sabato 11 luglio 2020

There goes my miracle - Bruce Springsteen

da "Amare ancora"  di Mons. Massimo Camisasca

"(...) Ogni uomo e ogni donna, portano in sè qualcosa di Dio.
E' un infinito, un fine, mai un mezzo. Eppure per ritrovarsi, ognuno di noi ha bisogno di perdersi, di donarsi.
Tutto il cammino drammatico della nostra personale esistenza ci pone davanti a questa domanda:
esiste solo ciò che io penso, sento, voglio, o esiste anche qualcos'altro?
Aprirsi alle ragioni dell'altro, cominciare ad ascoltarlo, a conoscerlo, dare spazio alle intuizioni per cui Dio ha fatto gustare il presentimento che fossimo fatti l'uno per l'altro.
Senza quest' apertura, a poco a poco, marito e moglie si trovano a vivere su strade parallele e scoprono di non capirsi più, di non riuscire più ad ascoltarsi.
Anche se continueranno a vivere insieme, sarà soltanto una coabitazione"

Mons. Camisasca, nato a Milano nel 1946, negli anni di sacerdozio ha avuto diverse esperienze pastorali: tra i giovani universitari, come insegnante alla Cattolica di Milano e alla Pontificia Università Lateranense a Roma,
è stato anche cappellano dalla squadra del Milan durante i primi anni della presidenza Berlusconi.
Ha condotto in RadioRai negli anni 80 una rubrica che gli ha dato modo di incontrare molti protagonisti della cultura e dello spettacolo.
Nel 1985 ha fondato la Fraternità Sacerdotale dei Missionari di San Carlo Borromeo e attualmente è vescovo di Reggio Emilia e Guastalla.
La sua pastorale è da sempre attenta a ciò che si muove intorno al mondo dei rapporti familiari.

Bruce Springsteen, invece, il grande rocker americano, inaugurando i suoi settant'anni, nel 2019, ha pubblicato un album che ha un pò lasciato di stucco i suoi fans di tutto il mondo.
In "Western stars", recuperando le atmosfere musicali del grande catalogo pop e country degli anni '60 e '70 dell'America profonda, con tanto di grande orchestra, aperti ritornelli melodici a voce spiegata, ha ( momentaneamente) abbandonato il ritmo bollente del rock'n roll,  dando spazio a riflessioni sulla sue origini, sui turbolenti rapporti familiari adolescenziali, sugli amori perduti.
Tutto questo, raccontando storie di personaggi segnati dalla vita, che si guardano indietro con profonda malinconia e sapendo che la loro unica salvezza è il vivere l'oggi sapendo perdonarsi e guardare l'altro con misericordia.
Ma è un artificio narrativo, il Boss racconta se stesso e la sua maturità esistenziale, sorprendendo l'ascoltatore per la sincerità, quasi un denudarsi da ogni impalcatura intellettuale. 

Questo è evidente nel disco in studio, ma molto di più, guardando il film che documenta il concerto dell'intero album, realizzato nei locali del suo ranch, dove introduce ogni brano da poche ma commoventi riflessioni.
Ecco cosa dice presentando "There goes my miracle", un brano dove rivive l'anima di Roy Orbison:

"E' una piccola sinfonia pop su una persona che getta via la cosa più bella che ha.
L'amore è uno dei rari miracoli di cui Dio ci dà ogni giorno qualche prova.
E anche se noi facciamo di tutto per confutare questa idea, l'amore esiste e ci migliora, ma bisogna guadagnarseli i suoi doni.
L'amore e la vita creativa che esso genera, sono un piccolo, dolce segno della divinità di Dio che è dentro di noi.
L'uomo di questo brano conosce le regole, si impegna per rispettarle, ma certe volte le paure e le vecchie abitudini hanno la meglio sul meglio di noi e allora per il miracolo è la fine."

"Luce di luna brillante, dov'è la mia buona stella stasera?
Poi improvvisamente nella mia vista:
Eccolo lì il mio miracolo, che va via!
Dolore al cuore, cuore spezzato
l'amore dà, l'amore toglie
Il libro dell'amore ha le sue regole
e disobbedire è da pazzi.
Guarda cos'hai fatto!"

