sabato 12 dicembre 2020

Sailing - Rod Stewart

"Quando ti metterai in viaggio per Itaca
devi augurarti che la strada sia lunga,
fertile in avventure e in esperienze.
I Lestrigoni e i Ciclopi
o la furia di Nettuno non temere
Non sarà questo il genere di incontri
se il pensiero resta alto e un sentimento fermo
guida il tuo spirito e il tuo corpo.
In Ciclopi e Lestrigoni, no certo,
nè nell'irato Nettuno incapperai
se non li porti dentro
se l'anima non te li mette contro.

Devi augurarti che la strada sia lunga
Che i mattini d'estate siano tanti
quando nei porti - finalmente e con che gioia -
toccherai terra tu per la prima volta. (...)

Sempre devi avere in mente Itaca,
raggiungerla sia il pensiero costante
soprattutto non affrettare il viaggio;
fa che duri al lungo, per anni, e che da vecchio
metta piede sull' isola, tu, ricco
dei tesori accumulati per strada
senza aspettarti ricchezze da Itaca.
Itaca ti ha dato il bel viaggio
senza di lei mai ti saresti messo sulla strada:
che cos'altro aspetti?

E se la trovi povera, non per questo Itaca ti avrà deluso.
Fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso
già avrai capito ciò che Itaca vuole significare"

Avete appena letto la più famosa poesia di Konsantinos Kavafis uno dei più importanti poeti greci vissuto a cavallo tra l'ottocento e il novecento.
Giornalista e letterato, appassionato della tradizione classica ellenica pagana, in vita figura anticonformista, dovuta anche alla sua dichiarata omosessualità.
La sua poetica è espressione della concezione tragica della vita, della sua ineluttabilità, un nichilista ante litteram.
In "Itaca" racconta di un marinaio che si dirige verso la meta, ma con la coscienza che sia più importante la ricchezza del viaggio, affinchè brami sempre più l'approdo finale.

"Tante canzoni rock hanno un radicamento dichiarato nei gospel, negli spiritual, nella musica sacra dei neri americani.
Queste canzoni hanno spesso un andamento corale, quasi liturgico.
Portano un senso di di liberazione, di redenzione, il senso del riposo finalmente raggiunto, come 'terra promessa' dove poter rilasciare il proprio corpo e i propri fardelli"

E' così che il giornalista Walter Gatti, nel libro da lui curato, "Help! Il grido del rock", presenta "Sailing":
"Nel 1975, uno dei più noti interpreti del rock blues inglese, Rod Stewart, pubblica una canzone, semplice nel suo andamento gospel, destinata a diventare un manifesto di speranza, un sospiro di sollievo nel caos dei percorsi umani."

Rod Stewart ha attraversato con grande successo il bienno '70/90.
Interprete dalla personale voce di carta vetrata, ha alternato l'impegno di interprete puro in brani di grandi autori rock, non disdegnando di occupare le hit parade  del tempo anche lavori cantautorali, in competizione impari con il genio musicale di Elton John.
Fama di sciupafemmine e grande tifoso del football inglese, ormai trascina stancamente la sua carriera riproponendo i vecchi successi, che comunque rimangono ben piantati nella memoria degli appassionati rockettari.
Ma lasciamo concludere Walter Gatti:
"Come spesso accade, le grandi canzoni sono semplici e vengono da personaggi semplici.
Rod Stewart non è mai stato un interprete di particolare profondità.
Molto viscerale, estremamente 'fisico' nel suo modo di interpretare il rock e il blues, 'Sailing' è 'sua' senza essere 'sua'. (...)
Rod l'ha presa in prestito (da un certo Gavin Sutherland n.d.r) e ne ha fatto un piccolo gioiello di gospel-rock. E allora come oggi è una canzone da ascoltare, imparare, ricordare" 

"Sto navigando, sto navigando
tornerò di nuovo a casa attraverso il mare.
Sto navigando, acque burrascose,
per essere vicino a te, per essere libero.

Sto volando, sto volando
come un uccello, attraverso il cielo.
Sto volando, oltrepassando nuvole alte
per stare con te, per essere libero.

Puoi sentirmi?
nella notte buia, sono molto lontano.
Sto morendo, ci proverò per sempre
a stare con te, chi può dirlo

Stiamo navigando, stiamo navigando.
Torneremo di nuovo a casa attraverso il mare
Stiamo navigando acque burrascose
per essere vicini a te, per essere liberi.

