giovedì 26 novembre 2020

Kyrie (Signore abbi pietà) - Angelo Branduardi

"Tema fondamentale di tutto il nostro discorso spirituale è la domanda.
La domanda come espressione normale della coscienza di noi stessi: siamo coscienti tanto quanto domandiamo, viviamo da uomini tanto quanto domandiamo.
Ma domandare che cosa?  (...)
Innanzitutto la domanda è che Cristo venga, che Cristo formuli Lui i miei pensieri (...)
Desiderare e quindi chiedere la conoscenza e l'amore di Cristo: questo è il contenuto della domanda.
Venga il Suo regno, cioè venga Lui. (...)

La preghiera è la posizione più vera dell'uomo di fronte a Dio; è il gesto dell'uomo più realista, più completo, più vero. (...)
E' una iniziativa, è un riconoscimento, è un'attesa, è un desiderio, è un 'vieni!', è una domanda. (...)
La coscienza della Sua presenza è l'iniziativa cui siamo chiamati ogni mattina, davanti alla quale, come le onde si frangono sulla roccia imperterrita e ineliminabile, si debbono frangere tutti i nostri risentimenti, carenze, peccati, tutto ciò che ci manca o ci sembra mancare, tutto ciò di cui mugugna il mondo e si lamenta il mondo, cioè noi, quando la nostra vita non è animata e esaltata dall'iniziativa di questa coscienza. (...)
La nostra collaborazione con Dio, il nostro lavoro si chiama solo 'preghiera'.
Il punto in cui Dio 'fa' e l'uomo fa."

E' un ampio stralcio dalla premessa del libro "Tutta la terra desidera il Tuo volto", edito nel 2000, scritta dall'autore stesso mons. Luigi Giussani. 
Volume in cui, l'iniziatore del movimento ecclesiale di Comunione e Liberazione medita su cantici e preghiere della tradizione cristiana monastica e dal Nuovo Testamento.

"Cari amici, sorpresa!
In questi mesi di obbligata e sofferta inattività sono alla fine riuscito a realizzare qualcosa di buono per voi e soprattutto per me.
In maniera per me insolita e alquanto rocambolesca, nel rispetto delle regole del distanziamento etc...etc... ho lavorato all'incisione di alcuni brani.
Nel 'Kyrie' della 'Missa Luba' di tradizione congolese, l'umanità canta in coro 'Signore abbi pietà' e io nella parte che canto mi interrogo sulla Ricerca: c'è una Domanda e c'è una Risposta."

Così Angelo Branduardi, nell'autunno del 2020, a ridosso del periodo natalizio segnato dal problema sanitario della pandemia del Coronavirus, annuncia un nuovo lavoro musicale.

Da qualche anno, ormai, la produzione discografica del menestrello di Cuggiono, è ispirata a temi confessionali: nel 2000 si attivò su richiesta dei frati francescani di Assisi a 'costruire' un commento musicale sulle parole dei Fioretti e dei cantici, opera letteraria del Santo Poverello, realizzando l'album " L'infinitamente piccolo"; nel 2019, Branduardi ha lavorato sulle meditazioni e sulle visioni di Ildegarda di Bingen, mistica medioevale tedesca, scienziata, filosofa, teologa, scrittrice e pittrice, pubblicando il cd "Il cammino dell'anima".
Insomma, arrivato ai settant'anni, sempre appoggiandosi alla collaborazione dei testi della moglie Luisa Zappa, l'artista acclamato da decenni in Europa per il recupero delle atmosfere troubadoriche della musica continentale, si sta appassionando ai temi religiosi. 
E, probabilmente, non solo per motivi estetici.
La conferma, arriva da un'intervista rilasciata a Massimo Iondini, all'inizio del 2021, nelle pagine del quotidiano "Avvenire":
"E' la tappa fondamentale del mio cammino. E' innanzi tutto un grido, almeno io l'ho inteso così.
Anche se a lungo ho vacillato, sperimentando il silenzio di Dio e l'assenza della musica, quanto di più doloroso, perchè il silenzio di Dio è terrorizzante. (...)
Poi dopo aver scritto questo 'Kyrie' improvvisamente mi sono sentito come risorto.
Il misterioso effetto per aver saputo e voluto chiedere al Signore semplicemente questo: abbi pietà.
All'inizio ho creduto di avere scritto una cosa molto dolorosa, ma invece tutti quelli che l'hanno ascoltato hanno trovato il brano profondamente consolatorio e pieno di speranza. (...)

E' un compimento, una tappa fondamentale di un cammino che mi ha portato a superare la lacerante percezione dell'abbandono, del silenzio di Dio e di umana sconfitta, per abbracciare la quiete, grazie ad una sempre più profonda comprensione della nostra appartenenza. (...)
In conclusione del brano canto 'E l'amore non basta a lenire il dolore':
è il limite dell'amore umano, benchè altissimo. Non ci basta mai, ha una sua insanabile incompletezza.
E' potentemente consolatorio, ma chiede che si protenda verso l'alto, verso l'Oltre."