Insomma, nonostante tutto, sembra che siamo destinati al fallimento, proprio come avvertiva Mons. Camisasca, che però ha un "asso nella manica":

"Certamente, senza l'aiuto di Cristo, senza l'opera dello Spirito che crea in noi i canali dell'ascolto, dell'accoglienza e della comprensione, è molto difficile, anzi, quasi impossibile per l'uomo e la donna vivere questa continua avventura di una riscoperta del loro vivere insieme.
Con Lui, seguendo Lui, questo non solo è possibile, ma diventa l'esperienza esaltante e sempre nuova di ogni giorno"

E Springsteen, in una recente intervista, quasi facendo eco al monsignore, afferma con umanissime parole:
"L'amore è l'unico miracolo terrestre che ci è dato di vedere e di toccare.
E' Dio incarnato, in mezzo a noi.
Bisogna lavorarci molto, lasciarsi trascinare dalla vita.
Vuoi un consiglio?
Non farti fregare: la vita è e sarà sempre un mistero, i suoi quesiti rimarranno irrisolti.
Non temere: se sei aperto di cuore, le domande che hai in serbo andranno in profondità, scaveranno una buca e ti terranno compagnia, passo dopo passo, oltre l'oscurità.
Buon viaggio amico" 


















 
 

venerdì 10 luglio 2020

Mio fratello che guardi il mondo - Ivano Fossati

Omelia  Santa Messa celebrata da Papa Francesco,  8 Luglio 2020

"Il Salmo responsoriale di oggi ci invita a una ricerca costante del volto del Signore:
'Ricercate sempre il volto del Signore. Cercate il Signore e la sua potenza, ricercate sempre il suo volto'
Questa ricerca costituisce un atteggiamento fondamentale della vita del credente, che ha compreso che il fine ultimo della propria esistenza è l'incontro con Dio.
La ricerca del volto di Dio è garanzia del buon esito del nostro viaggio attraverso questo mondo, che è un esito verso la Terra Promessa, la Patria celeste.
Il volto di Dio è la nostra meta ed è la nostra stella polare, che ci permette di non perdere la via. (...)
E' Lui che bussa alla nostra porta affamato, assetato, forestiero, nudo, carcerato, chiedendo di essere incontrato e assistito (...)
E se avessimo ancora qualche dubbio, ecco la sua parola chiara:
'In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me' (...)
Questo monito risulta oggi di bruciante attualità"

da "La Repubblica" , 7 Luglio 2020
"Borhan pesava 35 chili, era il fantasma di un essere umano"
Domenica mattina il marinaio siriano  Alì Bib ha sceso 30 gradini e tre rampe di scale, dal ponte sei al ponte quattro, reggendo il 17enne etiope Bohran Loukasi, privo di forze e col piede spezzato.
"Ero addolorato per lui.
"Non credevo di stare facendo qualcosa di così speciale. Ho fatto ciò che mi ha detto il cuore: c'era questo ragazzo disteso sul ponte sei, non riusciva ad alzarsi, nè a camminare. Era magrissimo e debole.
Al ponte quattro lo stavano aspettando i dottori inviati da Malta con la motovedetta.
Il comandante ha chiesto a noi dell'equipaggio di aiutarlo, e prima ancora che finisse la frase, mi sono fatto avanti. (...)
Lo sentivo respirare a fatica. Solo alla fine mi ha guardato con quei suoi occhi grandi e impauriti e mi ha detto 'thank you'; io parlo solo arabo ma so cosa significa.
Bhoran poteva essere mio fratello, Anzi, in un certo senso lo è; chiunque abbia bisogno di aiuto è mio fratello."

" 'Mio fratello che guarda il mondo', è nata dall'osservazione di questo grande esodo del sud del mondo verso il nord ricco, ma anche, contemporaneamente, dal ricordo del nostro passato, di come il destino della nostra gente sia stato simile, di come quella disperazione, che oggi vediamo enfatizzata dalla stampa, dai telegiornali ( e che ci terrorizza in certi momenti) sia la stessa disperazione dei primi del '900 o di altre epoche, quando erano i nostri i disperati della terra.
In fondo l'umanità di queste persone non è molto diversa da quella di ognuno di noi, anzi sono uno specchio, non soltanto in un'accezione cristiana, come una specie di inevitabilità.
Sono la nostra realtà e quindi non possiamo nasconderci dietro esili paraventi, non ce lo possiamo permettere."
Sono parole di Ivano Fossati, da un'intervista su Rai Cultura di qualche tempo fa.
Ma c'è un'altra dichiarazione del cantautore ligure, ancora più precisa e scevra da possibili strumentalizzazioni della propaganda politichese:
"Questa mia canzone da molti è stata intesa come una riflessione sul mondo degli extracomunitari.
E' un' interpretazione che ci può stare.
Ma per me riflette in maniera più in generale la difficile convivenza con la diversità.
Intendo la difficoltà dell'accettazione più ampia del termine:
povertà, disagio, malattia, condizioni che possono cambiare, per fortuna.
la strada della speranza è sempre aperta, la possiamo trovare.
O meglio: è la strada che troverà noi"

E, nel libro sulle sue canzoni scritto con il giornalista Massimo Cotto "di acqua e di respiro" insiste:
"Il testo è chiaro: è la consapevolezza di quello che abbiamo intorno, delle strade da cercare, del contatto con quelli che stanno molto meno bene di te.
Non soltanto e non necessariamente gli extracomunitari, ma anche i disagiati della nostra stessa terra.(...) I fratelli con cui, o attraverso i cui occhi, guardare il mondo, sono i nostri vicini di casa."

