico e scrittore Paolo Giordano (La solitudine dei numeri primi), nel quale l'autore si pone alcune domande urgenti in questo tempo di emergenza sanitaria: Come stare dentro questo tempo di incertezza? Cosa attendersi dai mesi che verranno?.
Ma  ancora più a fondo: la struttura di fede che abbiamo rispetto al mistero, alla morte, il nostro rapporto con la fame di vita che ci caratterizza.

L'australiano Nick Cave è anch'egli scrittore, ma è soprattutto un cantautore, che da anni (decenni), insegue una sua spiritualità, tormentata, messa alla prova da lutti improvvisi e violenti ( la morte di uno dei suoi figli, sfracellatosi da una roccia a strapiombio sull'oceano)
Perennemente alla ricerca di un Assoluto, lasciandosi interrogare dalle pagine dei Vangeli, scoperti a tarda età, dopo essere fuggito dall' educazione rigida e dura dell'anglicanesimo protestante.
Un bisogno di 'misericordia' verso la durezza del cuore, da tempo comunicata attraverso il suo blog ('Red hand files'), dove risponde alle domande  dei suoi fans.
"Se rinuncio al controllo dei risultati della mia vita, le cose tendono a funzionare bene.
La libertà per me è la capacità di rinunciare al controllo dell'esito delle cose: dobbiamo liberarci dalla paura. Questi sono tempi difficili ma per me la meditazione, la perdita di mio figlio e il fatto che sto invecchiando, mi hanno permesso di arrivare in luogo in cui non mi sento in balìa delle conseguenze nel modo a cui ero abituato."

Sulla situazione pandemica ha scritto:
"Siamo diventati testimoni di una catastrofe.
Quando alla fine usciremo da questo momento avremo scoperto cose sui nostri leader, i nostri sistemi sociali, i nostri amici, i nostri nemici e, più importante di tutto, su noi stessi"

Cave, il 23 Luglio 2020 si è prodotto via streaming in un concerto in solitaria al pianoforte, presso un edificio vittoriano di Londra, la West Hall in Alexandra Palace.
Un'esibizione intensa, dove ha riproposto i brani più intimi del suo repertorio, in cui la ricerca dell'Assoluto è più esplicita.
Da questo evento è stato pubblicato nel Novembre 2020 un cd dal titolo eloquente: "Idiot prayer. Nick Cave alone at Alexandra Palace".
Insieme ai suoi brani già pubblicati, il cantautore ha presentato un brano inedito,"Euthanasia", lasciato nel cassetto da qualche anno, ma di grande attualità.
Come scriveva Paolo Giordano siamo stati travolti da qualcosa di inaspettato che ci mette di fronte alla morte e alla coscienza del valore del tempo.
Ecco, Nick Cave, sembra riprendere queste riflessioni: lo sbandamento, la solitudine, la ricerca, la fuga verso qualcosa di ignoto, la sensazione di essere perduti, la paura della morte, i rintocchi del tempo, la disperazione (da qui "Euthanasia")  e alla fine l'imprevisto e il sorriso in una casa accogliente.

"Ti cerco sotto la terra umida
ti cerco nel cielo notturno
ti guardo sotto il roveto spinoso
ti cerco nella città vecchia.
E cercandoti mi sono perso,
mi sono perso nel tempo.

Mi sono perso nella terra umida
mi sono perso nel cielo notturno
mi sono perso sotto il cespuglio di spine
mi sono perso nella città vecchia
e perdendomi mi sono ritrovato
mi sono ritrovato in tempo.

E quado sei uscito dal veicolo
e ti sei attaccato al mio cuore
era una specie di morire
una specie di morire del tempo.

E sono fuggito dalla città vecchia
fuggito sotto il cespuglio spinoso
fuggito nel cielo notturno
fuggito sotto la terra umida,
dove sono passato per una porta
e ti ho trovato seduto al tavolo della cucina
sorridente

Quel sorriso che sorride, che sorride
Sorride appena in tempo"











venerdì 16 ottobre 2020

Vedi Cara - Vinicio Capossela

a "Il brillìo degli occhi" di Julian Carron

"Chi di noi ha, ogni giorno, almeno un istante di vera tenerezza verso se stesso, verso la propria umanità?
Tante volte ci maltrattiamo, ci scagliamo irosi contro la nostra umanità, che non si lascia sedurre dalla menzogna: vorremo sfuggirvi e d'altra parte non riusciamo ad obliterarla. (...)
Per questo mi ha sempre colpito la frase di Giovanni Paolo II: 'La tenerezza è l'arte di sentire l'uomo tutto intero'
Questo 'sentire' l'uomo tutto intero è essenziale per vivere ed è il contrario del sentimentalismo. 
Ma è 'raro trovare - dice Giussani - una persona piena di tenerezza verso di sè' (...)

Tuttavia, ciò che ogni uomo desidera sperimentare è proprio questa tenerezza verso la propria umanità. (...) Se non troviamo 'qualcosa' che ci consenta di avere questa tenerezza verso la nostra sete, verso la nostra umanità, finiamo per guardarla come una ferita che vorremmo strapparci di dosso - esattamente il contrario di un amore-.
Ma perchè vorremmo strapparcela di dosso?
Per non sentire il dramma, per attutirlo il più possibile, per non avvertire l'insufficienza di tutte le cose in cui riponiamo le nostre attese, per non dover fare i conti con la sproporzione tra quello che desideriamo e quello che riusciamo ad ottenere, (...)
come canta Guccini, riferendosi al rapporto amoroso:
'Vedi cara, è difficile spiegare / è difficile capire se non hai capito già ... //
Tu sei molto anche se non sei abbastanza, / (...) tu sei tutto, ma quel tutto è ancora poco'

E' un altra illuminante meditazione sulla condizione umana tratta dall'intenso pamphlet di Julian Carron, presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione, offerto a migliaia di attenti lettori nell'estate 2020.
Di come, questa riflessione 'cattolica', sia vera e offerta a tutti gli uomini, è da esempio l'appassionata introduzione di Vinicio Capossela al citato brano di Guccini, che il cantautore ha scelto come tributo al 'Maestrone', nel secondo album, organizzato dal Gran Cerimoniere Mauro Pagani, nel quale diversi bei nomi del mondo canoro italiano si sono confrontati con lo storico repertorio gucciniano.

