lunedì 10 agosto 2020

You've got a friend - Carole King & James Taylor

da "Il Profeta" di Gibran Khalil Gibran

"Il vostro amico è il vostro bisogno saziato. 
Se l'amico vi confida il suo pensiero, non nascondetegli il vostro, sia rifiuto o consenso. 
Quando lui tace, il vostro cuore non smetta di ascoltare il suo cuore; poichè nell' amicizia ogni pensiero, desiderio, speranza nasce in silenzio e si divide con inesprimibile gioia. (...),
E non vi sia nell'amicizia altro intento che scavarsi nello spirito, a vicenda.
Poichè l'amore che non cerca soltanto lo schiudersi del proprio mistero, non è amore, ma il breve lancio d una rete in cui si afferra solo ciò che è vano.
La parte migliore sia per il vostro amico."

E, ancora, Robert H. Benson, nel suo saggio "L'amicizia di Cristo":

"L'amicizia non è una relazione basata semplicemente sullo scambio di idee: si sa che le amicizie più durature fioriscono meglio nel silenzio, che nella parola. 
Dunque si tratta di un legame potente e misterioso, di un legame che è destinato a maturare, secondo le leggi che gli sono proprie (...)
Anche quando il motivo soprannaturale è apparentemente assente, l'amicizia per sua natura, irradia in modo più luminoso dello stesso amore sacramentale, le caratteristiche della carità divina.

Pur restando al suo livello, anche l'amicizia umana 'tutto sopporta, tutto crede, tutto spera, non va in cerca del proprio interesse, non si vanta' . (1Cor 13, 4-7)
Si potrebbe dire così: la facoltà dell' amicizia non muore nell'uomo a condizione che egli continuamente stringa nuove amicizie."

Anche se nati e vissuti in contesti geografici e culturali diversi: Gibran, libanese, cristiano maronita, poeta e pittore; Benson, inglese, convertito al cattolicesimo, sacerdote e romanziere, contemporanei fra loro, a cavallo tra l'800 e il '900, i due scrittori hanno approfondito nelle loro opere il sentimento dell'amicizia con sfumature molto simili, confermando che si tratta di un tratto umano assolutamente universale.

Durante gli anni '60, da New York City, nasce un movimento di autori e interpreti pop che invaderanno le classifiche discografiche, con canzoni all'apparenza molto 'easy listening', ma costruite con una capacità artigianale e un' immediatezza insuperate nel tempo.
Il loro quartier generale, (alternativo al più ricercato e 'liberal' "Grenweech Village") è il "Brill Building" .

La più generosa e capace autrice di queste hit è Carole King. 
Si può forse considerarla, la risposta femminile a Burt Bacharach, per la facilità di tessere melodie indimenticabili: musicista, compone al piano, spesso anche i testi sono suoi, e ad un certo punto, essendo dotata di una voce particolare ( roca e graffiante al punto giusto) a trent'anni compiuti, è il 1971, decide di mettersi in proprio e cantare le proprie composizioni.

Inizia con l'immenso successo dell'album 'Tapestry', che non riuscirà poi a bissare con i successivi, ma tanto basterà ad immortalarlo come  monumento inamovibile e inattaccabile del 'song book' americano di ogni tempo.
Fra tutte le splendide composizioni, tra le quali, 'I feel the earth move', 'So far away', It's too late', 'A natural woman', quella più rappresentativa del suo stato di grazia creativo è innegabilmente "You've got a friend", che ha una storia particolare: si incrocia, infatti, con un altro grande del pop rock a stelle e strisce: James Taylor.

"You've got a friend", è la canzone composta con l'ispirazione più pura che io abbia mai avuto - dirà  
Carole King - l'ho scritta io, ma è come se qualcosa fuori di me l'abbia scritta, attraversandomi."

James Taylor, partecipa alle session dell'album della King, e s'innamora così tanto del brano, che chiede all'autrice e interprete di poterne fare una cover nel disco che a sua volta stava preparando.
Carole King acconsente. 
La versione di Taylor avrà un così grande successo, che oltre a diventare punto fermo del suo repertorio, per anni, molti fan distratti, penseranno che il vero autore del pezzo sia lui. 
E siccome siamo in tema, questo equivoco, comunque, non scalfirà l'amicizia tra i due artisti, che, anzi, ogni volta che potranno esibirsi insieme 'on stage', non perderanno occasione di farne duetto delizioso.

"Quando sei giù, pieno di problemi
 e hai bisogno di un aiuto e niente, niente va nel modo giusto
 chiudi gli occhi e pensami e subito io sarò là per illuminare anche le tue notti buie.

