domenica 31 gennaio 2021

Centro di gravità permanente - Franco Battiato

"L'uomo non solo ha smarrito il significato della propria esistenza, ma constata inoltre di essere incapace di realizzare la propria umanità.
L'uomo è impotente ad essere uomo.
Non ha legge ideale, non più una direttiva che sia disposto a seguire, un approdo sicuro. (...)
Del resto quella terribile constatazione di incapacità faceva anche scrivere a Kafka:
'Anch'io come chiunque altro ho in me dalla nascita un centro di gravità che neanche la più pazza educazione è riuscito a spostare.
Ce l'ho ancora questo centro di gravità, ma in un certo qual modo non c'è più il corpo relativo'

Quel 'centro di gravità' è ciò che chiamerei un'esigenza di significato unitario, ma è chiaro dall'acuta analisi di Kafka che 'un centro d gravità' senza 'un corpo relativo', cioè inoperoso, lo si sente infitto nel corpo come una 'palla di piombo', appesantisce anzichè far vivere un organismo: il cuore è come una pietra."
(da "La coscienza religiosa nell'uomo moderno" di Luigi Giussani)

"Bisognerebbe forse dire che ho cominciato per scherzo ... 
Non è che per conto mio abbia la necessità di esprimermi attraverso la canzone. (...)
Probabilmente la mia natura è quella del musicista modale, mi vedevo sempre in un'isola deserta e non mi veniva di cantare cose tipo 'Cerco un centro di gravità permanente' perchè è un linguaggio che usi solo in funzione d una comunicazione verso altre persone.
La svolta è nata per gioco.
Adesso ho voglia di comunicare ad una vasta platea, ma lo potevo fare solo alla mia maniera.
Di tradizionale c'è la struttura della canzone, ma la voglia di dire certe cose partiva da un presupposto di libertà, fino a costringere i testi a certi ritmi musicali."

E' il 1982 e Franco Battiato risponde alla curiosità giornalistica di Gino Castaldo, giornalista de "La Repubblica" che lo interrogava sul perchè improvvisamente, dopo aver passato anni producendo musica sperimentale e decisamente ostica per il grande pubblico, il musicista catanese si fosse buttato nell'agone della hit parade delle vendite, con la pubblicazione dell'album "La voce del padrone".

Strano personaggio Battiato: alla fine degli anni '60, giovanissimo, dalla Sicilia arriva a Milano e viene coinvolto come strumentista nel gruppo che supporta Gaber nel suo "Teatro Canzone".
Si mette a studiare la musica sperimentale colta del '900 e realizza per tutto il decennio dei '70 diversi lavori in cui la sperimentazione elettronica si interseca con soluzioni melodiche classiche.
Grande successo della critica specializzata, ma rimangono produzioni di "nicchia".
L'incontro con il violinista e compositore Giusto Pio e una attenta produzione dell'esperto Alberto Radius gli apriranno gli orizzonti del "mainstream", che lo porteranno a cantare davanti a Giovanni Paolo II.
Negli anni, accentuerà sempre più, sia nei testi che nelle abitudini personali il suo percorso esistenziale, mescolando in maniera profondamente sincretista spunti dal cristianesimo e varie discipline filosofiche e mistiche.
A Giampaolo Mattei nel libro di interviste "Anima mia" affermerà:
"Ho cominciato ad interessarmi al misticismo negli anni settanta.
Diventai un viaggiatore alla ricerca di altre culture religiose, mi stava stretta la società in cui vivevo, con quei valori piccoli come il buon posto, l'affermazione sociale, il successo. (...)
Ho scoperto il sufismo che è la corrente mistica dell'Islam."
Oggi vive nella sua casa di Catania, attorniato dall'affetto dei suoi familiari, dopo un paio di incidenti fisici, abbandonando perciò le scene, forse definitivamente.

Ma torniamo al 1982 e all'intervista con Castaldo:
"Abbiamo detto già prima che si parte da un gioco.
Però lo diciamo con le pinze, perchè, poi, in effetti, dentro queste canzoni ci metto anche delle parti mie molto serie.
C'è il gioco degli accostamenti, scarti e citazioni, e a volte sono per contrapposizione uno debole e uno fortissimo."

E così, "Centro di gravità permanente", questo geniale collage diventa un tormentone, solo apparentemente demenziale.
Scrive il giornalista Walter Gatti nel libro da lui curato "Cosa sarà. La ricerca del mistero nella canzone italiana":
"Cosa voleva dire Franco Battiato quando confessava di cercare un centro di gravità permanente? (...)
Ruotare attorno ad un certo ma che questo sia stabile, non oscillante, non modificabile, non soggetto alle voglie, agli umori, alle paure.
Lo dice con leggerezza, seguendo lo spirito ballerino dei tempi.
Lo dice come in un giro di valzer, anzi, come in un giro di twist.
Lo dice così bene che uno non se lo dimentica.
Un pò come una profezia.
Non a caso, in quei giorni, mentre la sua canzone era in testa alle classifiche, molti si chiedevano:
'Ma io ce l'ho un centro di gravità? Ed è permanente?"

E che, nonostante la scherzosità leggera e un pò demenziale della confezione musicale, "Centro di gravità" abbia intenzioni serie, lo conferma lo stesso Battiato in un colloquio, nel 1992, con Franco Pulcini, nel libro "Tecnica mista sul tappeto. Conversazioni autobiografiche":
"Il centro di gravità permanente è il grado di coscienza di sé. (...)
Quando diciamo che una persona è "fuori centro", che "non ha centro", diciamo che è "scentrata" (...)
Si tratta di un'idea di unità portata alle estreme conseguenze, contro la frammentarietà dell' essere (minuscolo) e per l'Essere Uno (maiuscolo).
Il centro perfetto - veramente difficile da raggiungere - è la possibilità di non avere dubbi su niente, perché tutto è chiaro.
Da quel punto si vede con chiarezza e precisione".




giovedì 28 gennaio 2021

Nowhere man / Help - The Beatles

da "Il brillìo degli occhi" di Julian Carron

"Più il nichilismo avanza e più diventa insopportabile vivere senza senso, più si fa sentire il desiderio indistruttibile di essere voluti bene, di essere amati.
E' quello che accade al 'figliol prodigo' di cu parla il Vangelo: quanto più si scende in basso, tanto più emerge sorprendentemente in lui la nostalgìa di suo padre.
Ma anche chi pensa di non avere un padre si accorge che il desiderio di essere amato persiste, irriducibile. (...)
Come vivere in questa situazione?
Da dove partire per riguadagnare la vita che rischiamo di perdere?
Questa domanda esprime un'urgenza esistenziale, è come una spina nella carne. (...)

Possiamo riconoscere il reale, a cominciare dal nostro disagio, e gridare la nostra sete di un significato
esauriente, di una soddisfazione totale.
Ma... è ragionevole gridare se, alla fine non c'è nulla? (...)
Ma l'esistenza del grido, della domanda, del desiderio, è la cosa meno scontata che ci sia. (...)
Ora, che cosa implica l'esistenza del grido?
Se c'è il grido, c'è la risposta.
Un'affermazione del genere ci risulta a volte difficile da capire e accettare. (...)
Essa (la risposta) non coincide con niente di ciò che posso afferrare, non so cos'è, ma so che c'è.
Altrimenti non vi sarebbe il grido, non ci spiegheremmo l'esistenza della domanda. 

Quando aboliamo la categoria della possibilità, che è la stoffa stessa della ragione, (...) significherebbe negare la domanda - che però c'è - ecco, è questa 'irrazionalità', questa 'disperazione', ciò da cui l'uomo contemporaneo, cioè ciascuno di noi, è fortemente tentato, per le difficoltà che trova lungo il cammino."

E' una citazione fortemente interlocutoria, questa, tratta dal recente saggio di Julian Carron, presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione.
Un pamphlet che è diventato un caso editoriale nell'estate del 2020, segnata dalla pandemia Covid-19.

"Quando questo brano fu pubblicato, stavo veramente chiedendo aiuto.
La maggior parte della gente pensa che sia solo una canzone rock veloce.
Io stesso mi sono reso conto solo in seguito che questa canzone era un grido d'aiuto.
A volte so essere molto positivo, ma so anche entrare in profonda depressione e in quei momenti mi butterei giù dalla finestra"

Per ammissione stessa di John Lennon, le sue composizioni nell'esperienza discografica dei Beatles, erano quelle più autobiografiche, rispetto ai brani composti da Paul Mc Cartney.
Dei quattro, Lennon era il personaggio più problematico, il più introverso, il più "politico", il meno accomodante, il più critico verso la sua condizione umana, anche se le sue domande sfociavano sempre in una negazione del trascendente, tanto da profetizzare la fine del cristianesimo rispetto al fenomeno rock.
Questa parabola esistenziale è esplicita in "Nowhere man" e "Help"
Anche se "Help" è stata composta prima, ci piace mantenere una diversa cronologia.
"Nowhere man" (L'uomo inesistente), brano incluso nell'album "Rubber soul", è una triste confessione
su ciò che stava vivendo: confuso tra la sua vita personale e il successo mondiale dei Beatles, sperduto nella sua nuova enorme casa, non più innamorato di Cynthia Powell, la sua prima moglie, stava perdendo il contatto della realtà attraverso l'uso di droga.
E' quasi un lamento funebre, desolato, che si ravviva solo grazie all'intervento della chitarra solista di George Harrison.

"E' proprio un uomo inesistente
seduto su una terra inesistente
a far progetti inesistenti che non sono destinati a nessuno.
Non ha un'opinione sua,
non sa dove va,
non assomiglia un pò a te e a me?

Uomo inesistente, per favore, ascolta,
tu non sai cosa perdi.
Uomo inesistente il mondo è ai tuoi piedi.
Ma l'Uomo inesistente è cieco
e vede solo quello che vuol vedere.
Non ha un'opinione sua,
non sa dove va,
non assomiglia un pò a te e a me?

Uomo inesistente non riesci proprio a vedermi?
Uomo inesistente non darti pena,
prenditela calma, non ti affrettare,
lascia perdere tutto,
fino a che qualcuno non ti darà una mano."

Già ... "Fino a che qualcuno non ti darà una mano"
Confessiamo di avere usato un artificio e avere spostato la frase, questa richiesta di aiuto, alla fine, anche se originalmente è posta a metà del brano.
Questo per agevolare il senso del nostro percorso, per approdare al secondo brano del post, a "Help".

Contenuta nell'album omonimo (colonna sonora di un film realizzato dallo stesso quartetto di Liverpool), è sempre del 1965, stesso anno di "Rubber soul", ma pubblicato qualche mese prima.
Anche "Help" è la documentazione musicale della vita reale di Lennon: esaurito mentalmente dopo un lungo periodo di tourneè alla conquista del mercato discografico americano, vittima di un malessere che sfocia nella separazione dalla moglie Cynthia, sposata un paio d'anni prima, dalla quale aveva già avuto un figlio, Julian.
La donna disapprova la vita dissipata sia sessualmente che nell'abuso di droghe del marito, ma non riesce ad imporsi. Inoltre il "beatle" subisce anche il lutto della morte della madre.
"Help" è il racconto di un uomo infelice.
Qui, però Lennon ha quasi un sussulto, riconosce di avere bisogno degli altri.

