lunedì 12 ottobre 2020

With a little help from my friends - Joe Cocker

"Quando l'uomo vive questo, accetta questo, cerca in tutti i rapporti il destino dell'altro,
allora tutti i rapporti sono buoni e in tutti i rapporti l'uomo accetta l'aiuto che gli viene dal Mistero attraverso l'altro, poco o tanto che sia; 
perchè attraverso l'altro il Mistero aiuta l'uomo, poco o tanto, quando l'uomo vive i rapporti - il rapporto col compagno, con l'altro - con la coscienza del suo Destino.
Così in qualsiasi rapporto si parte con un' ipotesi positiva.
L'anima segreta di ogni rapporto è amicizia: volere il destino dell'altro, accettare che l'altro voglia il mio destino.
Se l'altro riconosce e accetta che chi agisce lo fa per il suo destino, questa è amicizia.
L'amicizia, cristianamente, è l'amicizia più familiare, amicizia fraterna. (...)

E' la carità che genera l'amicizia, ne è come la madre.
La carità, vale a dire il rapporto in cui si cerca il destino dell'altro con la consapevolezza di chi ne è stato chiamato, nella certezza della coscienza che il destino dell'altro è Gesù, il Dio fatto uomo, in quanto attraverso quell'uomo è Dio che prende rapporto tra noi."

Era il 1997.
Mons. Luigi Giussani, con il suo proverbiale impeto, davanti a migliaia di persone in attento ascolto, durante gli Esercizi della Fraternità di Comunione e Liberazione, movimento ecclesiale da lui stesso originato, meditava sulla realtà concreta dell'amicizia cristianamente, quindi umanamente intesa.

"With a little help from my friends" è una canzone beatlesiana nata dalla creatività di John Lennon e Paul Mc Cartney come pezzo scritto appositamente per Ringo Starr, fa parte nel 1967 dell'indimenticabile 'Sgt Pepper'.
E' una canzone leggera, divertente, sul senso dell'amicizia, sulla forza che i tuoi amici t possono dare nell'affronto delle cose grigie o nere della vita.
Bella canzone, ma nulla più di una canzoncina. (...)
Due anni dopo un semisconosciuto cantante di Shieffeld, Joe Cocker ne fa una cover e sul palco del Festival di Woodstock, questa canzone diventa qualcosa d'altro: un piccolo pezzo di leggenda del rock."

E' il giornalista musicale Walter Gatti, che nel libro curato da lui "Help! Il grido del rock", introduce uno dei più grandi "ribaltoni" della storia del rock.
"La band spinge Joe in un canto blues che viene dai primordi dell'uomo e dalle viscere dello stesso mister Cocker.
Di fronte a lui ci sono mezzo milione di persone.
Sul palco un cantante disarticolato, dalla voce roca, una band di grande forza ritmica e feeling e una della canzoni che mette insieme 'help' e 'friends'
Crescendo inaspettato ( almeno per chi già conosce la versione originale dei Beatles), aumento vertiginoso delle pulsazioni, della ritmica, del fronte sonoro.
Finale fragoroso. Credo (e non sono l'unico a pensarlo) che l'interpretazione di Joe Cocker offre il pomeriggio del 17 Agosto è una delle cose per cui varrebbe la pena essere stati 'fisicamente' a Woodstock, in quel mare di fango, di giovani e di acidi. (...)
In questa situazione Cocker è passato alla storia della musica rock estremizzando il grido d'aiuto verso i propri amici: HELP!
I Beatles non l'avevano immaginato così, ma - ne sono certo - alla fine sono rimasto contenti lo stesso"
Così Walter Gatti conclude la sua 'cronaca'.

Per tutti gli anni '70, l'omone bluesman, ex idraulico di Sheffield, ha imperversato discograficamente e sui palchi di tutto il mondo, incarnando nella sua figura, potente ma anche vessata dagli abusi di alcool e droghe, e nel suo canto urlato, come un' invocazione, la richiesta vivente del desiderio ultimo di redenzione.
Negli anni '80, dopo un periodo di appannamento, fisiologico per chi è semplicemente interprete, ritrova un periodo di successo, ora però in un più comodo 'reparto pop', fino alla sua scomparsa nel 2014, a settant'anni, piagato da un tumore ai polmoni, forse una tragica eredità degli sballi giovanili. 
Negli ultimi anni, raccontava:
"Il successo mi ha disintegrato, gli anni 70 sono stati davvero oscuri, con eccessi di ogni tipo.
E' stato l'incontro con mia moglie Pam a salvarmi"

Insomma, è la storia di un'altra icona "spericolata" salvata da un'amicizia che ha raccolto il suo grido d'aiuto.