Se il cielo sopra di te dovesse diventare scuro e pieno di nuvole
e se quel vecchio vento del nord iniziasse a soffiare 
mantieni salda la tua testa ed urla forte il mio nome e subito busserò alla tua porta
e sai che ovunque sarò verrò di corsa per rivederti ancora.

Inverno, primavera, estate o autunno, 
tutto ciò che devi fare è chiamare ed io arriverò

Non è bello sapere che hai un amico?

La gente a volte è così fredda
ti feriranno e ti inaridiranno,
prenderanno la tua anima, se glielo permetterai
ma tu no lasciarglielo fare
tutto ciò che devi fare è chiamare
tu hai un amico
non è bello sapere che hai un amico?

18 giugno 1971 : Carole King fa sold out al 'Carnegie Hall Concert ' di N.Y. City.
Concerto splendido, ma l'apoteosi scoppia quando in scena arriva James Taylor:
ed è pura magia!




                                             

                                                       

                                                                                                                                                                                                                      

                                                                                                                              








 





    


venerdì 7 agosto 2020

Ho visto un re - Enzo Jannacci

da "Vita di don Giussani" di Alberto Savorana

"il 14 novembre 1986 si svolge a Milano la Giornata d'inizio anno sociale degli universitari di CL. (...)
A Giovanni Maspes, viene chiesto di eseguire 'Ho visto un re', la notissima canzone di Fo e Jannacci.
Ricorda Maspes: 'Ho passato i momenti precedenti l'incontro a cercare di convincere Dima, cassetta alla mano, che don Giussani non poteva aver sentito quella canzone, evidentemente inadatta a un momento di meditazione.'
A distanza di anni, Dima conferma che fu proprio Giussani a reclamare quella canzone ( l'aveva ascoltata da alcuni universitari della Cattolica), perchè voleva dedicare l'incontro al tema del rapporto tra l'io e il potere.
Dopo la  'Ballata dell'uomo vecchio', canzone di Claudio Chieffo, (che inizia con: 'La tristezza che c'è in me, l'amore che non c'è hanno mille secoli ...'), Giussani introduce la canzone di Jannacci con queste parole: 'Questa tristezza è l'aspetto originale di una ricchezza che ci viene tolta con tutti i mezzi.
la realtà che ci circonda ci vuole togliere questo disagio che è il principio di ogni ricerca, di ogni moto, di ogni ricupero, di ogni immagine di meglio, di più grande, di più sensato.'
Di conseguenza, 'al di là della serietà e dell'efficienza come punto di vista di lavoro, di professione; al di là del consumismo possibile e al di là dell'egoismo affettivo eretto a sistema, cosa volete di più?
Guai a chi si lamenta'.
Perciò, continua Giussani 'viene in mente la canzone di Jannacci: Ho visto un re.
Il re è il simbolo del potere di questa società che odia questa nostra tristezza che è, in fondo, la carne vivente di quelle domande che costituiscono il cuore dell'uomo.
E' il primo segno dell'uomo, dell' umano. Anzi, se la cantiamo subito!'.
Giussani ne anticipa alcune parole: 'Il vostro piangere fa male al re (...) e sempre allegri bisogna stare (...) Diventan tristi, e le commenta: 'Coloro che hanno il potere diventano tristi, se ti vedono piangere'

Maspes canta. Al termine, Giussani dice: 'Comunque la mordenza di questo noto canto di Jannacci è di grande attualità, perchè ognuno di noi può cedere di fronte ad una modalità di conduzione della società in cui diventano ovvi il limite e il soffocamento dentro il quale la nostra umanità è resa sempre più prigioniera e sempre più insepolcrata.
Perchè l'umanità sta nel cuore, ed è dal cuore che deve spaziare, ed è dal cuore che deve scoppiare.
Non è diversa la chiave di volta di una società come la nostra da quella che ha prodotto Auschwitz'.

Di quel momento, Maspes, ricorderà 'l'imbarazzo dell'uditorio, che non sapeva come reagire alla vivacità del canto: ci pensò lo stesso don Giussani a dare inizio a un fragoroso applauso'"

Questo è uno splendido brano dell'imponente biografia ufficiale di Don Giussani, (ed. Rizzoli) redatta in maniera incomparabilmente certosina e appassionata da Alberto Savorana, attuale responsabile della comunicazione del movimento ecclesiale di Comunione e Liberazione.