Oh Signore, per essere vicini a te, per essere liberi
Oh Signore"





venerdì 11 dicembre 2020

E' bella la strada - Claudio Chieffo

"Credo che i camminatori si possano dividere in due grandi categorie:
quelli che scommettono sulla buona sorte e rischiano, proprio come nella vita fanno gli audaci e gli irresponsabili, e quelli che umilmente hanno il coraggio di tornare sui propri passi, di riprendere la traccia del percorso, scovando l'errore e provando a non ripeterlo. (...)
Serve una meta, dunque. Anche perchè è il frutto di una decisione e perciò ha un significato. (...)

Una cammino è infatti anche un'esperienza intellettuale e talvolta perfino spirituale (...) quasi una visione virtuale ma più profonda, di realtà (...) spesso, invece, nella vita di tutti i giorni ci aggiriamo senza meta.
C'è, insomma, un nesso evidente tra pensare e camminare.
Si vede che avere il capo mobile in cima al tronco fa funzionare il nostro cervello in maniera diversa e migliore.
Guardiamo in avanti, scrutiamo l'orizzonte (...).
Fin dagli albori di 'Homo Sapiens' siamo stati in grado di alzare gli occhi al cielo, invece di trascinarci sulla terra con lo sguardo rivolto al suolo (...)
e quella nostalgia dell'infinito che ci perseguita e ci nobilita fin dalla nascita. (...)

Perchè di una meta abbiamo bisogno.
Si dice di solito che la meta è il cammino stesso (...)
Ma oggi è forse persino più vero e più importante il contrario:
il nostro cammino, per avere un senso, d'ora in poi ha bisogno di una meta (...)
e così procedo ormai da qualche tempo anch'io, senza più certezze, un passo alla volta, proprio in cerca di quel senso che ogni giorno mi si rivela più necessario." 

"Le regole del cammino. In viaggio verso il tempo che ci attende" è il libro cronaca di un cammino/pellegrinaggio che l'autore, vicedirettore del Corriere della Sera - Antonio Polito - ha intrapreso nell'estate del 2020, sulle orme dei percorsi benedettini del centro Italia, insieme ad altri compagni di viaggio, cogliendo l'occasione per una serie di riflessioni sui tempi complicati e in che modo affrontarli, cercando la strada più umanamente adeguata.

Claudio Chieffo, è un cantautore "anomalo" nell'orizzonte musicale italiano.
Profondamente immerso dall'esperienza cattolica popolare, fin dalla fine degli anni '60, pur avendo una vena creativa importante e appassionata, non ha mai ceduto alle lusinghe delle sirene dell'industria discografica.
La libertà di esprimere totalmente la sua identità non gli ha però vietato di incontrare e coltivare stima e amicizia anche tra i suoi colleghi cantautori, tra i più grandi, Guccini e Gaber e di farsi produrre da eccellenti arrangiatori come Mark Harris (De Andrè, Jannacci, Bennato) e David Horowitz 
Si è spento nell'estate del 2007, dopo una grave malattia, ma le sue canzoni che hanno valicato i confini italiani, sono ancora cantate e ne rinnovano la sua memoria umana e artistica.

Chieffo, con la sua fede ben piantata nella concretezza quotidiana, aveva ben presente cosa voleva dire affrontare il cammino verso una meta sicura e accogliente.
Lui, la strada, la conosceva:
"Quando abbiamo paura di essere soli, è per la solitudine che compiamo le azioni più disperate nei confronti di sè e degli altri.
E invece se uno si accorge che tutto ha un senso, è un dono che è un di più e non un di meno, e allora , questo dono viene voglia di raccontarlo, di cantarlo.
Questa canzone è dedicata a Giovanni Paolo II, l'ho scritta nell' 80, quando da poco era stato eletto.
E allora, veramente, la strada è diventata bella per chi cammina"









giovedì 10 dicembre 2020

Le bestie amiche - Walter Muto

"Maria pose il suo bambino neonato in una mangiatoia (Lc 2,7).
Da ciò si è dedotto con ragione che Gesù è nato in una stalla, in un ambiente poco accogliente - si sarebbe tentati di dire indegno - che comunque offriva la necessaria riservatezza per l'evento santo. (...)
La mangiatoia è il luogo in cui gli animali trovano il loro nutrimento. (...)