Scrive il giornalista Paolo Vites, in "Help, il grido del rock":
"Anche se inizialmente nessuno, specialmente i fan, si accorge del disperato grido di Lennon, questo brano è uno spartiacque nel mondo ancora innocente e spensierato della musica pop.
Come sta facendo Bob Dylan, dall'altra parte dell'oceano, in America, per la prima volta in una canzone di successo fa capolino il bisogno esistenziale dell'uomo."

In una intervista del 1981, cioè a pochi giorni dal suo assassinio, Lennon ammise:
"Fin da bambino mi sono sempre comportato da ribelle e ciò mi provocava una specie di risentimento, d'altro canto volevo essere amato e accettato.
Una parte di me vorrebbe essere accettata da ogni sfaccettatura della società, e non essere questo musicista fanfarone e stravagante.
Ma non posso essere ciò che non sono."

Rimane, così, tragicamente enigmatica la storia personale di John Lennon, e chissà come sarebbe la sua vita oggi se la sua stessa esistenza non fosse stata violentemente spezzata quell' otto dicembre 1981.
Ci rimangono le sue canzoni.

"Aiuto! Ho bisogno di qualcuno
Aiuto! Non di uno qualsiasi.
Aiuto! Tu sai che ho bisogno di qualcuno.
Aiuto!
Quand'ero più giovane, molto più giovane,
non avevo bisogno d'aiuto di nessuno:
ormai quel tempo è passato,
e io non sono più sicuro di me.
Ora scopro di aver cambiato idea,
di aver spalancato le porte.

La mia indipendenza si è trasformata in confusione.
So solo di aver bisogno di te come non mai.
Aiutami se puoi, sono a terra
e vorrei tanto averti vicino,
aiutami a tornare me stesso,
non vuoi per favore, per favore, aiutarmi?
Aiutami! Aiutami!






mercoledì 27 gennaio 2021

The wanderer - Johnny Cash & U2

"dal "Libro dell'Ecclesiaste"

"Io, Cohelet, sono stato re d'Israele a Gerusalemme, ed ho posto il mio cuore a ricercare e ad investigare con saggezza tutto ciò che vien fatto sotto il sole: è questa una occupazione molesta, che Dio ha dato ai figli dell'uomo perchè in essa si affatichino.
Ho veduto tutte le cose che si fanno sotto il sole, ed ecco il tutto è vanità e inutile affanno.
Ciò che è storto non si può raddrizzare e quel che manca non si può contare.

E pensavo in cuor mio e dicevo: 'Ecco, io ho acquistato una sapienza maggiore a tutti quelli che regnarono prima di me a Gerusalemme ed ho potuto conoscere molto intorno alla sapienza e alla scienza'.
Mi detti allora ad esaminare la sapienza e la scienza, la stoltezza e la pazzia e compresi che anche questo è un affaticarsi invano, perchè:
dov'è molta sapienza è molta molestia e chi accresce il sapere aumenta il dolore."

"Ho avuto molte figure paterne nella mia vita: l'elenco sarebbe lungo, ma ai primi posti ci sarebbe Johnny Cash, un grande uomo perchè capace di essere straordinario e comune allo stesso tempo.
Era una persona buona, ma standogli a fianco ti rendevi conto che aveva visto il deserto, cosa che lo rendeva ancora più unico.
Ora se n'è andato per sempre, seguendo l'amore della sua vita."

Parole di Bono Vox, leader degli U2, alla notizia della morte, il 12 Settembre 2003, della leggenda del country rock Johnny Cash, grande artista, uomo tormentato ma di una fede cristiana fatta carne nella propria vita, sfatto anche dalla morte della moglie, June, giusto quattro mesi prima.
Una donna che praticamente lo salvò dall'autodistruzione.

Nel 1989, Bono Vox degli U2, decide di scrivere una canzone che racconti la vicenda umana di Johnny Cash, dopo averlo incontrato nella sua casa, non lontano da Nashville, nella regione americana del Tennessee.
E lo spunto glielo suggerisce la lettura dell' Ecclesiaste, nell'episodio del "predicatore".
Un "libro", questo, biblico, piuttosto saccheggiato dai rocker angloamericani, forse per la forte immedesimazione con il protagonista del libro sacro, quel Cohelet, così pieno di tormenti e di domande sulla condizione umana.
E forse anche per la forte commistione culturale e storica tra il protestantesimo e il cattolicesimo che fa emergere maggiormente una rassegnazione al dolore umano nel primo, a scapito della fiducia in una redenzione da parte di un intervento del divino, che nel cattolicesimo è sempre presente.

Dice ancora Bono:
"Johnny Cash era un santo che preferiva la compagnia dei peccatori.
E' straordinario. Ho visto la Bibbia che leggeva.
Ho visto la sua vita da prospettive diverse, e mi è rimasta la sensazione di aver conosciuto una persona con la dignità di un'epoca a noi sconosciuta.
M sembra di leggere di Giacobbe o Mosè.
Era così lontano dal ventesimo secolo: era una figura mitologica.
L'ecclesiaste è uno dei miei libri preferiti: parla di un personaggio che vuole scoprire perchè è vivo, perchè è stato creato.
Tenta con la sapienza. Tenta con la ricchezza. Tenta con l'esperienza. Le prova tutte.
Ti affretti a leggere il libro per scoprire come mai, e alla fine l'autore ti dice: 'E' bene lavorare',
'Ricorda il tuo creatore'.
Per certi versi appare molto deludente.
Eppure non lo è! 
C'è qualcosa di Johnny Cash, lì dentro.
Ha una voce grandiosa che ama certe parole.
E io ho scritto quelle parole per lui"

Si, perchè Bono non si limita a citare la Bibbia, ma il testo ha precisi rimandi ad un racconto della scrittrice americana cattolica Flannery O'Connor (la cui opera letteraria è stata saccheggiata da altre rock star come Springsteen e Cave), dal titolo "La saggezza del sangue", in cui si racconta di un giovane predicatore che inventa un cristianesimo senza Cristo Crocifisso, la "Chiesa della Verità". Vuole dimostrare agli uomini che c'è bisogno di "un nuovo Gesù che sia tutto uomo, senza sangue da buttare via".
L'antitesi della vita di Cash, un uomo che ha testimoniato attraverso anche la sua musica, i dolori, le gioie, la tensione alla redenzione dopo l'abisso degli sbagli e del peccato che valgono per chiunque. 

"The wanderer" (Il vagabondo), verrà inserito nell'album degli U2 "Zooropa"

"Sono uscito camminando
Lungo le strade lastricate d'oro
Ho sollevato alcune pietre, 
visto pelle e ossa di una città senz'anima.
Sono uscito camminando sotto un cielo atomico
dove il terreno non si riesce ad arare.
E la pioggia brucia,
come le lacrime quando ti dissi addio.

Già, me ne andai con niente
se non il ricordo di te.
Vagabondai

Mi fermai fuor da una chiesa,
dove ai cittadini piace sedere:
loro dicono che vogliono il Regno,
ma non vogliono dentro Dio

Andai là fuori in cerca di esperienza
Per assaggiare e toccare,
e per provare tutto ciò
che ad un uomo riesce
prima di pentirsi.
Uscii in cerca di un uomo buono,
uno spirito che non si piegasse o spezzasse
che sedesse alla destra del suo padre.

Uscii camminando,
con una Bibbia e una pistola.
la parola di Dio pesava sul mio cuore:
era sicuro di essere il prediletto.
Ebbene, Gesù, non aspettarmi alzato.
Gesù, sarò presto a casa.
Sì, sono uscito a prendere i giornali,
le dissi, torno a mezzogiorno.

Sì, io partii senza nulla.
Già, me ne sono andato con il solo pensiero che anche tu ci saresti stato
Cercavo te,
andai vagabondando.





Per le interviste a Bono e per le notizie su questo brano ci siamo avvalsi della lettura di:
"U2. The name of love. Testi commentati"      Autore: Andrea Morandi
"Johnny Cash. La vita, l'amore e la fede di una leggenda americana"    Autore:  Steve Turner 

martedì 26 gennaio 2021

Il Carmelo di Echt - Giuni Russo

"Beati sono coloro che sono passati attraverso la grande tribolazione e hanno lavato le loro vesti rendendole candide con il sangue dell' Agnello" (Atti degli apostoli  7,14)"
"Tra questi uomini e queste donne beate salutiamo noi oggi con grande venerazione e profonda gioia una figlia del popolo ebreo, piena di saggezza  e forza.
Cresciuta alla dura scuola della tradizione del popolo d'Israele, distintasi per una vita trascorsa nella virtù e nell'abnegazione nel proprio ordine, dimostrò il suo animo eroico nel cammino verso il campo di concentramento.
Unita a Cristo crocifisso diede la sua vita per "la pace vera" e "per il popolo": Edith Stein, ebrea, filosofa, suora e martire"

Con queste parole Giovanni Paolo II, il 1° Maggio 1987, durante il viaggio apostolico nella Repubblica Federale di Germania, inizia l'omelia, allo Stadio di Koln - Mungersdorf, nel Rito di beatificazione di Suor Teresa Benedetta della Croce.

"Edith Stein morì nel campo di concentramento di Auschwitz, quale figlia del suo popolo martoriato.
Nonostante il suo trasferimento da Colonia al convento delle Carmelitane di Echt, trovò qui soltanto rifugio provvisorio, mentre cresceva l'ondata di persecuzioni contro gli ebrei.
Dopo aver occupato l'Olanda, i nazional socialisti diedero inizio immediatamente anche in quelle terre allo sterminio degli ebrei di cui all'inizio furono esclusi gli ebrei battezzati.
Ma quando i vescovi cattolici, in una lettera pastorale protestarono violentemente contro queste deportazioni i rappresentanti del potere si vendicarono portando allo sterminio anche gli ebrei di fede cattolica.
Così Suor Teresa Benedetta della Croce si presenta al martirio insieme con la sua amata sorella Rosa rifugiatasi anche lei nel Carmelo di Echt.
Nel lasciare il monastero Edith prende sua sorella per mano e dice soltanto: 'Vieni, andiamo, per il nostro popolo'. (...)
Ricevere il battesimo non significò in alcun modo per Edith Stein rompere con il popolo ebraico. (...)

Cari fratelli e sorelle, ci inchiniamo oggi insieme a tutta quanta la chiesa di fronte a questa grande donna che d'ora in poi potremo chiamare beata nella maestà del Signore; ci inchiniamo di fronte a questa grande figlia d'Israele, che in Cristo, il Redentore, ha scoperto la pienezza della sua fede e della sua missione verso il popolo di Dio."

Nel 1998, lo stesso Papa Wojtyla, canonizzò Suor Teresa Benedetta, e un anno dopo, attraverso una lettera 'Motu Proprio' la innalzò a compatrona dell'Europa insieme a Santa Brigida di Svezia e Santa Caterina da Siena.

"La storia di Edith Stein conferma che non sempre vivere nella solitudine e nel silenzio, come faceva lei nel Carmelo di Echt, significa essere staccati dagli altri.
Ha vissuto la morte come una martire, come una donna consacrata a Cristo.
C'è un grande significato nel suo sacrificio: all'interno del cristianesimo Edith si è ricongiunta al popolo ebraico.
Condannata da ebrea, ha vissuto la morte da cristiana"

Ecco un altro protagonista della canzone italiana d'autore, misconosciuto al grande pubblico, ma che è interessante da conoscere per la sua storia molto particolare: Juri Camisasca.
"Ho vissuto per undici anni in un monastero benedettino dell'Umbria dove, dopo un periodo da eremita sull'Etna. (...)
Prima di convertirmi al cristianesimo ero uno che seguivo Kerouac, Hendrix, la beat generation, l mito di Woodstock. Poi è accaduto un fatto concreto nella mia esistenza: l'incontro con Cristo che ha capovolto tutto. (...)"