- da 'Roba minima' a cura di Andrea Pedrinelli
"1968. Jannacci aveva passato il primo turno della trasmissione televisiva del sabato sera 'Canzonissima' con 'Vengo anch'io' e voleva duellare per la vittoria con il favorito Gianni Morandi proponendo 'Ho visto un re'.
Apriti cielo. La RAI glielo impedì! (...)
Racconta lo stesso Jannacci: 'Nel '68 fare una canzone di quel tipo il sabato sera in TV era molto rischioso, c'erano già i moti e poteva scoppiare un bel casino, è vero.
Ma è anche vero che la prima cosa  che De Gasperi disse ad Andreotti fu di prendere la radio'.
Jannacci ripiegò su un'altra canzone, 'Gli zingari', e un giorno ci raccontò: 'La Democrazia Cristiana impediva di cantare 'Ho visto un re' in televisione e io sono andato via. Non avevo più voglia, ho scelto di non essere frainteso'

Scrive Paolo Vites nel suo bel libro 'Enzo Jannacci, canzoni che feriscono':
"Jannacci e Fo scelgono la strada dell'ironia popolare, come due giullari dei tempi antichi che irridono il potere di turno a sua insaputa, non quella dello scontro sanguinario muro contro muro dei loro colleghi cantautori dell'epoca"

Giorgio Vittadini, presidente della Fondazione per la Sussidiarietà, interviene sul sito informativo 'Il Sussidiario':
"Per questo più passa il tempo, più abbiamo bisogno della poesia e della musica di Jannacci.
Di un uomo non omologato, mai appiattito che, come il contadino di 'Ho visto un re', sa di aver diritto ad essere triste anche se il potere che gli ha levato tutto lo vorrebbe sorridente e beota.
Perchè il potere non sopporta che un uomo abbia una ferita che urla il desiderio di un oltre che niente e nessuno può assicurare, tanto meno il potere"


 


mercoledì 5 agosto 2020

Dannate nuvole - Vasco Rossi

dal "Messaggio di Benedetto XVI ai partecipanti e organizzatori del Meeting per l'amicizia dei popoli
Rimini 2006"

"(...)L'uomo sa, ne ha il confuso e nitido presentimento di essere fatto per una destinazione infinita, che sola può colmare quello spazio che egli sente di avere dentro di sè, uno spazio che chiede di essere riempito. (...)
Inquietudine, insoddisfazione, desiderio, impossibilità di acquietarsi nelle mete raggiunte: queste sono le parole che definiscono l'uomo e la legge più vera della sua razionalità.
Egli avverte un' ansia di ricerca continua, che vada sempre più in là, sempre oltre ciò che è stato raggiunto.(...) 
Dio, l'Infinito,si è calato nella nostra finitudine per poter essere percepito dai nostri sensi, e così l'Infinito ha 'raggiunto', oggi e permanentemente, la ricerca razionale dell'uomo tra gli uomini:
'Io sono la via, la Verità, la Vita'.

Sembrerà impossibile, sorprenderà la maggior parte dei lettori di questo post, ma l'incipit del messaggio di Papa Benedetto XVI, nel messaggio che nel 2006, con cui inaugurava quel grande avvenimento di incontri internazionali che da decenni è il Meeting di Rimini, quel Papa considerato il più arcigno difensore del patrimonio della cattolicità, è lo stesso incipit con cui, otto anni dopo, Vasco Rossi, il cantautore che da anni è il maggior interprete delle più grandi inquietudini giovanili dallo sbandamento sociale dal riflusso degli anni '8o, in poi, inizia il brano "Dannate nuvole"

"E' l'uomo che ha dei limiti, e ognuno di noi deve conoscere i propri.
Conosci i tuoi limiti è proprio quello che i filosofi greci intendevano con 'conosci te stesso'.
'Niente dura' è la mia personale trasposizione  del 'tutto scorre' di Eraclito.
Niente di nuovo sotto il sole.
ma la canzone parla anche della grande capacità, volontà e coraggio degli uomini a continuare a costruire le proprie vite sulle sabbie mobili del tempo.
'Chissà perchè?' è invece la domanda delle domande. (...).

E' una parte di una sua intervista al "Corriere della musica", rilasciata a  Luca Garrò

E' a quel 'Chissà perchè' che il Blasco non risponde, e forse un pò se ne vanta, facendo cadere volontariamente o no tutto il castello di carte delle domande che coraggiosamente si pone.

Infatti, come scrive il poeta Davide Rondoni, sulle pagine del quotidiano "Avvenire" nel 2014:
"Ad un altro livello inspiegabile ( quel 'chissà perchè', ripetuto alla fine), insorge la contraddizione al pensiero della mente nichilista: qualcosa che viene prima e che può eventualmente fondare valori sempre antichi e nuovi.
Un livello di quel che Leopardi chiamava il 'mistero eterno dell'esser nostro'.
Come se qualcosa che è più forte delle acquisizioni della mente, più forte del pensiero dominante, più indomabili delle nostre abitudini, insorgesse  a riaprire sempre la partita. (...)
Davanti alle vicende della vita non si può tacere una domanda di significato, di senso.
Questo è il segno duro e drammatico della nostra epoca."