"Kyrie eleison
Perchè lungo è il cammino
Quando avanza la sera
ed un lume non basta
per portarmi la luce
Tutto il pane non basta
per saziare la fame
Tutta l'acqua non basta
per calmare la sete
E l'amore non basta
per lenire il dolore

Se apri gli occhi ora vedi
prendi fiato e respira
Oltre le ombre cammina
scopri, conosci ed esplora.
Non giudicare, consola
non ti scordare il perdono
perchè lungo è il cammino
quando avanza la sera
E l'amore non basta
per lenire il dolore.

Kyrie eleison"




 
















Bravi ragazzi - Edoardo Bennato

"A Milano hanno chiuso le scuole, le università, i musei, le palestre.
Sul telefono mi arrivano foto di desolazione nelle strade del centro: Ferragosto il due di marzo.
(...) Dappertutto si avverte che qualcosa sta cambiando.
Il contagio ha già compromesso i nostri legami.
E ha portato molta solitudine: la solitudine di chi è ricoverato in terapia intensiva e comunica con altri attraverso il vetro, ma anche una solitudine diversa, diffusa, quella delle bocche serrate nella mascherine, degli sguardi sospettosi, del dover restare a casa.
Nel contagio siamo tutti liberi e agli arresti domiciliari. (...)

A nessuno piace essere tagliato fuori. E sapere che la nostra separazione dal mondo è transitoria non basta a cancellare la sofferenza.
Abbiamo bisogno disperato di essere con gli altri, tra gli altri (...)
E' un'esigenza costante che assomiglia al respiro.
Quindi abbiamo un moto di ribellione: non mi lascerò determinare, non permetterò a nessun virus d'interrompere la mia socialità."

Sono pensieri scritti da Paolo Giordano, dottore in Fisica e romanziere di successo, raccolti nel suo piccolo saggio "Nel contagio".
Riflessioni nate durante la cosiddetta "prima ondata" della pandemia del Covid-19, che raggiunse l'Italia e poi l'Europa intera, nei primi mesi del 2020 e quindi ancora inconsapevoli e ignare del suo sviluppo nel corso dell'intero anno.
Riflessioni che però centravano il disorientamento e il disagio psichico e il dramma sanitario che si è dovuto affrontare. 

1973:
Coprifuoco.
"Il nuovo termine entrato nel lessico comune, per via della crisi petrolifera, è 'austerity'.
Da domenica 2 Dicembre viene imposto il divieto assoluto di circolazione dei mezzi privati (...)
Le trasmissioni televisive della Rai terminano alle 22,45. I cinema chiudono alle 22. (...)
'Bravi ragazzi' racconta l'Italia in crisi degli anni '70 e l'impotenza dei nostri governanti.
Il pezzo è un gioiello sia come è suonato, sia per il testo e per il modo in cui Edoardo Bennato lo espone tra il cantato e il recitato, ridicolizzando la drammatica situazione (...)
Qui non c'è rabbia, ma cabaret.
La presa in giro di Edoardo non fa sconti: quando imita il 'bla bla' dei politici in televisione, che sanno solo dire 'su fate i bravi ragazzi, vedrete che poi sistemeremo tutto'. (...)
Bennato la suonerà spesso dal vivo, all'inizio, ma poi la trascurerà, forse perchè troppo legata ad un determinato periodo storico"

Pubblicata nel 2001, nella sua ottima biografia di Bennato, Francesco Donadio non poteva immaginare che questo geniale brano del bluesman napoletano potesse essere così calzante (ed in qualche modo profetico) anche per il periodo storico della pandemia.
     
Ed è lo stesso Bennato ad accorgersi, tanto da riproporlo nella tracklist del suo cd, "Non c'è", messo a disposizione al pubblico nel novembre del 2020.
Come scritto in altri post di questa "stanza" la vena corrosiva e pungente, diretta discendente della cultura anarchica di Bennato, che lo accompagna fin dall'inizio della sua carriera, gli ha dato modo di raccontare la realtà circostante spesso con sana ironia, disincanto, e, perchè no?, con una buona dose profetica.
Infatti in questo brano troviamo, incredibilmente, tutti i meccanismi di spaesamento personali e sociali rilevati in questa emergenza sanitaria: il lockdown della prima fase, il coprifuoco della seconda, il protagonismo degli "esperti" sui media, specialmente in tivù. 

Proprio l'album del 1973 "I buoni e i cattivi" , che contiene "Bravi ragazzi", presenta una serie di titoli
che possono benissimo rappresentare e denunciare "tic" politici e sociali ancora attualmente in voga:
"Salviamo il salvabile", "La bandiera", "Arrivano i buoni", potrebbero essere ancora cantate come satira musicale per commentare l'attualità.

Poi, il fatto che Bennato, da almeno un quarto di secolo, non si sia ripetuto a questi livelli espressivi e che, inspiegabilmente sia caduto nel cono d'ombra di una promozione discografica che usa portare in palmo di mano "fenomeni" senza arte nè parte, è un discorso molto lungo e annoiante.