Nel Vangelo non si parla qui di animali, ma la meditazione guidata dalla fede, leggendo l'Antico e il Nuovo Testamento collegati tra loro, ha ben presto colmato questa lacuna rinviando  ad 'Isaia 1,3':
'Il bue conosce il suo proprietario e l'asino la greppia del suo padrone, ma Israele non conosce, il mio popolo non comprende'.
Peter Stuhlmacher annota che probabilmente anche la versione greca di 'Abacuc3,2' ebbe un certo influsso: 'In mezzo ai due esseri viventi (...) tu sarai conosciuto; quando sarà venuto il tempo, tu apparirai (cfr. 'Die Geburt des Immanuel, pag. 52).
Con i due esseri viventi si intendono evidentemente i due cherubini che secondo 'Esodo 25, 18-20',
sul coperchio dell'arca dell'alleanza indicano e insieme nascondono la misteriosa presenza di Dio.
Così la mangiatoia diventerebbe in certo qual modo l'arca dell'alleanza, in cui Dio, misteriosamente custodito, è in mezzo agli uomini, e davanti alla quale per 'il bue e l'asino', per l'umanità composta di Giudei e gentili, è giunta l'ora della conoscenza di Dio. (...)
L'iconografia cristiana già ben presto ha colto questo motivo.
Nessuna raffigurazione del presepe rinuncerà al bue e all'asino."

E' sorprendente leggere queste parole con le quali papa Benedetto XVI, l'austero teologo Joseph Ratzinger, nel suo libro "L'infanzia di Gesù", si addentra nel Mistero del Natale, raccontando anche di un particolare, forse immaginato dai più secondario, tradizione iconografica 'pensata' solo per i bambini, ma alla quale, il successore di papa Wojtyla, aiutato dalle Sacre Scritture, dà un significato ragionevolmente profetico.

"The Friendly Beasts" è una antica 'Christmas Carol' di origine popolare, in cui si racconta di come gli animali, presenti nella mangiatoia alla nascita di Gesù, ad uno ad uno, prendano la parola per lodarlo ed offrirgli i loro piccoli doni, chi narrando di aver portato Sua madre sulla groppa, chi offrendo paglia o lana, chi cantando una ninna nanna al bambino.
A tempo di un 'valzer folk', una delicata tessitura imbastisce un contrappunto continuo fra chitarre, ukulele, glockenspiel, banjo ed armonica a bocca"

Il musicista Walter Muto, presenta così uno dei brani di Natale, che fanno parte del suo cd, autoprodotto, pubblicato per il Natale del 2019: "Davanti al presepio"
Un lavoro che ha una grande particolarità: è completamente suonato e cantato da un solo esecutore e interprete, appunto Walter Muto:

"Da tempo stavo pensando di realizzare una raccolta di brani natalizi. (...)
Natale: una nascita.
La nascita di un bambino che ha detto di essere Dio.
La mia è una personalissima meditazione su questo Mistero, raccontato nei secoli da molte canzoni e narrato fino ai nostri giorni.
Per la realizzazione di questo album ho fatto una scelta singolare, forse presuntuosa, sicuramente sfidante:
pensare in prima persona a tutto, scelta dei pezzi, arrangiamenti, esecuzione di tutte le parti strumentali e cantate."

Punti di riferimento musicali, citati direttamente da Muto, sono i dischi natalizi di Bruce Cockburn e del cantautore statunitense Sufjan Stevens, ma non mancano anche piccole composizioni originali del bravo musicista lombardo, che in questi anni ha costruito un grande seguito di 'fans' prodigandosi in spettacoli sul territorio e ideando eventi sul web.
Anche se, appunto, c'è un solo artista al comando, il lavoro di sovrapposizione in fase di produzione dei vari strumenti, dalle chitarre - delle quali Muto è un virtuoso - ai vari strumenti a percussione, è stato elaborato ed è durato mesi.

Una fatica ben gratificante, visto il risultato.
Se volete saperne di più : www.waltermuto.it





mercoledì 9 dicembre 2020

Dodici note - Claudio Baglioni

"Malinconia. In questa parola ci riconosciamo tutti, in questa verità di attesa misteriosa facilmente ci riconosciamo tutti.
L'essenza del cuore dell'uomo è rapporto con la felicità attesa, di cui non si conosce nè l'ultima natura, nè il nome.
Attesa di un compimento a cui noi diamo un nome: Dio.
 (...)                                                                                                                                                                La tristezza è la capacità dell'uomo che aspira all' Infinito.
L'assenza di tristezza è la banalità di una 'mens' quasi 'scema', spoglia di pensieri e di dignità, che nega l'esistenza di ciò cui il cuore aspira.
Il cuore dell'uomo, cioè la natura dell'essenza dell'io, è questa aspirazione.
Dio ha fatto l'uomo per il bene, per la felicità; perciò il cuore dell'uomo inevitabilmente sente come anima e come istigazione a ogni ricerca, a ogni mossa, questa tensione ad un compimento."

