giovedì 10 settembre 2020

The long and winding road - The Beatles

da "Il brillìo degli occhi" di Julian Carron

"Una volta accaduto l'incontro, dopo aver fatto l'esperienza di essere stati calamitati, 'bloccati' da una presenza di umanità diversa, in cui abbiamo riconosciuto - ciascuno secondo i propri tempi e la propria storia - la presenza di Cristo, qui ed ora, avendo cominciato a vedere i frutti nella nostra vita, ci può sembrare di essere arrivati, e quindi di poter smettere di camminare.
Dobbiamo arrenderci al fatto che le cose non stanno così.
L'incontro, che continuamente si rinnova e riaccade, è il continuo aprirsi di una strada, che non può cessare di essere percorsa. (...)
Non appena ci fermiamo credendo di possedere quello che ci è stato dato, la pesantezza e l'aridità invadono le nostre giornate.
Invece che una fioritura, ci troviamo tra le mani erba secca. Vediamo di nuovo il nulla infiltrarsi nel tessuto del nostro tempo. E rimaniamo sorpresi, delusi.
Come mai un tale inaridimento? (...)
Nessuna interruzione, del cammino, dunque.
Ma questa evidenza, che la conversione è una strada che dura tutta la vita e la fede è sempre uno sviluppo, può indurci a cedere, quasi senza accorgercene, a una tentazione: quella di cambiare metodo, cioè - di fronte alla vita, alle sue urgenze, alle sua sfide personali e sociali - di sostituire con altro l'incontro.
Vale a dire, la tentazione è dare per scontato l'avvenimento, dare per scontata la fede, e puntare su altro: cerchiamo il compimento della nostra vita altrove e non nell'avvenimento che ci ha attratto. (...)
Questa è una tentazione oggi come all'inizio, e lo sarà per tutta la storia e il cedervi è ciò in cui, in fondo, consiste il 'peccato'. "

Come al solito l'invito è andare a leggere l'integrale delle meditazioni di Julian Carron, presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione, pubblicate nell'estate 2020, segnata dal Covid. 

"Mi sono appena seduto al mio piano in Scozia, ho iniziato a suonare e ho pensato a quella canzone, immaginando che sarebbe stato fatto da qualcuno come Ray Charles.
Ho sempre trovato ispirazione nella calma bellezza della Scozia e ancora ha dimostrato di essere il luogo in cui ho trovato ispirazione.
E' piuttosto una canzone triste: mi piace scrivere canzoni tristi, è una buona borsa per contenere, perchè puoi effettivamente riconoscere alcuni tuoi sentimenti più profondi ed in esse inserirli.
E' un buon veicolo, evita di dover andare da uno psichiatra"

Così Paul Mc Cartney racconta la genesi di "The Long and winding road", che fu l'ultimo singolo pubblicato sotto 'l'etichetta' Beatles, dopo ci fu solo la notizia della fine dello storico sodalizio dei quattro di Liverpool.

Intorno a questa canzone, accadono tante di quelle cose, fra liti, arrangiamenti appiccicati e mai digeriti,
specie da Paul, incomprensioni tra gli stessi musicisti, leggende metropolitane, che ci vorrebbe un'intera enciclopedia a più tomi, per raccontare come poi effettivamente si arrivò alla pubblicazione.
Vi basti sapere che ormai da mesi i rapporti artistici e umani tra Paul, John, George e Ringo erano ridotti ad un lumicino, giusto per usare un eufemismo.

"Long and winding road" è il simbolo, è il documento sonoro, la testimonianza, di un'amicizia che va in frantumi e la malinconia che suscita questa situazione, ma nello stesso tempo la coscienza che bisogna ancora camminare sulla strada della vita, non lasciarsi sopraffare dai fallimenti.

Come scrive Maurizio "Riro" Maniscalco (quante notti passate con lui, conversando di musica, ai microfoni di "Radio SuperMilano"!), nel volume edito da Itaca Libri "Help, il grido del rock":
"Quella raccontata da McCartney non è una strada romantica su cui fuggire, e nemmeno una strada metafisica.
E' la strada che si percorre per giungere alla porta di casa.
Ed è 'la casa': quella con dentro una presenza, il mio luogo autentico, quel posto dove ho il mio posto. dove 'nulla è contro di me'. La casa da condividere con un amico, con un amore.
E' la strada su cui Paul chiede di non essere lasciato solo: 'Conducimi alla tua porta' , sussurra accompagnato dal pianoforte.
Ho sempre pensato che fosse una domanda infinita quella che si esprime dentro al 'non lasciarmi ad attendere, conducimi dentro alla tua porta'.
E come le orchestrazioni di questa canzone ( così semplice nella sua realtà pianistica e invece così cinematografica nell'aggiunta di viole, violini e cori) snaturano la sua essenzialità, allo stesso modo anche in noi stessi le aggiunte a quella richiesta la rendono complicata, intricata, non essenziale.
L'importante è quella richiesta semplice e quella strada che 'conduce sempre lì' "

E' per questo che la versione che sentirete è quella editata da Paul McCartney nel 2003, quando finalmente rese pubbliche le incisioni  dell'album "Let it be" senza le sovraincisioni orchestrali, così detestate, volute al tempo dell'uscita del disco, quasi con l'inganno, dall'arrangiatore Phil Spector.