Una riflessione, fatta da uno dei più sensibili cantautori italiani, in assoluto.
 
Confermata da Franz Coriasco nel libro " Cosa sarà" :
"Quando Fossati scrisse questo brano (era il 1992), si era ancora agli albori del meltig pot che oggi caratterizza i panorami sociali dell' Occidente, ma erano già chiari la posta in gioco, i rischi di uno scontro culturale incombente.
L'approccio all'attualità del cantautore genovese è, fin dall' asciuttezza acustica dell'arrangiamento, lontanissimo dalle retoriche del politichese, quanto dalle dissertazioni sociologiche.
Ha la semplicità naif della poesia, il linguaggio elementare del cuore e la forza deflagrante dell'essenzialità.
Poichè ogni diversità, è sempre una risorsa, molto più di un pericolo, ed è esattamente ciò che ci resta nel cuore, quando l'ultima nota di questo piccolo capolavoro è evaporata nell'aria"



 

giovedì 9 luglio 2020

Azzurro - Paolo Conte

da "Il Foglio"   22 Marzo 2020
" Oltre il dramma del male. Antidoto alla solitudine" di Sua Em. Card. Angelo Scola

"In questi giorni di grave emergenza l'invito a stare in casa ha una connotazione paradossale.
Siamo di necessità sollecitati a prendere le distanze l'uno dall'altro in termini radicali.
Un distacco forzato che, provocando l'esperienza amara della solitudine, domanda relazioni nuove, costruttive, finalmente libere dal narcisismo e dal nichilismo.
La natura dell'io che può essere compresa solo come io-in-relazione, affiora in modo acuto all'autocoscienza di ciascuno di noi.
Sempre l'uomo sperimenta il valore dell'ideale cui il suo cuore tende, quando è costretto a percepirne la mancanza.
La mancanza di una presenza è costitutiva dell'uomo : ' Chi sei tu che colmi il mio cuore della tua assenza?' ( Lagerkvist) .
Abbiamo bisogno di una compagnia che dilati il nostro orizzonte (...)

A Lisbona, un gruppo di universitari, in questi mesi di lockdown, si sono ritrovati, attraverso il famigerato Zoom ( grazie, ma da ora in poi, per favore : basta!) per raccontarsi le esperienze di questa nuova normalità e tra le molte riflessioni, ecco spuntare una poesia della scrittrice brasiliana Alice Sant'Anna, dal titolo: ' Um enorme rabo de baleia', tradotto: 'Un'enorme coda di balena'.

"Un'enorme coda di balena
attraverserebbe la stanza in questo momento.
Senza alcun rumore , la bestia
affonderebbe nelle tavole del pavimento e sparirebbe
senza che ce ne accorgessimo.
Sul divano la mancanza di argomenti,
quello che vorrei ma non ti racconto,
era abbracciare la balena e immergermi con lei.
Sento una noia spaventosa in questi giorni,
dalla stanchezza dei giorni
di acqua ferma che accumula zanzare,
nonostante l'agitazione dei giorni.
Dalla stanchezza dei giorni
il corpo che arriva esausto in casa 
con la mano tesa in cerca di un bicchiere d'acqua,
l'urgenza di passare alla terza o alla quarta boa
e la volontà è di abbracciare
un'enorme coda di balena 
e andare con lei"

Così spiega l'universitaria portoghese:
"Questa poesia mi ha colpita dritta al cuore.
Mi sembra che quelle parole dicano molto bene di questo 'nulla apparente' - la quarantena- ma al contempo un desiderio di novità immenso, che tutti gli uomini hanno.
la balena è un animale gigante che non c'entra nulla con una stanza.
Allo stesso modo quello che ho non mi basta mai:
anche io ho bisogno di qualcosa o qualcuno di diverso e grande che venga a risvegliarmi dal mio torpore"  

1968: il 25 maggio, viene pubblicato il 45 giri "Azzurro" cantata da Adriano Celentano
Dopo un paio di settimane balzerà al primo posto della Hit Parade radiofonica di Lelio Luttazzi, e fino a novembre non lascerà la top 10.

La musica è di un giovane avvocato piemontese, prestato alla discografia nazionale: Paolo Conte.
"Azzurro è una delle mie prime canzoni, era piuttosto stramba: una marcetta.
Nessuno scriveva marcette, io lo feci per ragioni poetiche.
Secondo me la marcetta è radicata nel profondo del nostro cuore è al di là delle mode.
Le possibilità che avevo come autore erano ridotte, perchè non volevo scrivere nè una cosa qualsiasi, nè per una persona qualsiasi. (...)
Il pregio di Celentano è quello di rendere  immediatamente intellegibile un testo, cantandolo.
Non è una questione di teatralità, ma un modo umano, perfino banale, di interpretare una canzone"

Ecco, "Azzurro", nella sua genialità musicale e interpretativa, è il classico esempio di come il testo di una canzone, passi spesso in secondo piano.
Eppure, l'altrettanto geniale lirica di Pallavicini ( autore icona del pop italiano anni '60) , coadiuvato da Michele Virano ( amico conterraneo di Conte), se letta attentamente è profetica e di un'attualità sconvolgente.
Altro che tormentone estivo!