E se avesse ragione Benedetto XVI?
Coraggio Vasco, facci un pensierino ....



 


martedì 4 agosto 2020

Bird on the wire - Leonard Cohen

"Dal profondo a te grido, o Signore
Signore, ascolta la mia voce,
siano i tuoi orecchi attenti
alla voce della mia preghiera.
Se consideri le colpe, Signore
chi potrà sussistere?
ma presso di Te è il perdono
e avremo il tuo timore. (...)
Israele attenda il Signore,
perchè presso il Signore è la misericordia
e grande presso di lui la redenzione"
(dal Salmo 130)

Nel libro "Che cos'è l'uomo perchè te ne curi" (ed. San Paolo), don Luigi Giussani commenta così il salmo 130:
"Il grido a Dio, cioè il passaggio, inizia dalla contrizione e la contrizione è la confessione del proprio male.
Qui non s'intende necessariamente la confessione sacramentale, il riconoscimento del peccato indispensabile alla domanda. (...)
Il perdono da parte di Dio ispira in noi il timore molto più della giustizia che tiene i conti;
è la Sua misericordia che ci fa veramente sentire dipendenti e, perciò, ci orienta alla conversione, non è in nessun caso la paura. (...)
La misericordia e il perdono, la confessione ,il riconoscimento della dipendenza da Lui che si esprime in grido ci liberano.
Il peccato non ha più potere su di noi, vale a dire non viene più giustificato e no ci deprime falsamente con la falsità più diabolica che ci sia,perchè essere depressi per il proprio peccato, è proprio il modo per restare irretiti dalla malvagità che è in noi"

"Bird on the wire' è una canzone che sembra ricordarmi i miei doveri.
La cominciai a scrivere nel 1968 in Grecia, a Idra, quando sull'isola non c'erano ancora nè telefono nè elettricità. ma ad un certo punto, cominciarono ad impiantare dei lunghi pali telefonici di legno, senza che nessuno ne sapesse niente.
La prima volta che vennero a lavorare sotto la mia finestra, passai parecchio tempo ad osservare quell' operazione e pensai come la civilizzazione mi avesse raggiunto e, nonostante tutto, non fossi capace di fuggirla. Mi resi conto improvvisamente che non avrei potuto continuare a vivere come se fossi nell'anno Mille.
Poi, naturalmente, arrivarono gli uccelli a posarsi sul filo teso tra i pali e questo mi suggerì l'idea della canzone"

A parlare così è Leonard Cohen, citato nel libro di testi commentati "Halleluyah" redatto da Alberto Castelli, che così scrive:
"La canzone sembra costruita sulla continua lotta che bisogna sostenere per superare gli ostacoli che si presentano nel quotidiano e il male che si rischia sempre di fare a qualcuno.
Sulla necessità di chiedere perdono alle persone a cui lo si è involontariamente fatto.
Se poi si vuole dare un'interpretazione religiosa, allora bisogna pensare che si tratti di un temasulla redenzione, sul tentativo di liberarsi di tutti i peccati commessi, rimettendosi a Dio."

E, Cohen, qui, è perentorio:
"Non c'è niente da interpretare, il significato è proprio quello che si legge, è molto esplicito.
Ho solo cercato di mitigare quella sorta di umana, arrogante dichiarazione che dice in modo pomposo:
ho cercato di essere libero, mentre in realtà,tutti cercano di essere liberi. (...)
Rimane l'idea di uno sforzo compiuto in quella direzione, ma viene inclusa la possibilità del fallimento"

Scrive Maurizio 'Riro' Maniscalco in "Help, il grido del rock":
"Leonard Cohen, ci racconta di sè, del sentimento di sè (...)
Quest'uomo è fragile, , ma in questa fragilità, ci dice dall'inizio alla fine 'ho sempre cercato d essere libero'. E' questo il filo dell'autocoscienza che si dipana attraverso errori, debolezze,mancanze, limiti di cui Cohen è consapevole." 

Il giornalista Paolo Vites, gran conoscitore della storia e dei protagonisti del rock, sul sito d' informazione  'Il Sussidiario', così entra in profondità nel testo:
"La canzone di Cohen, uno dei massimi capolavori del cantautore canadese, è un inno di per sè e a suo modo una preghiera.
I versi iniziali, sono macigni incisi sul marmo del dolore esistenziale e del desiderio di significato di ogni essere umano.
Il desiderio massimo, il desiderio infinito, il desiderio che ci costituisce per l'eternità: essere liberi. (...)
Cohen, come al suo solito, gioca con il dualismo donna / Dio: le sue parole possono essere rivolte alla sua amante, ma anche a Dio. (...)
Echeggiando la straordinaria 'My way' di Frank Sinatra, Cohen, suggerisce un'immagine di immensa dignità: a modo mio, alla mia maniera, con i miei errori, con i miei sbagli, ma ho cercato di essere libero.
C'è qualcosa di più grande di questo?"