Sentiamo il Bennato di quegli anni raccontare la sua esperienza artistica:
"Le mie canzoni sono critica, non attacchi.
Non mi piace attaccare crudelmente nessuno, perchè, chi sono io per farlo?
In ogni persona c'è una parte buona e una cattiva, per cui come faccio a essere sicuro in assoluto delle mie buone intenzioni?
Preferisco allora criticare usando l'ironia disincantata della tradizione popolare" 

Che non è tanto diverso da quello di oggi:
"Fin dal primo 'I buoni e i cattivi' ironizzavo fin da allora sul mio ruolo di cantautore, di saltimbanco da strapazzo che completava l'altro ruolo di architetto e urbanista.
Le canzonette nascono sempre da questo, quando preparo un album mi pongo come obiettivo di dare emozioni e buone vibrazioni agli altri, non certo fare lezioni di geopolitica.
Ciò non toglie che queste siano canzoni etiche, morali, politiche o pseudopolitiche.
In ogni canzonetta, parlo di problemi che riguardano noi, umani, su questo pianeta."






domenica 22 novembre 2020

Don't give up - Peter Gabriel

"L'amicizia mi sembra paragonabile all'ascensione di un alpinista verso un'altra cima.
Un'esperienza unica e affascinante, che lo tiene concentrato per ore sui suoi passi, lo porta a contatto con la roccia o il ghiaccio, nel chiuso di un canalone o con le spalle nel vuoto.
L'imponenza delle pareti che affronta gli toglie a volte ogni altra visuale, spesso il suo sguardo è semplicemente rivolto in alto, verso l'appiglio successivo, verso il cielo.
Tutto il resto, in quei momenti, perde importanza, sembra quasi non esistere.
Arrivato in vetta, però, uno sconfinato panorama si apre di nuovo sotto di lui, la grande catena a cui la cima appartiene. (...)
Su questa terra viviamo in una situazione simile.
Non possiamo vedere chiaramente ciò che connette le nostre vite, i sentieri che portano dall' una all'altra (cima). Eppure, se come se fossimo montagne di uno stesso gruppo, alla radice del nostro essere siamo realmente uniti.
Così che ogni piccolo gesto tocca l'esistenza degli altri.
Oggi non possiamo sapere che effetto ha un piccolo segno di comprensione offerto ad un'altra persona, un cenno di partecipazione al suo dolore o alla sua gioia, un attimo di accoglienza o di semplice pazienza per cercare di ascoltare e capire quello che cerca di dirci.
Non sappiamo precisamente quanto conti la preghiera per l'altro, la nostra offerta silenziosa per lui, apparentemente ignorata da tutti.
Ma quando saremo in Paradiso, le nebbie si diraderanno e vedremo la maestosa catena a cui apparteniamo, immersa nel sole della presenza di Dio."

E' un bellissimo brano sull'amicizia scritto da don Paolo Sottopietra, attuale Superiore generale della "Fraternità Sacerdotale dei Missionari di san Carlo Borromeo, e pubblicato sul mensile ufficiale della Fraternità stessa, "Fraternità e Missione", nel novembre del 2020.

"E' con un pò di imbarazzo ma anche con orgoglio, vi dico che, dopo l'ascolto della mia canzone sto ricevendo centinaia di lettere di persone che mi ringraziavano per averle aiutate, grazie proprio alle parole di questo brano"
E' Peter Gabriel che confida in una intervista fatta al tempo della pubblicazione di "Don't give up", la reazione degli ascoltatori al tema del brano.
La composizione è ispirata dalla famosa fotografia "Migrant mother" di Dorothea Lange, che ritrae una donna e un bambino durante la Grande Depressione americana.
Scritta da Gabriel all'inizio degli anni '80 è una critica diretta alla politica condotta dall'allora Primo Ministro britannico Margareth Thatcher, colpevole, secondo l'artista, di aver provocato un aumento della disoccupazione. 
Al netto degli intenti politici, la canzone rimane un inno universale all'amicizia, che descrive la disperazione di un uomo che si sente isolato e sconfitto nel suo quotidiano e contemporaneamente un grido di sostegno lanciato, dolce e forte insieme in aiuto dell'amico.

Il brano (con la collaborazione vocale di Kate Bush) è inserito nell'album "So", pubblicato nel 1986,  uno dei pilastri musicali che, aprono alla stagione della "world music" (l'altro pilastro, uscito nello stesso anno, è "Graceland" di Paul Simon).
Due capolavori assoluti che simbolicamente chiudono l'epoca creativa del rock iniziata trent'anni prima.

Peter Gabriel, tra i fondatori, all'inizio dei '70, del "progressive rock" inglese, front man dei Genesis, dopo qualche anno di carriera solista, sperimentatore inquieto, apre alle atmosfere e ai musicisti nord africani, realizzando una miscela di ritmi che avrà diversi epigoni in giro per il mondo.
Negli anni fonderà una sua etichetta discografica e organizzerà dei propri studi di registrazione, per valorizzare artisti di diverse etnie che si rifanno alle tradizioni musicali delle loro terre.
Purtroppo, da decenni, non edita più brani di sua composizione ( il suo ultimo album - "Up" - è del 2002 ).

Rimangono gioielli, come "Don't give up".

"In questa terra orgogliosa siamo cresciuti forti
Eravamo ricercati da sempre.
Mi hanno insegnato a combattere, a vincere.
Non avrei mai pensato di dover fallire.
Sono un uomo i cu sogni sono stati tutti abbandonati.
Ho cambiato il mio volto, ho cambiato il mio nome,
ma nessuno ti vuole quando perdi. (...)