Queste sono riflessioni di don Luigi Giussani, fondatore del movimento ecclesiale di Comunione e Liberazione, tratte da l'introduzione ad una raccolta di canzoni napoletane tradizionali scelte proprio dal prete brianzolo.
"Giussani imparò in famiglia a riconoscere nella musica una via privilegiata di percezione del bello come splendore del vero, capace di suscitare e tenere vivo il desiderio della 'Bellezza infinita', riconoscendovi così una modalità eccezionale attraverso cui il Mistero parla al cuore dell'uomo.
Trasmettere ai giovani e agli adulti questa esperienza tanto decisiva lo spinse a utilizzare sistematicamente l'ascolto della musica come strumento privilegiato per l'educazione."

Tanto che, a partire dal 1997, per ben tredici anni curò una collana di cd dedicati alla musica classica e alle più sincere espressioni di canti popolari.
Tutte le sue introduzioni e i contributi di esperti musicologi sono poi state pubblicate in unico volume, dal titolo della stessa collana: "Spirto Gentil", dalla cui quarta di copertina abbiamo tratto il virgolettato precedente.

"Non so se nelle mie canzoni più recenti, riguardo al tempo che passa, ci sia più malinconia o consapevolezza, non so neppure se è frutto degli anni che passano.
Si comincia  a pensare non tanto alla morte ma al finale di una storia.
Bisogna cominciare a fare un pò di conti, nel senso che il finale è un punto di riferimento.
Ma per fortuna che ci sono i finali altrimenti nessuna storia avrebbe la sua dinamica."

Così Claudio Baglioni rispondeva, nel 1998, a Giampaolo Mattei, nell'ampiamente citato in queste "stanze", il bel libro "Anima mia".
Già più di vent'anni fa il cantautore romano, quindi, dava una ragione ad una predominanza di testi nelle sue canzoni che riguardasse il ripensare il suo percorso artistico parallelamente a quello umano e interpersonale.
"In questa storia (che è la mia)", il suo lavoro discografico, pubblicato alla fine del 2020, a ridosso del settantesimo anno di età, dopo cinquant'anni abbondanti di carriera, è decisamente, la conferma di questa ispirazione che coinvolge sia la composizione musicale sia il tema dei testi.

La produzione del "divo Claudio" è sempre stata oggetto, fin dall'inizio, di interpretazioni critiche eterogenee, tra detrattori e fedelissimi, lasciando poco spazio a mediazioni opportune.
Si può affermare che la sua parabola artistica ha, negli anni, avuto evoluzioni importanti, con punte compositive e poetiche, anche notevoli, su temi come la vecchiaia, la solitudine, la violenza, il rapporto genitore e figlio (che a sua volta diventa genitore) quello tra uomo e donna sempre più tormentato e complesso.
E, che queste canzoni, possano avere la stessa forza espressiva, esplicitata dal grande catalogo canoro della tradizione napoletana, a cui faceva riferimento don Giussani.

In "Dodici note" che conclude il suo album del 2020, Baglioni, anche senza accennarlo esplicitamente, ci sembra che riassuma la sua storia di cantore dei sentimenti più intimi, depositandola davanti ad un'entità più alta. quasi offrendola come povera cosa, identificandola con la propria vita, quasi un suo ultimo gesto del percorso umano, definitivo.
"Se credo in Dio? Penso di credere se non altro nel mio assoluto bisogno di cercare.
Credo nella ricerca più che nel fatto che Dio esista punto e basta.
Credo anche nei grandi momenti di dubbio: ci sono momenti in cui credo oppure penso che non stia facendo tutto per credere in Dio e così anche il mio comportamento non sia adeguato, intonato, a questo bisogno dell'esistenza di Dio.
Non si può capire tutto, chi ha capito tutto è morto. (...)
Di tanto in tanto confesso di aver avuto cadute, di essermi smarrito, di aver perso, non il senso religioso, quello infatti c'è sempre, quanto piuttosto il senso dell'indirizzo di questo mio essere religioso" 
(cit. sempre da "Anima mia")

Insomma, la consapevolezza che "quel gancio in mezzo al cielo" esista veramente.




domenica 6 dicembre 2020

Les anges dans nos campagnes - Bruce Cockburn

"L'angelo del Signore si presenta ai pastori e la gloria del Signore li avvolge di luce.
'Essi furono presi da grande timore' (Lc 2,9).
L'angelo, però, dissipa il loro timore e annuncia loro 'una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore' (Lc 2,10s).
Viene detto che, come segno, avrebbero trovato un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia.
'E subito apparve con l'angelo una moltitudine dell'esercito celeste, che lodava Dio e diceva:
Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace agli uomini del (suo) compiacimento' (Lc 2,12 - 14).