Leonard Cohen, era di origini ebree, e tutta la sua vita è stato un continuo confrontarsi con le sue radici religiose, fino alla fine: lo testimoniano i suoi ultimi lavori scritti a ridosso della sua morte.
Quindi, non pensiamo sia una forzatura, dare un senso a queste domande, citando ancora Luigi Giussani:
"Di fronte al potere che Dio ha di ricostituirci continuamente, di fronte alla misericordia e la perdono, questa speranza non resta una decisione di fede, ma diventa sempre più anche uno stato psicologico normale, un'affezione normale.
Perchè il Signore, è pieno di fedeltà, cioè non abbandona mai i suoi, qualunque sia stata o sia la notte della dimenticanza, o della resistenza che si copre tante volta di scoramento"

"Bird on the wire" è uno splendido brano, una ballata che vira in gospel, tanta è la tensione e lo struggimento che coinvolge l'ascoltatore. La versione postata è da un concerto tenuto a Londra nel 2009, forse la sua ultima tourneè.
Leonard Cohen, lascerà questa vita nel 2016. 

"Come un uccello sul filo
come un ubriaco in un coro di mezzanotte
ho provato a modo mio, di essere libero.
Come un verme su un amo
come un cavaliere su qualche antico libro fuori moda
ho conservato tutti questi miei trofei per te.

Se sono stato sgarbato
spero tu possa lasciar correre
se non sono stato sincero
spero che tu sappia
che non era mai nei tuoi confronti.

Come un bambino nato morto,
ho lacerato chiunque cercasse di raggiungermi,
ma giuro su questa canzone
e su tutto ciò che ho fatto di sbagliato
che rimetterò ogni cosa a Te.

Ho visto un mendicante appoggiato allasua stampella di legno,
mi ha detto - Non devi chiedere tanto - 
e una donna graziosa affacciata sulla sua porta buia gridarmi
- Perchè non chiedere di più? -

Come un uccello sul filo
come un ubriaco in un coro a mezzanotte
ho cercato, a modo mio, di essere libero"




  

lunedì 3 agosto 2020

Il bacio sulla bocca - Ivano Fossati

"Sa, invece, io, coi miei colori da filanda, come gliel'avrei fatto il ritratto?
Mi sarei presentato davanti a lei (...) l'avrei guardata per un pò ...
Allora gli occhi, si, proprio i miei, che non sanno nè di me, nè di te, mi si sarebbero illuminati, poi avrei cominciato così:
Oh bella e bellissima! Guardatela, signori del paese, signori del castello, signori del lago : una perla, un girofano, un liandro!
Più ti guardo, e più mi sento tremante, come se capissi sempre di più perchè l'Eterno Padre s'è servito del ventre della mia povera mammetta per mettermi al mondo!
E' stato per incontrare te, per perderti la testa intorno!
Bella e bellissima! Oh, ma io adesso ho voglia di darti un bacino! E te lo do.
Si, te lo do, qui, in faccia a tutti.
Oh, che bellezza! Oh che magnificenza! Oh, che oratoria! Oh, che filologia! Oh, che bocchetta di zucchero! Oh, che strappabaci! Oh, che castagnetta birolenta! Oh, che fine del mondo!
Oh, che principio! Oh, che gelsumino! Oh, che toponimo! Oh, che Pizia! Oh, che cumacina! Oh, che omelia! Oh, che romanzo! Oh, che tutto e tuttissimo! Oh, che cielo e cielissimo! Oh, che parole e parolissime!"

Beh ...... trovo questa una delle più belle e appassionate dichiarazioni d'amore che mai siano state scritte.
Anzi ..... declamate!
Infatti il brano è tratto da un'opera teatrale di Giovanni Testori : si tratta de "I promessi sposi alla prova", molto liberamente tratto dal capolavoro di Manzoni, che lo scrittore mise in scena a metà degli anni '80, sul palcoscenico milanese del teatro 'Pier Lombardo' con la magistrale interpretazione di Franco Parenti.
Renzo Tramaglino pressato da Don Rodrigo che insisteva a bloccare le nozze con il giovane e Lucia Mondella, esplodeva in questa appassionata dichiarazione all'amata per confermare tutta la sua intenzione di convolare a giuste nozze.

Molto raramente nella storia della canzone cantautorale italiana si sono creati brani che unendo musica e parole, andando oltre la retorica banalotta del 'cuore / amore', abbiano potuto disporre di una potenza lirica così incisiva e nello stesso tempo così pop da colpire immediatamente il sentimento dell'ascoltatore. 