Non arrenderti, hai ancora noi
Non arrenderti, perchè hai degli amici 
Non arrenderti, non sei ancora sconfitto
Non arrenderti, lo so che puoi farcela.
Non arrenderti, perchè da qualche parte c'è un posto a cui apparteniamo."




 

mercoledì 18 novembre 2020

Futura - Lucio Dalla

"Non è vero che il futuro è, per definizione, un tempo positivo.
Il futuro è positivo se ci si attiva, non certamente per il fatto che sia futuro, automaticamente è un rimedio ai mali del passato.
Io sono d'accordo con Pasolini quando disse che aveva tolto la parola speranza dal suo vocabolario.
Ogni volta che sento politici che dicono 'speriamo, auguriamoci, auspichiamo' penso che siano tutte parole della passività: stiamo fermi e aspettiamo e vediamo cosa succede.
Non succede niente se non ci diamo da fare.
Questo i giovani lo hanno perfettamente capito, almeno la maggioranza.
Non tutti.
Esiste un piccolo settore di giovani che io chiamo i 'nichilisti attivi', che non nega di muoversi in un'epoca nichilista, non rinnega il nichilismo.
Nichilismo vuol dire, secondo Nietzsche, che manca lo scopo, che il futuro non è più una promessa.
Manca la risposta al perchè dell'esistenza.
Perchè mi devo impegnare, perchè mi devo dare da fare.
Il futuro non è più una promessa.
C'è un pezzo di mondo giovanile che vive in una sorta di rassegnazione: non c'è più niente da fare e quindi cosa faccio? (...)
Io non guardo avanti perchè il futuro mi angoscia, non mi appare come una promessa ma come una minaccia. Quantomeno come imprevedibile e foriero di ansia.
Perciò vivo l'assoluto presente"

Questo è un brano estrapolato da un colloquio, tema la situazione sociale ed esistenziale ai tempi del coronavirus, pubblicato sul 'Corriere della Sera' del 17 Novembre 2020, tra Walter Veltroni e Umberto Galimberti.
E le riflessioni che abbiamo evidenziato sono, appunto, del filosofo e psicoanalista.
Riflessioni serie, su una situazione reale, che preoccupa lo stesso Galimberti, che hanno però il piccolo difetto di bypassare, snobbandola, la fonte stessa del nichilismo denunciato, cioè la perdita di senso della propria vita e della paura del futuro, la dimenticanza dell'avvenimento cristiano. 

"Io racconto storie, voglio comunicare, non faccio poesia."
"Scrivo quello che sente la gente. Parlo con il loro linguaggio. Non faccio liriche, non scrivo poesie.
Quello che dicono le mie canzoni potrebbe dirlo anche mia zia"
Sono alcune frasi di Lucio Dalla degli anni '90, tratte da un'intervista al 'L'Unità' e dalla biografia realizzata dall'amico e paroliere Gianfranco Baldazzi.

Ma da dove arrivava questa lucida e nello stesso tempo umile rappresentazione della sua arte di musicista e autore di testi?
Ce lo spiega lui stesso:
"Dio esiste? Assolutamente sì. Anzi questa è una delle poche certezze che non ho mai messo in discussione, nè ho mai provato imbarazzo a parlarne in pubblico anche quando era di moda essere atei a tutti i costi.
Ma a proposito del mio modo di credere in Dio, mia madre mi insegnò qualcosa di molto importante: che si deve essere religiosi ma non fino al punto di rinunciare alla propria indipendenza.
E di riflesso mi insegnò la bellezza, la meraviglia del perdono: solo perdonandoci siamo in grado di valutare per primi l'entità dei nostri misfatti, e provarne pietà, tenerezza e anche rimorso"
(da un' intervista sull' Europeo del 1982)
"Credo in Dio come nell'arte, nel mare, nella vita. Credo in Dio perchè è il mio Dio.
Mi ha sempre colpito la decisione di Cristo di nascere povero.
Lui, povero, è il futuro.
Nel mio piccolo, credo con tutte le mie forze in Dio, quanto posso ... nelle mie canzoni ci sono molti valori cristiani."

"Futura" fa parte dell'album che conclude una importante trilogia nella carriera del cantautore bolognese.
Dopo gli inizi, a cavallo tra gli anni '60 e '70, culminati con il grande successo popolare di "4/3/1943",
a cui fa seguito il periodo della canzone "civile", della collaborazione con il poeta Roberto Roversi, con il rischio di essere "etichettato" politicamente, nella seconda metà del decennio Dalla decide di mettersi in proprio e sforna tre lavori discografici che lo catapultano definitivamente nella schiera dei più grandi autori della musica pop italiana:
"Come è profondo il mare" (1977), "Lucio Dalla" (1979), "Dalla" (1980)