" La cosa è cara perchè c'è dell'affetto e dell'amore, ma anche cara perchè il prezzo è caro.
E quindi una cosa cara è anche qualcosa che si paga molto: è questo il senso in cui sento più mia questa canzone.
'Vedi cara' è un brano esistenziale, io almeno l'ho sentito così.
Si vede una vicenda, magari una persona umana, che viene traslata in un brano che sembra avere quasi una rivalsa.
Però, nello stesso tempo è un  brano estremamente compassionevole, perchè  è come se dicesse
'non è colpa mia nè tua, siamo due idioti, non ce la facciamo, è nella natura delle cose.

Quel 'vedi cara' è un presupposto, è mettere a nudo l'anima, ed è sempre una cosa che costa fatica:
non c'è niente di più faticoso della sincerità.
E' un brano, questo, dove c'è un tentativo di esaminarsi con franchezza, di esaminare anche spietatamente i propri limiti.
Ci sono momenti in cui la vita chiede il conto, si è di fronte a qualche bivio e il bivio è sempre una sconfitta, perchè c'è sempre qualcosa che perderemo nella scelta.
E' un brano da resa dei conti, ha una sua amarezza, ma anche una sua dose di compassione, di compassione verso le vicende umane.
E' questa compassione che ho cercato di mettere un pò più in luce, con questo arrangiamento,
che definirei 'confessionale'"

Chi è abituato al vocione di Guccini, forse rimarrà destabilizzato dall'atmosfera rarefatta e dalla voce 'sghemba' di Capossela, artista dedito alla ricerca di suoni arcaici, nato per combinazione in Germania, formazione musicale in Emilia, che da anni delizia la platea dei suoi ascoltatori con un repertorio che attinge alla cultura e poetica popolare, unendo storie ancestrali e fiabesche, a strappi evocativi verso il trascendente.
Se la riuscita di una cover, dipende dall'umiltà e del rispetto del tributo all' originale, si può dire che Capossela in questo caso ha fatto centro.
Il suo, oltre che un tributo è un ringraziamento a Guccini, che lo fece esordire ben 30 anni fa al Club Tenco. 

Ma facciamo concludere a Julian Carron, che insiste e ci provoca:
"Ma allora - ripetiamo ancora una volta - che cosa ci strappa dal nulla, che cosa può colmare questo abisso della vita, questo desiderio irriducibile, scomodo e sublime, e come scrive Leopardi, 'ancora più grande di si fatto universo', cifra dell'umano che è in noi, che smaschera la parzialità, l'insufficienza dei nostri tentativi?"


 

mercoledì 14 ottobre 2020

E' l'età - Renato Zero

"La peregrinazione della fede indica la storia interiore, come a dire la storia delle anime.
Ma questa è anche la storia degli uomini, soggetti su questa terra alla transitorietà, compresi nella dimensione storica. (...)
Qui si schiude un ampio spazio, all'interno del quale la Beata Vergine Maria continua a 'precedere' il 'popolo di Dio'.
La sua eccezionale peregrinazione della fede rappresenta un costante punto di riferimento per la Chiesa, per i singoli e le comunità, per i popoli e le nazioni, in un certo senso per l'umanità intera.
E' davvero difficile abbracciare e misurare il suo raggio.
Il Concilio sottolinea che la Madre di Dio è ormai il compimento escatologico della Chiesa:
'La Chiesa ha già raggiunto nella Beatissima Vergine la perfezione, con la quale è senza macchia e senza ruga. (...) i fedeli si sforzano ancora di crescere nella santità, debellando il peccato e per questo innalzano i loro occhi a Maria (...)
Maria non cessa di essere 'la stella del mare', per tutti coloro che ancora percorrono il cammino della fede.
Se essi alzano gli occhi verso di Lei  nei diversi luoghi dell'esistenza terrena, lo fanno perchè ella 'diede alla luce il Figlio, che Dio ha posto quale primogenito tra molti fratelli' ed anche perchè 'alla rigenerazione e formazione' di questi fratelli e sorelle 'coopera con amore di madre' "

Questo è un frammento della Lettera Enciclica "Redemptoris Mater", "Sulla Beata Vergine Maria nella vita della Chiesa in cammino, emanata nel 1987, dal Sommo Pontefice Giovanni Paolo II.
Il santo Santo Padre aveva una forte devozione mariana tanto che lo stemma scelto per il suo pontificato recava il motto "Totus tuus", tutto tuo, una preghiera della tradizione antica dedicata alla Madonna.

"Oggi non si parla quasi per niente della dimensione mistica, spirituale della nostra vita.
C'è la necessità di recuperarla.
Non ho scoperto niente di nuovo, ho solo proposto alla gente di riprendere il dialogo con Dio, attraverso sua Madre. Credo di averlo fatto nell'interesse di tutti."

Così risponde Renato Zero a Giampaolo Mattei nel libro "Anima mia".
Era il 1998 e all'attivo lo showman romano aveva una partecipazione al Festival di SanRemo 1993 con la canzone "Ave Maria", lasciando sorpreso il pubblico dell'evento, ma non certo i suoi fedeli fans.
Il funambulo musicale che si era imposto nella seconda metà degli anni settanta con la sua figura trasformista e il repertorio pseudo trasgressivo ( ma "Il Triangolo" e "Sbattiamoci", più che inni all'amore gay erano commedie degli equivoci in tre minuti) aveva già lasciato il segno con brani più profondi come "Il cielo" e "Il carrozzone", e in difesa degli esclusi delle periferie.
Un repertorio che col passare degli anni è diventato sempre più prevalente a scapito della creatività compositiva, a favore di una vena predicatoria un pò forzata.
Ma a Renato Fiacchini in arte Zero, si perdona quasi tutto.

Sempre nell'intervista citata, spiega così il suo "cambio di passo":
"Credo che ognuno di noi cambi di continuo. (...)
Ora ci si chiede se è giusto dimenticarsi di Dio e abbandonarsi ad un materialismo che non giustifica e non riempie quei vuoti di solitudine in cui spesso ci troviamo.
La solitudine è una caratteristica dell' uomo.
Sta a noi darci da fare per riempire gli spazi vuoti con gli affetti, con gli abbracci, con i figli e anche con i dolori, secondo le strade che scegliamo."