"La strada lunga e tortuosa
che conduce alla tua porta
non sparirà mai.
L'ho già vista prima
mi porta sempre lì,
mi conduce alla tua porta.

Molte volte mi sono sentito solo
in questa notte ventosa e tempestosa
e molte volte ho pianto.
Perchè mi hai lasciato qui?
Fammi conoscere la strada

Ma ancora mi conducono indietro
alla strada lunga e ventosa,
tu mi hai lasciato qui
tanto tempo fa.
Non lasciarmi qui ad attendere
conducimi alla tua porta"




 

martedì 8 settembre 2020

L'ombra della luce - Franco Battiato

da "Il filo infinito" di Paolo Rumiz

" Ore 7,30, il canto delle 'Laudes' in chiesa.
Anche qui, una nuova, inattesa evidenza. L'abside non è che la conchiglia delle orchestre, il luogo della risonanza che si sposa con la luce del primo mattino attraverso le vetrate.
Canto e luce, ecco il cuore di una liturgia, che, assieme al pane e al vino, deve aver stupefatto i barbari, cristianizzandoli.
Stamattina a Praglia, il latino viaggia sulle ali dell'unisono maschile e saluta il trionfo del giorno.
Mi chiedo se la crisi delle vocazioni non sia iniziata con la liquidazione del gregoriano e l'arroganza di architetti incapaci di dare acustica alle chiese.
Le chitarre e i preti stonati hanno fatto il resto, decretando l'eclissi del sacro"

E' dal monastero benedettino di Praglia, nel padovano, che il triestino Paolo Rumiz, scrittore e viaggiatore, viene come rapito dal canto dei monaci, e lo racconta nel suo libro, cronaca di un viaggio tra i monasteri europei del 'circuito' di S. Benedetto.
Un viaggio che l'ha segnato nel profondo, tanto, che dopo essere stato ospite al Meeting di Rimini nel 2019 ha affermato:
"Io sono un laico di ferro: mezzo garibaldino e mezzo asburgico, ma in questo viaggio, in qualche modo, ho subìto una metamorfosi.
Me ne rendo conto perchè dove vado a parlarne trovo folle silenziose con gli occhi sgranati.
Mi accorgo di parlare di radici cristiane dell'Europa con una forza e un entusiasmo contagiosi, che non avrei mai immaginato.
E' un cambiamento che meraviglia anche me stesso, ne sono impressionato"

Franco Battiato, invece è un siciliano d.o.c. anche se la sua carriera l'ha iniziata, a metà degli anni '60, tra le nebbie lombarde. Viene segnalato da Giorgio Gaber e ne diventa collaboratore musicale.
Per almeno 15 anni pubblica lavori rivoluzionari  di musica contemporanea sperimentale, dove unisce sprazzi di classicità e avanguardie elettroniche, fidelizzando una nicchia di attenti ascoltatori.
La svolta 'pop' a ridosso degli inizi degli anni '80, dopo l'incontro con il violinista, compositore e direttore d'orchestra Giusto Pio: Battiato entra nel mainstream radiofonico con "La voce del Padrone",
successo discografico da un milione di copie.
Le canzoni, pur non abbondando un certo divertimento intellettuale, ridondano di ritornelli orecchiabilissimi che ti si appiccicano al primo ascolto.

Ma il personaggio è inquieto e non si accontenta della facile popolarità e sempre di più si stacca dall'easy listening e si addentra nei territori di composizioni musicali sempre più enigmatiche, anche a seguito della collaborazione con il filosofo nichilista Manlio Sgalambro.
Soprattutto a ridosso del periodo più popolare, Battiato, recupera una vena 'spirituale' a seguito di una visione esistenziale della vita che lo porta a sperimentare teorie sincretiste, studiando il primo cristianesimo orientale (anche quello eretico) e l'islam 'dolce' legato al sufismo.
Il risultato artistico è di prim'ordine.