Nel frattempo, con la tournee' "Banana Republic", insieme a Francesco De Gregori, diventa il simbolo della riapertura ai grandi spazi dei concerti rock, dopo la disgraziata stagione delle proteste e delle violenze dell'Autonomia operaia e dei processi in piazza a favore delle autoriduzioni proletarie al prezzo dei biglietti
"Futura nacque come una sceneggiatura, poi divenuta canzone.
la scrissi una volta che andai a Berlino, negli anni della Guerra Fredda e quando giravo tra una città e l'altra vedevo camion che trasportavano soldati, come se fossimo veramente in guerra, altro che fredda: bollente! Sfilate di camion con missili, le sfilate dell'orrore!
Non c'è una cosa più schifosa della guerra!
Non avevo mai visto il Muro e mi feci portare da un taxi al Checkpoint Charlie, punto di passaggio tra Berlino Est e Berlino Ovest.
Mi sedetti su una panchina e mi accesi una sigaretta.
In quella mezz'ora scrissi il testo di Futura, la storia di questi due amanti, uno di Berlino Est, l'altro di Berlino Ovest, che progettano d fare una figlia che si chiamerà Futura"

Insomma, un inno ad un futuro "buono", basato su una certezza esistenziale, che tanto manca all'uomo d'oggi e alle analisi sociologiche di Umberto Galimberti







    
       

domenica 15 novembre 2020

E' stata tua la colpa - Edoardo Bennato

"Nella raffigurazione degli uomini come burattini senza fili visibili, la parabola raggiunge uno dei vertici della sua eloquenza e ci chiede un ascolto particolarmente attento.
La pertinenza del raffronto uomo-burattino pare oggi imporsi senza contrasti alla coscienza comune: la cultura contemporanea è tutta tesa a squarciare il velo sottile di un'apparente umanità per denudare il pupazzo senz'anima, che sarebbe la nostra verità soggiacente. (...)

E' sempre più largamente accolta l'ipotesi antropologica che spiega ogni atto e ogni risoluzione come il prodotto ineluttabile delle forze economiche, dell'istinto sessuale, della cieca volontà di potenza, dei mezzi occulti di persuasione: i 'fili invisibili'; e, poichè fatalmente si diventa quello che si è convinti di essere, l'uomo si assimila progressivamente a una marionetta appena rivestita di una illusoria apparenza di libertà. (...)
La convinzione più semplice e più diffusa asserisce che la condizione di burattino è conseguenza dell'esistenza dei burattinai, sicchè basta eliminare questi prepotenti personaggi perchè alle marionette subentrino gli uomini. (...)
Persuasioni simili hanno ispirato e sorretto le molte rivoluzioni e le molte insurrezioni, delle quali è insanguinata la storia del mondo. (...)

Pinocchio che balza dentro il teatrino, si mescola alle marionette intente alla recita della commedia e vi porta scompiglio, è del tutto uguale ai suoi fratelli di legno.
Eppure il seguito della favola ne documenta la radicale eterogeneità. (...)
Che cosa lo rende irriducibilmente diverso e gli impedisce di assimilarsi alla compagnia delle teste di legno?
La differenza sta tutta nel fatto che Pinocchio ha un padre (...) se ha un padre, ha un destino filiale; se ha un destino filiale, è designato, pur avendo ancora una struttura legnosa, ad una condizione di sostanziale libertà. (...)
Un burattino che ha un padre, è chiamato ad essere uomo;
un uomo che ha rifiutato il padre, presto o tardi si conforma ai burattini.

Quando ascoltiamo qualcuno che fieramente e protervamente dichiara: 'Nè Dio nè padroni', non possiamo nascondere l'ammirazione per tanta chiarezza di propositi e tanto candore di sentimenti.
Ma ci stringe il cuore anche l'immancabile previsione: chi enuncia questo programma diventa presto o tardi intollerante adoratore di qualche idolo, e senza volerlo, invoca l'avvento di qualche burattinaio, che non tarderà a comparire.
Dagli idoli ci si libera in modo definitivo solo innamorandosi dell'unico vero Dio;
i fili invisibili che ci costringono sono tagliati unicamente dall'affetto del Padre. (...)

E anche se c'è chi crede di averci in maniera irrimediabilmente intruppati tra le marionette, in effetti noi restiamo creature radunate all'insegna della libertà; 
un'insegna che è molto simile a quella degli anarchici e dei radicali, coi quali - quasi - ci troviamo d'accordo:
nè Dio nè padroni, nè verità eterne, all'infuori dell'unico Dio, dell'unico Signore, dell'unica verità"

Spettacolare, ironicamente umano e ancora attualissimo brano tratto da "Contro Maestro Ciliegia", un commento teologico a "Le avventure di Pinocchio" che l'allora vescovo ausiliare alla cultura della diocesi di Milano mons. Giacomo Biffi, pubblicò nel 1977.
Grande teologo e puntuto indagatore dell'attualità sociale, con una verve irraggiungibile, sorprese la curiosità di molti piegando le vicende del burattino inventato da Collodi al racconto di una 'sintesi del dramma dell'uomo contemporaneo'

Per una incredibile coincidenza, in quegli stessi mesi, un cantautore, da qualche anno icona del movimento studentesco italiano erede dei moti sessantottini, Edoardo Bennato, volle affrontare con altrettanta sagacia la sfida della contemporaneità di Pinocchio.
Ed anche in questo caso sorprendendo il suo pubblico, anzi, allargandolo ancora di più.
L'album "Burattino senza fili" risulterà l'apice della creatività del cantautore napoletano.
Un lavoro nel quale infonderà tutta la sua ironia e la capacità di sfornare brani rimasti nell'immaginario collettivo.
Capacità che con gli anni, (quelli d'oro vanno dal 1973 al 1980), purtroppo, si è poi andata affievolendo irrimediabilmente.