" Lei è partita per le spiagge
e sono SOLO quassù in città.
(...)
Azzurro , il pomeriggio è TROPPO azzurro
e LUNGO per me,
Quelle domeniche da SOLO,
in un cortile a passeggiar.
Ora mi ANNOIO più di allora,
NEANCHE UN PRETE, per chiacchierar ....
E allora, io quasi quasi prendo il treno 
e vengo, vengo da te.
MA, il treno dei DESIDERI,
nei miei PENSIERI,
all'incontrario va" 

Non ci trovate, la difficoltà di un 'vivere intensamente il reale', che ci mette davanti al nostro limite, ad una assenza incolmabile, ad una solitudine connaturata nella nostra umanità?
E, quel 'treno dei desideri', non è forse quel Qualcosa di più grande in cui vorremmo saltar sopra, non sapendo dove ci condurrà, proprio come l'enorme coda della balena?
Insomma, il rischio è che la nostra vita attraversi un eterno pomeriggio, troppo azzurro, estivo.
E' la domanda di Lagerkvist: "Chi sei tu che colmi il mio cuore della tua assenza?"

Ma è proprio vero, poi, che 'non c'è neanche un prete per chiacchierar?' 

Il Card. Scola ci viene in soccorso:
"La Bibbia, raccogliendo una tradizione millenaria, mette in guardia: guai all'uomo solo!
La dialettica, infatti, si impossessa di noi e diventa dominatore del nostro io, quanto più noi siamo dei separati.
La debolezza della nostra società è la fragilità delle appartenenze.
Essa ci convince che la libertà sia assenza di legami, invece la libertà è un terreno fecondo di legami veri."

Qui ascoltiamo la versione di Paolo Conte, che solo da pochi anni si è riappropriato della sua creatura.
Solo pianoforte e voce, quella voce così 'fumosa' e così malinconica, dove il testo, finalmente rivince sulla 'marcetta'

(grazie a Eddi per la traduzione dal brasiliano)










  

mercoledì 8 luglio 2020

Fragile - Sting

da "Tracce", rivista internazionale di Comunione e Liberazione
Aprile 2020

"Nessuno è felice di trovarsi in un'occasione del genere, è come se avvertisse un senso di punizione in quello che sta capitando. ma sicuramente è un'esperienza: qualcosa che tre o quattro generazioni di cittadini europei non avevano mai vissuto.
Un pericolo come questo, così diffuso, che in pochi giorni ci ha portato quasi ad una condizione di economia di guerra, non lo conoscevamo.
E' un'esperienza collettiva eccezionale, impensabile nelle circostanze normali.
E di sicuro spinge a riflettere sulla condizione umana."

E' un brano dell'intervista all'editorialista del Corriere della Sera, Antonio Polito, sulle conseguenze sociali dell'arrivo della pandemia di Covid-19, che ancora imperversa a livello mondiale.

"Abbiamo scoperto un nostro tratto importante: il sentimento di vulnerabilità.
Accorgersene è decisivo.
Nel mondo dei nostri genitori o nonni, dove si moriva a trent'anni, un'epidemia come questa era quasi un evento normale.
Oggi no, nella nostra epoca la precarietà è qualcosa che tendiamo a censurare.
Anzi, c'è addirittura una ricerca dichiarata di immortalità.
Il sogno dell'immortalità è potentissimo nella società contemporanea, che si ritiene l'ultima civiltà, la definitiva, quella che può raggiungere la liberazione dell'uomo sulla morte.
Ecco, in una società che vive un sentimento così potente da sentirsi fiera di sè, invulnerabile, la scoperta di questa fragilità è ancora più sconvolgente.
E' un trauma terribile."

Gordon Matthew Thomas Sumner in arte Sting, è una delle icone del rock mondiale.
Nato alla periferia di Newcastle, ormai quasi settant'anni fa da una famiglia cattolica praticante, incomincia a lavorare come scavatore e poi, se pur brevemente come insegnante d'inglese.
Alla fine del decennio seventy, forma un gruppo musicale, che fa pochissima gavetta, un paio d'anni, e si impone come una delle band più esplosive della generazione post punk rock: The Police.

Al contrario delle band punk, un pò smandrappate, nate, soprattutto in Inghilterra, come reazione al progressive rock d'elite dei Pink Floyd e dei Genesis, i Police partono subito con le idee chiare: si parte col punk grezzo, ma poi ci si addentra nei territori del reggae, della ballata elettrica e del puro pop mainstream.
Non sono i soli, i nuovi gruppi che nascono in quel periodo per uscire dall'era del punk proletario e anarchico, per ridare nuovo smalto qualitativo al movimento rock, sono i Dire Straits di Mark Knopfler e gli U2 di Bono Vox.
Mentre, però, il gruppo irlandese ancora imperversa che è un piacere, Dire Straits e Police reggono poco più di un lustro.