"Non sono cattolico, ma ho amicizie molto forti nella Chiesa cattolica e soprattutto in alcuni monasteri di clausura.
A Roma, dopo un concerto all'Auditorium di Santa Cecilia, mi sono giunte alcune lettere di suore carmelitane che mi confidavano di pregare ascoltando 'L'ombra della luce'.
Non sono cattolico, ma non sono neppure buddhista o induista.
Ho una mia spiritualità, una mia ricerca dell'ascesi.
Sono un uomo religioso: non ho una 'parrocchia', sono religioso e basta.
Rispetto tutte le religioni, ma se qualcuna è violenta, capisco allora che c'è qualcosa che non va.
Ad esempio, preferisco l'Islam dei mistici sufi all'integralismo"

Queste affermazioni sono fatte a Giampaolo Mattei, nel 1998, nel libro "Anima mia":
e ancora, proprio sul rapporto liturgia e cristianesimo, citato da Rumiz:
"Sicuramente la liturgia che ho visto in certi monasteri è toccante. Niente preti che fanno salotto in chiesa: c'è purtroppo un pezzo di cattolicesimo che per me ha perso la sacralità del rito.
Ho anche vissuto da ospite in convento resistendo non più di poche settimane.
Entrare in clausura anche per poco è una straordinaria esperienza mistica.
La vita è molto dura; se ci vai e assisti alle liturgie, come ho fatto io, bisogna svegliarsi alle tre del mattino.
Non è facile ma se ci riesci è stupendo"

E', probabilmente, da questa esperienza che Battiato, nel 1991, pubblica "L'ombra della luce".
Nel video che propongo l'esibizione è tratta da un concerto del 2016.
Qui troviamo un Battiato molto invecchiato (è nato nel 1945). 
Proprio negli ultimi anni ha annullato ogni sua apparizione e vive in compagnia dei più stretti famigliari nel suo 'buen ritiro' catanese.
La voce è ormai un sussurro e questo non fa che aumentare il pathos del brano, già carico di tensione ascetica.





      

lunedì 7 settembre 2020

Itaca - Lucio Dalla

"Ulisse è una delle figure più celebri di tutta la cultura antica, e anche delle più controverse.
Da un lato, infatti, era celebrato come re prudente e seggio e come uomo curioso (...)
Dall'altro era giudicato in modo negativo, come astuto ingannatore, inventore di trucchi sleali ( il cavallo di Troia n.d.r) (...).
La scelta di mettere Ulisse all' Inferno, e in uno dei gironi più vicini a Lucifero, non era dunque scontata. (...) I medioevali però non avevano a disposizione l'Odissea, e conoscevano le vicende dell'eroe greco solo da citazioni parziali attraverso altre fonti."

E' un brano estrapolato dal commento al Canto XXVI dell'Inferno dalla Divina Commedia dantesca, curato da uno dei più appassionati recensori del monumento letterario della lingua italiana, il prof. Franco Nembrini, nel primo poderoso volume edito da Mondadori.
E così continua il grande educatore bergamasco: 

"Il figlio, il padre, la moglie: sono i primi affetti dall'uomo, quella prima più prossima rete di rapporti che costituisce la forma della vocazione di ciascuno.
Ne è spia inequivocabile il termine con cui si riferisce al padre: 'pieta', pietà.
Gli antichi identificavano il culmine della moralità di un uomo con quell'atteggiamento che definivano 'pietas' (...)
Il venir meno della pietas per assecondare la sete di conoscenza definisce l'aspetto chiave di Ulisse per Dante: l'insofferenza per tutto ciò che percepisce come un limite. (...)
Dov'e dunque l'errore (di Ulisse)? Certamente non del desiderare! (...)
Ma è nel modo in cui ci poniamo di fronte a quel desiderio, e di fronte alla realtà che lo suscita, che si gioca tutto. (...)
Quel viaggio è 'folle': con questo aggettivo Dante indica sempre 'fuori misura', nemico di ogni limite, di chi conta solo sulle sue forze. (...)
L'umiltà, è la virtù che permette l'incontro con l'infinito.
L'infinito, il Mistero che sta all'origine della realtà, non lo devi cercare aldilà del mare. (...)
Non funziona così.
Al contrario, Dio ti viene incontro attraverso le circostanze in cui ti chiama a vivere.
Così, quella moglie, quel figlio e quel padre sono esattamente il luogo in cui quel Mistero infinito per cui ci si sente fatti, può essere trovato.
Questo è quel che fa la misericordia di Dio: ti viene a prendere lì dove sei, nella 'selva oscura' in cui sei: e a partire da lì devi fare tutto il percorso"

Di queste riflessioni sono impastati anche i pensieri del marinaio della ciurma che segue Ulisse nelle sue peripezie raccontate da Omero, nella canzone 'Itaca' che Lucio Dalla all'inizio degli anni '70 interpretò e compose in squadra con i fidati (a quell'epoca) Baldazzi e Bardotti.

"Capitano che hai negli occhi il tuo nobile destino, pensi mai al marinaio a cui manca pane e vino?
E se muori è un re che muore, la tua casa avrà un erede, quando io non torno a casa
entran dentro fame e sete"

Alcune testimonianze dell'epoca raccontano che per Dalla le rimostranze del marinaio protagonista erano l'emblema della contestazione del mondo operaio e proletario nei confronti del padronato borghese, l'evidenza della lotta di classe, quindi un testo prettamente politico.
Ma Dalla è sempre partito dalla sua educazione cristiana:
"Nelle mie canzoni ci sono molti valori cristiani.
Metterei l'accento sulla parte umanistica della vita, mi pare un aspetto decisivo per affrontare questo benedetto terzo millennio che ormai è arrivato. (...)
Ho paura che l'uomo dimentichi la sua parte umanistica.
Con i progressi tecnologici e scientifici deve incrementare allo stesso tempo lo Spirito.
E' quello che io cerco di fare invitando attraverso le canzoni ad aumentare la propria coscienza nella conoscenza, nella meditazione e nel dare importanza alla dimensione spirituale."
Così Dalla si 'confessava' a Giampaolo Mattei, magnifico curatore del libro 'Anima mia', edito nel 1998.