Sono stralci di un'intervista di Camisasca, data a Giampaolo Mattei, nel suo fondamentale libro "Anima mia"
Una lunga intervista dove il musicista - monaco magnifica la vita monastica, che non gli ha evitato di continuare a coltivare l'antica amicizia con Franco Battiato, un'altra personalità artistica che in fatto di spiritualità, se pur in modalità altamente sincretista, è sempre stato sul 'pezzo', e con il quale ha collaborato in qualche brano, per esempio la splendida "Nomadi".
Juri Camisasca, è autore de "Il Carmelo di Echt", un brano dedicato ad Edith Stein, interpretato da lui stesso, da Battiato, ma portato al grande pubblico da Giuni Russo.

Famosissima per l'interpretazione di "Un' estate al mare", tormentone vacanziero del 1982, in cui mise lo zampino proprio Battiato, reduce dall'apoteosi discografica de "La voce del padrone"
Dotata di una voce particolarmente potente e versatile, non rimase imbrigliata nel genere da hit parade, ma si produsse in una produzione musicale spesso "alta", per niente "mainstream".
Dovuto anche al suo stile di vita, molto vicino all'esperienza religiosa monacale:

"Giuni era molto riservata, ma cercava l'essenziale. Per questo con santa Teresa si trovò: aveva spiritualità affine a quella del Carmelo, intensa, vera, aperta agli altri.
Nonchè femminile. E moderna.
Per lei la lezione della santa era l'amore per il Signore.
Ci accompagnava nei corsi spirituali e un giorno disse proprio: 'Sono innamorata di Gesù'.
Fu quell'amore che la sostenne nella malattia e nell'affrontare il trapasso"

Chi parla è Madre Emanuela della Madre di Dio, priora del Monastero delle Carmelitane Scalze di Milano, in una intervista del 2015, rilasciata ad Andrea Pedrinelli per il quotidiano "Avvenire".
Giuni Russo, era già scomparsa da undici anni a causa di una forma tumorale.
La cantante riposa sepolta nel cimitero del monastero, proprio per sua volontà.

E qui finisce il nostro viaggio tra umanità e santità, tra martiri e artisti, tra uomini e donne che hanno vissuto e vivono intensamente il proprio tempo.
Un viaggio, immaginiamo per molti sorprendente, partito dall'ascolto di una canzone.
Questo vuole essere "La stanza di Elvis"






lunedì 25 gennaio 2021

Turn, turn, turn - The Byrds

da "Il Libro dell'Ecclesiaste"

"Per tutto c'è un momento
e un tempo per ogni azione,
sotto il sole.
C'è un tempo per  nascere
e un tempo per morire.
Un tempo per piantare
e un tempo per sbarbare il piantato.

C'è un tempo per uccidere
e un tempo per curare.
Un tempo per demolire
e un tempo per costruire.
C'è un tempo per piangere
e un tempo per ridere,
un tempo per gemere
e un tempo per ballare.

C'è un tempo per gettare i sassi
e un tempo per raccoglierli.
Un tempo per abbracciare
e un tempo per astenersi dagli abbracci.
C'è un tempo per guadagnare
e un tempo per perdere.
Un tempo per serbare,
e un tempo per buttar via

C'è un tempo per stracciare
e un tempo per cucire
un tempo per tacere
e un tempo per parlare.
C'è un tempo per amare
e un tempo per odiare.
Un tempo per la guerra
e un tempo per la pace.
Che vantaggio ha l'uomo nel fare quello che fa?"

"Non leggo la Bibbia così spesso.
La sfoglio ogni tanto e sono stupito a volta dalla leggerezza e altre volte dalla saggezza.
Lo ritengo il più grande libro di folklore mai scritto.
E' la narrazione poetica di storie di persone.
Ho ricevuto una lettera dal mio editore che mi ha detto:
'Pete, non posso vendere queste canzoni di protesta che scrivi'
Ero arrabbiato. Mi sono seduto con un registratore e gli ho detto:
'Non posso scrivere le canzoni che vuoi.
Devi andare da qualcun altro. Questo è l'unico tipo di canzoni che so scrivere'
Ho tirato fuori questo foglietto di carta dalla tasca e ho improvvisato una melodia in quindici minuti.
E gliel'ho spedito.
Ho ricevuto la sua lettera la settimana successiva che diceva: 'Meraviglioso!'
nel giro di due mesi l'ha venduta ai Byrds.
Il disco dei Byrds mi piaceva moltissimo: tutte quelle chitarre d'acciaio, suonano come campane"

Quando si dice che Dio scrive dritto anche sulle righe storte.
Pur non avendo grande dimestichezza con la Bibbia, Pete Seeger, del quale abbiamo letto il suo racconto, trascrive su una sua composizione originale, l'intera sequenza del Libro dell'Ecclesiaste e la trasforma tra gli inni più famosi della contestazione pacifista degli anni '60 americani.
Seeger è stato, insieme a Woody Guthrie, l'artista capostipite del movimento musicale cresciuto all'ombra della comune "bohemien" del Greenwich Village a New York.
Accusato e osteggiato dalla propaganda maccartista come sovversivo socialista legato ai soviet comunisti,  era semplicemente un giovane artista che usava la musica popolare della tradizione americana per lanciare messaggi di pace universale, francamente troppo ingenui, in quei tempi di forti ideologie al potere, tempi di guerra fredda ma con l'incubo pressante del pericolo atomico, in cui le "sfumature" politiche non erano ammesse.
Nel 2007, a 88 anni, intervistato da Antonio Lodetti per il quotidiano "Il Giornale" il folksinger ammetterà: "Vorrei un mondo senza miliardari ma non tornerei più nel partito comunista.
Lenin disse: 'Abbiamo perso la rivoluzione del 1905 perchè non siamo stati abbastanza feroci' e così lui e Stalin hanno cambiato metodo.
Mi scuso di averli seguiti perchè erano brutali e la violenza non va bene in nessun caso.
Anch'io però in America sono stato perseguitato per le mie idee"

Seeger fu inoltre un ricercatore e divulgatore di musiche multietniche, tra le quali diverse di ispirazione religiosa. 
E' morto alla veneranda età di 94 anni nel 2014, in tempo per vedere il tributo fattogli da Bruce Springsteen: memorabili i concerti del Boss con la "Seeger session"!

"Turn turn turn", il brano in questione, viene composto e pubblicato alla fine degli anni '50, come semplice folk song, ma nel 1965, ne fanno una versione elettrica i Byrds che la inseriscono nel secondo album pubblicato in carriera.
The Byrds, sono stati uno dei tanti gruppi nati sull'onda del nuovo folk rock elettrico californiano, vessillo culturale degli studenti universitari.
Debuttano alla grande con una loro versione della dylaniana "Mr Tambourine man", nella loro formazione originale con Roger McGuinn leader ed un giovanissimo David Crosby nella band.
 
Seeger, al testo originale biblico aggiunge il ritornello 'Turn turn turn':
"Ogni cosa (gira gira gira)
ha una sua stagione
e c'è il giusto tempo 
per ogni proposito sotto il cielo"

Ed alla fine della canzone la frase:
"Giuro che non è troppo tardi"
riferendosi al tempo di pace.
La canzone diventa un grande successo, rimanendo per settimane in vetta alle charts americane e inglesi.





giovedì 21 gennaio 2021

Santa Lucia - Francesco De Gregori

"J.P. Sartre, dopo aver messo in scena un personaggio satanico che gioca a scimmiottare la conversione cristiana, gli fa confessare: 'Mostro o santo, me ne fregavo. Volevo solo essere inumano ... addio mostri, addio santi, addio orgoglio. Non ci sono che uomini'
Con più dolore e rabbia, H. Boll scrive: 'I cattolici sanno che cosa è un peccatore e sanno che cosa è un santo. Non sanno che cosa è un uomo.'
G.Bernanos, invece, assicura: 'I santi sono più umani tra gli uomini. Essi non hanno bisogno del sublime, se mai è il sublime che avrebbe bisogno di loro. (...)
Un eroe dà l'illusione di superare l'umanità, mentre il santo non la supera, la assume.
Si sforza di realizzarla nel miglior modo possibile, si sforza di avvicinarsi il più possibile al suo modello Gesù Cristo, cioè Colui che è stato perfettamente uomo'. (...)
'I tuoi santi - scriveva G.von Le Fort, in uno dei suoi 'Inni alla Chiesa' - sono come le acque nella china delle montagne che risalgono verso la Sorgente'

Si diventa santi non perchè si diventa 'migliori' in maniera sempre più eccezionale e sofisticata, ma perchè ci si 'converte' verso l'Origine (Cristo) in maniera che essa ci attiri a se con sempre maggior forza. (...)
Per leggere fruttuosamente il racconto della loro vita, è necessaria una cosa soltanto: essere 'uomini del desiderio' a un punto tale che ogni Grazia che sopraggiunge ci trovi umili e riconoscenti"

Così chiosa, dopo avere messo in fila una serie di citazioni letterarie, Antonio Sicari, nella presentazione del secondo volume della sua monumentale opera, edita a cavallo tra gli anni '80 e '90 da Jaca Book, "Ritratti di santi". 

"Mia madre, leggermente miope, quando cercava qualcosa per casa e non riusciva a trovarla, magari cercava per ore una cosa che stava sotto i suoi occhi, quando la trovava diceva: 'Santa Lucia, Santa Lucia, non l'avevo vista!', è un modo di dire, e la canzone scatta lì, uno che non trova cose evidenti.
Santa Lucia è la santa dei ciechi, lo sanno tutti, e questa è una canzone per quelli che non vedono.
Non capisco perchè debba vergognarmi di aver usato questa mediazione cattolica.
santa Lucia fa parte della mia cultura, mi ricorda le lezioni di catechismo.
Se le critiche sono rivolte al solo fatto che che si nomini una santa, io non me ne vergogno, non niente contro i santi.
Se mi viene di fare "Santa Lucia", la faccio perchè tutto sommato mi piace, esteticamente mi sta bene, i contenuti mi stanno bene.
Si può dire che faccio delle canzoni commissionate dal Papa:
la canzone in effetti è una preghiera"

E' parte di un'intervista rilasciata a Romano Giaccio, nel 1980, da Francesco De Gregori, riguardo al suo brano "Santa Lucia", contenuta nell'album "Buffalo Bill", pubblicato nel 1976, appena dopo "Rimmel" che per una serie di coincidenze storico/politiche venne definito "esempio di espressione di arte marxista" (molto probabilmente senza la condiscendenza dell'autore) e appena prima del processo in pubblico che il cantautore romano dovette subire da un gruppo di autoriduttori durante un concerto a Milano. Evento che lo traumatizzò, tanto da tenerlo lontano dalla musica live, a cui ritornò, grazie alle insistenze del collega amico Lucio Dalla, organizzando la leggendaria tourneè "Banana Republic". 