Nuova vita e nuovo orizzonti musicali per gli ex front men:
Knopfler si adagia verso un tranquillo folk rock, un pò uguale a se stesso,
Sting si inerpica in territori magmatici : di primo acchito si butta sulla fusion jazz, poi in un elegante pop, e poi sulla scia di Paul Simon e Peter Gabriel veleggia verso la world music.
Ad un certo punto dichiara: " Il rock è morto".
E infatti si tuffa nel recupero della tradizione musicale rinascimentale inglese e in versioni orchestrali del suo repertorio. Insomma, sempre inquieto, mai soddisfatto.
Floppa un musical a Broadway ( stessa sorte avranno Paul Simon e Bono ) e ora è un tranquillo baronetto inglese, con moglie e figli, dal fisico ben conservato, che incanta ancora con la sua voce e il suo antico repertorio, svernando periodicamente nella verde Toscana.

Uomo di grande personalità, è alla perenne ricerca delle sue radici anche religiose.
Pur definendosi agnostico, riconosce le fondamenta culturali e sociali del messaggio cristiano, e non ne fa mistero in diverse sue canzoni.
Nel 1987, pubblica l'lp "Nothing like the sun", pieno di riferimenti all'attualità storica e di riflessioni sull'esistenza umana.
Spicca una canzone, che rimarrà, negli anni, un punto fermo dei suoi concerti: "Fragile":

"Se il sangue dovesse scorrere, quando la carne e l'acciaio  sono una cosa sola.
E asciugandosi diventasse del colore del tramonto,
la pioggia del giorno dopo ne laverà le tracce, 
ma nella nostra mente qualcosa rimarrà.
La pioggia continuerà a cadere, come le lacrime di una stella,
la pioggia continuerà a dirci
quanto siamo fragili
quanto siamo fragili"

Che sia una guerra, che sia una pandemia, che sia un dolore personale, ecco, quanto siamo fragili.

Ma lasciamo concludere Antonio Polito, nell'intervista iniziale:
"Viviamo sin dalla nascita la nostalgia dell'Infinito, la consapevolezza quotidiana della nostra finitezza.
L'unico rimedio emerso nella tradizione occidentale è la fede in Cristo.
Inteso proprio come il Risorto, come Dio che, da uomo, è morto e risorto" 


    

martedì 7 luglio 2020

Salmo - Angelo Branduardi & Ennio Morricone

"Io, Ennio Morricone, sono morto"

Probabilmente è la prima volta che viene pubblicato un necrologio a firma di chi annuncia la propria morte.
Eppure, è accaduto il 7 Luglio 2020.
Ricoverato ormai da un mese a seguito della frattura del femore, il grande compositore, in un momento estremo di lucidità, annunciava la sua morte, poi avvenuta realmente la mattina del 6 Luglio.

"La musica di Morricone mi è indispensabile. Ennio è mio amico dai tempi delle elementari, è come un fratello, e sa cosa voglio.
La musica è indispensabile, perchè i miei film potrebbero anche essere muti, il dialogo conta relativamente e quindi la musica sottolinea azioni e sentimenti più delle parole.
negli ultimi film gli ho fatto scrivere la musica prima di girare, proprio come un elemento della sceneggiatura. (...)
Io, Ennio, lo facevo lavorare sul serio.
Gli spiegavo bene cosa volevo ed ero capace di buttargli via una decina di temi bellissimi, prima di approvare quello giusto"

Parole di Sergio Leone, morto a 60 anni nel 1989;  regista e ideatore della "Trilogia del dollaro" la serie di film che, negli anni '60, rivoluzionarono, dall'Italia, il concetto di western, inventando lo 'spaghetti western'.

E come rispondeva Morricone?
" Non seguo una regola, solo impegno, tecnica, esperienza.
L'ispirazione non esiste. Esistono tentativi, incessanti cancellature, esercizio, duro lavoro.
Ho abbracciato tutti i generi musicali: dallo swing all'atonale, dalla polifonia colta alla canzone.
Li amo tutti e ho scritto sempre me stesso, ogni volta"

Una sacrosanta verità: prima di arrivare a scrivere più di 400 colonne sonore per altrettanti film, Ennio Morricone inizia la sua carriera nel mondo musicale professionista arrangiando, a volte anche in maniera rivoluzionaria ( 'Con le pinne , fucile ed occhiali', per esempio) i grandi successi estivi del pop italiano nel 'boom' economico: Gino Paoli, Edoardo Vianello, Gianni Morandi gli sono debitori.
Ha scritto una delle più belle, anzi qualcuno azzarda, la più bella canzone della storia musicale tricolore: 'Se telefonando' cantata magnificamente da una giovanissima Mina.
Ancora a metà degli anni '70, partecipa al grande successo del Riccardo Cocciante di 'Bella senz'anima', arrangiando buona parte dell'album.
Scrive anche per la tivù: indimenticabile il suo apporto musicale al "Mosè", grande produzione Rai nel 1974, con protagonista Burt Lancaster.