Nel 2003, Ivano Fossati, riesce nel miracolo di comporre una canzone d'amore di una semplicità sconvolgente. un capolavoro dove musica e parole si fondono pregevolmente.
Non è un caso. 
Ivano Fossati possiamo considerarlo, senza tema di smentite, tra i più grandi autori di canzoni, alla pari con i più popolari Battisti, Baglioni, Dalla, De Gregori...... tanto per citarne alcuni.
Una carriera lunghissima: dai primissimi anni '70 con il 'prog' dei Delirium, autore per le più grandi interpreti del pop italico e con un catalogo da solista con alcune eccellenze insuperabili.

Nell'album, 'Lampo viaggiatore', uno dei suoi migliori, inserisce la gemma di "Il bacio sulla bocca"

"E' un amore senza freni che ci invoglia a sognare, che ha bisogno di essere urlato, raccontato, ballato come un valzer. Un amore che ci guarda la spalle, che durerà per sempre e che il tempo non sfiorerà.
Però è anche vero che le cose nella vita reale passano, filtrano nelle canzoni, anche se non vogliamo che succeda, c'è sempre qualche frammento di vita vera che finisce nelle canzoni.
Non ci si deve innamorare di tutto, ci si può innamorare di quelle cose che valgono veramente per te, che hanno un senso, un'affinità forte con noi.
Innamorarsi di tutto, in realtà significa innamorarsi di niente.
L'ho capito col tempo."
Così, in una intervista del 2003 a Capital.it

Con ironia, nel libro "di acqua e di respiro", nel quale insieme al giornalista Massimo Cotto racconta le sue canzoni, ammette:
"E' una delle poche canzoni d'amore mie che finisce bene. Anche solo per questo, dovrebbe essere protetta dal WWF"

"Una canzone, come un libro o un film, deve rappresentare qualcosa.
Non parlo di contenuti alti, anche la più leggera delle canzoni, secondo me, può dire una parola preziosa,anzi, spesso succede proprio questo.
Molte canzoni 'leggerissime' degli anni '60 contengono passaggi toccanti e ammirevoli visti da un autore di oggi.
Milioni di persone le ricordano con piacere, quindi vuol dire che c'era una ragione per scriverle"
Così a Repubblica in una intervista del 2015"

E "Il bacio sulla bocca" è una di quelle








My father's house - Bruce Springsteen

"Aveva tutte le caratteristiche per diventare la perfetta candidata alla 'cancel culture':
scrittrice bianca scomparsa nel 1964, cattolica, abitava in una grande tenuta nella Georgia insieme ai suoi splendidi pavoni, conservatrice con quella tipica angoscia e il sapore forte della verità del sud degli Stati Uniti, comune a tanti scrittori come Walker Percy.
E così, Flannery O'Connor è stata cancellata, ma dalla propria 'famiglia'.
La 'Loyola University nel Maryland, università gesuita, ha annunciato di aver cambiato nome della 'Flannery O'Connor Hall' dopo le accuse di razzismo dovute ad alcune sue lettere private (ad aprire il processo alla memoria della grande scrittrice ci aveva pensato il 'New Yorker' un mese fa)
'La cosa più terribile per me, da cattolica, è che il capo di questa istituzione, la Loyola, sia un prete cattolico e che lasci abbattere anche la nostra fede' dice Siobhan Nash-Marshall, docente di Filosofia a New York, che ha firmato un appello accademico a difesa della O'Connor.
'Le storie della O'Connor difendono i reietti, tra cui gli afroamericani e gli oggetti principali della sua satira sono spesso i bianchi razzisti - continua Nash-Marshall - E' profondamente ironico che fra tutti gli scrittori, Flannery O'Connor, la cattolica romana, sia 'cancellata' da una università cattolica. (...)
Al fondo c'è una cristianofobia: hanno decapitato statue di Gesù in Florida, dicendo che era un uomo bianco. Sono di un'ignoranza totale e chi li sprona sono accademici" 

Fin qui un articolo de "Il Foglio" di giovedi 30 Luglio 2020 a firma di Giulio Meotti.

Ma chi era Flannery O'Connor? : scrittrice cattolica, romanziera dalla visione cruda della società abitata da personaggi 'borderline' protagonisti di storie non convenzionali e dai risvolti grotteschi.

"I racconti dovrebbero rappresentare la vita, e lo scrittore deve usare tutti gli aspetti della vita che sono necessari per creare un'opera convincente. (...)
Scrivere racconti è la concreta espressione del mistero, mistero che è vissuto"
Così scriveva la O'Connor ad un'amica nel 1956.