L'evangelista dice che gli angeli 'parlano'.
ma per i cristiani era chiaro fin dall' inizio che il parlare degli angeli è un cantare, in cui tutto lo splendore della grande gioia da loro annunciata si fa percettibilmente presente.
E così da quell' ora in poi, il canto di lode degli angeli non è più cessato.
Continua attraverso i secoli in sempre nuove forme e nella celebrazione del Natale di Gesù risuona sempre in modo nuovo.
Si può ben comprendere che il semplice popolo dei credenti abbia sentito cantare anche i pastori, e, fino ad oggi, nella Notte Santa, si unisca alle loro melodie, esprimendo col canto la grande gioia che da allora sino alla fine dei tempi a tutti è donata."

Così, nel terzo volume della trilogia sulla vita di Cristo, pubblicato nel 2012, Joseph Ratzinger, papa Benedetto XVI, racconta da par suo, attraverso i brani evangelici, il momento dell'annuncio della nascita di Gesù ai pastori.
Un annuncio canoro, musicale!

Forte della tradizione centenaria delle carole anglosassoni e degli spiritual degli schiavi afroamericani,
il movimento del rock globale è sempre stato attratto da questa produzione natalizia.
Anzi, per qualcuno degli artisti più rinomati è stata occasione per la riscoperta di brani natalizi di origine europea, a partire dagli inni sacri, adottati fin dal popolo medioevale.
Tra i lavori che vedono protagonisti, tra i tanti, celebrità come John Denver, Ray Charles, Sting, Neil Diamond, Elvis Presley, Bob Dylan, un posto d'onore è riservato a Bruce Cockburn, titolare di un album pubblicato nel 1993, testimonianza musicale di rara qualità.

Classe 1945, canadese, pregevole chitarrista, la sua carriera, che parte proprio dall'anno zero nel decennio dei settanta, è costellata da tanti successi bilingue (inglese e francese), ondeggiando tra le atmosfere soft rock blues e il puro folk acustico innervato da ritmi jazz.
Idealista, antimperialista, sempre disponibile attraverso le sua canzoni ad appoggiare i movimenti pacifisti, non ha problema a confessare che il suo impegno civile contro le ingiustizie, parta dalla sua fede cristiana:
"E' vero. Sono cristiano. (...) La fede cristiana c'entra nel mio lavoro, è sempre presente in tutto ciò che faccio, senza alcun dubbio. ma è presente, appunto, non è ostentata mai.
Se considero i miei testi politici? Sono testi impegnati, mai superficiali. Testi cristiani.
Sono testi di protesta? E' una definizione che può andar bene se si considera però che protesto con la certezza che Dio è la nostra unica salvezza."
Così Cockburn rispondeva  a Giampaolo Mattei, giornalista dell'Osservatore Romano, nel libro di interviste "Anima mia", pubblicato nel 1998.

E questa fede si sente evidente nell'affrontare i brani tradizionali natalizi, che il songwriter canadese pubblica nell'album intitolato semplicemente "Christmas".
Un caleidoscopio raffinato, di una eleganza straordinaria, immersi nelle atmosfere acustiche e ritmiche del più profondo folk country, in cui plettri e voci si inseguono ravvivando echi centenari tra le montagne nevose del nord America.
Tra questi brani, tutti suonati e cantati magistralmente, si erge, grazie ad un arrangiamento "etnico" sorprendente, ideale ponte tra il Mediterraneo mediorientale e le foreste canadesi, "Les angels dans nos campagnes" un inno tradizionale francese del XVIII secolo :

"Gli angeli nelle campagne
cantano l'Inno al Redentor,
risponde l'eco dalle montagne
con questa dolce melodia:

Gloria in excesis Deo
Gloria in excesis Deo

Essi annunciano la venuta
del salvatore d'Israel
e pieni di riconoscenza
cantano lieti fino al ciel

