martedì 12 gennaio 2021

Teach your children - Crosby, Stills & Nash

"Un incontro è la sola risposta concreta al problema dell' educazione.
Dobbiamo quindi concentrarci su noi stessi, sul nostro cammino verso la certezza della fede, perchè questo è l'unico modo per offrire un contributo anche agli altri.
Nel corso dei secoli, molte famiglie hanno comunicato questa certezza senza avere un grande bagaglio di conoscenze intellettuali. (...)
Solo una presenza può vincere la paura.
Lo vediamo in un bambino piccolo: entra in una stanza buia ed è spaventato, ma se gli dai la mano la può attraversare senza paura.
Non c'è teoria che possa sostituire questo tipo di esperienza.
L'educazione è una comunicazione di me stesso, cioè del modo in cui concepisco e tratto la realtà.

Confondere i giovani con una proposta complicata invece di offrire l'essenziale è una tentazione cui noi adulti possiamo sempre cedere.
Invece la nostra capacità di educare cresce se riusciamo a identificare alcune cose elementari da proporre, invitando i ragazzi ad aderirvi con fedeltà e a fare attenzione a quello che succede.
Perchè è solo lentamente, lentamente, lentamente, che un ragazzo arriva a capire.
Se noi siamo semplici, elementari nella nostra comunicazione, possiamo favorire il realizzarsi di un'esperienza, aiutando i ragazzi a capire quello che c'è dentro ogni proposta che facciamo loro. (...)
Questo non è da ingenui, è piuttosto l'unico modo realistico per educare."
(da "Educazione. Comunicazione di sè" di Julian Carron)

"Ho scritto 'Teach your children' perchè abbiamo molto da insegnare ai ragazzi e credo che come genitori abbiamo molto da imparare da loro.
E' una canzone che esprime un concetto universale: il mio pubblico la canta ancora e anche i giovanissimi la ascoltano con interesse.
Ci sono mille canzoni che sono lo specchio di un'epoca e anche alcune delle mie lo sono state.
Puoi cambiare il mondo in tanti modi: incoraggiando i bambini a leggere, avendo cura della tua famiglia e dei tuoi amici,
Puoi cambiare il mondo in un milione di modi.
Credo nel profondo del mio cuore che il gesto più piccolo possa cambiare il mondo."

Parole di un sereno e tranquillo musicista settantenne raccolte da Andrea Silenzi per "La Repubblica" nel 2018 e da Antonio Lodetti per "Jam" nel 2010.
Così si presenta Graham Nash, una colonna del country rock californiano che negli epocali anni della rivoluzione generazionale hippie, ha composto inni che sono rimasti nella leggenda della cultura musicale americana, tra cui "Chicago", "Marrakesh Express", "Our house". 
Origini inglesi, dopo i primi passi nell'era beat con gli "Hollies", varca l'oceano e insieme a David Crosby, Stephen Stills, e per un tratto di strada, Neil Young, forma un gruppo acclamato di solisti, che firmeranno la colonna sonora di quegli anni turbolenti della contestazione alla guerra in Vietnam, protestando contro una società ingessata dal formalismo moralista e piena di contraddizioni, aggiungendone però di nuove, nel cercare di superarla.

Vive, insieme a tanti suoi colleghi, l'esperienza di Woodstock:
"A Woodstock non si fece politica in senso stretto, ma ci sono stati momenti in cui, tutti insieme, abbiamo creduto di cambiare il mondo, e forse in parte l'abbiamo fatto.
Grazie a noi, sono caduti molti tabù.
Milioni di giovani hanno imparato a stare insieme, a pensare con la loro testa, a combattere contro le costrizioni dell'establishment, contro la repressione.
Abbiamo imparato tutti ad essere più liberi.
A quei tempi, insomma, il mondo cominciò a cambiare"
(cit. Lodetti, "Jam")

Forse un quadretto un pò troppo agiografico:

"America, fine anni '60, una nazione spaccata in due.
Da una parte i giovani, dall'altra i loro genitori.
Una generazione di hippie, che, sulla spinta di 'pace & amore', si troverà a scavalcare i valori tradizionali, sperimentando (con risultati che si riveleranno molto spesso fallimentari) attraverso la droga e l'amore libero, un nuovo stile di vita.
Uno stile di vita che, ovviamente, i genitori non capiscono nè possono accettare"
Puntualizza da par suo, nelle pagine di "Help, il grido del rock" uno dei più grandi cronisti musicali italiani, Paolo Vites.

Nash compone "Teach your children" nel 1970.
Il brano è un accorato richiamo a genitori e figli ad assumersi le proprie responsabilità, nella consapevolezza che il figlio, alla fine, non appartenga ai suoi genitori.
E' un avvertimento anche ai giovani che la libertà conquistata, debba avere un metodo, affinchè l'utopia, che spesso degenera in violenta intolleranza, non vinca sulla giusta esperienza di vita.
C'è una prima parte dedicata ai genitori:

"Voi che siete sulla strada
dovete avere un codice a cui conformarvi
per poter diventare voi stessi,
perchè il passato è solo un arrivederci.
Insegnate bene ai vostri figli
che l'inferno dei loro padri
scivolerà via.
E nutriteli dei vostri sogni,
quelli che sceglieranno.
Non chiedete mai loro perchè.
Se ve lo dicessero, voi piangereste.
Così, guardateli e sospirate,
e sappiate che loro vi vogliono bene."