Ora, a settant'anni, è sempre in grande attività discografica e live, ma non ha dimenticato di pregare quella Signora:
"Questo disco dimostra quante volte mi sia presentato alla fonte battesimale.
Oggi sono un cristiano orgoglioso della mia musica e di quello che sono.
La fede è una medicina per tutti e contro ogni forma di malessere."





lunedì 12 ottobre 2020

With a little help from my friends - Joe Cocker

"Quando l'uomo vive questo, accetta questo, cerca in tutti i rapporti il destino dell'altro,
allora tutti i rapporti sono buoni e in tutti i rapporti l'uomo accetta l'aiuto che gli viene dal Mistero attraverso l'altro, poco o tanto che sia; 
perchè attraverso l'altro il Mistero aiuta l'uomo, poco o tanto, quando l'uomo vive i rapporti - il rapporto col compagno, con l'altro - con la coscienza del suo Destino.
Così in qualsiasi rapporto si parte con un' ipotesi positiva.
L'anima segreta di ogni rapporto è amicizia: volere il destino dell'altro, accettare che l'altro voglia il mio destino.
Se l'altro riconosce e accetta che chi agisce lo fa per il suo destino, questa è amicizia.
L'amicizia, cristianamente, è l'amicizia più familiare, amicizia fraterna. (...)

E' la carità che genera l'amicizia, ne è come la madre.
La carità, vale a dire il rapporto in cui si cerca il destino dell'altro con la consapevolezza di chi ne è stato chiamato, nella certezza della coscienza che il destino dell'altro è Gesù, il Dio fatto uomo, in quanto attraverso quell'uomo è Dio che prende rapporto tra noi."

Era il 1997.
Mons. Luigi Giussani, con il suo proverbiale impeto, davanti a migliaia di persone in attento ascolto, durante gli Esercizi della Fraternità di Comunione e Liberazione, movimento ecclesiale da lui stesso originato, meditava sulla realtà concreta dell'amicizia cristianamente, quindi umanamente intesa.

"With a little help from my friends" è una canzone beatlesiana nata dalla creatività di John Lennon e Paul Mc Cartney come pezzo scritto appositamente per Ringo Starr, fa parte nel 1967 dell'indimenticabile 'Sgt Pepper'.
E' una canzone leggera, divertente, sul senso dell'amicizia, sulla forza che i tuoi amici t possono dare nell'affronto delle cose grigie o nere della vita.
Bella canzone, ma nulla più di una canzoncina. (...)
Due anni dopo un semisconosciuto cantante di Shieffeld, Joe Cocker ne fa una cover e sul palco del Festival di Woodstock, questa canzone diventa qualcosa d'altro: un piccolo pezzo di leggenda del rock."

E' il giornalista musicale Walter Gatti, che nel libro curato da lui "Help! Il grido del rock", introduce uno dei più grandi "ribaltoni" della storia del rock.
"La band spinge Joe in un canto blues che viene dai primordi dell'uomo e dalle viscere dello stesso mister Cocker.
Di fronte a lui ci sono mezzo milione di persone.
Sul palco un cantante disarticolato, dalla voce roca, una band di grande forza ritmica e feeling e una della canzoni che mette insieme 'help' e 'friends'
Crescendo inaspettato ( almeno per chi già conosce la versione originale dei Beatles), aumento vertiginoso delle pulsazioni, della ritmica, del fronte sonoro.
Finale fragoroso. Credo (e non sono l'unico a pensarlo) che l'interpretazione di Joe Cocker offre il pomeriggio del 17 Agosto è una delle cose per cui varrebbe la pena essere stati 'fisicamente' a Woodstock, in quel mare di fango, di giovani e di acidi. (...)
In questa situazione Cocker è passato alla storia della musica rock estremizzando il grido d'aiuto verso i propri amici: HELP!
I Beatles non l'avevano immaginato così, ma - ne sono certo - alla fine sono rimasto contenti lo stesso"
Così Walter Gatti conclude la sua 'cronaca'.

Per tutti gli anni '70, l'omone bluesman, ex idraulico di Sheffield, ha imperversato discograficamente e sui palchi di tutto il mondo, incarnando nella sua figura, potente ma anche vessata dagli abusi di alcool e droghe, e nel suo canto urlato, come un' invocazione, la richiesta vivente del desiderio ultimo di redenzione.
Negli anni '80, dopo un periodo di appannamento, fisiologico per chi è semplicemente interprete, ritrova un periodo di successo, ora però in un più comodo 'reparto pop', fino alla sua scomparsa nel 2014, a settant'anni, piagato da un tumore ai polmoni, forse una tragica eredità degli sballi giovanili. 
Negli ultimi anni, raccontava:
"Il successo mi ha disintegrato, gli anni 70 sono stati davvero oscuri, con eccessi di ogni tipo.
E' stato l'incontro con mia moglie Pam a salvarmi"

Insomma, è la storia di un'altra icona "spericolata" salvata da un'amicizia che ha raccolto il suo grido d'aiuto.

"Cosa penseresti se cantassi stonando?
Ti alzeresti e mi lasceresti da solo? 
Prestami ascolto e ti canterò una canzone
e cercherò di essere intonato.
Ci riesco con un piccolo aiuto dei miei amici.
Arrivo in alto
con un piccolo aiuto dei miei amici.

Cosa faccio quando il mio amore se ne va? 
(ti preoccupa essere da solo?)
Come mi sento alla fine della giornata?
(sei triste quando sei da solo?)
(Hai bisogno di qualcuno?)
Ho bisogno di qualcuno da  amare
Voglio qualcuno da amare."





domenica 11 ottobre 2020

Stella - Antonello Venditti

"L'aria è tersa questa sera, e allora usciamo all'aperto e inoltriamoci in una valle isolata per osservare il cielo con i nostri occhi disincantati di uomini del XXI secolo.
Che cosa vediamo?
Uno spettacolo che ci toglie il fiato.
Oggi, come migliaia di anni fa, la volta stellata ci emoziona e ci turba, ci sussurra la nostra piccolezza di fronte alla vastità di ciò che esiste: le stella di Orione, la luce di Aldebaran, i riflessi cristallini delle Pleiadi, ci uniscono a ogni generazione umana del passato.
La scena non è cambiata. Mai.
L'intera storia dell'uomo è come un battito di ciglia nella scala di tempo del firmamento.
Una generazione dopo l'altra, gli esseri umani hanno visto le stesse stelle brillare della medesima luce. (...) Le stelle non sono soltanto belle a vedersi, sono essenziali per la nostra vita.
E' commovente pensare che la sostanza di cui sono fatti i nostri occhi, i nostri nervi e le nostre ossa è stata generata in stelle come quelle che ora stiamo ammirando."