Su cerchiamo il bel villaggio
che ha visto nascere il grande tesor!
Gli rechiamo l'umile omaggio
del nostro canto e del nostro cuor

Gloria in excelsis Deo
Gloria in excesis Deo"





venerdì 4 dicembre 2020

In notte placida - Antonella Ruggiero

"L' attesa non è un vuoto, è un pieno. E' un modo in cui stare nella realtà.
Vivere senza attesa e speranza significa non dare alcun contenuto alla vita.
Bisogna capire cosa mettiamo in questa attesa. Chi e come attendiamo?
La risposta cristiana è chiara: Gesù è l'attesa.
Il cristiano la traduce, poi, nella sua vita ordinaria, in cui questa attesa è già una certezza ed è ciò che dà gusto e sapore alla vita.
Dio si è già fatto carne e ne faccio già esperienza, se non piena e con tante ferite.
Tutto dipende da come il mio cuore si dispone ad attenderLo e a cercarLo.
Quando si attende qualcosa o qualcuno si è vigili, con tutti i sensi in allerta; e appena si vede un segno del suo arrivo, lo nota subito.
Se, invece, si vive addormentati, non si nota quello che accade intorno a noi."

E' un brano dall'intervista al neo Patriarca di Gerusalemme Pierbattista Pizzaballa, pubblicata sul mensile "Tracce", rivista internazionale del movimento di Comunione e Liberazione, nel dicembre 2020.
Bergamasco d'origine, 55 anni, vive a Gerusalemme da trent'anni.
Frate francescano, biblista poliglotta è stato Custode della Terra santa per una dozzina d'anni.
Ora è Patriarca per i latini, che formano la piccola comunità cattolica a Gerusalemme.
"Se c'è un popolo che vive di attesa, è il popolo ebraico.
L'attesa del Messia, naturalmente, che poi viene declinata, a seconda delle correnti e dei pensatori, in tantissimi modi diversi. (...)
Non è un'attesa vuota, ma piena di vita.
Mi ha insegnato molto, perchè essere sempre in attesa suscita tante domande su ciascun aspetto dell'esistenza. Le loro domande mi hanno aiutato molto a ripensare alla mia lettura di Gesù, del Vangelo e anche delle mie attese."

La galassia del pop rock è sempre stata attratta dall'atmosfera natalizia, forse cosciente della ricerca di una domanda di senso, nella festa più intima dell'anno, spesso sepolta dal fuorviante business commerciale.
Non c'è artista famoso o meno che non si sia confrontato con le Christmas songs, le tradizionali "carols" o le più moderne di stampo "buonista".
Un fenomeno soprattutto anglosassone e americano, che ha radici decennali e che ha coinvolto rockstars  a volte impensabili: ognuno con la propria sensibilità e carisma.
La lista è lunghissima, e se lo richiedete, il titolare di questa "stanza" può dare consigli di ascolto.
In Italia la lista è più contenuta e chi ci ha provato non ha quasi mai raggiunto risultati apprezzabili, tra  proposte banali e scontate.
Con una eccezione: Antonella Ruggiero e i suoi "Regali di Natale".

"Tutto quello che canto è legato alla mia intimità ed ai miei ricordi: mi rivedo bambina, mi ritornano alla mente dei momenti di gioco o esperienze con i miei genitori.
Ritengo che la musica sia un mezzo straordinario per comunicare la bellezza. (...)
La Verità è la bellezza dell'essere umano, nella sua totalità, ma la bellezza più profonda sta nel bambino che nasce. Quando viene al mondo il bambino è puro. (...)
Canto la musica sacra che rappresenta la vicinanza alla cultura cattolica. (...)
negli ultimi anni ho tenuto oltre duecento concerti di musica sacra di tutte le tradizioni, sperimentando ogni volta un grande scambio di valori, rispetto e preghiera.
Ho vissuto emozioni indimenticabili cantando a Betlemme, nella sinagoga di Berlino oppure in Vaticano davanti a quella straordinaria figura che era Papa Wojtyla.
Dobbiamo recuperare la sacralità dell'esistenza e la capacità di vedere tanti miracoli che avvengono durante la nostre giornate.
Per questo disco, ho scelto le musiche che mi stupiscono e che mi danno qualcosa.
Abbiamo seguito un lavoro filologico, andando a pescare anche nel Medioevo.
Ci sono brani che potrebbero essere stati composti anche al giorno d'oggi, da qualche jazzista, e ce ne sono altre scritte da persone umilissime e dimenticate che invece hanno fatto la storia."