E' proprio dal grande artista bolognese che arriva il più commosso giudizio sulla canzone di De Gregori:
"La prima volta che ascoltai questo brano ero in macchina, stavo guidando.
Dovetti fermarmi, incantato: era troppo bella.
Dovetti accostare e ascoltarla con il cuore gonfio di meraviglia, sarei uno stronzo a dire che ho pianto, e siccome sono stronzo, vi dico che ho pianto!
Una canzone che mi schiantò, rimasi molto turbato, è una delle canzoni più belle di sempre.
Invidioso? Si, sono invidioso ...."

E' molto raro che tra colleghi ci si esprima in questi toni, ma l'umanità di Dalla è universalmente riconosciuta, tanto che, quasi come un ringraziamento postumo e discreto, caratteristico di De Gregori,
nelle ultime versioni del brano, in studio e del vivo, Francesco conclude "Santa Lucia" inserendo in coda la citazione dell'intro dalliano di "Come è profondo il mare"
Insomma, attraverso una bella canzone, l'occasione di testimoniare un bella storia di amicizia. 




martedì 19 gennaio 2021

Who wants to live forever - The Queen

da "Il Profeta" di Gibran Khalil Gibran

"E un astronomo domandò: 'Maestro che dici del Tempo?'
Ed egli rispose:
'Vorreste misurare il tempo che non ha misure, e non potete misurarlo. (...)
ma ciò che è eterno in voi, sa che la vita è eterna.
Oggi non è che il ricordo di ieri, e domani non è che il sogno di oggi.
E ciò che in voi è canto ed estasi dimora ancora nei confini dell'attimo primo, che nello spazio disseminò le stelle.
Chi di voi non sente che, pure illimitato, questo amore è chiuso nel centro dell'essere, e non oscilla da pensiero a pensiero, nè da amore ad amore?
Come l'amore, non è forse il tempo indivisibile e immoto?
Ma se credete di misurare con le stagioni il tempo, sappiate allora che le stagioni si cingono l'un con l'altra, e il presente abbraccia il passato con il ricordo, e, con la speranza, l'avvenire"

Insieme al "Siddharta" di Herman Hesse, "Il Profeta", con le dovute differenze, è il libro ispiratore di una certa cultura hippie, un movimento giovanile che dall'America del nord dilagò in tutto il mondo al seguito di un ingenuo ma sincero pacifismo preoccupato dall'incubo della guerra nucleare, incombente, nello strisciare della guerra fredda.
Come il "Siddartha", "Il Profeta" è un lavoro letterario scritto nella prima parte del '900, che ripubblicato negli anni '60, trovò nuovi lettori appassionati.
L'autore, Gibran Khalil Gibran, nato in Libano nel 1883, morto a New York nel 1931, cristiano
maronita, fu poeta, filosofo e pittore ed è considerato nei paesi arabi, un genio della sua epoca.
Riteneva "Il Profeta" la sua opera più personale, più intima:
"Credo di non essere mai stato senza sentire il Profeta, dentro di me, fin dal primo in cui ho concepito il libro laggiù sul Monte Libano".

Alla sua pubblicazione i commenti parlarono di "un ritmo maestoso simile all'Ecclesiaste", di "possente riserva di vita spirituale"
In una edizione italiana, nella sua introduzione, Carlo Bo, scrive di "poesia e profezia" e lo situa nell'alveo poetico di Claudel ed Ungaretti.
C'è chi lo accomuna, come struttura narrativa, a "Così parlò Zarathustra" di Nietzsche.
Innegabilmente, un libro composto da brevi sermoni, dove la cultura spirituale cristiana e quella araba sufi si confondono e si intrecciano in un ibrido senza tempo.

"In 'Highlander', l'eroe scopre alla sua prima battaglia che non può morire e sfortunatamente si innamora di questa ragazza, e tutti gli dicono che non è una buona idea che stiano insieme, perchè ad un certo punto lei invecchierà e morirà, lui no.
Ma, nonostante tutto lui decide così, sta con lei e quando lei sta per morire tra le sue braccia, dice a lui:
'Non ho mai capito perchè sei rimasto con me', e lui risponde: 'Ti vedo ancora  come la prima volta', 
ma lei è vecchia e sta morendo.
Questa storia mi ha molto commosso e ho scritto questa canzone intitolata:
'Who wants to live forever (when love must die) 'Chi cerca di vivere per sempre (quando l'amore deve morire)" 

Così raccontava nel 1986, cioè a ridosso dell'uscita sugli schermi del primo film della saga di "Highlander", Brian May, chitarrista dei Queen, ai quali era stata richiesta la realizzazione di una serie di brani come commento musicale al film. 
Ma le riflessioni di May, continuano, completandosi nel 2003:
"Adesso siamo in un'epoca totalmente differente, naturalmente.
La canzone è stata scritta, ma quello che è successo veramente è stato che siamo andati a vedere le prime stampe di 'Highlander' e quella è stata la nostra prima esperienza in ogni senso con il film - non avevo letto la sceneggiatura e credo che nessuno di noi l'avesse fatto - ed è stato molto commovente.
E' come se avesse aperto una cateratta dentro di me, avevo a che fare con diverse tragedie nella mia vita: la morte di mio padre, la crisi del mio matrimonio.
E' come se avessi sentito immediatamente 'Who wants to live forever' che mi risuonava in testa."

Non era la prima volta che ai Queen veniva proposta la realizzazione di colonne sonore: 
la prima fu per un kolossal fantascientifico "Flash Gordon".
Fu un flop al botteghino, e anche il loro commento musicale lasciò perplessi i critici.
Le canzoni scritte per "Highlander", contenute nell'album "A kind of magic", invece, traineranno il successo del film.
"Who wants to live forever", è un brano di ampio respiro melodico, scritto interamente da Brian May, e Freddy Mercury se ne appropriò totalmente, cantandola sempre con grande passione.
La storia ha voluto che anche l'ultima canzone dei Queen con Mercury, la canzone considerata il suo "testamento", "The show must go on", sia stata scritta anch'essa da May.

Così scrive Walter Gatti, esperto musicale, all'interno del libro da lui curato "Help. Il grido del rock", nell' approfondimento riguardante "Who wants to live forever":
"Quanto dura l'attesa? Quanto può durare il desiderio? E' accaduto qualcosa? Accadrà qualcosa?
Sul palcoscenico del rock, fatto di finzioni tragicomiche, Freddy Mercury ha interpretato la tremenda leggerezza dell'attore tragico, si è ritagliato dei momenti di lucida chiarezza - disperazione, che scivolavano un istante dopo nella risata del clown, nella forzuta esibizione del macho da circo, nello sberleffo del dominatore della platea.
Eppure certe frasi, rimangono. Come epitaffio. Come anelito. Come barlume.

Come afferma il Profeta di Gibran:
"Il presente abbraccia il passato con il ricordo, e, con la speranza, l'avvenire" 

"Non c'è tempo per noi.
Non c'è spazio per noi
Cos'è che costruisce i nostri sogni eppure ora scorre via?
Chi vuol vivere per sempre?

Non abbiamo scelta
il nostro destino è già stato deciso
Questo mondo ha un solo dolce momento 
messo da parte per noi.
Chi vuol vivere per sempre?
Chi desidera amare per sempre?
Quando l'amore deve morire.

Tocca le mie lacrime con le tue labbra.
Tocca il mio mondo con la punta delle tue dita
E potremo avere per sempre
E potremo amare per sempre
L'eternità è il nostro presente.

Chi vuol vivere per sempre?
L'eternità è il nostro presente ...
Ma in ogni caso, chi aspetta in eterno?"






















lunedì 18 gennaio 2021

Le tasche piene di sassi - Lorenzo "Jovanotti"

"Bisognerebbe dire ai nostri figli: io darei la vita per te, tu vali!
Tu devi fare la tua strada, perchè io faccia la mia.
I nostri figli hanno diritto a genitori felici o tristi, per un valore più grande delle loro stupidate o dei loro successi.
C'è una cosa grave che le mamme a volte fanno: è come se rovesciassero sui figli la responsabilità della loro felicità.
Ma qualsiasi psicologo vi dirà che un bambino di sei anni non può portare il peso della felicità della mamma.
Siccome non abbiamo nulla da pensare e consideriamo che lo scopo della vita sia dare un'educazione al figlio, ad ogni suo successo ci si ringalluzzisce e ad ogni suo insuccesso, sia un proprio insuccesso e ci si intristisce.
Facendo così, quel figlio verrà su storto!
Perchè lui ha bisogno di una mamma, che se lui sbaglia, stia in piedi.
Ha bisogno di un papà, che se lui fa una cazzata, stia in piedi.
Quindi, quando a 13 /14 anni vi combinano dei guai, vogliono sapere se possono diventare grandi:
allora legano una corda intorno al papà e la mamma e provano a tirare.
Se tirando sentono che la corda è debole, che al primo strappo la mamma e il papà van giù, loro sono morti, perchè, poi, a trent'anni sono ancora lì con la corda in mano, che non possono muoversi.
Se tirando, sentono che quei due lì non li schiodi, stanno su, possono lasciare la corda e andare a fare il loro tentativo giusto o sbagliato, si fanno del male, ma, con la coda dell'occhio (perchè non sono scemi) guardano i genitori e pensano: 'tanto mi riprendono, mi perdonano. Mia madre mi perdona, sta su, non crolla, allora io posso sbagliare, e divento grande'.

Noi tante volte facciamo esattamente il contrario: siamo lì che gli togliamo il respiro, perchè non sbaglino, perchè non si facciano male.
Una volta, in un tema, un bambino scrisse: 'Mia mamma mi vuole bene'. 
Non lava, o stira, o fa le sue cose ... no! 'Mi vuole bene'
E facendo l'analisi del testo scrisse: 'Mia mamma, ... mia: aggettivo ossessivo' ... un profeta!
In una mamma , i figli devono vedere che è contenta, che fa le cose come vuole lei, come vede lei, come vive lei : questo, nel tempo, diventa interessante, educa e trascina.
Per cui la domanda è su di noi, non su di loro."

Il grandissimo Franco Nembrini, bergamasco, figlio, padre, insegnante, educatore, superbo narratore in video e per iscritto di Dante e Pinocchio. Cattolico pirotecnico, umanamente cresciuto all'ombra del carisma di don Luigi Giussani.