"Cosa penseresti se cantassi stonando?
Ti alzeresti e mi lasceresti da solo? 
Prestami ascolto e ti canterò una canzone
e cercherò di essere intonato.
Ci riesco con un piccolo aiuto dei miei amici.
Arrivo in alto
con un piccolo aiuto dei miei amici.

Cosa faccio quando il mio amore se ne va? 
(ti preoccupa essere da solo?)
Come mi sento alla fine della giornata?
(sei triste quando sei da solo?)
(Hai bisogno di qualcuno?)
Ho bisogno di qualcuno da  amare
Voglio qualcuno da amare."





domenica 11 ottobre 2020

Stella - Antonello Venditti

"L'aria è tersa questa sera, e allora usciamo all'aperto e inoltriamoci in una valle isolata per osservare il cielo con i nostri occhi disincantati di uomini del XXI secolo.
Che cosa vediamo?
Uno spettacolo che ci toglie il fiato.
Oggi, come migliaia di anni fa, la volta stellata ci emoziona e ci turba, ci sussurra la nostra piccolezza di fronte alla vastità di ciò che esiste: le stella di Orione, la luce di Aldebaran, i riflessi cristallini delle Pleiadi, ci uniscono a ogni generazione umana del passato.
La scena non è cambiata. Mai.
L'intera storia dell'uomo è come un battito di ciglia nella scala di tempo del firmamento.
Una generazione dopo l'altra, gli esseri umani hanno visto le stesse stelle brillare della medesima luce. (...) Le stelle non sono soltanto belle a vedersi, sono essenziali per la nostra vita.
E' commovente pensare che la sostanza di cui sono fatti i nostri occhi, i nostri nervi e le nostre ossa è stata generata in stelle come quelle che ora stiamo ammirando."

Questo è un brano tratto da "Il grande spettacolo del cielo", libro scritto da Marco Bersanelli, docente di Astronomia e Astrofisica presso l'Università degli Studi di Milano, autore di oltre trecento pubblicazioni specialistiche e divulgative, direttore scientifico di Euresis, associazione che negli anni ha organizzato miriadi di mostre didattiche.
E' uno scienziato praticante cattolico e la sua esperienza umana lo ha portato ad essere (dal 2012) nominato Presidente della Fondazione Sacro Cuore per l'Educazione dei Giovani, un importante liceo interdisciplinare alle porte di Milano.

E sempre, in questo libro, pensando al suo compito educativo quotidiano, Bersanelli, non dimentica la lezione sulle grandi domande della vita, che grandi poeti hanno tramandato alle generazioni future, proprio ammirando la volta celeste:
"Quando Leopardi cantava la Luna e le stelle, la sua illuminazione poetica conteneva anche una chiara consapevolezza della natura di quei corpi da un punto di vista scientifico.
L'inaudita vastità dell'universo che emergeva dalle osservazioni astronomiche del suo tempo entrava come una nota distintiva della sua poetica.
Il cosmo era per Leopardi il contesto nel quale si rispecchiava la domanda ultima dell'uomo, la sua esigenza di un significato esauriente per sè e per la realtà tutta.
Come documenta il celebre 'Canto notturno di un pastore errante dell'Asia':
'(...) E quando miro in cielo arder le stelle;
dico fra me pensando:
a che tante facelle?
che fa l'aria infinita, e quel profondo infinito seren?
che vuol dir questa solitudine immensa?
Ed io che sono?"

Non sappiamo se, a metà degli anni '80, stava ispirandosi a Leopardi, nello scrivere "Stella", però Antonello Venditti, fà di questa canzone una vera invocazione, una richiesta di senso, proprio partendo dalla visione in cielo delle stelle.
Con "Cuore", l'album che contiene il brano, il cantautore romano, dà alla sua carriera un sorta di "terza fase": dopo gli inizi molto legati alle atmosfere politiche e sociali del movimento studentesco, e dopo l'enorme successo del pop "Sotto il segno dei pesci", ora gli argomenti cantati, sono più intimi ( "Cuore" contiene l'hit "Ci vorrebbe un amico"), che lo porterà qualche anno dopo a 'bissare' con un'altra canzone slogan "In questo mondo di ladri".

Nonostante, queste diverse fasi artistiche, l'impronta autoriale di Venditti, rimarrà sempre pervasa da un anelito cristiano, ingenuo quanto volete, ma sincero:
"Il mio sogno è portare tutti a San Pietro, sotto la croce.
Quello che tanti concerti di solidarietà del mondo anglosassone non hanno mai fatto, uccidendo il lato spirituale della carità.
La carità è stata sommersa dalla solidarietà, ma la carità è qualcosa che dà a tutti, la solidarietà si dà invece solo ai giusti.
Per questo, io credo che la carità sia superiore alla solidarietà, perchè la carità ha la consapevolezza del dare, non importa quanto, è nel vedere negli altri Cristo, non solo un pezzo di pane"