Questo è un brano tratto da "Il grande spettacolo del cielo", libro scritto da Marco Bersanelli, docente di Astronomia e Astrofisica presso l'Università degli Studi di Milano, autore di oltre trecento pubblicazioni specialistiche e divulgative, direttore scientifico di Euresis, associazione che negli anni ha organizzato miriadi di mostre didattiche.
E' uno scienziato praticante cattolico e la sua esperienza umana lo ha portato ad essere (dal 2012) nominato Presidente della Fondazione Sacro Cuore per l'Educazione dei Giovani, un importante liceo interdisciplinare alle porte di Milano.

E sempre, in questo libro, pensando al suo compito educativo quotidiano, Bersanelli, non dimentica la lezione sulle grandi domande della vita, che grandi poeti hanno tramandato alle generazioni future, proprio ammirando la volta celeste:
"Quando Leopardi cantava la Luna e le stelle, la sua illuminazione poetica conteneva anche una chiara consapevolezza della natura di quei corpi da un punto di vista scientifico.
L'inaudita vastità dell'universo che emergeva dalle osservazioni astronomiche del suo tempo entrava come una nota distintiva della sua poetica.
Il cosmo era per Leopardi il contesto nel quale si rispecchiava la domanda ultima dell'uomo, la sua esigenza di un significato esauriente per sè e per la realtà tutta.
Come documenta il celebre 'Canto notturno di un pastore errante dell'Asia':
'(...) E quando miro in cielo arder le stelle;
dico fra me pensando:
a che tante facelle?
che fa l'aria infinita, e quel profondo infinito seren?
che vuol dir questa solitudine immensa?
Ed io che sono?"

Non sappiamo se, a metà degli anni '80, stava ispirandosi a Leopardi, nello scrivere "Stella", però Antonello Venditti, fà di questa canzone una vera invocazione, una richiesta di senso, proprio partendo dalla visione in cielo delle stelle.
Con "Cuore", l'album che contiene il brano, il cantautore romano, dà alla sua carriera un sorta di "terza fase": dopo gli inizi molto legati alle atmosfere politiche e sociali del movimento studentesco, e dopo l'enorme successo del pop "Sotto il segno dei pesci", ora gli argomenti cantati, sono più intimi ( "Cuore" contiene l'hit "Ci vorrebbe un amico"), che lo porterà qualche anno dopo a 'bissare' con un'altra canzone slogan "In questo mondo di ladri".

Nonostante, queste diverse fasi artistiche, l'impronta autoriale di Venditti, rimarrà sempre pervasa da un anelito cristiano, ingenuo quanto volete, ma sincero:
"Il mio sogno è portare tutti a San Pietro, sotto la croce.
Quello che tanti concerti di solidarietà del mondo anglosassone non hanno mai fatto, uccidendo il lato spirituale della carità.
La carità è stata sommersa dalla solidarietà, ma la carità è qualcosa che dà a tutti, la solidarietà si dà invece solo ai giusti.
Per questo, io credo che la carità sia superiore alla solidarietà, perchè la carità ha la consapevolezza del dare, non importa quanto, è nel vedere negli altri Cristo, non solo un pezzo di pane"

Così, il cantautore romano scrive di suo pugno, nel libretto di presentazione della versione cd, di un suo classico live del 1992 : "Da San Siro a Samarcanda".
Chissà se è la stessa riflessione che lo porta ad invocare la sua "Stella"




      
 

 

giovedì 8 ottobre 2020

Anthem - Leonard Cohen

"So che desidero l'Infinito, che questo Infinito c'è perchè ho sempre nostalgia di Lui, come diceva Lagerkvist, ma ogni giorno afferro il particolare, vado dietro a questo o a quell'oggetto, che poi mi lascia insoddisfatto.
Questo è il destino dell'uomo, a meno che Dio non si degni di visitarlo, come scrive Wittgenstein nei suoi 'Diari':
'Hai bisogno di redenzione, altrimenti ti perdi (...) Deve, per così dire, filtrare una luce attraverso il solaio, il soffitto sotto cui lavoro e al di sopra del quale non voglio salire (...)
Questo tendere all'assoluto, che fa apparire troppo gretta ogni felicità terrena (...) mi appare come qualcosa di splendido, di sublime, ma io stesso punto il mio sguardo alle cose terrene: a meno che 'Dio' non mi visiti' ".

E' un brano del poderoso saggio "La bellezza disarmata", pubblicato nel 2015, da Julian Carron, presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione, che, come spiega in quarta di copertina, vuole essere "un invito ad aprirsi agli altri e a non irrigidirsi sulle proprie posizioni. Un' esortazione ai cristiani a entrare senza timore in un dialogo a tutto campo nello spazio pubblico e a verificare la capacità della fede di reggere davanti alle nuove sfide della nostra realtà".

Sfida raccolta dall'antropologo e filosofo basco Mikel Azurmendi.
Dichiaratamente laico e agnostico fino al giorno dell'incontro con la realtà di C.L.
Esperienza personale che racconta nel libro "L'abbraccio. Verso una cultura dell'incontro".
E in un'intervista il filosofo riprende lo spunto di Carron:
"Per me Wittgenstein (...) era una persona straordinaria (...) e ho trovato la citazione di Carron dei 'Diari': Che cosa vogliamo più della redenzione? Dov'è?
Ma Wittgenstein dice: siamo qui, seduti al nostro tavolino, riceviamo luce dal lucernario, tu lo guardi, è un segno dell'assoluto a cui vorrei salire, ma io sto concentrato sulle cose terrene. E qui mi fermo, a meno che non venga Dio e mi illumini.
Ho capito dove Wittgenstein non ha osato (...), nell'agnostico c'è sempre il timore di scoprire la verità.