"Quando ho cominciato a fare musica, uno degli intenti era far ridere la mia mamma, sapere che era orgogliosa di me, alleviarle un pò della sua fatica di dover tirare su quattro figli - e se ci penso adesso che lei non c'è più, questa cosa assume un senso ancora più profondo"

E' il Gennaio 2011, e a ridosso dell'uscita del suo nuovo lavoro, "Ora", Lorenzo Cherubini, in arte Jovanotti, rilascia questa intervista a "Vanity Fair":
"Da quando tre anni fa è morto Umberto, mio fratello (in un incidente aereo n.d.r.), mia mamma è morta un pò anche lei.
Qualcosa è crollato e io mi sono ritrovato ad avere a che fare con una mamma che non era più una mamma, ma un essere ferito, che non riusciva più nemmeno a piangere.
Ma adesso averla perso davvero, mi dà un dolore fisico.
Perchè anche se non era più lei, c'era fisicamente.
La andavo a trovare, l'abbracciavo - una cosa che non ho mai fatto da ragazzino - e lei odorava di mamma.
Negli ultimi tempi non parlava più, non apriva nemmeno più gli occhi, ma c'era!
E io adesso devo fare i conti col fatto che non c'è più ed è una cosa che non ho elaborato.
E la cosa più bella che è successa in questi ultimi tempi della sua vita è che lei e il babbo erano ritornati una coppia.
Per tanti anni sono stati il babbo e la mamma e basta, ma alla fine sono tornati ad essere loro due.
Quando la mamma è morta c'era solo lui lì con lei, come due fidanzati che erano stati.
Avrebbero festeggiato 50 anni di matrimonio qualche giorno dopo"

Un racconto familiare sorprendentemente tenero, questo, di Lorenzo.
Certo, gli anni passano per tutti, e avvicinandosi alla maturità, la figura pubblica di scavezzacollo e casinaro tutto "Gimme five!" ed "E' qui la festa!", lascia il posto ad atteggiamenti più riflessivi nella vita, che si riversano a cascata sulla stessa produzione musicale.
Già i primi segnali si avvertono con l'album "Lorenzo 1997, L'albero", nel cui titolo si riappropria del nome di battesimo. Poi, una manciata di lavori di conferma e in "Ora", definitivamente, Lorenzo, entra di diritto nel gotha dei cantautori pop italiani più ispirati.
E' come se, rimanendo fedele al suo stile personale, abbia imparato la lezione di chi lo ha preceduto, offrendo un caleidoscopio di musiche (spesso il risultato di un gruppo affiatato di autori) e testi (tutti suoi) diretti ad un pubblico di sensibilità ed età diverse tra loro, accontentandole tutte.

"Le tasche piene di sassi" è una bella istantanea di vita vissuta, nel ricordo della madre.
Un chiaro esempio di canzone d'autore.
A conferma di ciò, abbiamo scelto, una versione live, sempre del 2011, insieme alla Roma Sinfonietta Orchestra.





domenica 17 gennaio 2021

Se ci fosse un uomo - Giorgio Gaber

"Gente del mio tempo, perchè non sei in cammino?
perchè te ne stai seduta nelle tenebre che ricoprono la terra, nella nebbia fitta che avvolge i popoli?
Gente del mio tempo, quale male oscuro impigrisce il tuo pensiero, sfianca le energie, dissuade dal sognare?
Gente del mio tempo, quale sospetto ti rende diffidente?
Quali ossessioni ti rendono irrequieta?
Quali paure bloccano lo slancio?
Gente del mio tempo, chi ti ha convinta che quando c'è la salute c'è tutto, se per l'ossessione di custodire la salute ti privi di tutto?
Chi ti ha persuasa che la generosità sia un azzardo, che la compassione sia una debolezza, l'amore sia un pericolo, la promessa che s'impegna per sempre una imprudenza?
gente del mio tempo, perchè te ne stai a testa bassa a compiangere la tua situazione?

E voi sapienti, perchè non sapete dire la via, voi esperti di ogni sapere, perchè non siete in cammino?
Sembra che il virus, che stiamo combattendo e che cerchiamo con ogni mezzo di arginare, abbia seminato non solo malattia e morte, ma un male più oscuro, una paralisi dello spirito, una sospensione della vita, una confusione sul suo significato, uno scoraggiamento e un senso di impotenza"

Domande che vanno al fondo della questione (si diceva una volta) quelle rivolte all'assemblea raccolta nel Duomo di Milano, il 6 Gennaio 2021, festa dell'Epifania del Signore dall'Arcivescovo mons. Mario Delpini.
Domande radicali per capire lo "spaesamento" di una società di fronte al dramma della pandemia.
Domande che toccano l'anima e che dovrebbero provocare un moto di adesione, perlomeno per una presa di coscienza personale, indipendentemente dalla propria appartenenza alla fede religiosa.

"C'è ancora una cosa di cui voglio parlare.
Si tratta dell'ultima canzone: per me è importante, forse la più importante.
Credo infatti che riassuma in sè il senso di tutto il nostro lavoro.
E' stata l'ultima canzone che Giorgio ha cantato e mi piace pensare che il caso abbia voluto che fosse proprio questa a siglare un percorso che finisce qui.
Sto parlando di 'Se ci fosse un uomo'.
A dire la verità, a tutt'oggi io non ho certo le idee chiare su come potrebbe essere quest'uomo. (...)

'Se ci fosse un uomo' ipotizza la possibilità di un cambiamento vero della nostra precaria esistenza e la nascita di un individuo nuovo, vivo e vitale.
Ma in questa canzone non c'è solo la speranza di vedere ristabilita la centralità dell'uomo, dell'uomo nella sua essenza più profonda e vera, all'interno della sua stessa esistenza.
Qui, forse, per la prima volta, io e Giorgio ci siamo davvero permessi di affermare 'come' dovrebbe essere quest'uomo.
Con un'immagine un pò sognante abbiamo pensato così ad uno spazio vuoto, che deve ancora essere popolato.
La mia generazione non è stata capace di popolare quello spazio vuoto, e credo che neanche quella successiva possa ormai riuscirci."

Parole tra il disincanto e l'amarezza, queste di Sandro Luporini, storico inventore del Teatro Canzone insieme a Giorgo Gaber, tratte da un libro che tutti gli amanti di questa imprescindibile esperienza di "arte civile" dovrebbero avere sui propri scaffali: "G. Vi racconto Gaber" pubblicato nel 2013.
Giustamente il grande anarchico viareggino (classe 1930) elegge "Se ci fosse un uomo" come l'estrema sintesi di decenni di affondi musicali e letterari sulla vita sociale, culturale, politica e in ultima analisi, umana, della comunità italiana, denunciandone i limiti, ma sempre con una passione, e perchè no?, con una misericordia "laica" (forse un termine un pò abusato, scusate) unica nel panorama artistico tricolore.

"Siamo ancorati a terra dal peso delle nostre preoccupazioni, delle nostre angosce e dal voluminoso fardello di tanti valori divenuti irrimediabilmente logori.
Questo peso ci impedisce di volare verso una realtà più autentica, più nostra, e ci fa rinchiudere n noi stessi, nelle nostre case, nelle nostre famiglie." 
(Gaber, 1974)
"Il declino della coscienza lo si può riscontrare non solo nella politica, ma anche nella cultura, nel costume, fino ad arrivare ai rapporti personali.
Ideologia e coscienza sono termini inconciliabili, addirittura antitetici, e il mercato, con le sue regole e le sue costrizioni consumistiche, necessita, per imporsi, di una totale assenza di coscienza o, meglio ancora, di false coscienze"
(Gaber, 1999)
E' giunto il momento per ognuno di fare i conti con se stessi senza alibi, senza pietismi, senza giustificazioni.
Dico che basterebbe smettere una volta per tutte di sentirsi sempre delle brave persone, richiamandomi a quella cosa antica che una volta che una volta si chiamava 'esame di coscienza'.
C'è bisogno di rigore, uno dei temi fondamentali di tutti i miei spettacoli."
(Gaber, 1997)

E si potrebbe andare avanti all'infinito (a proposito le frasi di Gaber sono raccolte in un altro bel libretto "Quando parla Gaber" a cura di Guido Harari).
La coppia Gaber / Luporini sono stati i cronisti, a volte con una satira arguta e travolgente, altre volte con riflessioni profonde e puntuali, di un popolo in crisi di identità.
Pur non partendo da una appartenenza religiosa, ma disposti ad essere provocati ed a considerare questa ipotesi di "lavoro", disponibili ad un confronto nel reale, con una umanità riconosciuta da tutti quelli che li hanno incontrati.

"Se ci fosse un uomo" è veramente l'ultima canzone della parabola discografica dell'artista milanese
(è contenuta nell'album postumo "Io non mi sento italiano" del 2003): intenso e radicale, il testo, attualissimo, gira intorno ad una richiesta, che l'uomo popoli uno spazio vuoto, che lo possa far cambiare.

E Mons Delpini, se avesse davanti Gaber , come risponderebbe?
"Riconosciamo che abbiamo bisogno non solo della salute, ma della salvezza!
E Gesù è il Salvatore. (...)
Venite ad adorare il nostro Salvatore: non è un'idea, non è una dottrina, è presente, vivo, ci parla, ci chiama"

Grazie Luporini, grazie Gaber, grazie mons.Delpini










venerdì 15 gennaio 2021

Find my way - Paul Mc Cartney

"Il pomeriggio aspetto il bollettino della Protezione Civile.
Ormai non mi interesso di nient'altro.
Altri eventi continuano ad accadere nel mondo, sono importanti e le notizie li riportano, ma io non le guardo neppure.
il 24 febbraio gli infetti accertati nel nostro Paese erano 231.
Il giorno seguente sono saliti a 322, quello dopo ancora a 470; poi 655, 888, 1128.
Oggi in un primo marzo di pioggia, 1694.
Non è ciò che vorremmo.
E non è neppure ciò che ci aspettiamo. (...)
L'incremento dei casi, invece è sempre più grande. Sembra fuori controllo. (...)
La natura è per sua natura non-lineare: le epidemie non fanno eccezione. (...)
L'aumento dei casi diventa così 'un'esplosione', nei titoli dei giornali è 'preoccupante', 'drammatico', laddove era solo prevedibile.
E' questa distorsione di 'cosa è normale' a generare la paura."

E' un capitolo del diario redatto dallo scrittore, dottore in fisica Paolo Giordano, pubblicato nell'agile volumetto "Nel contagio", che raccoglie i pensieri di quei giorni iniziali nei quali la pandemia esplodeva, toccando la nostra quotidianità, travolta dalla paura.

"Il nemico con cui ci troviamo a combattere non è appena il Coronavirus, infatti, ma proprio la paura.
Una paura che sempre avvertiamo e che tuttavia esplode quando la realtà mette a nudo la nostra essenziale impotenza, prendendo in molti casi il sopravvento e facendoci a volte reagire in modo scomposto, portandoci a chiuderci, a disperare. (...)
Ma soccombere alla paura non è l'unica via. 
In momenti come questi viene allo scoperto il cammino di maturazione che ciascuno personalmente e insieme agli altri ha fatto, la coscienza di sè che ha guadagnato, la capacità o incapacità di affrontare la vita che si trova tra le mani. (...)
La crosta delle false sicurezze mostra le sue crepe."

E queste, invece, quasi come risposta a Paolo Giordano, sono le riflessioni di Julian Carron, sacerdote spagnolo, presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione, documentate nell'instant-book: "Il risveglio dell'umano", pubblicato proprio nei primi mesi del contagio.

"All'inizio del lockdown ero in studio per completare un paio di brani destinati ad un cortometraggio a cartoni animati. Dopo averli mandati al regista ho pensato che registrare sarebbe stato un buon modo per trascorrere il periodo di lockdown, nel quale ero in famiglia, con mia figlia Mary e i miei nipoti.
Sono stato molto fortunato"

Chi parla è veramente un uomo fortunato.
Fortunato, ma con una dote che lo ha reso famoso da molto più di mezzo secolo in tutto il mondo: Paul Mc Cartney.
L'ex Beatle, oggi molto vicino agli ottant'anni, anziano componente della borghesia inglese, non vuol sentir parlare di lasciare le scene del rock, e continua a sfornare canzoni, con alterni risultati, ma sempre con invidiabile passione e professionalità.