Così, il cantautore romano scrive di suo pugno, nel libretto di presentazione della versione cd, di un suo classico live del 1992 : "Da San Siro a Samarcanda".
Chissà se è la stessa riflessione che lo porta ad invocare la sua "Stella"




      
 

 

giovedì 8 ottobre 2020

Anthem - Leonard Cohen

"So che desidero l'Infinito, che questo Infinito c'è perchè ho sempre nostalgia di Lui, come diceva Lagerkvist, ma ogni giorno afferro il particolare, vado dietro a questo o a quell'oggetto, che poi mi lascia insoddisfatto.
Questo è il destino dell'uomo, a meno che Dio non si degni di visitarlo, come scrive Wittgenstein nei suoi 'Diari':
'Hai bisogno di redenzione, altrimenti ti perdi (...) Deve, per così dire, filtrare una luce attraverso il solaio, il soffitto sotto cui lavoro e al di sopra del quale non voglio salire (...)
Questo tendere all'assoluto, che fa apparire troppo gretta ogni felicità terrena (...) mi appare come qualcosa di splendido, di sublime, ma io stesso punto il mio sguardo alle cose terrene: a meno che 'Dio' non mi visiti' ".

E' un brano del poderoso saggio "La bellezza disarmata", pubblicato nel 2015, da Julian Carron, presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione, che, come spiega in quarta di copertina, vuole essere "un invito ad aprirsi agli altri e a non irrigidirsi sulle proprie posizioni. Un' esortazione ai cristiani a entrare senza timore in un dialogo a tutto campo nello spazio pubblico e a verificare la capacità della fede di reggere davanti alle nuove sfide della nostra realtà".

Sfida raccolta dall'antropologo e filosofo basco Mikel Azurmendi.
Dichiaratamente laico e agnostico fino al giorno dell'incontro con la realtà di C.L.
Esperienza personale che racconta nel libro "L'abbraccio. Verso una cultura dell'incontro".
E in un'intervista il filosofo riprende lo spunto di Carron:
"Per me Wittgenstein (...) era una persona straordinaria (...) e ho trovato la citazione di Carron dei 'Diari': Che cosa vogliamo più della redenzione? Dov'è?
Ma Wittgenstein dice: siamo qui, seduti al nostro tavolino, riceviamo luce dal lucernario, tu lo guardi, è un segno dell'assoluto a cui vorrei salire, ma io sto concentrato sulle cose terrene. E qui mi fermo, a meno che non venga Dio e mi illumini.
Ho capito dove Wittgenstein non ha osato (...), nell'agnostico c'è sempre il timore di scoprire la verità.

Preferisce dire: 'Io non so, potrebbe essere,ma .... che la luce venga su di me!' (...)
Avrebbe potuto dire: 'E se salissi verso la luce? Perchè non salgo a sporgermi?'
Credo che sia quello che ho voluto fare io, salire al lucernario e guardare ... e ho visto voi"

E' una questione di sguardo, spiega Julian Carron:
"Il cieco nato non si schiera da subito con Gesù. Innanzitutto aderisce alla realtà, si schiera con il fatto, è leale con l'evento: 'Prima non ci vedevo, adesso ci vedo'. (...)
Il cieco guarito non è un invasato intransigente che vuole imporre la sua interpretazione, è l'unico che non calpesta il fatto (ora ci vede e questo è avvenuto per quell'uomo chiamato Gesù), un fatto che tutti gli altri vogliono negare per imporre la loro ideologia sull'evidenza della realtà"
(Giornata inizio d'anno, 26 Settembre 2020)

"C'è una crepa in ogni cosa e così entra la luce"
Queste parole, nella vita, non solo artistica, di Leonard Cohen, sono spesso risuonate, quasi come un inno, un timbro, un "marchio di fabbrica".
Fanno parte di un brano tra i più famosi, tra i più ispirati del poeta canadese: "Anthem", "Inno", appunto.
"La luce, è la capacità di riconciliare la tua esperienza, il tuo dolore, con ogni giorno che albeggia.
E' quella comprensione che va al di là del significato,che ti consente di vivere la vita e accettare i disastri , i dolori e le gioie che sono il nostro comune destino.
Ma ciò può accadere solo riconoscendo che c'è una crepa in ogni cosa.
Credo che tutte le altre visioni siano destinate a un pessimismo irreparabile"

Potremmo chiamarlo nichilismo.

Ci affascina sempre più Leonard Cohen, scomparso nel 2016, a ottantadue anni.
Un artista a tutto tondo, poeta e song writer, ha attraversato tutta la stagione della New York dei poeti della 'nouvelle vague', 'la beat generation' del Greenwich Village, fucina di giovani utopisti che nella musica trovavano un' occasione di riscatto sociale, in un mondo che stava rivoluzionando il quotidiano, non senza contraddizioni e disorientamenti, ma con al fondo un desiderio profondo di protagonismo positivo, recuperando e valorizzando le tradizioni musicali folk dell'America dei non integrati. 
Non è un caso che da lì esploderà il fenomeno Bob Dylan.