Preferisce dire: 'Io non so, potrebbe essere,ma .... che la luce venga su di me!' (...)
Avrebbe potuto dire: 'E se salissi verso la luce? Perchè non salgo a sporgermi?'
Credo che sia quello che ho voluto fare io, salire al lucernario e guardare ... e ho visto voi"

E' una questione di sguardo, spiega Julian Carron:
"Il cieco nato non si schiera da subito con Gesù. Innanzitutto aderisce alla realtà, si schiera con il fatto, è leale con l'evento: 'Prima non ci vedevo, adesso ci vedo'. (...)
Il cieco guarito non è un invasato intransigente che vuole imporre la sua interpretazione, è l'unico che non calpesta il fatto (ora ci vede e questo è avvenuto per quell'uomo chiamato Gesù), un fatto che tutti gli altri vogliono negare per imporre la loro ideologia sull'evidenza della realtà"
(Giornata inizio d'anno, 26 Settembre 2020)

"C'è una crepa in ogni cosa e così entra la luce"
Queste parole, nella vita, non solo artistica, di Leonard Cohen, sono spesso risuonate, quasi come un inno, un timbro, un "marchio di fabbrica".
Fanno parte di un brano tra i più famosi, tra i più ispirati del poeta canadese: "Anthem", "Inno", appunto.
"La luce, è la capacità di riconciliare la tua esperienza, il tuo dolore, con ogni giorno che albeggia.
E' quella comprensione che va al di là del significato,che ti consente di vivere la vita e accettare i disastri , i dolori e le gioie che sono il nostro comune destino.
Ma ciò può accadere solo riconoscendo che c'è una crepa in ogni cosa.
Credo che tutte le altre visioni siano destinate a un pessimismo irreparabile"

Potremmo chiamarlo nichilismo.

Ci affascina sempre più Leonard Cohen, scomparso nel 2016, a ottantadue anni.
Un artista a tutto tondo, poeta e song writer, ha attraversato tutta la stagione della New York dei poeti della 'nouvelle vague', 'la beat generation' del Greenwich Village, fucina di giovani utopisti che nella musica trovavano un' occasione di riscatto sociale, in un mondo che stava rivoluzionando il quotidiano, non senza contraddizioni e disorientamenti, ma con al fondo un desiderio profondo di protagonismo positivo, recuperando e valorizzando le tradizioni musicali folk dell'America dei non integrati. 
Non è un caso che da lì esploderà il fenomeno Bob Dylan.

Cohen è già tra i più maturi e profondi: di origini ebree, i suoi testi, però attingono anche ai Vangeli.
La sua poetica ispirerà i nostri De Andrè e De Gregori, insieme naturalmente all'immancabile Dylan.

Negli anni ottanta vivrà in un monastero buddista all'interno della metropoli newyorchese, ritornando poi sulla scene una decina di anni dopo e pubblicando negli ultimi anni della sua vita una trilogia di album in cui medita sul senso del vivere fissando lo sguardo sul traguardo ultimo, affidandosi ad un oltre trascendente.

Nel 1992, anno di pubblicazione di "Anthem" afferma:
"La situazione difficile che stiamo vivendo, il futuro che non lascia speranze, sono solo scuse per abdicare le nostre responsabilità.
Noi abbiamo dimenticato il mito centrale della nostra cultura: la cacciata dall'Eden e tutto ciò che ne è derivato. Una conseguenza che ci costringe all'imperfezione (...)
Il nostro amore è imperfetto.
E peggio, c'è una crepa in ogni cosa (...) ma è proprio lì che la luce entra e permette la resurrezione, è lì che nasce il confronto con le cose che si rompono e il pentimento." 

Forse, quella crepa attraverso la quale passa la luce è come il lucernario di Wittgenstein, citato da Julian Carron e Mikel Azurmendi.
Forse a Cohen è mancato l'abbraccio decisivo in cui si è imbattuto il filosofo basco. Chissà ....
Noi lo ringraziamo per l'abbraccio delle sue canzoni.

"Cantavan gli uccelli al levar del dì
Ricomincia da capo li sentii dire
Non indugiare su quel che è stato o che ancora non è
Saranno le guerre combattute ancora
La sacra colomba verrà catturata ancora
comprata e venduta
e comprata ancora
la colomba mai libera non è.

Suonate la campane che possono ancora suonare.
Dimenticate la vostra offerta perfetta
c'è una crepa in ogni cosa
è così che entra la luce

Potete sommare le parti
ma non avrete il tutto.
Potete attaccare la marcia
non c'è il tamburo.
Ogni cuore, ogni cuore
verrà all'amore
ma come un fuggiasco

(...) C'è una crepa in ogni cosa
c'è una crepa in ogni cosa"


















  

martedì 6 ottobre 2020

Ti regalerò una rosa - Simone Cristicchi

"Ieri ho sofferto il dolore" di Alda Merini

"Ieri ho sofferto il dolore,
non sapevo che avesse una faccia sanguigna,
le labbra di metallo dure,
una mancanza netta di orizzonti.
Il dolore è senza domani,
è un muso di cavallo che blocca
i garretti possenti,
ma ieri sono caduta in basso,
le mie labbra si sono chiuse
e lo spavento è entrato nel mio petto
con un sibilo fondo
e le fontane hanno cessato di fiorire,
la loro tenera acqua
era soltanto un mare di dolore
in cui naufragavo dormendo,
ma anche allora avevo paura
degli angeli eterni.
Ma se sono così dolci e costanti,
perchè l'immobilità mi fa terrore?"

(da "La terra santa")

Alda Merini, nacque e morì nella storica zona dei Navigli milanesi ( tra quella che ora, per i residenti, è l'elegante prigione del "fuori salone" e la sregolata "movida" estiva)
Dalla sua nascita, nel 1931, già a sedici anni avverte uno strano malessere, prime ombre nella sua mente, che si confermano come un disturbo bipolare, che già sposata con figli,la porterà ad essere ricoverata nella clinica psichiatrica.
Nella sua vita logorata da un insieme altalenante di gioie e dolori, ha trovato modo di sfogarsi tappezzando la sua camera da letto ospedaliera di frasi, aforismi e riflessioni.
Il suo tormento esistenziale aumentò in quanto consapevole di non essere pazza, e quindi si ribellava quando era costretta a essere sottoposta all'elettroshock.
La sua condizione, non le fa perdere il contatto tormentato e non convenzionale con il trascendente. 
Dopo questa esperienza, tornata sui Navigli, vide la sua produzione poetica essere riconosciuta come testimonianza lucida sui sentimenti più profondi della condizione instabile delle persone "disturbate" e dei soprusi e delle crudeltà dei manicomi, che negavano il contatto con l'esterno.
Alda Merini, muore nella sua modesta casa il 1° novembre 2009.