"Ad un certo punto mi sono accorto che avevo accumulato un pò di canzoni e mi sono chiesto cosa avrei potuto farne, e mi si è accesa una lampadina: continuo a cercare qualcosa che sia per me una novità. Quand'ero un ragazzo tutto quello che desideravo era attaccare una chitarra all'amplificatore e alzare il volume, e quel desiderio è ancora dentro di me"

Che cosa potevamo aspettarci da uno che insieme ai suoi compagni di band ha impresso un segno indelebile sulla strada del rock'n'roll del novecento?
Cercare anche nella solitudine, nella situazione imprevista, pur nell'agiatezza della sua condizione, di usare il suo talento, che, come accade a tutti gli artisti, serve a comunicare emozioni.
Così, come avvenne nel 1970, a ridosso dallo scioglimento dei Beatles, e poi nel 1980 a ridosso dallo scioglimento dei Wings (il gruppo che formò nel decennio dei 70), il baronetto alla fine del 2020 sforna un altro lavoro discografico in solitario, suonando tutti gli strumenti, dai plettri, alle tastiere, alla batteria, inanellando una serie di brani, non certo capolavori, ma di una freschezza inaspettata.

"E' stato davvero molto bello poter suonare, fare musica e mettere dentro i pensieri, le paure, le speranze e l'amore.
In un certo senso devo ammettere che mi ha salvato per i mesi che ci sono voluti per realizzarlo"

Ed ecco "Find my way" (Trovando la mia strada), in cui, accompagnati da un 'rockettino' pimpante e brioso, i pensieri di Paul Mc Cartney, si fanno seri, cercando una risposta alla paura, nell'affrontare la nuova situazione.
Così, come gli sono venuti, senza tante pretese.

"Bene, posso trovare la mia strada
Distinguo la mia sinistra dalla destra
Conosco la mia strada
Cammino verso la luce
Non mi perdo di notte.

Non lo sei mai stato
spaventato dai giorni come questi.
Ma ora sei sopraffatto
dalle tue ansie.
Lascia che ti aiuti
Lascia che io ti faccia da guida
Posso aiutarti a raggiungere
l'amore che senti dentro"





mercoledì 13 gennaio 2021

Poca voglia di fare il soldato - Ivano Fossati

da "Fratelli tutti" Lettera Enciclica di Papa Francesco

"L'inganno è nel cuore dell'uomo, la gioia invece è di chi promuove la pace. (...)
Come diceva San Giovanni XVIII, 'riesce quasi impossibile pensare che nell'era atomica la guerra possa essere utilizzata come strumento di giustizia'
Lo affermava in un periodo di forte tensione internazionale, così diede voce al grande anelito alla pace che si diffondeva ai tempi della guerra fredda. (...)
Invece si cedette alla ricerca di interessi particolari senza farsi carico del bene comune universale.
Così si è fatto di nuovo strada l'ingannevole fantasma della guerra.
Ogni guerra lascia il mondo peggiore di come lo ha trovato.
La guerra è un fallimento della politica e dell'umanità, una resa vergognosa, una sconfitta di fronte alle forze del male.
Non fermiamoci su discussioni teoretiche, prendiamo contatto con le ferite, tocchiamo la carne di chi subisce danni. (...)
Consideriamo la verità di queste vittime della violenza, guardiamo la realtà con i loro occhi e ascoltiamo i loro racconti con cuore aperto.
Così potremo riconoscere l'abisso del male nel cuore della guerra e non ci turberà il fatto che ci trattino come ingenui perchè abbiamo scelto la pace."

E' un brano di "Fratelli tutti" la lunga e complessa enciclica sociale che Papa Francesco ha offerto al mondo intero, come riflessione sulle situazioni di ingiustizia che attanagliano al realtà umana, indicando le possibili soluzioni partendo dall'annuncio del messaggio cristiano operante nel popolo cristiano.

"Oggi si arriva a dimenticare persino la guerra, ogni guerra!
Non vorrei che, una volta superati gli orrori, tutto si riduca a un cumulo di conti e numeri.
Trovo scandaloso che qualcuno si chieda quanto è costatano le guerre, quasi come se si parlasse dell' Olimpiade. E' agghiacciante!"

Risponde così Ivano Fossati a Giampaolo Mattei nel bel libro di interviste (citato più volte in queste "stanze") "Anima mia".
E' il 1998, e il cantautore genovese riflette soprattutto sulla guerra dei Balcani, teatro di genocidi e pulizie etniche e religiose, risolta soltanto con un discutibile intervento armato da parte della Nato.

Ivano Fossati, lunga esperienza nella discografia italiana, inizia la sua carriera all'inizio degli anni '70, sotto il segno del prog-rock nostrano nel gruppo dei Delirium, importando il folklore hippy di matrice americana intriso di pseudo misticismo in salsa new-age, mediandolo con la cultura cristiana dell'epoca.

La sua parabola artistica matura negli anni in maniera esponenziale diventando uno degli autori meno banali e più apprezzati da pubblico e critica.
E mentre offre piccoli gioielli musicali a diverse interpreti della scena pop (Mannoia, Bertè, Mia Martini), e mentre realizza prestigiose collaborazioni con De Andrè, De Gregori e Mina, si costruisce un repertorio cantautorale ai massimi livelli e di sopraffina qualità, sia grazie a soluzioni armoniche accattivanti, sia ai testi intensi e profondi.
Argomenti più volte toccati sono il dramma delle emigrazioni (in tempi non sospetti) e una sensibilità contro ogni guerra:
"Poca voglia di fare il soldato", se da un lato rimanda ai 'Lieder' alla 'Plaisir d'amour', dall'altro è una voluta ricostruzione dei moduli di certe canzoni popolari d'inizio secolo o del periodo fra le due guerre.
Un titolo per tutti: 'Il testamento del capitano'.
C'era in quegli anni, un modo di scrivere particolare ma nitido:
un testo semplice e chiaro, una musica semplice e chiara"
Riflessioni di Fossati rilasciate a Massimo Cotto nel volume "Di acqua e di respiro"

"Poca voglia di fare il soldato" viene pubblicata nell'album "Lindbergh", anno 1992, ed è una composizione originale che fa il paio, nello stesso ellepì, con una versione de "ll disertore" un classico inno pacifista di Boris Vian, che Fossati, spesso inserisce nella scaletta dei suoi concerti.

"Oggi sono un uomo che cerca di gettare lo sguardo sopra l'orizzonte e non più sotto.
E che, guardando fuori e più lontano, vive la sensazione piacevole di essere condiviso da quelli lo ascoltano"





martedì 12 gennaio 2021

Teach your children - Crosby, Stills & Nash

"Un incontro è la sola risposta concreta al problema dell' educazione.
Dobbiamo quindi concentrarci su noi stessi, sul nostro cammino verso la certezza della fede, perchè questo è l'unico modo per offrire un contributo anche agli altri.
Nel corso dei secoli, molte famiglie hanno comunicato questa certezza senza avere un grande bagaglio di conoscenze intellettuali. (...)
Solo una presenza può vincere la paura.
Lo vediamo in un bambino piccolo: entra in una stanza buia ed è spaventato, ma se gli dai la mano la può attraversare senza paura.
Non c'è teoria che possa sostituire questo tipo di esperienza.
L'educazione è una comunicazione di me stesso, cioè del modo in cui concepisco e tratto la realtà.

Confondere i giovani con una proposta complicata invece di offrire l'essenziale è una tentazione cui noi adulti possiamo sempre cedere.
Invece la nostra capacità di educare cresce se riusciamo a identificare alcune cose elementari da proporre, invitando i ragazzi ad aderirvi con fedeltà e a fare attenzione a quello che succede.
Perchè è solo lentamente, lentamente, lentamente, che un ragazzo arriva a capire.
Se noi siamo semplici, elementari nella nostra comunicazione, possiamo favorire il realizzarsi di un'esperienza, aiutando i ragazzi a capire quello che c'è dentro ogni proposta che facciamo loro. (...)
Questo non è da ingenui, è piuttosto l'unico modo realistico per educare."
(da "Educazione. Comunicazione di sè" di Julian Carron)

"Ho scritto 'Teach your children' perchè abbiamo molto da insegnare ai ragazzi e credo che come genitori abbiamo molto da imparare da loro.
E' una canzone che esprime un concetto universale: il mio pubblico la canta ancora e anche i giovanissimi la ascoltano con interesse.
Ci sono mille canzoni che sono lo specchio di un'epoca e anche alcune delle mie lo sono state.
Puoi cambiare il mondo in tanti modi: incoraggiando i bambini a leggere, avendo cura della tua famiglia e dei tuoi amici,
Puoi cambiare il mondo in un milione di modi.
Credo nel profondo del mio cuore che il gesto più piccolo possa cambiare il mondo."

Parole di un sereno e tranquillo musicista settantenne raccolte da Andrea Silenzi per "La Repubblica" nel 2018 e da Antonio Lodetti per "Jam" nel 2010.
Così si presenta Graham Nash, una colonna del country rock californiano che negli epocali anni della rivoluzione generazionale hippie, ha composto inni che sono rimasti nella leggenda della cultura musicale americana, tra cui "Chicago", "Marrakesh Express", "Our house". 
Origini inglesi, dopo i primi passi nell'era beat con gli "Hollies", varca l'oceano e insieme a David Crosby, Stephen Stills, e per un tratto di strada, Neil Young, forma un gruppo acclamato di solisti, che firmeranno la colonna sonora di quegli anni turbolenti della contestazione alla guerra in Vietnam, protestando contro una società ingessata dal formalismo moralista e piena di contraddizioni, aggiungendone però di nuove, nel cercare di superarla.

Vive, insieme a tanti suoi colleghi, l'esperienza di Woodstock:
"A Woodstock non si fece politica in senso stretto, ma ci sono stati momenti in cui, tutti insieme, abbiamo creduto di cambiare il mondo, e forse in parte l'abbiamo fatto.
Grazie a noi, sono caduti molti tabù.
Milioni di giovani hanno imparato a stare insieme, a pensare con la loro testa, a combattere contro le costrizioni dell'establishment, contro la repressione.
Abbiamo imparato tutti ad essere più liberi.
A quei tempi, insomma, il mondo cominciò a cambiare"
(cit. Lodetti, "Jam")

Forse un quadretto un pò troppo agiografico:

"America, fine anni '60, una nazione spaccata in due.
Da una parte i giovani, dall'altra i loro genitori.
Una generazione di hippie, che, sulla spinta di 'pace & amore', si troverà a scavalcare i valori tradizionali, sperimentando (con risultati che si riveleranno molto spesso fallimentari) attraverso la droga e l'amore libero, un nuovo stile di vita.
Uno stile di vita che, ovviamente, i genitori non capiscono nè possono accettare"
Puntualizza da par suo, nelle pagine di "Help, il grido del rock" uno dei più grandi cronisti musicali italiani, Paolo Vites.

Nash compone "Teach your children" nel 1970.
Il brano è un accorato richiamo a genitori e figli ad assumersi le proprie responsabilità, nella consapevolezza che il figlio, alla fine, non appartenga ai suoi genitori.
E' un avvertimento anche ai giovani che la libertà conquistata, debba avere un metodo, affinchè l'utopia, che spesso degenera in violenta intolleranza, non vinca sulla giusta esperienza di vita.
C'è una prima parte dedicata ai genitori:

"Voi che siete sulla strada
dovete avere un codice a cui conformarvi
per poter diventare voi stessi,
perchè il passato è solo un arrivederci.
Insegnate bene ai vostri figli
che l'inferno dei loro padri
scivolerà via.
E nutriteli dei vostri sogni,
quelli che sceglieranno.
Non chiedete mai loro perchè.
Se ve lo dicessero, voi piangereste.
Così, guardateli e sospirate,
e sappiate che loro vi vogliono bene."