E' proprio questo impeto tra impegno sociale e tensione ideale, che alla fine del brano fa dire al protagonista:
"Capitano che risolvi con l'astuzia ogni avventura
ti ricordi di un soldato che ogni volta ha più paura?
Ma anche la paura in fondo, mi dà sempre un gusto strano,
se ci fosse ancora mondo,
sono pronto,
dove andiamo?"

Ma non finisce qui: come rifletteva il prof. Nembrini, Dio si fa incontro all'uomo nelle circostanze, negli affetti più cari; e così, come turbato da un finale troppo appiattito e rassegnato all'arroganza del "leader", nei concerti, Dalla volle aggiungere una frase finale alla versione "ufficiale" del disco:
"Ma se non mi porti a casa / capitano, io ti sbrano"
"Itaca, la mia casa ce l'ho solo là, ed a casa io voglio tornare dal mare" 








  
 

domenica 6 settembre 2020

Morning has broken - (Yusuf) Cat Stevens

da "La prima alba del cosmo" di Roberto Battiston

(Centinaia di milioni di anni fa) "Verrebbe voglia di dire che il Big Bang sia, per definizione, l'alba del cosmo. Ma non è così semplice. (...)
Ad un certo punto, dopo centinaia di milioni di anni, in una posizione qualsiasi dell' universo si è raccolta talmente tanta massa che avviene lo straordinario fenomeno dell'accensione della prima stella. (...)
Come un fiammifero nel buio,la prima stella illumina un universo diventato oscuro, centinaia di milioni di anni prima. (...)
Forse è questa veramente la prima alba del cosmo.
Fenomeno straordinario, non visto da nessuno, ma certamente osservabile, a differenza dell'espansione iniziale che ha dato origine al tutto ma dove la separazione tra luce e buio non era definibile:
come ad un concerto rock, quando si illuminano gli accendini o i telefonini, uno dopo l'altro, fino ad averne migliaia. (...).
C'è una stella che ci sta particolarmente a cuore, il Sole.
Con ogni probabilità la nebulosa da cui proviene il Sole ha prodotto migliaia di altre stelle. (...)
Quella del Sole e del sistema solare è una storia che inizia quindi circa 4 miliardi e mezzo di anni fa, quando questa zona del cosmo faceva parte di una enorme nube molecolare che si estendeva per almeno 65 anni luce (...)
Se l'alba è l'inizio del giorno, il primo istante in cui di nuovo accade è l'inizio di una nuova era.
Mi piace pensare al momento in cui un ominide, nostro antenato, ha alzato gli occhi al cielo ponendosi, per la prima volta, la domanda: da dove veniamo?
Assieme a quella sul nostro destino ultimo, sia di individui che di specie, questa domanda ce la siamo portata dietro sin da allora."

Affascinanti citazioni da un recente libro di Roberto Battiston, ordinario di Fisica Sperimentale all'Università di Trento, dove si occupa di ricerche in fisica spaziale.
Gran divulgatore, è autore di numerosissime pubblicazioni scientifiche.

Scienza e religione, durante i secoli (e ancora oggi) sono protagoniste di un dualismo nelle generazioni umane.

L'americano Fratel Guy Consolmagno, direttore della Specola Vaticana (l'osservatorio astronomico del Papa) racconta in una intervista al mensile internazionale "Tracce":
"In realtà, conosco tantissimi scienziati che sono profondamente religiosi e la storia ne è piena. (...)
Nel campo della fisica e della astronomia, quasi tutti sono consapevoli di ciò che non conosciamo e tutti sanno quanto l'universo ci appaia più misterioso rispetto a 150 anni fa.
Tra fisici e astronomi c'è una grande apertura alla fede religiosa, qualsiasi fede"

E, poi, c'è l' arte della poesia ....

Un giorno Cat Stevens entra in una libreria di Londra, al cui piano superiore vi è una sezione di libri religiosi e si trova tra le mani un volume di Inni e la sua attenzione viene colpita particolarmente da un inno della scrittrice e poetessa cristiana inglese, vissuta tra il 1881 e il 1965, Eleaonor Farejeon : 'A morning song ( for the first day of spring). In vita aveva rivestito questi inni con musiche tradizionali gaeliche.
Stevens, artista sensibile ai temi spirituali, affascinato da tanta bellezza, crea una versione moderna dell'antico inno: ed ecco "Morning has broken", uno dei suoi più grandi successi che includerà nell'album del 1971, "Teaser and the firecat".