Cohen è già tra i più maturi e profondi: di origini ebree, i suoi testi, però attingono anche ai Vangeli.
La sua poetica ispirerà i nostri De Andrè e De Gregori, insieme naturalmente all'immancabile Dylan.

Negli anni ottanta vivrà in un monastero buddista all'interno della metropoli newyorchese, ritornando poi sulla scene una decina di anni dopo e pubblicando negli ultimi anni della sua vita una trilogia di album in cui medita sul senso del vivere fissando lo sguardo sul traguardo ultimo, affidandosi ad un oltre trascendente.

Nel 1992, anno di pubblicazione di "Anthem" afferma:
"La situazione difficile che stiamo vivendo, il futuro che non lascia speranze, sono solo scuse per abdicare le nostre responsabilità.
Noi abbiamo dimenticato il mito centrale della nostra cultura: la cacciata dall'Eden e tutto ciò che ne è derivato. Una conseguenza che ci costringe all'imperfezione (...)
Il nostro amore è imperfetto.
E peggio, c'è una crepa in ogni cosa (...) ma è proprio lì che la luce entra e permette la resurrezione, è lì che nasce il confronto con le cose che si rompono e il pentimento." 

Forse, quella crepa attraverso la quale passa la luce è come il lucernario di Wittgenstein, citato da Julian Carron e Mikel Azurmendi.
Forse a Cohen è mancato l'abbraccio decisivo in cui si è imbattuto il filosofo basco. Chissà ....
Noi lo ringraziamo per l'abbraccio delle sue canzoni.

"Cantavan gli uccelli al levar del dì
Ricomincia da capo li sentii dire
Non indugiare su quel che è stato o che ancora non è
Saranno le guerre combattute ancora
La sacra colomba verrà catturata ancora
comprata e venduta
e comprata ancora
la colomba mai libera non è.

Suonate la campane che possono ancora suonare.
Dimenticate la vostra offerta perfetta
c'è una crepa in ogni cosa
è così che entra la luce

Potete sommare le parti
ma non avrete il tutto.
Potete attaccare la marcia
non c'è il tamburo.
Ogni cuore, ogni cuore
verrà all'amore
ma come un fuggiasco

(...) C'è una crepa in ogni cosa
c'è una crepa in ogni cosa"


















  

martedì 6 ottobre 2020

Ti regalerò una rosa - Simone Cristicchi

"Ieri ho sofferto il dolore" di Alda Merini

"Ieri ho sofferto il dolore,
non sapevo che avesse una faccia sanguigna,
le labbra di metallo dure,
una mancanza netta di orizzonti.
Il dolore è senza domani,
è un muso di cavallo che blocca
i garretti possenti,
ma ieri sono caduta in basso,
le mie labbra si sono chiuse
e lo spavento è entrato nel mio petto
con un sibilo fondo
e le fontane hanno cessato di fiorire,
la loro tenera acqua
era soltanto un mare di dolore
in cui naufragavo dormendo,
ma anche allora avevo paura
degli angeli eterni.
Ma se sono così dolci e costanti,
perchè l'immobilità mi fa terrore?"

(da "La terra santa")

Alda Merini, nacque e morì nella storica zona dei Navigli milanesi ( tra quella che ora, per i residenti, è l'elegante prigione del "fuori salone" e la sregolata "movida" estiva)
Dalla sua nascita, nel 1931, già a sedici anni avverte uno strano malessere, prime ombre nella sua mente, che si confermano come un disturbo bipolare, che già sposata con figli,la porterà ad essere ricoverata nella clinica psichiatrica.
Nella sua vita logorata da un insieme altalenante di gioie e dolori, ha trovato modo di sfogarsi tappezzando la sua camera da letto ospedaliera di frasi, aforismi e riflessioni.
Il suo tormento esistenziale aumentò in quanto consapevole di non essere pazza, e quindi si ribellava quando era costretta a essere sottoposta all'elettroshock.
La sua condizione, non le fa perdere il contatto tormentato e non convenzionale con il trascendente. 
Dopo questa esperienza, tornata sui Navigli, vide la sua produzione poetica essere riconosciuta come testimonianza lucida sui sentimenti più profondi della condizione instabile delle persone "disturbate" e dei soprusi e delle crudeltà dei manicomi, che negavano il contatto con l'esterno.
Alda Merini, muore nella sua modesta casa il 1° novembre 2009.