E poi, i film, naturalmente: da i western di Leone al magnifico e potente "Mission" (scippato dell'Oscar), dai film drammatici, cronache dei misteri politici italiani alle commedie agrodolci.
Il tutto coniugando la tessitura 'colta' all'ordito popolare ( 'Here's to you' su tutti).

Era attento, anche in tempi più recenti, a ciò che si muoveva nel cantautorato italiano.
Nel 1990, elogiò la forma canzone "baglionesca" di 'Oltre':
"Ecco un compositore di canzoni che non si è mai standardizzato.
Sempre coerente, forse inconsapevolmente comunica con frutti musicali poetici, generosi, sempre maturi"
Dieci anni dopo, regala una sua composizione per la chiusura di un lavoro di Angelo Branduardi, su testi francescani "L'infinitamente piccolo", non solo: l' organizza ne dirige l'orchestra.
Cattolico praticante, Morricone, accolse, volentieri l'invito di Branduardi, che lo ricorda così:
"Come dice il mio amico Ennio, la musica, essendo l'arte più astratta, è la più vicina all' Assoluto".
Dei Pontefici, che incontrò personalmente in diversi periodi, in una intervista del 2011, ha affermato:
" Guardi, la passione di Giovanni Paolo II per l'uomo e per i giovani, avrebbe valorizzato anche il rock, come in parte è accaduto.
Ma se parliamo di musica devo confessarle che mi sento più vicino ad un altro grande pontefice, certamente diverso, ma non per questo meno importante: Benedetto XVI"    







  

venerdì 3 luglio 2020

Avrei voluto essere una banda - Claudio Chieffo

Riceviamo e volentieri pubblichiamo

Un ciao "caloroso" a tutti i lettori di questo blog.
Mi presento: sono Elvis.
Si, sono il proprietario della stanza, quella ricolma di dischi, cd e libri che ho affittato a Carlocandio  per realizzare tutti i post che quasi ogni giorno da Aprile vengono inviati sui vostri whatsapp.
Comunque se vi dà fastidio segnalatemelo pure, che interverrò prontamente.

Questa volta, per gentile concessione del blogger titolare, la puntata vorrei proporvela io, ci tengo particolarmente. 
Lo spunto arriva da un articolo di Monica Mondo pubblicato un pò a sorpresa sull' Osservatore Romano, il 22 Giugno 2020, dedicato a Claudio Chieffo. 
In quella data il cantautore avrebbe compiuto 75 anni.
Pardon, in quella data Claudio Chieffo 'ha' compiuto 75 anni.
Li ha compiuti in compagnia di tanti amici che lo hanno preceduto in Paradiso, e con i quali si incontra da tredici anni.
Sarebbe lungo nominarli tutti, ma io direi che per Don Francesco Ricci, Don Giussani e San Giovanni Paolo II si possa fare un' eccezione.

Chieffo, nel panorama del cantautorato italiano, ha una storia particolare:
era un cattolico praticante, era un normale cattolico praticante.
Era forte nella Fede, e fedele alla Chiesa, e quindi per molta critica musicale, forse non era abbastanza interessante. 
Eppure nella sua lunga storia fatta di un centinaio e più di canzoni ha incontrato tanti colleghi più conosciuti di lui: Guccini, Gaber, Mark Harris, musicista e arrangiatore, tra gli altri, di De Andrè e Jannacci, e da oltre oceano David Horowitz, con il quale realizzò un disco a New York.

Certo, se fosse nato in America, avrebbe tranquillamente scalato le classifiche delle vendite anche cantando testi religiosi  ed essere ospite, magari, di "Top of the Pops" ......
ma è nato in Italia, esattamente a Forlì, e anche chi ha in casa i suoi dischi, li tiene divisi da tutti gli altri ... chissà perchè, ( per la cronaca nella mia stanza, Chieffo si trova naturalmente nella "c" insieme a Celentano, Cocciante, Concato, Conte ecc .....).

Ebbi modo di incontrarlo, in occasione di una rassegna teatrale, a Milano, al Pime, insieme ad altri artisti che esprimevano attraverso la musica la loro appartenenza alla fede cristiana.
Era il 2002.
Dovevo intervistarlo prima del concerto, preparai con cura le domande e venne fuori "una bella cosa",  ora vi propongo ampi stralci:

D: Molte delle tue canzoni parlano di rapporti umani nella loro semplicità. Senza il cristianesimo non esiste l'umano?