Questa notizia è citata in un libro biografico a cura di Paolo Vites: "Le canzoni di Cat Stevens"

Anche oggi, dopo aver ripreso la vita pubblica di artista dopo 40 anni di 'pausa', a motivo della sua conversione all'Islam, questa canzone di ispirazione cristiana è rimasta un punto fermo nei suoi concerti.
"L'esclusione delle altre culture genera inevitabilmente problemi.
Mi piace ricordare che le civiltà cristiana e islamica ad un certo punto si sono incontrate generando meraviglie.
Quando all'epoca (1977), abbracciai l'Islam, cercai di farlo nella maniera più totale e rigorosa possibile. I miei principi, da cristiano come da musulmano, hanno sempre avuto la pace come priorità.
E' vero, forse non ho fatto abbastanza all'epoca per chiarire i malintesi, ma non è quello il mio lavoro, sono un essere umano, nè un politico e nemmeno un leader religioso"

Sono parole da un'intervista a "La Repubblica" del 2017
E ancora:
"Canto ancora le mie vecchie canzoni perchè riflettono lo spirito degli anni '60, un periodo meraviglioso, in cui tutto poteva succedere, nascere, evolversi, un periodo di grandi novità e di grandi cambiamenti. Il mio sound era piuttosto unico e lo amo ancora, anzi, più si diventa vecchi e più guardiamo le cose con dolcezza" 

"Sorge il giorno, come fosse il primo giorno
il merlo ha cantato, come il primo uccello.
Lode per il canto, lode per la mattina.
Lodateli mentre sbocciano freschi dalla Parola di Dio

Dolce cade la pioggia, illuminata dal sole
come la prima rugiada, sulla prima erba.
Lode per la dolcezza del giardino umido.
Che nasce già completo dove passano i suoi piedi.

Mia è la luce del sole
mio il mattino
nato dell'unica luce che l'Eden vide giocare.
Lodate con esultanza, lodate ogni mattina
la ricreazione di Dio del nuovo giorno"

(Esecuzione live nel 2015)









  

 

giovedì 3 settembre 2020

La compagnia - Vasco Rossi

da "Il brillìo degli occhi" di Julian Carron

"Nichilismo / carnalità: sono questi i termini che definiscono la nostra situazione di oggi; e non solo di oggi ma di sempre, perchè il nichilismo di cui parliamo non è un fenomeno contingente, è una possibilità permanente dell'animo umano, anche se in altre epoche si sono usate parole diverse per indicarlo.
Al nichilismo, cioè al nulla che ci pervade e a cui siamo sempre tentati di cedere, non possono rispondere meri discorsi, regole, distrazioni, perchè non sono in grado di calamitarci, di conquistare realmente la nostra umanità.
Questo spiega l'insistenza di papa Francesco sul pericolo di ridurre il cristianesimo a gnosticismo o a pelagianesimo.
Al nichilismo, al vuoto di senso, può rispondere solo la carne, uno sguardo incarnato in una suora di ottant'anni o in un amico, ieri come oggi. (...)
O faccio l'esperienza oggi di una presenza che si prende tutto a cuore della mia umanità o in fondo non c'è scampo, perchè nè il discorso nè l'etica nè i diversivi di cui pure disponiamo possono generare quella pienezza che attendo dal fondo del mio essere. (...)

L'avvenimento cristiano ha la forma di un "incontro", un incontro umano nella realtà banale di tutti i giorni.
Non c'è niente di più intellegibile per l'uomo, niente di più facile da capire di un avvenimento che ha la forma di un incontro.
Si capisce, allora, perchè papa Francesco riproponga spesso la frase della 'Deus caritas est' :
'Non mi stancherò mai di ripetere quelle parole di Benedetto XVI che ci conducono al centro del Vangelo: 'All'inizio dell'essere cristiano non c'è una decisione etica o una grande idea, bensì l'incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e, con ciò, la direzione decisiva'.
Questo è il metodo di Dio, è il metodo che Dio ha scelto per strappare l'uomo - me, te, ciascuno di noi - dal nulla, dall' impossibilità di compiersi, dal sospetto che tutto vada a finire in niente, dalla delusione malinconica di sè, dalla facilità alla rassegnazione e alla disperazione.'"

E' ancora dal volumetto di pedagogia cristiana di Julian Carron, presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione che attingiamo spunti per la vita concreta di tutti i giorni.

"La compagnia", che tutti conoscono cantata da Lucio Battisti, non è un'opera dal grande cantautore, bensì è firmata Mogol - Donida
"Carlo Donida Labati è uno dei più grandi compositori che abbiamo avuto in Italia.
Ha scritto canzoni per Tom Jones, per Shirley Bassey ....
mi dispiace che non tutti lo conoscano, perchè è stato, se non il più grande, quello che ha avuto il maggior numero di successi nel mondo.
Donida non ha avuto una collocazione nella mente della gente: ce l'hanno le sue canzoni, ma non lui, perchè era un uomo schivo"
Parole di Mogol per celebrare il ricordo di un grande compositore degli anni '60 e '70 di canzoni pop italiane, con il quale il giovanissimo Battisti collaborò.