2007: a sorpresa, il Festival di SanRemo viene vinto da Simone Cristicchi , autore e interprete di "Ti regalerò una rosa", uno struggente brano dedicato a chi il manicomio lo ha vissuto.
Fino ad allora Cristicchi, un Caparezza più gentile, era conosciuto per avere portato al successo un tipico tormentone estivo: "Vorrei cantare come Biagio Antonacci", ma la sua sensibilità umana lo aveva
già portato a calcare le scene con il suo spettacolo "Centro di igiene mentale", alternando canzoni e lettura di lettere confiscate ai pazienti che erano destinate ai loro parenti.

"Ho fatto esperienza di volontariato in un centro mentale di Roma. Avevo 19 anni e stavo intere giornate con gli ospiti.
Ho scoperto la realtà del manicomio e ho realizzato un documentario sulla loro vita quotidiana..
Ho trovato situazioni molto dignitose, dove le persone si sentono curate e coccolate.
Per contro ho visto anche situazioni in cui le stanze sono vuote e il malato circola per l'istituto come uno zombie."
E' lo stesso Cristicchi che racconta intervistato dal periodico "Vita", pochi giorni dopo dalla vittoria al Festival 
"La mia canzone racconta una storia legata al passato.
Però il giudizio di fondo, la critica che va fatta è contro l'abbandono e l'emarginazione in generale.
Più che un invito alla politica è un invito alla gente, ad avvicinarsi a questo problema.
Bisognerebbe continuare la strada della dignità, restituire a queste persone quel che è stato loro tolto,
nonostante spesso ci siano danni irreparabili.
Le persone che sono state 20,30,40 anni dentro un manicomio a volte non desiderano neanche parlare di questo passato così dolorosa.
C'è qualcuno che dice che il finale di canzone sia un suicidio, viri tutto sul negativo, ma io voglio essere un compagno di viaggio per queste persone e non dire cose a vanvera. (...)
Il "non esiste fine cura" non è un mio giudizio, ma un pregiudizio della società."

In un'altra intervista, sempre di quell'anno Cristicchi afferma:
"L'Antonio della canzone che sale sulla sedia, non vuole suicidarsi buttandosi nel vuoto, ma vuole provare a volare.
E' un volo di speranza e dignità"

Recentemente  Cristicchi ha pubblicato un libro, "Abbi cura di me", (altra canzone presentata con successo di critica  a SanRemo), in cui racconta che cosa ha vissuto in questi anni tra organizzazioni di cori di minatori con cui gira i teatri, ancora tra "i matti", realizzazioni teatrali sul genocidio istriano e la vicinanza alla Fraternità di Romena e di altre realtà spirituali.
Insomma tutto tranne adeguarsi allo "star sistem".
Nel libro viene raccontato l'incontro emozionante, nel 2007, proprio tra Alda Merini e Cristicchi.
La poetessa gli dedicò una poesia:

"Non piangere mai
su chi ha abbandonato la sua vita nei manicomi
L'hanno fatto spontaneamente
per non essere molestati.
E' gente che ha un'anima sola
e se perde quella muore.

Voi uomini avete più anime
e molte maschere sul vostro viso
Giocate su enormi teatri
e in enormi teatri del non senso.

Ma noi eravamo felici
di andare verso la morte
tragica soluzione di una vita
che non volevamo"



 





lunedì 5 ottobre 2020

Letter to you - Bruce Springsteen

" Mi porterai lassù dove meglio si respira, dove meglio si impara, dove più sicuramente si può sperare sulla bontà di Dio.
Ed io ti seguirò, con il cuore commosso, ti seguirò perchè mi hai tanto amato, perchè mi hai voluto sempre bene"
Pietro

E' una splendida e appassionata frase colta in una lettera, che, Pietro, un ragazzo da poco maggiorenne, scrive a Teresa, una ragazza di qualche anno più giovane di lui, dopo averla vista in chiesa e della quale si è innamorato.
E' il Natale del 1924. Siamo a Genzano di Roma, cittadina all'epoca di 9.000 abitanti, sulla strada che da Castel Gandolfo va a Velletri.
Queste note si leggono nella presentazione di un libro, "Lettere di amore vero. Così ci si amava al tempo dei nostri nonni" (ed. Ancora), in libreria all'inizio dell'ottobre 2020, autore Walter Muto, musicista e creatore di spettacoli musicali che da anni realizza per un pubblico che va dai 9 ai 90 anni.
Muto raccoglie un carteggio di ben 400 lettere che i due protagonisti si sono scambiati durante gli anni di fidanzamento, trascorsi quasi tutti a distanza per ragioni di lavoro del promesso sposo.