E ancora:
"Ciò che rende ironico il silenzio con il quale i cattolici hanno accolto la mia opera è il fatto che io scrivo in questo modo perchè e solo perchè sono cattolica.
Se non fossi cattolica non avrei nessuna ragione di scrivere, nessuna ragione di guardare, e nemmeno nessuna ragione per sentirmi inorridita o per gioire di qualsiasi cosa"

E per quanto riguarda l'accusa di razzismo?
Ecco alcune sue riflessioni:
"C'è bisogno di una grazia speciale perchè due razze possano vivere insieme, particolarmente quando la popolazione è divisa a metà e quando hanno una storia particolare come la nostra.
Non si può trovare una soluzione al di fuori di un codice di comportamento basato sulla reciproca carità" 

- da "Inseguire quel sogno"  autoritratto di Bruce Springsteen:
"Il mio album del 1982, 'Nebraska', ha quella dote cinematica che vorrei possedere sempre nei miei lavori, quando entri in una canzone e senti la vita pulsare. Con le sue malinconie e le sue debolezze. (...) Sono stato ispirato più del cinema e dalla letteratura che dalla musica.
Le prime letture importanti le ho fatte verso la fine dei miei vent'anni, con autori come Flannery O'Connor. Sentivo che c'era qualcosa nelle sue storie che catturava quella parte del carattere americano che mi interessava descrivere.
I suoi racconti sono stati una grande rivelazione: riusciva ad arrivare al cuore della malvagità che al contempo non rendeva mai esplicita.
Questo avviene in tutti i suoi racconti - il modo in cui lascia questo buco, questo vuoto che è in ognuno di noi.
C'è una specie di lato oscuro - una componente di spiritualità - che ho sempre avvertito nelle storie della O'Connor.
Conosceva il peccato originale; sapeva qual'era il modo di rendere carne un racconto.
Aveva talento e idee, e l'uno serviva le altre.
A quei tempi stavo venendo fuori da un periodo in cui scrivevo in modo un pò troppo pomposo e retorico e volevo trovare un'altra strada - più scarna, personale, essenziale.
Così poco prima di registrare 'Nebraska', lessi molte cose della O'Connor"

- da "Talk about a dream. Bruce Springsteen / Testi commentati" di Ermanno Labianca
"'My father's house' poggia su queste coordinate, con la corsa del piccolo protagonista che cerca smarrito la via di casa.
Tutto come nella parabola del figliol prodigo.
Un bel romanzo di Flannery O'Connor 'La vita che salvi può essere la tua', presenta paesaggi simili.
Come pure Springsteen, spesso cita suoi romanzi per esempio "La saggezza del sangue"

E, Luca Giudici, nel suo "Bruce Springsteen. Abbagliati dalla luce" chiosa.
"Il valore del sacro come compassione, che in 'Nebraska' assume tutta l'importanza di un principio fondante, complessivamente nella filosofia springsteeniana è universale, trascende la storia individuale"

"My father's house", come d'altronde tutto l'album 'Nebraska', è un prodotto musicale 'minimale', non ha la carica e l'imponenza del rock classico, si ispira alle ballate rurali del primo Dylan; qui il 'Boss' vuole mettere in evidenza il testo senza curarsi di arrangiamenti 'attraenti'. 

"Stanotte ho sognato di tornare bambino
là dove i pini crescono alti e selvaggi
cercavo di trovare la via di casa attraverso i boschi
prima che calasse il buio
Sentivo il vento frusciare tra gli alberi
e voci spettrali levarsi dai campi
Ho iniziato a correre con il cuore in gola per quel sentiero accidentato
con il diavolo alle calcagna

Mi sono aperto un varco tra gli alberi e lì, nella notte
la casa di mio padre si ergeva splendente e luminosa
I rami e i rovi mi strappavano i vestiti e mi graffiavano le braccia
ma ho continuato a correre fin quando non mi sono sentito tremare tra le braccia di lui.

Mi sono svegliato pensando alle cose che ci avevano divisi:
mai più avrebbero allontanato i nostri cuori.
Mi sono vestito e mi sono diretto verso quella casa,
dalla strada riuscivo a vedere la luci dietro le finestre.
Sono salito e ho atteso sotto il portico:
una donna che non conoscevo mi ha parlato dietro una porta chiusa con una catena.
Le ha raccontato la mia storia, spiegandole per chi ero venuto.
Mi ha detto: 'Mi dispiace figliolo, ma nessuno con quel nome vive più qui'

La casa di mio padre risplende altera e luminosa,
è come un faro che mi chiama nella notte,
mi chiama e mi chiama ancora, così fredda e isolata,
splendendo al di là di quella oscura strada
dove i nostri peccati giacciono impuniti"

...e adesso, 'cancellate' anche Springsteen ...... se ce la fate!