Ma torniamo a "La compagnia":
"La maggior parte delle canzoni che ho scritto sono autobiografiche, altre sono inevitabilmente legate alla vita.
Non sono uno che scrive di fantasia. Mi si può definire un cronista, perchè parlo della vita, dei miei sentimenti, del mio modo di essere.
Nei miei testi non c'è pessimismo, c'è realismo: l'amicizia per me è sacra, è un sentimento molto bello che ci consola e ci dà la certezza di non essere soli."
Così Mogol racconta il suo essere uno degli storici autori 'solo' di testi, forse una categoria di artisti oggi in via di estinzione.

"Ho imparato ad amare questo pezzo quando non facevo ancora questo mestiere, l'ho sempre trovato commovente. Qualche tempo fa, poi, l'ho riascoltato in un momento particolare, mentre ero in macchina e mi ha toccato come la prima volta. E' una canzone geniale perchè con un pugno di parole riesce a fotografare alla perfezione uno stato d'animo.
Io, ricantandola, ho aggiunto la malinconia che ci sento dentro, è una storia che mi si addice"
E' Vasco Rossi che interviene su una pagina di un Forum in rete dedicato alla sua attività artistica.

Con grande soddisfazione di Mogol , il "Blasco" ha realizzato una sua intensa versione de "La compagnia" nel 2007
Nella sua interpretazione, il testo, recupera una propria intensità, che forse la voce di Battisti rendeva più algida, con quel falsetto inarrivabile.
Intensità che ben si attaglia al testo presentato nell'introduzione di questo post.
Afferma Mogol:
"Musica e spiritualità, scritti, vita, per me sono una miscela unica. Non ho una mente fatta di caselle."

Maurizio "Riro" Maniscalco, pesarese trapiantato in America, grande conoscitore di musica blues, nel libro - catalogo "Cosa sarà" svela il senso definitivo del brano:
"Allora cosa ci trovo qui dentro?
Ci trovo la tristezza, la mia beneamata e preferita tristezza, quel dolore, quel dolore di un bene assente che ti fa uscire 'solo per la strada', ti fa camminare 'a lungo senza meta' ... 'finchè ho sentito cantare in un bar'....
Questa è la sorpresa, la cosa stupefacente, che il tuo cuore addolorato non si aspetta e invece incontra.
La cosa che commuove è che 'La compagnia' ci racconta un fatto, una cosa che succede: non ci sono tante riflessioni filosofiche o sdolcinati sentimentalismi; c'è la tristezza, c'è un incontro inaspettato, c'è il cuore che rifiorisce.(...)
E così, il cuore si lascia prendere da 'una canzone', da un vento di speranza che si comunica da gente in carne ed ossa.
Una compagnia sconosciuta, eppure reale.
Che storia!" 



    



mercoledì 2 settembre 2020

Cherry tree carol - Sting

da "L'ombra del Padre. Il romanzo di Giuseppe"  di Jan Dobraczynski

"Dopo anni trascorsi al fianco di Miriam, confrontando la calma di lei con la propria inquietudine, incominciò a comprendere da dove gli fosse giunta quella tendenza.
Per tutta la vita aveva desiderato servire, ma voleva anche sentire di essere in grado di servire.
L'Altissimo lo aveva chiamato, ma non aveva avuto fiducia nelle sue forze.
Gli permetteva di agire, e poi, prendeva in mano la cosa Lui stesso.
Questo suscitava in Giuseppe amarezza, e quell'amarezza si trasformava in rimproveri a se stesso.
Si accusava, non avendo l'ardire di accusare l'Incomprensibile. (...)
Pensava unicamente: tutto ciò che possiedo l'ho ottenuto per volontà dell'Altissimo.
Dovevo essere un ombra.
Quando il sole si erge allo zenith, le ombre scompaiono.
Forse Egli vuole semplicemente darmi il segnale che quell'attimo sta giungendo? (...)
Forse si stava avvicinando l'ora per il cui avvento aveva pregato Gesù.
E sarebbe stata un'ora in cui il padre terreno avrebbe cessato di essere necessario."