Ma toccherà poi ai figli, diventare a loro volta padri e madri, e intraprendere la ricerca, che è universale, del significato ultimo dell'esistenza.

"E voi, dell'età giovane,
non potete conoscere le paure
in cui sono cresciuti i vostri genitori.
E allora, per favore, aiutateli con la vostra gioventù,
loro cercano la verità,
prima di morire.
Insegnate ai vostri genitori
che l'inferno dei loro figli, presto passerà,
e nutriteli dei vostri sogni.
Quelli che sceglieranno,
non chiedete mai loro perchè.
Se ve lo dicessero, voi piangereste.
Così guardateli e sospirate,
e sappiate che loro vi vogliono bene" 





 















































lunedì 11 gennaio 2021

Io vagabondo - I Nomadi

da "Generare tracce nella storia del mondo" di Luigi Giussani  (a cura di Stefano Alberto e Javier Prades)

"Dio si rivela alla sua creatura nel tempo e nello spazio, perciò in termini umanamente comprensibili.
Il Suo Mistero, come Mistero, viene irresistibilmente comunicato all'uomo. (...)
Queste circostanze implicano un luogo in cui Dio chiede all'uomo che tutto sia incentrato e si operi come segno del rapporto Suo con l'uomo e dell'uomo con Lui, e sia totalmente funzione della volontà di
Dio nella storia.
Questo luogo si chiama biblicamente 'dimora', 'casa', 'tempio'. (...)

Una dimora è come il coagularsi della compagnia, della comunità, della carità, in una dimensione reale, quotidiana, di spazio.
E' da questa casa che tutto parte, tutto può iniziare in modo nuovo, tutto viene incrementato, ordinato, rafforzato, intenerito.
Tutto diventa amore: diventa possibile oggetto d'amore chi si incontra per strada, chi si incontra per caso sul pianerottolo, colui con il quale ci si urta in metropolitana, e perfino la gente con cui si condivide quel posto e quel gesto per troppi senza senso che è il lavoro. (...)

La grande dimora della Chiesa si incarna, si realizza in termini capillari, per cui essa diventa presente in ogni luogo, prescelto dal disegno di Dio.
La grande dimora della Chiesa si realizza infatti dentro le case, le dimore, che indicano il condensarsi, il coagularsi della sua vita in una dimensione quotidiana di spazio e di tempo"

Anno 1972
La coppia di autori Dattoli/Salerno scrive per i Nomadi una canzone che diventerà un inno per quella generazione erede della cultura un pò hippy e un pò sessantottina che vedeva nella rottura dei legami borghesi l'imprinting della propria vita.
"Io vagabondo" cantato con passione dalla potente e carismatica voce del cantante del gruppo Augusto Daolio, è in salsa molto 'pop italiano', lo specchio di una gioventù che confusamente cercava una ragione di vita al di fuori dei comodi e scontati legami che la società formalmente paternalistica offriva nel mondo uscito da pochi lustri dalla Seconda Guerra Mondiale.
Un movimento giovanile che fin dagli Stati Uniti, impelagati nelle sabbia mobili della guerra in Vietnam, univa politica pacifista e musica, nell'illusione che il mondo nuovo, la New Age, potesse nascere con il rifiuto della realtà, in un paradiso "tossico".
Ma le reminiscenze dell'educazione cristiana, in quella generazione, erano ancora forti, e non le si potevano abbandonare tanto facilmente; la ricerca di un "luogo" di crescita e di desiderio di un bene più grande, ancora vivo, in mezzo a mille contraddizioni.
 
Come scrive il giornalista musicale Walter Gatti, nel libro da lui curato "Cosa sarà. La ricerca del Mistero nella canzone italiana":
"Il vagabondo dei Nomadi è un bimbo che non sa cosa c'è dietro il diventare adulto, ma per fortuna (è qui il bello) tutta la vita è segnata da due cose: dalla voglia di un ritorno e da una protezione.
Tutta la canzone è giocata attorno a questi due segni, la 'casa' (Chissà dov'era casa mia) e il 'lassù' (Ma lassù mi è rimasto Dio).
Luoghi a cui, di solito, si appartiene, luoghi a cui si rimane legati (...)"
E continua Gatti:
"A Praga, nel 1990, gironzolando per il centro della capitale ceca in cerca di vecchie birrerie, dove mangiare zuppe, patate e salsicce, Augusto mi disse: 
"Ne abbiamo cantate tante di canzoni, ma questa è quella in cui mi riconosco di più: andare sempre, camminare senza sosta"

Mitica è la striscia di successi dei Nomadi, legata alla voce di Daolio, che morirà stroncato da un tumore ai polmoni nel 1992.
Capitale per la loro carriera, la collaborazione con Guccini, che già dalla fine degli anni '60, in bilico tra la produzione soltanto autoriale (firmata con uno pseudonimo) e l'interpretazione personale, offrirà al gruppo, allora esordiente, una manciata di canzoni simbolo dei giovani di quegli anni: "Noi non ci saremo", "Per fare un uomo", "Canzone per un'amica" ma soprattutto "Dio è morto".
Dopo la scomparsa di Daolio, si sono alternati altri cantanti, ma il "brand" Nomadi, ben gestito da un altro fondatore del gruppo, Beppe Carletti, è vivo e vegeto, ed è accompagnato da un popolo, una "tribù" di migliaia di fan di ogni età:

"Penso che il desiderio di molti ragazzi sia quello di prendere uno zaino e girare il mondo.
Quando fai una scelta così radicale ti accorgi che qui sulla terra non ti rimane nessuno, ma lassù c'è sempre Dio. Questo è il senso della canzone.
Ogni volta che suoniamo "Io vagabondo" vedo che i ragazzi cantano con noi e credono in quello che diciamo.
Come in "Dio è morto", anche in "Io vagabondo" c'è sempre un grande messaggio di speranza."
Così Carletti risponde a Giampaolo Mattei nel libro "Anima mia"

Li vediamo, I Nomadi, cantare "Io vagabondo" durante i concerti tenuti nel 2007 accompagnati dalla "Omnia Symphony Orchestra".
La voce è quella di Danilo Sacco. 




A Stefano, dopo tanta attesa ...

Peppino - Antonello Venditti

"Viviamo in un tempo di eclisse della figura paterna.
O perlomeno di debolezza della sua espressione. Il padre è colui che conduce il piccolo verso la vita.
Tenendolo per mano, gli assicura che le difficoltà e le contrarietà possono essere affrontate e infine vinte. (...)
Quanto è importante un padre che non si sostituisce alla libertà dei figli, ma che li tiene d'occhio, da vicino e da lontano!
Quanto è importante un padre che gioca con i suoi bambini, quando sono piccoli, (...) si preoccupa che abbiano amici veri, con cui giocare, con cui litigare, per poi imparare a perdonare!

Naturalmente non c'è solo il padre carnale. Si può dire che la vita sia un succedersi di padri.
Insegnanti, amici più grandi, autori di grandi libri o di grandi opere ... tutti possono essere padri, in diverso modo e a diverso titolo. (...)
Il padre non ha schemi di fronte al figlio, non lo chiude in un progetto, accetta la sua diversità, la sua novità rispetto al passato, è pronto a lasciarsi mettere in discussione, ma sa di non poter retrocedere di fronte ad alcuni punti fermi: il rispetto verso la persona, il chiamare male il male e bene il bene, il riconoscimento di Dio come fondamento della vita presente e futura. (...)

Una bella metafora del passaggio tra generazioni, che avviene nell'esperienza della paternità e della figliolanza, è offerta da Antonello Venditti nella sua 'Peppino' (una canzone del 1986  n.d.r.):
'Un padre e un figlio con un solo abbraccio / squarciano il tempo, vanno oltre lo spazio / Cani randagi nella notte scura / la vita no, non fa paura'
E raccomanda al figlio di guardare le cose 'con i tuoi  occhi e con i miei occhiali' "
(da "Amare ancora" di Mons. Massimo Camisasca)

"Peppino" l'ho scritta per mio figlio, è anche pensata per i bambini del sud Italia.
Bambini che rispetto a quelli di Milano o Roma devono impegnarsi molto di più nella vita e a crescere.
Ma quello che che caratterizza questa canzone è il senso di paternità che ho cercato di esprimere"
Così Antonello Venditti conferma la citazione fatta dal suo amico prete.
Amicizia che è nata durante un'intervista a radio Rai in un programma curato dallo stesso mons. Camisasca, negli anni '80.
E il cantautore romano non fa mistero di essere sensibile al messaggio cristiano, attraverso cui valorizzare il suo senso di paternità, e lo confessa al "solito" Giampaolo Mattei, giornalista dell' Osservatore Romano':
"Vorrei che tutti fossimo accomunati nel nome di Cristo.
Mi piace pensare che come cantante potrei essere un 'ambasciatore spirituale' tra i giovani, quasi affiancando le strutture della Chiesa (...)
L'impegno più vero è quello personale e non andrebbe mai reso pubblico (...)
Bisognerebbe avere tutti più coraggio e scegliere il silenzio davanti al mistero della vita che è anche il mistero d Dio"
Infatti, Venditti, senza tanto clamore mediatico, visse una esperienza di solidarietà visitando un'opera missionaria realizzata nella martoriata terra africana della Sierra Leone, al tempo terribile dei bimbi - soldato, dove ebbe modo di vedere i missionari saveriani, guidati da Padre Berton, accogliere e recuperare tanti altri "Peppino", felici di poter gioire di (ri)vivere l'abbraccio di un padre.





venerdì 8 gennaio 2021

American tune - Simon & Garfunkel

Venerdì 8 Gennaio 2021

"L'assalto al Campidoglio di Washington si è concluso con quattro (cinque ndr) morti, una serie di funzionari dimissionari nell'amministrazione Trump, le richieste dei democratici di rimuoverlo, la cacciata da Facebook del presidente e la certificazione formale del successore, Joe Biden.
Ma la questione lacerante che l'episodio eversivo ha squadernato anche sotto gli occhi di chi non voleva vedere è tutt'altro che chiusa. (...)
I protagonisti (...) erano dotati di armi vere e di vere intenzioni di offendere, ed erano tenuti insieme esclusivamente dalle parole sediziose di Donald Trump.(...)
Come ha scritto il direttore dell'Atlantic, Jeffrey Goldberg, quello che è successo in Campidoglio non può essere spiegato adeguatamente con le sole categorie della politica: 'Questo caos è radicato in fenomeni psicologici e teologici intensificati da un'ansia escatologica'.

L'orizzonte ultimo della vicenda, insomma è l'apocalisse, ma la sua espressione concreta è un'orgia dell'imbruttimento che non ha nemmeno la dignità tragica di un colpo di stato, è un inconcludente defecare sulle istituzioni della democrazia americana e su tutto ciò che rappresentano.
Già, ma cosa rappresentano?
Qui la questione si fa più complicata (...): I facinorosi aizzati da Trump sono una degenerazione dell'America o un suo prodotto naturale?
Sono un'occasionale deviazione dai suoi ideali o l'esito in fondo inevitabile di insanabili contraddizioni interne? (...)