Sono spezzoni di interviste rilasciate da Antonella Ruggiero all'uscita del cd, nel 2010.
Dopo l'esperienza con i Matia Bazar, da diversi anni la cantante ha lasciato il mondo musicale mainstream, per approfondire la ricerca di esperienze artistiche che affondano nelle tradizioni e culture
più genuine e dimenticate.
E "I Regali di Natale" è veramente un lavoro importante e affascinante riguardo la produzione natalizia che percorre secoli e popoli, una miniera sorprendente di melodie e inni, arricchiti da arrangiamenti superbi (a volte modernissimi) curati da Roberto Colombo e Mark Harris, che dirigono il "traffico" di musicisti in maniera straordinaria.
E su tutto svetta l' inconfondibile voce della Ruggero.

"In notte placida" è una melodia del XVII secolo di Francois Couperin, non eseguita spesso durante il periodo natalizio, ma che si ricollega alle parole iniziali del Patriarca di Gerusalemme, recuperando il senso dell'attesa e ciò che il cuore brama aprendosi al Mistero che nasce.





martedì 1 dicembre 2020

Fairy tale of New York - The Pogues

"Se è vero che all'uomo è stato concesso di riferirsi nuovamente al Padre, e dunque di salvarsi attraverso l'Incarnazione, è solo l'Incarnazione, è solo il Natale che lo fanno riessere figlio (infante); 
che lo fanno rinascere alla pienezza che aveva prima del peccato;
nuovamente e totalmente uomo, perchè nuovamente e totalmente figlio. (...)
Che Cristo per poterci salvare abbia accettato il nostro limite, il limite della nostra storia, della nostra carne e delle nostre ossa, ci dice, come prima cosa che, senza accettare il nostro limite, che è totale, perchè è il limite della totale nullità, non ci sarà possibile trovare e compiere nel Suo Natale, il nostro Natale. (...)

In fondo, trovare il Cristo fasciato dai panni della nascita, significa trovare dentro di noi il bambino che il Padre ha creato; significa, insomma, trovare dentro di noi la possibilità della nostra vera innocenza. (...)
Il Mistero sublime e sublimamente totale del cristianesimo è, appunto, che malgrado il dolore, malgrado la rovina, malgrado la morte (o, anzi, proprio attraverso di loro) tutto vi risulta 'nascita'. (...)
Ecco perchè il cristianesimo è essenzialmente e totalmente speranza."

Era il 20 dicembre 1980, e il settimanale "Il Sabato", pubblicava questo editoriale sul Natale, scritto dal poeta e scrittore Giovanni Testori, un uomo, un artista, di una profondità sconvolgente, che, proprio in quegli anni, riappacificandosi con la sua origine cristiana, la confermava nelle sue opere e nei suoi scritti crudi, a volte di una violenza estrema, ma pieni di misericordia per l'uomo immerso nella quotidianità trasgressiva ed emarginata dalla società dei "buoni costumi".
Una condizione, che, però, non abiurava la possibilità di un riscatto ultimo della propria esistenza. 

"C'è chi l'ha definita la più bella canzone di Natale di tutti i tempi.
Potrebbe essere vero, dipende da cosa si intende per Natale, ma anche cosa s'intende della vita intera.
Se la vita è una lotta, una battaglia quotidiana per rimanere a galla davanti alla nostra e altrui meschinità e se il Natale è quel momento in cui appare possibile che un bene trionfi sul male di vivere, allora questa canzone è senz'altro la più bella canzone di Natale mai scritta."

Inizia così un articolo pubblicato nel 2012 dal sito informativo on-line "Il Sussidiario" scritto dal grande giornalista musicale Paolo Vites, con a tema la canzone del gruppo folk/punk irlandese The Pogues:
"Fairy tale of New York".
Che così continua:
"E' in questo brano (del 1987) che il genio trasgressivo di Shane McGowan raggiunge il vertice di quanto scritto per il suo gruppo di sempre, i Pogues. (...)
Shane McGowan, un maledetto del rock, (alcolizzato e tossico dipendente n.d.r.), dimostra tutto il suo grande cuore in questa canzone. (...)
In 'Fairy tale ...'  c'è tutta la disperazione straziante di questo artista, unita a una impagabile capacità di guardare oltre, nonostante tutto, come solo gli irlandesi possono avere.
Disperazione e speranza infatti sono nel loro sangue in dosi uguali."