Scrive Muto:
"Rileggere oggi questa fitta corrispondenza fa entrare in contatto con una vita semplice, fatta di cose concrete e permeata continuamente dalla presenza del Signore Gesù, che accompagnerà i due giovani nel loro cammino verso il matrimonio. I due si sposeranno il 21 Settembre 1933, generando in seguito cinque figli. (...)
Queste lettere sono un'incredibile ricchezza, da far riaffiorare e da tenere presente nella nostra vita caotica di tutti i giorni, non per rimpiangere i bei tempi andati, ma per verificare un metodo.
Può l'uomo di oggi - nelle condizioni sociali, politiche, di comunicazione completamente mutate - imparare come fondare la sua vita sulla roccia, cioè sulla presenza del Signore?"

A migliaia di chilometri di distanza, dall'altra parte dell'Oceano Atlantico, c'è, sorprendentemente un'icona del rock mondiale, che forse, non così espressamente, arrivato sulla soglia dei settant'anni, da
qualche anno, si sta ponendo la stessa domanda.
"A questo punto della mia vita vivo ogni giorno con i morti.
Che siano mio padre, Clarence ( il suo grande amico sassofonista della sua band n.d.r.) e Danny (Federici, il tastierista n.d.r.) - tutti e due scomparsi in questi anni - quelle persone camminano al mio fianco.
Il loro spirito, la loro energia, la loro eco continua a risuonare nel mondo fisico.
Una bella parte della mia vita è ciò che è stato lasciato dai morti."

E' il recuperare la memoria della sua vita e dei rapporti di amicizia e amore, il percorso che Springsteen, sta comunicando a noi, a partire da un anno di recital a Broadway, dove ogni sera saliva sul palco a snocciolare ricordi famigliari e canzoni, accompagnato soltanto da chitarra e armonica, e concludendo ogni sera con la recita del Padre Nostro.
Poi è arrivato il cd concerto "Western stars", un percorso musicale immerso nel recupero della più classico 'song book' americano tra Burt Bacharach e Roy Orbison, un viaggio nella storia personale, una confessione in pubblico dei propri limiti e a chi affidarsi per superarli.
Un pellegrinaggio (lo dice lui stesso) verso una meta che trascende la carne, pur passando attraverso essa.

"Letter to you" (Lettera a te), canzone pubblicata alla fine di settembre 2020, sorprende, per il modo con cui viene immaginato il colloquio con la persona cara.
Non la mail, il messaggio whatsapp, facebook, e altre diavolerie tecnologiche, ma attraverso una semplice lettera, scritta a mano.
E' un altro passo in questo viaggio che il Boss, ha decisamente intrapreso nella sua riflessione sul crepuscolo dell'esistenza umana.
E il brano ha la stessa struttura musicale dell' epica di "Western stars", quasi la sua continuazione, con la potente macchina rock della E-Street Band al posto della grande orchestra classica.

God bless, Bruce!

"Sotto una folla di alberi ibridi
ho tirato quel fastidioso filo
Mi sono inginocchiato, ho afferrato la penna
e ho chinato la testa.
Ho cercato di evocare tutto ciò che  il mio cuore trova vero
e inviarlo nella mia lettera a te.

Cose che ho scoperto in tempi difficili e belli.
Le ho scritte tutte con inchiostro e sangue.
Scavato nel profondo della mia anima
e firmato il mio nome vero,
e te l'ho inviato a te.

Nella mia lettera a te
ho preso tutte le mie paure e i miei dubbi.
Nella mia lettera a te,
tutte le cose difficili che ho scoperto.
Nella mia lettera a te,
tutto quello che ho trovato vero,
e te l'ho spedito nella mia lettera.

Ho preso tutto il sole e la pioggia.
Tutta la mia felicità e tutto il mio dolore.
Le stelle oscure della sera e il cielo blu del mattino.
E te l'ho mandato nella mia lettera."




 

domenica 4 ottobre 2020

Henna - Lucio Dalla

da "Fratelli tutti. Sulla fraternità e l'amicizia sociale" Lettera enciclica di Papa Francesco

"Ogni guerra lascia il mondo peggiore di come lo ha trovato.
La guerra è un fallimento della politica e dell'umanità,una resa vergognosa, una sconfitta di fronte alle forze del male.
Non fermiamoci su discussioni teoriche,prendiamo contatto con le ferite, tocchiamo la carne di chi subisce i danni. Rivolgiamo lo sguardo a tanti civili massacrati come "danni collaterali".
Domandiamo alle vittime.
Prestiamo attenzione ai profughi, a quanti hanno subito le radiazioni atomiche o gli attacchi chimici, alle donne che hanno perso i figli, ai bambini mutilati o privati della loro infanzia.

Consideriamo la verità di queste vittime della violenza, guardiamo la realtà coi loro occhi e ascoltiamo i loro racconti col cuore aperto.
Così potremo riconoscere l'abisso del male nel cuore della guerra e non ci turberà il fatto che ci trattino come ingenui perchè abbiamo scelto la pace. (...)