Il paese è diviso fra chi crede che gli Stati Uniti siano nati con la dichiarazione d'indipendenza del 1776 e chi ritiene che il vero atto fondativo sia l'arrivo della prima nave carica di schiavi africani sulle coste della Virginia nel 1619.
Una parte è convinta che i peccati storici dell'America possano essere espiati e superati (...), l'altra ribatte che quei peccati sono originali e il loro germe inestirpabile, dunque nel presente non ci sono piaghe da sanare, ma solo strutture da abolire.
A seconda delle visioni, l'America è l'imperfetto punto di riferimento della democrazia universale o un brutale regime imperialista; un'isola di libertà e prosperità o il regno spietato del neoliberismo; 
una terra promessa o un regime razzista; l'evangelica città sulla collina o una dépandance dell'inferno.
Questo è il dibattito che fa da sfondo all'inquietante assalto del Capitol Hill"

Vola molto alto, come sua abitudine, Mattia Ferraresi, attuale caporedattore del quotidiano "Domani",
da anni acuto osservatore delle vicende politico - culturali degli Stati Uniti d'America.
Ferraresi non si ferma ai giudizi politici contingenti all' inquietante episodio sovversivo, che ha l'aggravante di essere stato ispirato dal Presidente degli Stati Uniti in uscita, ma scava nelle contraddizioni profonde del popolo americano, e non si fa intrappolare dalla retorica faziosa presente in ambedue le parti in causa.

"Parliamo degli Stati Uniti d'America.
I sondaggi dicono che forse è il Paese più religioso del mondo.
Almeno il 95 per cento delle persone afferma di credere in Dio.
Ma qui si pone il problema: quale Dio?
A tanta gente non importa stabilire in quale Dio credere, ognuno se ne costruisce uno tutto suo.
Allora non è vero che sono credenti.
E ciò spiega la brutalità assoluta nei rapporti umani, il disinteresse verso chi soffre."

Così risponde ad una domanda precisa sul suo rapporto con la fede, Paul Simon, intervistato da Giampaolo Mattei nel libro "Anima mia".
E poi continua:
"Attenzione, con questo non intendo affermare che non sia giusto per chi ha a che fare con vecchi e irrisolti problemi chiedere indipendenza oppure giustizia.
Però tutti devono ammettere che essere diversi non vuol dire impossibilità di vivere insieme, di collaborare."

Beh, dette più di trent'anni fa, queste parole sono di un'attualità sconvolgente!
Paul Simon, è uno dei più grandi songwriter della musica del secondo '900, profondamente americano per formazione e cultura.
Meno visionario di Bob Dylan, meno epico di Bruce Springsteen, meno sarcastico di Randy Newman,
meno biblico di Leonard Cohen, anche se condivide l'origine ebrea, Simon possiede una vena creativa unica, capace, indiscutibilmente, di attirare l'attenzione di diverse generazioni di appassionati musicali.

Le sue canzoni, in coppia con l'amico di gioventù Art Garfunkel, oppure in solitario dall'inizio degli anni '70, sono storie di persone reali, che vivono concretamente la quotidianità, dentro un tessuto sociale ben definito, ma che abbracciano desideri ed emozioni universalmente riconosciuti.
Ha composto veri e propri inni alla sua terra d'origine, che per molti è un luogo dell'anima, che si dipana in maniera irripetibile in quelle lunghe strade dove il paesaggio naturale cambia ad ogni curva.

Il viaggio sentimentale di "America", nel 1968, è nel repertorio in duo con Garfunkel; 
"American tune", invece, è uno primi brani pubblicati dopo lo scioglimento, nel 1973.
Una frase musicale, copiata "paro paro" da Bach (dalla Passione secondo Matteo), del cui plagio nessuno gli ha mai chiesto conto; un testo scritto all'indomani della rielezione di Nixon, quando gli Stati Uniti sono intenti a dipanare la matassa tragica della guerra in Vietnam.
Il sogno americano, memore dello sbarco dei Padri Pellegrini e dello sbarco sulla Luna, si sente tradito e vede la Statua della Libertà allontanarsi in alto mare, quasi sdegnata.
E' il momento di domandarsi che cosa è andato storto.

"Molte sono le volte che mi sono sbagliato
e molte volte mi sono ritrovato disorientato.
Si, spesso mi sono sentito abbandonato
e sicuramente maltrattato.

E non conosco un'anima che non sia stata colpita
Non ho un amico che si senta a suo agio.
Non conosco un sogno che non sia stato infranto
oppure messo in ginocchio.(...)
Mi domando cos'è andato storto.

E ho sognato di morire.
Ho sognato che la mia anima si sollevasse inaspettatamente
e guardando in basso verso di me
sorridesse rassicurante.
E ho sognato di volare
e da lassù in alto potevo vedere chiaramente
la Statua della Libertà
che navigava via sul mare.

Veniamo sulla nave che chiamano Mayflower.
Veniamo sulla nave che salpò per la Luna.
Arriviamo nei momenti più incerti
e cantiamo una melodia americana.
Ma va tutto bene.
Non si può essere sempre baciati dalla fortuna.
Però domani sarà un altro giorno di lavoro.
E sto solo cercando di riposarmi un pò."

19 Settembre 1981. Central Park, New York City: organizzato dall'amministrazione comunale, mezzo milione di persone partecipa ad un grande evento.
Dopo più di dieci anni Simon and Garfunkel ritornano a cantare assieme.
Sarà un concerto memorabile! 

























































giovedì 7 gennaio 2021

I still haven't found what i'm looking for - U2

"Camminando con me sulle Dolomiti, uno dei miei figli, che a scuola non fa religione, nè ha mai frequentato il catechismo, mi ha detto: 'papà, bisogna fare i complimenti a Dio per aver creato queste montagne'.
Se lo invochi anche quando non lo conosci, ho concluso, deve proprio essere un'idea innata.
E, in effetti, è impossibile camminare senza pensare a Dio.
La maestà della natura con cui si viene a contatto, (...) lo scorrere del tempo (...) il suo dominio implicito ma inesorabile sulle nostre vite (...) sono altrettante smentite del 'nulla', del senso di vuoto in cui sembra di annegare nella vita di ogni giorno, che forse rendiamo più frenetica proprio per nasconderne la vacuità.
E' come uscire da una bolla, e ri-scoprire la realtà.
Tutto è così vivo, tutto sembra avere un significato. E sei costretto a chiederti quale sia. (...)

Il vero male dell'epoca, con cui tutti ci confrontiamo spesso anche senza accorgercene, è proprio questa sorta di nichilismo fintamente gaio che ci ha conquistato, (...) un nichilismo spensierato, moderno, che di presenta seducente ' con il volto di una vita normale ' (cit. Julian Carron).
Camminare è un modo di uscire da quella 'vita normale'.
E posso garantire che funziona (...) si risvegliano le domande, quelle di sempre, quelle che ci rendono umani: chi sono, da dove vengo, dove vado, come posso riuscire a essere felice in questo tempo"

Editorialista del Corriere della Sera, Antonio Polito, giornalista e saggista di lungo corso, nel suo libro "Le regole del cammino", traccia l'attualità del suo percorso umano, nel bel mezzo del contagio, raccontando un suo viaggio concreto, il suo camminare tra i sentieri e le strade d'Italia, riflettendo sulla cultura di un popolo "verso il tempo che ci attende".

"Ho scalato le più alte montagne
Ho corso attraverso i campi
solo per stare con te
Ho corso, ho strisciato,
ho scalato le mura di questa città,
le mura di questa città
solo per stare conte
ma non ho ancora trovato ciò che sto cercando"

Anche in queste parole c'entra un cammino, una attraversata alla ricerca di un destino ultimo che sveli la tua coscienza di uomo.
Inizia così, "I still haven't found what i'm looking for", "Non ho ancora trovato ciò che sto cercando",
uno dei brani più iconici del repertorio degli U2, band irlandese dal successo planetario, abile ad intrecciare ansie generazionali con aneliti al divino, fin dagli inizi, a Dublino:

"Sapevo che nel circondario noi eravamo considerati diversi, perchè mia madre, protestante, aveva sposato un cattolico. (...) Ho ereditato il coraggio che loro devono avere avuto per portare avanti il loro amore.
Anche allora, preferivo pregare all'esterno della chiesa.
Le canzoni che ascoltavo per me erano preghiere.
'Quante strade deve percorrere un uomo nella vita?', non era una domanda retorica, era rivolta a Dio.
Era una domanda di cui volevo conoscere la risposta.
Le canzoni contenevano un' intimità che, ora capisco, non è solo sessuale. E' spirituale"

Così parla Bono, della sua gioventù, nell'Irlanda degli anni 70, in una bella intervista per "Rolling stone" nel gennaio 2006.

Dopo gli anni di esordio e di plebiscitari conferme, simboli rock sulla scia del movimento punk londinese, affinandolo con suoni meno grezzi, gli U2, allargano l'orizzonte della loro ispirazione e scoprono il territorio musicale americano e, nel 1987, pubblicano l'album "The Joshua tree", dove in copertina campeggia in una prateria distesa un cactus a forma di croce.
Siamo all'apice del loro talento e sfornano un pugno di brani ancora ineguagliati per incisività e furore.
E' la loro 'scoperta dell'America', anche grazie ad una struttura compositiva che si avvicina al gospel afroamericano, come, appunto, "I still haven't found ...", manifesto del "Bono pensiero":

"Se ho trovato quello che sto cercando?
Beh, una volta pensavo che sarei riuscito a risolvere tutte le tensioni che sento dentro di me, la costante contraddizione fra le persone che mi animano. (...)
Non ho cercato la grazia,ma la grazia ha trovato me" ( ancora da "Rolling stone")

Ma c'è un ulteriore passo, proprio nello sviluppo del testo della canzone, nelle riflessioni del front man:
"La questione più importante, parlando della morte di Cristo, è che Cristo si è fatto carico dei peccati del mondo: quindi quello che abbiamo fatto non ci si è ritorto contro.
Non saranno le nostre buone azioni ad aprirci le porte del paradiso, ma mi piace l'idea dell' Agnello sacrificale, amo pensare a Dio che dice: 'Ehi, cretini, sappiate che ci sono conseguenze al vostro egoismo e che la morte fa parte della vostra natura di peccatori e quindi dovete affrontarla"

Ancora, tra il cammino e una domanda di redenzione a cui tarda un riconoscimento:

"Ho parlato la lingua degli angeli
Ho tenuto per mano un diavolo
Era calda la notte
Io era freddo come pietra.

Credo nel regno che verrà
E allora tutti i colori sfumeranno in uno
Sfumeranno in uno
e io sto ancora correndo.

Tu hai spezzato i legami
Tu hai allentato le catene
Io ho portato la croce della mia vergogna
sai che ci credevo.
Ma non ho ancora trovato quel che sto cercando".

In quell'anno, nella loro tourneè negli Usa, gli U2 realizzano una versione live, (in "Rattle and hum"), splendidamente gospel, registrato in una chiesa, accompagnati da un coro di Harlem, i 'New voices of Freedom', e in quel rincorrersi di voci, verrà aggiunto un passaggio che rimanda al salmo 55 della Bibbia.
"Lui ti porterà in alto e più in alto ancora
Lui ti tirerà su quando sarai a terra
Lui ti darà riparo dalla tempesta"

La versione proposta è dal concerto tenuto a Parigi, sempre nel 1987






























































































La sua figura - Giuni Russo & Franco Battiato

da "C'è speranza? Il fascino della scoperta" di Juliàn Carròn "Abbiamo trovato il Messia. E' la notizia che attravers...