In maniera curiosa in diverse "tappe" del "concept album" l'analisi del rocker anarchico e radicale si interseca con quella del vescovo cattolico, così come lo stesso accennava nel brano proposto del suo libro, proposto all'inizio.
Nella canzone che apre l'lp, "E' stata tua la colpa", è evidente un percorso comune che però non arriva alla stessa conclusione.
Ma questo basta per incuriosirci.
Scrive Bennato nel libretto di presentazione del cd che celebra i quarant'anni del suo gioiellino musicale:
"E' stata tua la colpa' rappresenta l'apice del ribaltamento della morale.
Al burattino che è voluto diventare un bambino in carne ed ossa si dice: 'E' stata tua la colpa, tu l'hai voluto, e solo ora che sei diventato uno di noi ti accorgerai di tutti i fili che hai."

Una sincera ammissione di impotenza nella ricerca di senso nell'affrontare la vita, finalmente da uomo libero.



 
   

La storia - Francesco De Gregori

da "Fratelli tutti" Lettera enciclica di papa Francesco

"In questo mondo che corre senza una rotta comune, si respira un'atmosfera in cui 'la distanza fra l'ossessione per il proprio benessere e la felicità dell'umanità condivisa sembra allargarsi: sino a far pensare che fra il singolo e la comunità umana sia ormai in corso un vero e proprio scisma. (...)
Perchè una cosa è sentirsi costretti a vivere insieme, altra cosa è apprezzare la ricchezza e la bellezza dei semi di vita comune che devono essere cercati e coltivati insieme. (...)
Come sarebbe bello se, mentre scopriamo nuovi pianeti lontani, riscoprissimo i bisogni del fratello e della sorella che mi orbitano attorno! (...)
L'individualismo non ci rende più liberi, più uguali, più fratelli.
La mera somma degli interessi individuali non è in grado di generare un mondo migliore per tutta l'umanità. Neppure può preservarci da tanti mali che diventano sempre più globali.
Ma l'individualismo radicale è il virus più difficile da sconfiggere.
Inganna.
Ci fa credere che tutto consista nel dare briglia sciolta alle proprie ambizioni, come se accumulando ambizioni e sicurezze individuali potessimo costruire il bene comune. (...)
Solidarietà è una parola che non sempre piace: direi che alcune volte l'abbiamo trasformata in una cattiva parola, non si può dire; ma è una parola che esprime molto più che alcuni sporadici atti di generosità.
E' pensare e agire in termini di comunità, di priorità della vita di tutti sull'appropriazione dei beni da parte di alcuni.
E' anche lottare contro le cause strutturali della povertà, la disuguaglianza, la mancanza di lavoro, della terra e della casa, la negazione dei diritti sociali e lavorativi. (...)
La solidarietà, intesa nel suo senso più profondo, è un modo di fare la storia, ed è questo che fanno i movimenti popolari"

Sono, questi, alcuni brani estrapolati dalla lunga e complessa lettera enciclica "Fratelli tutti" di papa Francesco.
Una enciclica che gli esperti usano definire 'sociale', cosa non inedita nella storia dei pontificati cattolici. Ricordiamo la "Rerum novarum" di Leone XIII agli albori dell'età industriale, quando il movimento marxista cominciava ad attecchire nelle classi operaie.
Esempi di encicliche sociali sono la "Populorum progressio" di Paolo VI, poco prima dei moti sessantottini e la produzione cospicua da parte di Giovanni Paolo II, una specie di aggiornamenti delle precedenti encicliche, in vista delle sfide del nuovo millennio : "Centesimus annus" (1981), "Sollicitudo rei socialis" (1987), "Laborem exercens"

"Una mattina, uscendo di casa, ho visto che il marciapiede era pieno di siringhe, ho pensato: non mi riguarda finchè mio figlio non si punge lì, giocando.
Così è nata "La storia", pensando che non siamo noi a fare la storia è lei che fa noi, che ci toglie la sedia da sotto il culo, brucia le nostre stanze, ci dà ogni giorno torto o ragione"
Così racconta De Gregori a Vincenzo Mollica, la genesi del suo famoso brano.
Una canzone, del 1985, con la quale negli anni il cantautore romano ha avuto un rapporto problematico.
All'inizio ritenuto dalla critica una specie di manifesto dell'ideologia marxista e materialista, ma, proprio attraverso le riflessioni dell'autore un inno decisamente più "universale":