2007: a sorpresa, il Festival di SanRemo viene vinto da Simone Cristicchi , autore e interprete di "Ti regalerò una rosa", uno struggente brano dedicato a chi il manicomio lo ha vissuto.
Fino ad allora Cristicchi, un Caparezza più gentile, era conosciuto per avere portato al successo un tipico tormentone estivo: "Vorrei cantare come Biagio Antonacci", ma la sua sensibilità umana lo aveva
già portato a calcare le scene con il suo spettacolo "Centro di igiene mentale", alternando canzoni e lettura di lettere confiscate ai pazienti che erano destinate ai loro parenti.

"Ho fatto esperienza di volontariato in un centro mentale di Roma. Avevo 19 anni e stavo intere giornate con gli ospiti.
Ho scoperto la realtà del manicomio e ho realizzato un documentario sulla loro vita quotidiana..
Ho trovato situazioni molto dignitose, dove le persone si sentono curate e coccolate.
Per contro ho visto anche situazioni in cui le stanze sono vuote e il malato circola per l'istituto come uno zombie."
E' lo stesso Cristicchi che racconta intervistato dal periodico "Vita", pochi giorni dopo dalla vittoria al Festival 
"La mia canzone racconta una storia legata al passato.
Però il giudizio di fondo, la critica che va fatta è contro l'abbandono e l'emarginazione in generale.
Più che un invito alla politica è un invito alla gente, ad avvicinarsi a questo problema.
Bisognerebbe continuare la strada della dignità, restituire a queste persone quel che è stato loro tolto,
nonostante spesso ci siano danni irreparabili.
Le persone che sono state 20,30,40 anni dentro un manicomio a volte non desiderano neanche parlare di questo passato così dolorosa.
C'è qualcuno che dice che il finale di canzone sia un suicidio, viri tutto sul negativo, ma io voglio essere un compagno di viaggio per queste persone e non dire cose a vanvera. (...)
Il "non esiste fine cura" non è un mio giudizio, ma un pregiudizio della società."

In un'altra intervista, sempre di quell'anno Cristicchi afferma:
"L'Antonio della canzone che sale sulla sedia, non vuole suicidarsi buttandosi nel vuoto, ma vuole provare a volare.
E' un volo di speranza e dignità"

Recentemente  Cristicchi ha pubblicato un libro, "Abbi cura di me", (altra canzone presentata con successo di critica  a SanRemo), in cui racconta che cosa ha vissuto in questi anni tra organizzazioni di cori di minatori con cui gira i teatri, ancora tra "i matti", realizzazioni teatrali sul genocidio istriano e la vicinanza alla Fraternità di Romena e di altre realtà spirituali.
Insomma tutto tranne adeguarsi allo "star sistem".
Nel libro viene raccontato l'incontro emozionante, nel 2007, proprio tra Alda Merini e Cristicchi.
La poetessa gli dedicò una poesia:

"Non piangere mai
su chi ha abbandonato la sua vita nei manicomi
L'hanno fatto spontaneamente
per non essere molestati.
E' gente che ha un'anima sola
e se perde quella muore.

Voi uomini avete più anime
e molte maschere sul vostro viso
Giocate su enormi teatri
e in enormi teatri del non senso.

Ma noi eravamo felici
di andare verso la morte
tragica soluzione di una vita
che non volevamo"



 





lunedì 5 ottobre 2020

Letter to you - Bruce Springsteen

" Mi porterai lassù dove meglio si respira, dove meglio si impara, dove più sicuramente si può sperare sulla bontà di Dio.
Ed io ti seguirò, con il cuore commosso, ti seguirò perchè mi hai tanto amato, perchè mi hai voluto sempre bene"
Pietro

E' una splendida e appassionata frase colta in una lettera, che, Pietro, un ragazzo da poco maggiorenne, scrive a Teresa, una ragazza di qualche anno più giovane di lui, dopo averla vista in chiesa e della quale si è innamorato.
E' il Natale del 1924. Siamo a Genzano di Roma, cittadina all'epoca di 9.000 abitanti, sulla strada che da Castel Gandolfo va a Velletri.
Queste note si leggono nella presentazione di un libro, "Lettere di amore vero. Così ci si amava al tempo dei nostri nonni" (ed. Ancora), in libreria all'inizio dell'ottobre 2020, autore Walter Muto, musicista e creatore di spettacoli musicali che da anni realizza per un pubblico che va dai 9 ai 90 anni.
Muto raccoglie un carteggio di ben 400 lettere che i due protagonisti si sono scambiati durante gli anni di fidanzamento, trascorsi quasi tutti a distanza per ragioni di lavoro del promesso sposo.

Scrive Muto:
"Rileggere oggi questa fitta corrispondenza fa entrare in contatto con una vita semplice, fatta di cose concrete e permeata continuamente dalla presenza del Signore Gesù, che accompagnerà i due giovani nel loro cammino verso il matrimonio. I due si sposeranno il 21 Settembre 1933, generando in seguito cinque figli. (...)
Queste lettere sono un'incredibile ricchezza, da far riaffiorare e da tenere presente nella nostra vita caotica di tutti i giorni, non per rimpiangere i bei tempi andati, ma per verificare un metodo.
Può l'uomo di oggi - nelle condizioni sociali, politiche, di comunicazione completamente mutate - imparare come fondare la sua vita sulla roccia, cioè sulla presenza del Signore?"

A migliaia di chilometri di distanza, dall'altra parte dell'Oceano Atlantico, c'è, sorprendentemente un'icona del rock mondiale, che forse, non così espressamente, arrivato sulla soglia dei settant'anni, da
qualche anno, si sta ponendo la stessa domanda.
"A questo punto della mia vita vivo ogni giorno con i morti.
Che siano mio padre, Clarence ( il suo grande amico sassofonista della sua band n.d.r.) e Danny (Federici, il tastierista n.d.r.) - tutti e due scomparsi in questi anni - quelle persone camminano al mio fianco.
Il loro spirito, la loro energia, la loro eco continua a risuonare nel mondo fisico.
Una bella parte della mia vita è ciò che è stato lasciato dai morti."