Le diverse religioni, a partire dal riconoscimento del valore di ogni persona umana come creatura chiamata come creatura chiamata ad essere figlio o figlia di Dio, offrono un prezioso apporto per la costruzione della fraternità e per la difesa della giustizia nella società.
Il dialogo fra persone di religioni differenti non si fa solamente per diplomazia, cortesia o tolleranza.
Come hanno insegnato i Vescovi dell'India, 'l'obiettivo del dialogo è stabilire amicizia, pace, armonia e condividere valori ed esperienze morali e spirituali in uno spirito di verità e amore'.
Il fondamento unico.

E' un minuscolo stralcio dalla complessa enciclica sociale di Papa Francesco, pubblicata il 4 Ottobre 2020, proprio il giorno dedicato alla memoria della figura di San Francesco d'Assisi.
Un documento, che il Santo Padre offre alla riflessione del popolo cattolico, cristiano tutto, ai rappresentanti delle altre religioni e ai responsabili politici decisori di guerra, pace, giustizia sociale ed equità economica nel rispetto delle risorse naturali del Creato.

"E' la notte del 9 Dicembre 1993. Il cellulare squilla alle 0,35.
La mia casa è immersa nel sonno e nessuno risponde.
Alle 0,37 trilla il telefono normale accanto al letto: impossibile ignorarlo.
E' Lucio Dalla. Vuol farmi sentire il disco 'Henna'.
Frasi di circostanza assonnate e scoraggianti. Ma non per Dalla, che insiste. 
E' l'una quando il taxi rompe il silenzio della via. Dalla sale. (...)
Sapeva che 'Henna era un disco difficile e che la critica non l'avrebbe capito, e optò per una promozione domiciliare presso o critici.
A noi andò bene: dal collega dell''Avvenire' (era allora Massimo Bernardini  n.d.r) Dalla si presentò alle 6,40 del mattino."

Chi racconta l'episodio è il decano dei critici musicali italiani e giornalista storico del Corriere della Sera, Mario Luzzatto Fegiz, nel libro inserto del quotidiano, pubblicato pochi giorni dopo la scomparsa del cantautore bolognese nel 2012.

Ma perchè 'Henna' era così importante per Lucio Dalla?
"Credo che 'Henna' sia la miglior cosa che abbia mai scritto.
Il pezzo parte dal presupposto, che è quello di aver vissuto un momento altamente drammatico.
E' come se ci fosse stato uno scontro, neanche più solo  in termini politici, ma proprio come contrapposizione tra essere umani, violenta, come una mutazione che porta a bruciare i tempi.
Altrove è evidente, ma anche in Italia è un momento terribile.
Questa benedetta rivoluzione non può che provocare devastazioni"
(intervista a Repubblica, sempre nel 1993).
"Henna, si riferisce alla guerra civile in Bosnia, dove un soldato dice:'Adesso basta sangue, è il dolore che ci farà crescere. Chi aiuta è l'amore'
Tutte le volte che la canto, dico a chi mi ascolta che l' ho dedicata a papa Wojtyla.
Vorrei che l'uomo scoprisse che attraverso la tolleranza, il dialogo, il confronto, i problemi si possono risolvere, o perlomeno si possono discutere, soprattutto tra religioni.
Io sono cristiano ma non disprezzo chi crede diversamente da me, semmai mi incuriosisce.
Penso che a dividere il mondo nelle sua prospettive sia soprattutto il credere e il non credere"
(intervista ad Avvenire nel 2008)

"Tra l'altro tutte le guerre fanno schifo, sono orribili, orrende, quella in particolare, quella in Bosnia, perchè era una guerra fratricida, cioè, il fratello era obbligato ad uccidere il fratello.
Allora immaginavo che fosse possibile per un soldato rifiutare un comando del generale e dirgli 'no'.
Che per me è un diritto, anzi no, un dovere civile di ogni essere umano, quando gli comandano di fare una cosa sbagliata"
Sempre parole di Dalla, presentando il brano durante i suoi concerti. 

'Henna' è un brano speciale, sia nella sua struttura musicale, una specie di inno gregoriano moderno, inconsueto ma affascinante, sia nel testo: fotografia formidabile della realtà della guerra e della certezza ultima che l'amore, attraverso il dolore, sia la salvezza dell'uomo.




      

giovedì 1 ottobre 2020

Everybody hurts - R.E.M.

"C'è la violenza gratuita che domina le cronache, una violenza terribile, che fa riflettere. (...)
Sono tutti sintomi di una 'causa oscura', che ci divora dal di dentro, e proprio per questo ci rende sempre più inermi, incapaci di reazione, di risposta efficace: essa può così continuare il suo lavoro di distruzione nel profondo di noi, come un virus, indebolendo ancora di più un 'io' già abbastanza fiacco.