"Io sono convinto che l'umanità ha una sua grandezza tragica, che uno creda o che non creda.
Vedi, il cristianesimo non è una filosofia, ma un Fatto.
Entra nella Storia e porta speranza a questa umanità.
Ma non all'umanità in generale, secondo me, proprio al singolo uomo.
Ogni storia è unica e ogni storia può incontrare la speranza, ed è commovente vedere l'uomo che si crede solo, ( perchè è quando l'uomo si crede solo che finisce per compiere delle azioni a volte terribili)
che invece non è solo, perchè questo Dio è accanto a ognuno e tutto quello che ci accade non è per caso.
La scoperta che ho fatto io, per cui vale la pena fare canzoni per 40 anni, senza avere il più pallido successo, da un certo punto di vista, è proprio questo: che, per ogni uomo, non solo per i credenti, ma per ogni uomo che nasce sulla Terra, la morte non è la fine, e c'è una vita ancor più grande che comincia già da adesso e questa si chiama Gesù Cristo, si chiama Chiesa."

D: Ti gratifica di più sapere che sei uno degli autori più cantati durante le celebrazioni liturgiche o sapere che c'è un pubblico che ti ascolta al di fuori dell'ambiente prettamente ecclesiale?

" E' bellissimo sapere che alcune mie canzoni siano state recepite, diciamo così, dalla liturgia e che ne siano parte, e sottolineo, veramente immeritatamente, perchè non erano nate per questo.
La liturgia per me è una cosa grande, perchè quello che avviene nella liturgia è un avvenimento che travalica l'umano.
Ed è altrettanto bello che alcune mie canzoni che non sono assolutamente liturgiche e che non devono essere cantate in chiesa, che comunque hanno una componente religiosa fortissima, possano essere recepite da chiunque.
Io quando faccio una canzone non mi pongo il problema di chi sarà il mio pubblico; mi pongo il problema di essere trasparente, perchè ognuno, il credente, il non credente, il miscredente, l'ateo, quello che è sempre arrabbiato, ogni uomo possa incontrare attraverso una canzone, quello che ho incontrato io. (...)
Ed è altrettanto grande sentire una persona che mi dice: 'guardi, io non credo, io non so cosa dirle; mi è morto un figlio 15 giorni fa, la prima parola di speranza che ho sentito è la sua canzone che per caso ho ascoltato attraverso la radio'.
Cosa c'è di più bello?
Questo vale tutti i soldi del mondo, sicuramente!"

D: Spesso, nel cantautorato italiano, ci sono artisti che si avvicinano al trascendente.
Sono sinceri?

"Ci sono molte false domande anche tra i cantautori più grandi, quelli veri.
E qual'è la falsa domanda? E' quella che non aspetta la risposta!
E' come se uno ti chiedesse che ore sono? Tu gli rispondi le tre meno un quarto, e lui è già andato via!
Gli interessava sapere? No!
Ci sono delle domande, che più che domande sono dubbi e ci sono domande che sono realmente un grido lancinante, una richiesta di aiuto, e in alcuni, esistono.
Io, per esempio sono amico da tanti anni di Giorgio Gaber e, che ne possa dire lui, io trovo nelle sue canzoni questa lancinante domanda reale, vera.
Un altro, che forse è il più grande di tutti è Bob Dylan"

D: Cosa significa vivere una canzone?

Vivere una canzone vuol dire morirci dentro, vivere vuol dire morire.
cioè, io quando faccio una canzone ci muoio dentro veramente.
magari, per dire, ci metto quattro mesi a trovare due accordi, che esistono già, e che un musicista vero potrebbe trovare, ma io cerco fin quando non mi rendo conto che ho detto quello che volevo dire.
Questo lavoro continua con gli amici e i musicisti e vivere una canzone vuol dire condividere talmente l'istinto creativo che l'ha fatta nascere e capirne le radici, e capirne la portata, e cominciare a leggere dentro a questa canzone gli strumenti, che io non ho saputo mettere ma che un altro è capace.
Questa è una esperienza straordinaria."

Nel 2005, poco prima che scoprisse la malattia, Chieffo realizzò un cd che a mio parere è uno dei più belli : "Neanchepersogno"
E' una raccolta in cui ricanta alcune delle sue prime canzoni, scritte a cavallo tra gli anni 60 e 70, tutte con un' impronta cabarettistica; storie umoristiche con protagonisti decisamente pasticcioni.

C'è un particolare che mi ha sempre fatto riflettere in quelle canzoni: pur nella leggerezza della musica e nell'ironia del racconto alla fine il protagonista muore, proprio per la sua dabbenaggine:
"La gilera", "Il Freno a mano", Quattro infermieri", "Avrei voluto essere una banda".
La fine della vita terrena è solo una tappa della vita intera che continuerà destinati in un altro posto.
E, proprio, Avrei voluto essere una banda, è l'apoteosi della musica, del vivere la musica, fino alle estreme conseguenze.
Ma quella musica, quella canzone è segno di una Bellezza più grande, è l' occasione per poterla suonare perfino davanti al Padre Eterno.
In Paradiso.