E' il recuperare la memoria della sua vita e dei rapporti di amicizia e amore, il percorso che Springsteen, sta comunicando a noi, a partire da un anno di recital a Broadway, dove ogni sera saliva sul palco a snocciolare ricordi famigliari e canzoni, accompagnato soltanto da chitarra e armonica, e concludendo ogni sera con la recita del Padre Nostro.
Poi è arrivato il cd concerto "Western stars", un percorso musicale immerso nel recupero della più classico 'song book' americano tra Burt Bacharach e Roy Orbison, un viaggio nella storia personale, una confessione in pubblico dei propri limiti e a chi affidarsi per superarli.
Un pellegrinaggio (lo dice lui stesso) verso una meta che trascende la carne, pur passando attraverso essa.

"Letter to you" (Lettera a te), canzone pubblicata alla fine di settembre 2020, sorprende, per il modo con cui viene immaginato il colloquio con la persona cara.
Non la mail, il messaggio whatsapp, facebook, e altre diavolerie tecnologiche, ma attraverso una semplice lettera, scritta a mano.
E' un altro passo in questo viaggio che il Boss, ha decisamente intrapreso nella sua riflessione sul crepuscolo dell'esistenza umana.
E il brano ha la stessa struttura musicale dell' epica di "Western stars", quasi la sua continuazione, con la potente macchina rock della E-Street Band al posto della grande orchestra classica.

God bless, Bruce!

"Sotto una folla di alberi ibridi
ho tirato quel fastidioso filo
Mi sono inginocchiato, ho afferrato la penna
e ho chinato la testa.
Ho cercato di evocare tutto ciò che  il mio cuore trova vero
e inviarlo nella mia lettera a te.

Cose che ho scoperto in tempi difficili e belli.
Le ho scritte tutte con inchiostro e sangue.
Scavato nel profondo della mia anima
e firmato il mio nome vero,
e te l'ho inviato a te.

Nella mia lettera a te
ho preso tutte le mie paure e i miei dubbi.
Nella mia lettera a te,
tutte le cose difficili che ho scoperto.
Nella mia lettera a te,
tutto quello che ho trovato vero,
e te l'ho spedito nella mia lettera.

Ho preso tutto il sole e la pioggia.
Tutta la mia felicità e tutto il mio dolore.
Le stelle oscure della sera e il cielo blu del mattino.
E te l'ho mandato nella mia lettera."




 

domenica 4 ottobre 2020

Henna - Lucio Dalla

da "Fratelli tutti. Sulla fraternità e l'amicizia sociale" Lettera enciclica di Papa Francesco

"Ogni guerra lascia il mondo peggiore di come lo ha trovato.
La guerra è un fallimento della politica e dell'umanità,una resa vergognosa, una sconfitta di fronte alle forze del male.
Non fermiamoci su discussioni teoriche,prendiamo contatto con le ferite, tocchiamo la carne di chi subisce i danni. Rivolgiamo lo sguardo a tanti civili massacrati come "danni collaterali".
Domandiamo alle vittime.
Prestiamo attenzione ai profughi, a quanti hanno subito le radiazioni atomiche o gli attacchi chimici, alle donne che hanno perso i figli, ai bambini mutilati o privati della loro infanzia.

Consideriamo la verità di queste vittime della violenza, guardiamo la realtà coi loro occhi e ascoltiamo i loro racconti col cuore aperto.
Così potremo riconoscere l'abisso del male nel cuore della guerra e non ci turberà il fatto che ci trattino come ingenui perchè abbiamo scelto la pace. (...)

Le diverse religioni, a partire dal riconoscimento del valore di ogni persona umana come creatura chiamata come creatura chiamata ad essere figlio o figlia di Dio, offrono un prezioso apporto per la costruzione della fraternità e per la difesa della giustizia nella società.
Il dialogo fra persone di religioni differenti non si fa solamente per diplomazia, cortesia o tolleranza.
Come hanno insegnato i Vescovi dell'India, 'l'obiettivo del dialogo è stabilire amicizia, pace, armonia e condividere valori ed esperienze morali e spirituali in uno spirito di verità e amore'.
Il fondamento unico.

E' un minuscolo stralcio dalla complessa enciclica sociale di Papa Francesco, pubblicata il 4 Ottobre 2020, proprio il giorno dedicato alla memoria della figura di San Francesco d'Assisi.
Un documento, che il Santo Padre offre alla riflessione del popolo cattolico, cristiano tutto, ai rappresentanti delle altre religioni e ai responsabili politici decisori di guerra, pace, giustizia sociale ed equità economica nel rispetto delle risorse naturali del Creato.

"E' la notte del 9 Dicembre 1993. Il cellulare squilla alle 0,35.
La mia casa è immersa nel sonno e nessuno risponde.
Alle 0,37 trilla il telefono normale accanto al letto: impossibile ignorarlo.
E' Lucio Dalla. Vuol farmi sentire il disco 'Henna'.
Frasi di circostanza assonnate e scoraggianti. Ma non per Dalla, che insiste. 
E' l'una quando il taxi rompe il silenzio della via. Dalla sale. (...)
Sapeva che 'Henna era un disco difficile e che la critica non l'avrebbe capito, e optò per una promozione domiciliare presso o critici.
A noi andò bene: dal collega dell''Avvenire' (era allora Massimo Bernardini  n.d.r) Dalla si presentò alle 6,40 del mattino."

Chi racconta l'episodio è il decano dei critici musicali italiani e giornalista storico del Corriere della Sera, Mario Luzzatto Fegiz, nel libro inserto del quotidiano, pubblicato pochi giorni dopo la scomparsa del cantautore bolognese nel 2012.

Ma perchè 'Henna' era così importante per Lucio Dalla?
"Credo che 'Henna' sia la miglior cosa che abbia mai scritto.
Il pezzo parte dal presupposto, che è quello di aver vissuto un momento altamente drammatico.
E' come se ci fosse stato uno scontro, neanche più solo  in termini politici, ma proprio come contrapposizione tra essere umani, violenta, come una mutazione che porta a bruciare i tempi.
Altrove è evidente, ma anche in Italia è un momento terribile.
Questa benedetta rivoluzione non può che provocare devastazioni"
(intervista a Repubblica, sempre nel 1993).
"Henna, si riferisce alla guerra civile in Bosnia, dove un soldato dice:'Adesso basta sangue, è il dolore che ci farà crescere. Chi aiuta è l'amore'
Tutte le volte che la canto, dico a chi mi ascolta che l' ho dedicata a papa Wojtyla.
Vorrei che l'uomo scoprisse che attraverso la tolleranza, il dialogo, il confronto, i problemi si possono risolvere, o perlomeno si possono discutere, soprattutto tra religioni.
Io sono cristiano ma non disprezzo chi crede diversamente da me, semmai mi incuriosisce.
Penso che a dividere il mondo nelle sua prospettive sia soprattutto il credere e il non credere"
(intervista ad Avvenire nel 2008)

"Tra l'altro tutte le guerre fanno schifo, sono orribili, orrende, quella in particolare, quella in Bosnia, perchè era una guerra fratricida, cioè, il fratello era obbligato ad uccidere il fratello.
Allora immaginavo che fosse possibile per un soldato rifiutare un comando del generale e dirgli 'no'.
Che per me è un diritto, anzi no, un dovere civile di ogni essere umano, quando gli comandano di fare una cosa sbagliata"
Sempre parole di Dalla, presentando il brano durante i suoi concerti. 