Qualcuno comincia ad avere il coraggio di chiamarla (tale 'causa oscura') con il suo nome: 'nichilismo',una 'specie di intimità con il nulla - scriveva di recente il vice direttore del 'Corriere della sera' Antonio Polito - (...) un vuoto a perdere'.
La paura profonda che ci assale con sempre più forza è il principale dei sintomi. (...)
Davanti a questa situazione ci troviamo a dover decidere tra il tentativo di colpire i sintomi, come chi cerca di risolvere il problema proponendo di gestire la paura, e l'impegno per andare all'origine di essi, per smascherarne la provenienza e contrastarne, quindi la potenza. (...)

E' una lotta tra l'essere e il nulla, tra il gusto del quotidiano e il vuoto che ci afferra dal di dentro.
Se non lo prendiamo di petto, saremo noi le prossime vittime, se non lo siamo già, di tale nichilismo dilagante."

Sabato 26 Settembre, dai pc di migliaia di persone, sono state queste le parole della riflessione pronunciata da Julian Carron, presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione, dal titolo "Vedi solo quello che ammiri", nella tradizionale 'Giornata d'inizio anno' del movimento ecclesiale di cui è attualmente massimo responsabile e guida.

"Non ho paura di esprimere le mie emozioni, ma ogni tanto si corre il rischio di apparire insulsi o sdolcinati. Non mi piace essere lagnoso nelle canzoni. E non mi piace essere mal interpretato.
Per esempio 'Everybody hurts' fu proprio un bel colpo, perchè avrebbe potuto facilmente essere considerata patetica, sdolcinata. languida e sciocca, ma per qualche motivo alla maggior parte delle persone non sembra così.
Non riesco a credere che sia la mia voce. E' purissima.
Questa canzone ha smesso immediatamente di appartenere a noi ed è diventata di tutti.
Se incidi una canzone che va oltre il momento in cui l'hai scritta, che diventa qualcosa che la gente tiene nel cuore, qualcosa che aiuta le persone nei momenti difficili ... che cosa puoi chiedere di più?"

Chi parla così è Michael Stipe, il front man dei R.E.M., band americana, portabandiera di un tipo di rock di difficile catalogazione, un sound particolare, in bilico tra malinconiche ballate acustiche, episodi elettrici e il puro mainstream d'alta classifica, in quel tempo (era il 1992) all'apice del loro successo mondiale, dopo anni di riconoscimenti solo all'interno del territorio statunitense.
Il loro nuovo album "Automatic for the people" doveva reggere al boom di vendite  di "Out of time", che conteneva l'hit "Losing my religion". Ci riuscirono con una produzione più intimistica e riflessiva dove appunto spicca la ballad "Everybody hurts".

Scritta dall'ex batterista del gruppo Bill Berry, che decise di lasciare nel 1997, per diventare agricoltore, anticipando di poco più di dieci anni lo scioglimento dell'intera band, la canzone è un inno contro il suicidio, che invita le persone, a quelle persone che credono di non avere più speranze, a cercare supporto e a non mollare.
E' proprio Berry, che intervistato da Giampaolo Mattei nel libro "Anima mia" confida:
"La fede fa parte integrante ed irrinunciabile della nostra vita. La religione ci interessa da sempre, così come il mistero della morte e tutto ciò che fa parte della vita dell'uomo come la disperazione, la paura e la speranza di un futuro migliore.
La nostra posizione religiosa è semplice: noi crediamo in Dio. Semplice, no?" 

Concludiamo con le parole di Julian Carron:
"Il Mistero, il destino si comunica all'uomo attraverso una carne, attraverso una realtà di tempo e di spazio, secondo una modalità fisica delle cose, secondo circostanze precise, che delle circostanze naturali mantengono tutta la fragilità e l'apparente futilità, come, per gli occhi dei farisei, erano Cristo, la sua famiglia, quel che faceva, quel che diceva.
Si chiama fede il riconoscere questo metodo, perchè si tratta dell'intelligenza dell'uomo che riconosce, nell'apparenza determinata, una presenza grande." 

"Quando il giorno è lungo e la notte è solo tua.
Quando sei sicuro di aver avuto abbastanza di questa vita, 
allora attendi un minuto.
Non lasciarti andare,
tutti piangono e tutti soffrono a volte.

A volte tutto è sbagliato, 
ora è il momento di cantare assieme.
Quando il tuo giorno è solo di notte, resisti
se senti la volontà di lasciarti andare, resisti
quando pensi di avere avuto abbastanza, resisti

Tutti soffrono
trova consolazione tra i tuoi amici
Se ti senti solo, no, no, no, non sei solo."








 
   

La sua figura - Giuni Russo & Franco Battiato

da "C'è speranza? Il fascino della scoperta" di Juliàn Carròn "Abbiamo trovato il Messia. E' la notizia che attravers...