Sono i pensieri di Giuseppe, il padre terreno di Gesù, sconfortato e travolto da mille pensieri, durante la ricerca di suo figlio, scomparso durante una visita al Tempio di Gerusalemme.
Lo ritroveranno in mezzo ai rappresentanti del clero, meravigliati dalla profonda conoscenza delle scritture. Naturalmente scosso per lo spavento Giuseppe redarguisce Gesù:

"Poi il ragazzo si volse verso Giuseppe e affermò:
- Se permetti, abbà, che io esprima il mio pensiero, lo dirò. Non desidero l'insegnamento dei dottori.
Questi uomini sono saggi a parole, ma non vedono la vita.
Vogliono disputare del cielo e non scorgono la terra ...
- Però l'Altissimo abita nel cielo - notò Giuseppe
- Egli dice anche: solleva la pietra, e Mi troverai, recidi un pezzo di albero e Io sono là ...(...)
( Giuseppe) vide che la mano di Miriam si posava carezzevole sul braccio del Figlio.
Si guardarono e vide come si sorridessero.
Era felice vedendo il loro amore.
Non sentiva nè solitudine, nè invidia.
Sapeva che il loro amore era come una brocca colma, da cui sgorgasse acqua all'intorno.
Là dove irrorava la terra si generava la vita.
Nel petto il dolore vellicava, ma anch'egli camminava sorridendo."

Si conclude così il bel romanzo (oggi diremmo 'fiction') che Jan Dobraczynsky, il più noto scrittore cattolico polacco di fine novecento ( la prima edizione è del 1980) ha intessuto sulla figura di Giuseppe, un personaggio evangelico, che nonostante sia stato fondamentale nei primi anni della vita terrena di Gesù (e anche prima per il suo ruolo di marito della Vergine Maria), non ha avuto molto spazio nelle redazioni storiche degli evangelisti.
Proprio questo suo "oscuramento" nei testi ufficiali della Chiesa, ha dato modo di far sbizzarrire gli autori degli antichissimi vangeli "apocrifi" e la fantasia dei romanzieri moderni.
Ma non solo loro ....

'Cherry Tree Carol' è una ballata molto diffusa nelle isole britanniche, ma codificata in forma scritta solo nei primi decenni dell'Ottocento ed è ispirata ad un episodio narrato nel Vangelo apocrifo dello Pseudo  Matteo.
"Maria e Giuseppe sono pienamente umani nel modo con cui rispondono ad una insolita contingenza.
Nel loro cammino,  Maria con in grembo il Bambino, chiede a suo marito di procurarle delle ciliege.
Un pò irritato il vecchio Giuseppe le replica che dovrebbe essere il vero padre del bambino ad andare a prendere sull'albero le ciliege, non lui.
Implicita nella storia della nascita di Cristo c'è la consapevolezza della sua morte e della sua conseguente resurrezione."

E' Sting, che nelle note di copertina del suo disco "If on a winter's night", presenta questa 'carol'.
E' il 2009, e l'ex leader dei Police, nella sua instancabile ricerca musicale produce un album completamente dedicato ai canti tradizionali della stagione invernale che tra il medioevo e il rinascimento hanno risuonato in terra irlandese e inglese.
Ma l'uomo è troppo culturalmente preparato per sottovalutare l'importanza delle influenze cristiane di questi brani:
"Fin dal primo millennio la festività del Natale è stato l'evento centrale e distintivo della stagione invernale.. la storia della nascita di Cristo contiene molti elementi magici, anticipati dalle antiche profezie:
Dio Re, nato tra gli animali in una stalla, la stella misteriosa ad Est, i tre uomini saggi, Re Erode e la strage degli innocenti, Maria e Giuseppe e il paradosso della nascita da una vergine.
Io apprezzo la bellezza di queste storie e come queste abbiano ispirato musicisti e poeti per tanti secoli.
Era mio desiderio trattare questi temi con reverenza e rispetto, nonostante il mio personale agnosticismo; la simbologia sacra dell'arte cristiana esercita su di me una forte influenza.
Per me è importante delineare le analogie tra la storia del cristianesimo e le antiche tradizioni del solstizio d'inverno.
Miti e storie sono il nostro comune patrimonio culturale e quanto basta per tenerlo vivo attraverso la reinterpretazione nel contesto del pensiero contemporaneo anche se, questo pensiero è essenzialmente agnostico.
Comunque, il mistero, al centro del cosmo e senza dubbio, della vita stessa, rimangono intatti e tutti noi abbiamo bisogno di attingere a queste storie per sopravvivere." 

Beh, chapeau, all'agnostico Sting.
La versione live della sua interpretazione di "Cherry tree carol" è tratta dal bellissimo concerto che la grande rockstar tenne nella Cattedrale di Dhuram nel 2009. Vi consigliamo di vederlo tutto: si trova in rete.

"Quando Giuseppe era vecchio
sposò la vergine Maria, la Regina di Galilea
Giuseppe e Maria passeggiavano in mezzo ad un verde frutteto.
C'erano bacche e ciliege rosse 
come non se ne erano mai viste.
E Maria parlò a Giuseppe con tono dolce e mansueto:
-Giuseppe, raccoglimi delle ciliege, perchè io sono incinta.

Giuseppe si arrabbiò:
- Che ti raccolga le ciliege il padre del bambino!
Parlò allora il bambino Gesù dal grembo di Maria:
- Piega l'albero più alto così che mia madre possa prenderne.

E, piegatosi il ramo più alto sino a toccare la mano di Maria.
lei gridò: oh, guarda Giuseppe, mi basta parlare per avere le ciliege!"