"Ci sono versi che hanno l'olezzo del gentismo, che parlano della gente a sproposito.
La mitologia della gente, oggi come oggi, viene accostata ad una lettura populista della vita, dell'Italia e della realtà che non mi appartiene" ammonisce De Gregori trent'anni dopo.
"Confesso che la trovo oggi una canzone leggermente enfatica.
E' venuta così. Il titolo suona bene perchè preceduta da frasi analoghe: 'La rivoluzione siamo noi' eccetera.
La storia siamo noi mi fa pensare che la storia appartenga a tutti.
Allora che cos'è questo 'noi'? Credo sia la chiamata di responsabilità.
Se c'è un filo che ho seguito in questa canzone è quello della responsabilità collettiva e non solo di coloro che comandano.
Tutti noi, anche in modo inconsapevole, ci siamo dentro: perciò nessuno si senta escluso. (...)
Quelli di sinistra hanno pensato che alludessi alla loro parte, per questo a mò di contrappeso, ho aggiunto ' nessuno si senta escluso'." (da "A passo d'uomo", 2016)

"Chiedermi oggi se la riscriverei non ha molto senso, forse la risposta sarebbe no.
Mi sembra che oggi molta gente si faccia coinvolgere più dai reality che dalla realtà. (...)
Non puoi nasconderti da quello che ti sta succedendo intorno, non puoi dire 'io non mi interesso'"
(intervista a cura di Paolo Vites, in appendice alla collana di cd in allegato al Corriere della Sera, nel 2009)
Tutte riflessioni che testimoniano la serietà di De Gregori, unita al rispetto per il pubblico che fruisce della sua creazione artistica. 
A "La Repubblica" nel settembre 2020, afferma:
"La storia è comunque sempre in crisi con se stessa. (...)
Forse nella canzone c'è anche un pò di questo smarrimento che però si risolve nell'immagine finale del 'piatto di grano' che allude alla rigenerazione di quello che siamo: delle nostre idee, delle nostre capacità critiche, anche dei nostri corpi"

Nel 1988, al settimanale "Il Sabato", rilascia questa dichiarazione:
"Avevo letto delle condizioni in cui vivevano degli anziani a Roma, totalmente abbandonati all'ultimo piano di casermoni in rovina. Erano assistiti, ma direi meglio 'salvati' da ragazzi di CL. (...)
Ero e sono vicino al PCI, (...) però forse un impegno politico, sociale e religioso anche esageratamente idealista è cento volte preferibile alla stupida abulia della società del benessere.
Almeno manifesta la coscienza che nulla garantisce di fronte all'insufficienza organica dello Stato, se non una risposta umana a una necessità umana"

E così ritorniamo a papa Francesco:
"La solidarietà, intesa nel suo senso più profondo, è un modo di fare la storia, ed è questo che fanno i movimenti popolari"

"La storia" è uno dei tanti brani dell' inesauribile "song book" di De Gregori che affondano lucidamente nella realtà umana e che ne intuisce una irriducibilità oltre la materia.
Parole sostenute da una capacità creativa musicale, mai banalmente popolare.




    


  

Song for orphans - Bruce Springsteen

da "Il brillìo degli occhi"  di Julian Carron

"Nella nostra società la parola 'autorità' è spesso guardata con sospetto, identificata con un potere che sottomette o con un personalismo che lega a sè le persone.
Ma nella vita della Chiesa, nel popolo di Dio, essa - sottolinea don Giussani - non è, non può essere tale: 'L'autorità, la guida, è proprio il contrario del potere, non esiste neanche una virgola,neanche un punto della parola potere (...)'

Che cosa caratterizza allora il rapporto con l'autorità, l'appartenenza al popolo di Dio?
Tale rapporto è ben espresso nella parola figliolanza (...)
E' per le vie della filiazione che l'accento di una compagnia vera, l'originalità di un carisma (...)
Giussani ci ricorda che dell'autorità si è figli: 'Un figlio prende il ceppo del padre, è costituito dal ceppo del padre. (...)
Perciò la parola autorità - che potrebbe avere come sinonimo la parola paternità, generatività, generazione, comunicazione di genus, di ceppo di vita, cioè l'avvenimento per cui l'io mio viene investito e reso diverso da questo rapporto - è seguita dalla parola libertà, genera libertà: l'essere figlio è libertà.
Uno non può essere padre, generatore, se non ha nessuno come padre.
Non - attenzione - se non ha avuto (un padre), ma se non ha (al presente) nessuno come padre.
perchè se non ha nessuno come padre (...) non è una generazione.
La generazione è un atto presente. (...)
Non basta tuttavia che ci sia questa paternità presente, occorre che io sia disponibile a lasciarmi generare da essa. Dalla disponibilità ad essere figli dipende tutta la fecondità della nostra vita" 

Anche se indirizzato soprattutto agli aderenti del movimento, il saggio di don Julian Carron, presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione, nel solco del carisma del fondatore Luigi Giussani, è un invito all'affronto del senso della vita anche per tutti gli uomini e le donne alla ricerca di un punto decisivo per la propria esistenza.

"Tutto il significato del rock'n'roll sta nella parola 'papà"
Parole di T-Bone Burnett, uno dei più grandi produttori e arrangiatori americani, impegnato nella riscoperta delle origini della musica popolare americana.