domenica 2 agosto 2020

Sangue su sangue - Francesco De Gregori

"(Abbiamo) dolore per le vittime, per tante donne, uomini e bambini assassinati dalla violenza del terrore stragista.
Ognuna di queste persone aveva una storia, una prospettiva di vita, un futuro che è stato rimosso, sottratto loro, cancellato.
questo ha indebolito il nostro Paese nella sua società, complessivamente privandolo di storie di futuro dei suoi cittadini (...) questo dolore non è estinguibile, è una ferita che non può rimarginarsi e per questo motivo chiede ricordo, per evitare che si ripetano, che si ripeta qualunque avvisaglia di strategie del terrore come quella che allora fu messa in campo. (...)
Un altro elemento che vorrei sottolineare è l'esigenza di piena verità, l'esigenza di giustizia, (...) contro ogni tentativo di depistaggio e di occultamento"

Sono passati quarant'anni dalla strage perpetrata alla stazione ferroviaria di Bologna il 2 Agosto 1980.
Gli stessi anni dalla strage aerea di Ustica, pure essa alla ricerca della verità.
E alla memoria anche di questa catastrofe umana, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, lancia un monito:
"Questo museo è un tempio della memoria che consente di mantenere intatta la memoria della tragedia di Ustica ed esorta a ogni impegno per difendere vita e libertà".

Nella Cattedrale di Bologna, l'arcivescovo Matteo Zuppi, così si esprime nell'omelia:
"Meditiamo come l'uomo possa distruggere la vita e anche se stesso, Cain che come Giuda è sempre nostro fratello.
Davanti alle tragiche conseguenze di ogni strage, che distruggono la fragilissima meraviglia che è sempre ogni persona, la domanda è: dove sei uomo, cosa hai fatto della tua umanità?
Come è possibile? (...)
Chiediamo ancora che chi sa qualcosa trovi i modo per comunicare tutto ciò che può aiutare la verità (...)
Preghiamo che il grido di dolore che sale dal sangue delle vittime e che è ascoltato da Dio, lo sia anche dagli uomini e diventi pratica di giustizia e umile impegno di onestà." 

Nel 1991, Francesco De Gregori, pubblica l'album "Canzoni d'amore".
E' un titolo fuorviante e paradossale per uno dei suoi lavori più intensamente politici ( nel senso alto del termine) con brani che vanno ad intercettare la cronaca, anche violenta, di un mondo in piena confusione di significato.
L'Italia iniziava il decennio, lasciandosi alle spalle vent'anni di occultata guerra di bande criminali ammantate di ideologia politica, responsabili di una lunga scia di dolore e morte.

"Sangue su sangue", è un pezzo inusuale per De Gregori: chitarre lanciate a gran velocità, un ritmo rock che pur essendo debitore della più elettrica tradizione nord americana, non impallidisce al confronto.
Il nervoso rock sostiene le parole di denuncia, nella ricerca della verità.

"Non so se sono un ottimista. Se mi guardo indietro in molte canzoni che ho scritto trovo invece una vena catastrofista. Penso a "Sangue su sangue". (...) Non sono un politico, quindi non so dirti cosa vuol dire essere ottimista. Vorrei lasciarvi tutti con un interrogativo: possiamo permetterci di essere ottimisti?
L'arte non deve essere buona, giusta o morale.
Deve cambiare qualcosa dentro la testa, spostare, accendere.
L'arte può essere anche scandalosa.
L'artista deve essere se stesso.
Mi chiedevi se l'artista dev'essere una persona per bene: dobbiamo esserlo tutti, esprimerci con sincerità e se questa diventa scandalosa: bene.
L'artista tanto meno è conformista quanto più rischia la sua credibilità sul piano sociale"
Sono brani di un'intervista rilasciata al Foglio nel 2019.

De Gregori è un tipo di artista e di uomo interessante, come per tutti quelli che raccontano di una propria parabola di vita che guarda verso una maturità osservandola in tutti i suoi sviluppi.
C' è un passaggio di una lunga intervista all'Osservatore Romano, che proponiamo:
" La prima cosa che mi ha colpito nella riflessione di Papa Francesco ( nel Messaggio per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali 2020), è una cosa piccola piccola, che in qualche modo mi riguarda personalmente:
Il fatto che egli non abbia nessun problema a mettere accanto alla letterature e al cinema anche le canzoni.
Questo non è affatto scontato.
E' difficile che le canzoni siano considerate cultura, raramente ciò che 'raccontano' le canzoni viene invitato alla stessa tavola della arti cosiddette 'maggiori'.
D'altra parte la Chiesa è stata spesso anticipatrice di atteggiamenti e di aperture analoghe.(...)
L'arte della narrazione è un unico testo, come dice il Papa, avvolge l'uomo e coinvolge l'umanità"












 

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