Ma cosa racconta questa canzone 'natalizia' di così sconvolgente?
Ce lo spiega, in maniera magistrale, ancora Paolo Vites:
"Due innamorati, delusi e arrabbiati si trovano a litigare per le strade di New York, mentre un'orchestrina della polizia sta suonando un brano tipico irlandese, come nelle migliori cartoline natalizie.
Ricordano il passato, i sogni ancora interi e le speranze. (...)
Lei sbotta in una irresistibile serie di insulti, a cui lui risponde da pari. (...), terminando con un "buon ultimo Natale, prego Dio sia il nostro ultimo Natale". 
Ma i ricordi sono innegabili: (...)
L'evidenza è innegabile: ci si può fare del male fino quanto si vuole, si può tradire e pretendere la realtà, ma un incontro è un incontro e non lo cancella la nostra miseria.
Tu sei qualcosa di più, tu vali a prescindere da quanto sei uno stronzo.
La melodia che alterna pacatezza e crescendo furioso è irresistibile, esprime la magia di una favola, irlandese, naturalmente, con l'eco di una nostalgia insopprimibile: davvero questa potrebbe essere la più bella canzone di Natale, perchè celebra un nuovo inizio, come dovrebbe essere ogni Natale, e lo fa con una musicalità straordinaria."

E potremmo chiuderla qui ed ascoltare la canzone.
Ma ... proprio quest'anno il brano, che ogni anno è richiestissimo nelle radio inglesi, è oggetto di una curiosa polemica, che rientra nell'orizzonte più ampio della cosiddetta "cancel culture":
la BBC da quest'anno ha deciso di censurare gli insulti dei due protagonisti della canzone e metterà in onda una versione "castigata" del brano. 
Un portavoce della BBC, si è così giustificato:
"Siamo consapevoli che il pubblico giovane è  particolarmente sensibile ai termini dispregiativi per il genere e la sessualità"
Cioè, in soldoni, lasciate che le nuove generazioni vivano nelle loro "bolle" e non si scontrino con la realtà di due persone alla ricerca di una redenzione.

Questa scelta ha avuto la reazione immediata di un altro grande "tribolato" del rock, che però da tempo ha intrapreso la strada di una ricerca interiore, se pur tormentata, Nick Cave.
Il performer australiano ha pubblicato sul suo blog un lunghissimo commento, che così sintetizziamo:
"L'idea che una parola, o un verso, in una canzone possa semplicemente essere cambiata con un'altra per non arrecare danni significativi è una nozione che può essere sostenuta solo da coloro che non sanno nulla della fragile natura del songwriting"
Noi aggiungeremmo, della natura dell'umanità tutta!

Nel 2011, in uno strano cd, Angelo Branduardi, eseguì questa canzone, con la traduzione molto fedele realizzata dalla moglie Luisa Zappa.
Il gentile menestrello non si fece nessun problema a pubblicarla.

"La notte di Natale, con gli ubriachi in cella ...
Quel vecchio, sottovoce, cantava una canzone:
E' il giorno di Natale e tu non ne vedrai altri
La faccia contro il muro, stavo pensando a te.
E' un giorno fortunato, oggi ho pescato l'asso
e adesso me la sento: quest'anno è quello giusto
E allora Buon Natale, ti voglio bene,
saranno veri i sogni che hai sognato tu!

Hanno macchine grandi che grondano oro
a noi il vento che passa ci ghiaccia la faccia ...
Tu mi ha preso la mano in un freddo Natale,
mi hai promesso Broadway, c'era posto per me.
Eri allegro ... eri bella
la regina ... la stella
La  banda suonava e la gente gridava
Sinatra cantava e cantavano tutti ...
Mi hai stretta e nel buio ho ballato con te.
E i ragazzi su nel coro hanno cantato 'Galway Bay'
poi all'alba era Natale anche per noi.

Sei fottuto! Coglione!
Brutta cagna strafatta!
Te ne andrai prima o poi con un buco nel braccio!
Sei un fallito, un perdente,
un patetico frocio!
Buon Natale, fanculo e poi falla finita!
E i ragazzi su nel coro hanno cantato 'Galway Bay'
poi all'alba era Natale anche per noi.

Chissà cosa potevo fare!
Questa è una vecchia storia,
tu mi hai rubato i sogni dal giorno che ti ho visto!
Mi sono stati cari, li ho messi accanto ai miei
Da solo non valgo niente, non riesco più a sognare!
E i ragazzi su nel coro hanno cantato 'Galway Bay'
poi all'alba era Natale anche per noi."






















       

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