"Le canzoni di Bruce Springsteen sono l'abbozzo di una teologia: una teologia del Padre o della sua assenza. Perchè tra padre terreno e padre celeste si apre uno scambio, un transito, un passaggio, una trasmigrazione: il primo si dilata fino ad assumere i contorni dell'altro, fino a confluire, a confondersi nell'altro.
Padre terreno e Padre celeste diventano, a tratti, indistinguibili.
Il mondo del primo significa, restituisce il volto dell'Altro.
Indagarne i riverberi, le incarnazioni, i volti, consente di cogliere il perimetro della 'teologia del Padre' tracciata nella produzione del rocker."
Così scrive acutamente Luca Miele, esperto della storia del rock e dei suoi più illustri interpreti, sulle pagine dell'Avvenire' e dell' Osservatore Romano, nel bel libro "Il vangelo secondo il rock"

E' indubbio che gli indizi dello sviluppo di questa particolare "teologia" sono disseminati in diverse canzoni dello sterminato, lungo quasi mezzo secolo, 'songbook' del rocker del New Jersey.
"Con mio padre ci sono voluti trent'anni per dirci che ci volevamo bene.
Ricordo che 1981 ero appena tornato da alcuni concerti in Europa quando ricevetti una telefonata.
Mi avvertivano che mio padre era malato.
Così decisi che sarei andato a trovarlo nell'ospedale dove l'avevano ricoverato, in California.
Durante il viaggio ho cominciato a pensare a tutte le cose che avevo sempre desiderato dirgli e non gli avevo mai detto e come mi ero sempre ripetuto che un giorno o l'altro ci saremmo messi a chiacchierare di tutte le cose (...) Però passavano gli anni e quel momento non giungeva mai."
E' un brano tratto da "Inseguire quel sogno" Autoritratto di Springsteen, contenuto nel poderoso volume dedicato alla sua arte, "Come un killer sotto il sole", a cura di Leonardo Colombati.

"Prima che spirasse, esaminai attentamente il corpo di mio padre.
Era il corpo della sua generazione.
Non era lustro, nè forgiato in un'armatura: un semplice uomo (...)
Rimango così a lungo, poi gli prendo la mano, pesante e screpolata, tra le mie.
'Addio' mormoro baciandogli la guancia di carta vetrata, che mi rimanda il mio fiato caldo."
Questo brano, invece è tratto dalla sua autobiografia più recente "Born to run"

Insomma, pur lanciato nel mondo dello 'star system' planetario dello spettacolo, Springsteen non vuole dimenticare le sue radici, segnate più dall'assenza del padre che dalla sua presenza.
La coscienza di un rapporto problematico, che oggi, ormai settantenne, si fa sempre più presente nei suoi lavori discografici, partendo dallo show teatrale a Broadway, dove , durante l'anno di repliche, ha voluto mettersi a 'nudo' davanti al suo pubblico ( repliche che, guarda caso, ogni sera, finivano con la preghiera del Padre Nostro); e poi con il suggestivo e orchestrale 'pellegrinaggio' di "Western stars", fino ad arrivare con l'ultimo "Letter to you", combattuto tra 'i fantasmi' dei morti e la certezza di una luce eterna.

"Song for orphans", è un brano ripescato tra i suoi primi, scritto all'inizio degli anni 70 e mai ufficialmente pubblicato.
E' uno Springsteen giovane, nel pieno della crisi generazionale personale e collettiva, nella ricerca di un padre, epperò non rassegnato alla condizione di orfano.
Una canzone dal testo criptico, verboso, pieno di immagini di non facile comprensione, debitrice allo stile 'Dylan'. E' lo stesso Springsteen che ammette:
"Bob Dylan ci ha dato le parole per capire il nostro cuore.
Quando arrivò Bob, ci diede finalmente le parole che mancavano.
Sapevamo che c'era qualcosa da esprimere, ma non esisteva ancora un linguaggio perchè un giovane potesse dare verbo a quello che sentiva."

"Tutto il significato del rock'n'roll sta nella parola papà"
"Un lungo imbarazzante urlo per tuo padre"

"Bene, la moltitudine si è riunita e ha cercato di fare rumore
I generali poeti neri ciechi
e i ragazzi bianchi rumorosi e irrequieti
Ma il tempo si è assottigliato
e l'asse in qualche modo è diventata incompleta
e anzichè leoni bambini avevamo pecore vecchie drogate.

Quindi fammi a pezzi Big Mama,
mentre Old Faithful fa sorgere il sole.
Credimi mia buona Linda, l'aurora illuminerà il cammino.
La Confederazione è a mio nome ora,
i cani sono tenuti a bada
l'asse ha bisogno di un braccio più forte
senti come lavorano i tuoi muscoli?

Beh, le missioni sono piene di eremiti,
stanno cercando un amico.
Le terrazze sono piene di uomini-gatto
che cercano il modo di entrare.
Quegli orfani sono saltati su montagne argentate,
persi in viuzze celesti.
Aspettano quel vecchio vagabondo di Dog Man Moses:
lui raccoglie tutti i randagi

Ebbene, i figli cercano i padri, ma i padri non ci sono più.
Le anime perdute cercano salvatori,
ma i salvatori non durano a lungo.
Quei mocciosi ribelli senza meta, che vivono le loro vite in musica,
corrono per il tempo di una candela,
in un sussurro della buonanotte e vanno via."





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