Grazie, Claudio!



giovedì 2 luglio 2020

Uomini persi - Claudio Baglioni

Venerdì Santo 10 Aprile 2020

E' una Piazza San Pietro deserta quella che celebra La Via Crucis, alla presenza di papa Francesco.
Non c'è la moltitudine di pellegrini che stipava la zona del Colosseo, scenografia in tempi normali della Memoria della Passione e Morte di Cristo.
Quest'anno, a causa dell'imperversare della pandemia Covid -19, i testimoni delle stazioni avanzano in un gruppetto sparuto incamminandosi verso la cattedrale universale della cristianità, là, dove sul sagrato li aspetta il Pontefice.

Le meditazioni della Via Crucis, in questa serata di profondo silenzio sono proposte dalla capellania della casa di Reclusione "Due Palazzi" di Padova.
Raccogliendo l'invito di papa Francesco, quattordici persone meditano sulla Passione di Cristo, accompagnando l'itinerario doloroso con la voce rauca di chi abita il mondo delle carceri, rendendolo attuale nelle loro esistenze. 

" (...) La mia crocifissione è iniziata quando ero bambino: se ci penso mi rivedo rannicchiato sul pulmino che mi portava a scuola, emarginato per la mia balbuzie, senza nessuna relazione.
Ho iniziato a lavorare quando ero piccolo, senza poter studiare: l'ignoranza ha avuto la meglio sulla mia ingenuità"

"(...) Della mia infanzia ricordo l'ambiente ostile e freddo nel quale sono cresciuto: bastava trovare una fragilità nell'altro per tradurla in forma di divertimento.
Cercavo amici sinceri, volevo essere accettato per com'ero, senza riuscirci."

"(...) Sono caduto a terra due volte.
La prima quando il male mi ha affascinato e io ho ceduto: spacciare droga, ai miei occhi, valeva più del lavoro di mio padre, che si spaccava la schiena dieci ore la giorno"

"(...) Da piccolo ho vissuto il carcere dentro casa: vivevi nell'angoscia della punizione, alternavo la tristezza degli adulti alla spensieratezza dei bambini"

Claudio Baglioni, è considerato da molti il cantore degli amori ragazzini, autore di mielose ballate fatte apposta per circuire un pubblico adolescente, che rimane in queste condizioni psicologiche anche col passare degli anni.

Nulla di più riduttivo.
Il cantautore romano, negli anni della sua carriera ha seguito, attraverso l'ispirazione, le stagioni della sua stessa vita, passando a cantare gli amori giovanili fino a tematiche esistenziali più "adulte", mantenendo sempre un afflato poetico che è stato più volte confuso per sentimentalismo qualunquista.
Già negli album appena successivi a quel piccolo grande amore ( forse un marchio di fabbrica troppo
ingombrante), Baglioni ha scritto brani importanti, descrivendo scene quotidiane intrise di dolente umanità.

Per esempio, "Uomini persi" contenuta nell'album  "La vita è adesso" del 1985
"Da molto tempo mi frullava in testa l'idea di scrivere una canzone su questo tema .... in più ripensavo ad una frase di Pavese, secondo cui, tutti, anche i peggiori delinquenti, erano stati un tempo bambini.
Poi un giorno, sotto casa, un giovane disoccupato, in un probabile attacco di follia, era entrato in una scuola e aveva preso dei bambini per ostaggi.
Cominciai a riflettere su come la storia di questo ragazzo stava cambiando, forse, per sempre e fino a che punto della sua vita tutto gli fosse sembrato bello e nuovo. (...)
E' la sensazione di trovarsi nudi, indifesi, soli, in troppe situazioni della vita.
Si, perchè esiste un tipo di disperazione a volte più drammatica e totale, di quella già così evidente.
Credo che, assieme ai cosiddetti 'uomini persi', in qualche maniera ci siamo persi anche noi, magari guardando dall'altra parte, per disattenzione, per eccesso di fiducia in noi stessi"

Queste parole dello stesso Baglioni, raccolte nel libro "Notte di note", sono un'esauriente introduzione a questo brano che Paolo Jachia, nell'agile libretto " Un cantastorie dei nostri giorni", chiosa così:
"Il riferimento, come sempre in Baglioni, riguarda il nostro rapporto con la Speranza, non tanto in chiave religiosa e da un'equivalenza con Dio, ma con "Qualcosa" di grande, di capitale, per cui valga la pena di vivere e di morire.
E' il chiedersi 'dov'è un papà che caccia via la notte'" 


     

La sua figura - Giuni Russo & Franco Battiato

da "C'è speranza? Il fascino della scoperta" di Juliàn Carròn "Abbiamo trovato il Messia. E' la notizia che attravers...