'Henna' è un brano speciale, sia nella sua struttura musicale, una specie di inno gregoriano moderno, inconsueto ma affascinante, sia nel testo: fotografia formidabile della realtà della guerra e della certezza ultima che l'amore, attraverso il dolore, sia la salvezza dell'uomo.




      

giovedì 1 ottobre 2020

Everybody hurts - R.E.M.

"C'è la violenza gratuita che domina le cronache, una violenza terribile, che fa riflettere. (...)
Sono tutti sintomi di una 'causa oscura', che ci divora dal di dentro, e proprio per questo ci rende sempre più inermi, incapaci di reazione, di risposta efficace: essa può così continuare il suo lavoro di distruzione nel profondo di noi, come un virus, indebolendo ancora di più un 'io' già abbastanza fiacco.

Qualcuno comincia ad avere il coraggio di chiamarla (tale 'causa oscura') con il suo nome: 'nichilismo',una 'specie di intimità con il nulla - scriveva di recente il vice direttore del 'Corriere della sera' Antonio Polito - (...) un vuoto a perdere'.
La paura profonda che ci assale con sempre più forza è il principale dei sintomi. (...)
Davanti a questa situazione ci troviamo a dover decidere tra il tentativo di colpire i sintomi, come chi cerca di risolvere il problema proponendo di gestire la paura, e l'impegno per andare all'origine di essi, per smascherarne la provenienza e contrastarne, quindi la potenza. (...)

E' una lotta tra l'essere e il nulla, tra il gusto del quotidiano e il vuoto che ci afferra dal di dentro.
Se non lo prendiamo di petto, saremo noi le prossime vittime, se non lo siamo già, di tale nichilismo dilagante."

Sabato 26 Settembre, dai pc di migliaia di persone, sono state queste le parole della riflessione pronunciata da Julian Carron, presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione, dal titolo "Vedi solo quello che ammiri", nella tradizionale 'Giornata d'inizio anno' del movimento ecclesiale di cui è attualmente massimo responsabile e guida.

"Non ho paura di esprimere le mie emozioni, ma ogni tanto si corre il rischio di apparire insulsi o sdolcinati. Non mi piace essere lagnoso nelle canzoni. E non mi piace essere mal interpretato.
Per esempio 'Everybody hurts' fu proprio un bel colpo, perchè avrebbe potuto facilmente essere considerata patetica, sdolcinata. languida e sciocca, ma per qualche motivo alla maggior parte delle persone non sembra così.
Non riesco a credere che sia la mia voce. E' purissima.
Questa canzone ha smesso immediatamente di appartenere a noi ed è diventata di tutti.
Se incidi una canzone che va oltre il momento in cui l'hai scritta, che diventa qualcosa che la gente tiene nel cuore, qualcosa che aiuta le persone nei momenti difficili ... che cosa puoi chiedere di più?"

Chi parla così è Michael Stipe, il front man dei R.E.M., band americana, portabandiera di un tipo di rock di difficile catalogazione, un sound particolare, in bilico tra malinconiche ballate acustiche, episodi elettrici e il puro mainstream d'alta classifica, in quel tempo (era il 1992) all'apice del loro successo mondiale, dopo anni di riconoscimenti solo all'interno del territorio statunitense.
Il loro nuovo album "Automatic for the people" doveva reggere al boom di vendite  di "Out of time", che conteneva l'hit "Losing my religion". Ci riuscirono con una produzione più intimistica e riflessiva dove appunto spicca la ballad "Everybody hurts".

Scritta dall'ex batterista del gruppo Bill Berry, che decise di lasciare nel 1997, per diventare agricoltore, anticipando di poco più di dieci anni lo scioglimento dell'intera band, la canzone è un inno contro il suicidio, che invita le persone, a quelle persone che credono di non avere più speranze, a cercare supporto e a non mollare.
E' proprio Berry, che intervistato da Giampaolo Mattei nel libro "Anima mia" confida:
"La fede fa parte integrante ed irrinunciabile della nostra vita. La religione ci interessa da sempre, così come il mistero della morte e tutto ciò che fa parte della vita dell'uomo come la disperazione, la paura e la speranza di un futuro migliore.
La nostra posizione religiosa è semplice: noi crediamo in Dio. Semplice, no?" 

Concludiamo con le parole di Julian Carron:
"Il Mistero, il destino si comunica all'uomo attraverso una carne, attraverso una realtà di tempo e di spazio, secondo una modalità fisica delle cose, secondo circostanze precise, che delle circostanze naturali mantengono tutta la fragilità e l'apparente futilità, come, per gli occhi dei farisei, erano Cristo, la sua famiglia, quel che faceva, quel che diceva.
Si chiama fede il riconoscere questo metodo, perchè si tratta dell'intelligenza dell'uomo che riconosce, nell'apparenza determinata, una presenza grande." 

"Quando il giorno è lungo e la notte è solo tua.
Quando sei sicuro di aver avuto abbastanza di questa vita, 
allora attendi un minuto.
Non lasciarti andare,
tutti piangono e tutti soffrono a volte.

A volte tutto è sbagliato, 
ora è il momento di cantare assieme.
Quando il tuo giorno è solo di notte, resisti
se senti la volontà di lasciarti andare, resisti
quando pensi di avere avuto abbastanza, resisti

Tutti soffrono
trova consolazione tra i tuoi amici
Se ti senti solo, no, no, no, non sei solo."








 
   

La sua figura - Giuni Russo & Franco Battiato

da "C'è speranza? Il fascino della scoperta" di Juliàn Carròn "Abbiamo trovato il Messia. E' la notizia che attravers...