Conclude Sting:
"La risposta di Giuseppe è onesta ed emotiva.
E implicita nella storia c'è la consapevolezza della nascita di Cristo, della sua morte e risurrezione."




      

martedì 1 settembre 2020

Cosa sarà - Ron

"Di che è mancanza questa mancanza, cuore, che a un tratto ne sei pieno?
Di che?
Rotta la diga t'inonda e ti sommerge
la piena della tua indigenza (...)
Viene, forse viene, da oltre te, un richiamo
che ora, perchè agonizzi non ascolti.
ma c'è, ne custodisce forza e canto,
la musica perpetua ritornerà.
Sii calmo."

La domanda sulla mancanza, nella poesia di Mario Luzi, è riconsegnata al cuore 'dall'esterno', da un 'richiamo', che non archivia la domanda, ma la riapre, la spalanca, le dà voce e respiro, le dà una storia.

Queste ultime righe sono un commento alla poesia di Luzi, da parte del filosofo Fabrizio Sinisi, sul sito informativo 'Il Sussidiario', in occasione del Meeting di Rimini 2015.

Continua Sinisi:
"La domanda di Luzi, fotografa non la diagnosi di uno stato o la curvatura di una riflessione, ma la realtà dinamica e incalzante di una sfida:quella di ripartire, precisare, guardare la vera natura del proprio bisogno.
Chiedersi di che mancanza sia 'questa mia mancanza' significa, in altre parole, chiedermi di cosa io ho davvero bisogno - andare a fare i conti con ciò che io sono, con ciò che l'uomo 'è veramente'."

Riflessioni ancora attualissime, in qualche modo interlocutorie, alle quali il messaggio di papa Francesco al Meeting 2015 danno un senso ulteriore:

"La suggestiva e poetica espressione scelta come tema, (la poesia di Mario Luzi. ndr) (...) pone l'accento sul 'cuore' che è in ciascuno di noi e che sant'Agostino ha descritto come 'cuore inquieto', che mai si accontenta e ricerca qualcosa all'altezza della sua attesa.
E' una ricerca che si esprime in domande sul significato della vita e della morte, sull'amore, sul lavoro, sulla giustizia e sulla felicità (...)
Come dar voce agli interrogativi che tutti si portano dentro?
Di fronte al torpore della vita, come risvegliare la coscienza?
Per la Chiesa si apre una strada affascinante, come fu all' inizio il cristianesimo, quando gli uomini si affannavano nella vita senza coraggio, la forza o la serietà di esprimere le domande decisive. (...)
Per questo  Dio, il Mistero infinito, si è curvato sul nostro niente assetato di Lui e ha offerto la risposta che tutti attendono senza rendersene conto. (...)
Solo l'iniziativa di Dio creatore poteva colmare la misura del cuore;
ed Egli ci è venuto incontro per lasciarci trovare da noi come si trova un amico. (...)"

Novembre 1978: viene pubblicato un 45 giri imbustato in una copertina completamente nera, dove  risaltano solo i titoli e gli interpreti:
Lato A, "Ma come fanno i marinai"
Lato B,  "Cosa sarà"
Gli interpreti: Lucio Dalla & Francesco De Gregori.

Il grande successo di vendite, ispirerà la storica tourneè "Banana Republic", immortalata in un album live, dall'avventurosa realizzazione, quasi un 'instant record" ante litteram, anche questo destinato alla memoria collettiva nazionale.
"Cosa sarà", brano scritto nei testi da Lucio Dalla e composto musicalmente da Rosalino Cellamare, da quel momento con il suo nuovo nome d'arte Ron, sarà considerato sempre dai due interpreti principali un brano di serie B: De Gregori lo abbandonerà subito, probabilmente sentendolo molto diverso dalla sua sensibilità musicale e Dalla non lo valorizzerà mai abbastanza. 
Solo Ron, lo riproporrà, ma con arrangiamenti sempre discutibili.

Eppure, sul testo, non ha mai avuto nulla da eccepire ..... anzi:
" I testi e le canzoni di Dalla sono molto attuali. 
Lucio ha anticipato molte cose e molte filosofie che sono importanti ancora oggi.
Era una persona apertissima, un folle completo, ma dotato di una profonda umanità ed era molto rispettoso delle persone che aveva davanti a sè.
Non vedendolo più e non sentendo più sue nuove canzoni si avverte una grande nostalgia.
E' come se con la sua scomparsa fossimo tutti più poveri."

Una mancanza che parte dalla stessa fede religiosa. Ad Andrea Pedrinelli, su 'Avvenire' confida:
"Sono convinto di essere guidato da Dio.
Malgrado le mie mancanze, anche nelle difficoltà.
E sento che anche la gente capisce: perchè la fede è una risposta mia, ma il bisogno di amare ed essere amati è di tutti.
La musica può far volare le parole che dico.
In modo forse più giusto, ma - soprattutto - senza arroganza"



  

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