Ma toccherà poi ai figli, diventare a loro volta padri e madri, e intraprendere la ricerca, che è universale, del significato ultimo dell'esistenza.

"E voi, dell'età giovane,
non potete conoscere le paure
in cui sono cresciuti i vostri genitori.
E allora, per favore, aiutateli con la vostra gioventù,
loro cercano la verità,
prima di morire.
Insegnate ai vostri genitori
che l'inferno dei loro figli, presto passerà,
e nutriteli dei vostri sogni.
Quelli che sceglieranno,
non chiedete mai loro perchè.
Se ve lo dicessero, voi piangereste.
Così guardateli e sospirate,
e sappiate che loro vi vogliono bene" 





 















































lunedì 11 gennaio 2021

Io vagabondo - I Nomadi

da "Generare tracce nella storia del mondo" di Luigi Giussani  (a cura di Stefano Alberto e Javier Prades)

"Dio si rivela alla sua creatura nel tempo e nello spazio, perciò in termini umanamente comprensibili.
Il Suo Mistero, come Mistero, viene irresistibilmente comunicato all'uomo. (...)
Queste circostanze implicano un luogo in cui Dio chiede all'uomo che tutto sia incentrato e si operi come segno del rapporto Suo con l'uomo e dell'uomo con Lui, e sia totalmente funzione della volontà di
Dio nella storia.
Questo luogo si chiama biblicamente 'dimora', 'casa', 'tempio'. (...)

Una dimora è come il coagularsi della compagnia, della comunità, della carità, in una dimensione reale, quotidiana, di spazio.
E' da questa casa che tutto parte, tutto può iniziare in modo nuovo, tutto viene incrementato, ordinato, rafforzato, intenerito.
Tutto diventa amore: diventa possibile oggetto d'amore chi si incontra per strada, chi si incontra per caso sul pianerottolo, colui con il quale ci si urta in metropolitana, e perfino la gente con cui si condivide quel posto e quel gesto per troppi senza senso che è il lavoro. (...)

La grande dimora della Chiesa si incarna, si realizza in termini capillari, per cui essa diventa presente in ogni luogo, prescelto dal disegno di Dio.
La grande dimora della Chiesa si realizza infatti dentro le case, le dimore, che indicano il condensarsi, il coagularsi della sua vita in una dimensione quotidiana di spazio e di tempo"

Anno 1972
La coppia di autori Dattoli/Salerno scrive per i Nomadi una canzone che diventerà un inno per quella generazione erede della cultura un pò hippy e un pò sessantottina che vedeva nella rottura dei legami borghesi l'imprinting della propria vita.
"Io vagabondo" cantato con passione dalla potente e carismatica voce del cantante del gruppo Augusto Daolio, è in salsa molto 'pop italiano', lo specchio di una gioventù che confusamente cercava una ragione di vita al di fuori dei comodi e scontati legami che la società formalmente paternalistica offriva nel mondo uscito da pochi lustri dalla Seconda Guerra Mondiale.
Un movimento giovanile che fin dagli Stati Uniti, impelagati nelle sabbia mobili della guerra in Vietnam, univa politica pacifista e musica, nell'illusione che il mondo nuovo, la New Age, potesse nascere con il rifiuto della realtà, in un paradiso "tossico".
Ma le reminiscenze dell'educazione cristiana, in quella generazione, erano ancora forti, e non le si potevano abbandonare tanto facilmente; la ricerca di un "luogo" di crescita e di desiderio di un bene più grande, ancora vivo, in mezzo a mille contraddizioni.
 
Come scrive il giornalista musicale Walter Gatti, nel libro da lui curato "Cosa sarà. La ricerca del Mistero nella canzone italiana":
"Il vagabondo dei Nomadi è un bimbo che non sa cosa c'è dietro il diventare adulto, ma per fortuna (è qui il bello) tutta la vita è segnata da due cose: dalla voglia di un ritorno e da una protezione.
Tutta la canzone è giocata attorno a questi due segni, la 'casa' (Chissà dov'era casa mia) e il 'lassù' (Ma lassù mi è rimasto Dio).
Luoghi a cui, di solito, si appartiene, luoghi a cui si rimane legati (...)"
E continua Gatti:
"A Praga, nel 1990, gironzolando per il centro della capitale ceca in cerca di vecchie birrerie, dove mangiare zuppe, patate e salsicce, Augusto mi disse: 
"Ne abbiamo cantate tante di canzoni, ma questa è quella in cui mi riconosco di più: andare sempre, camminare senza sosta"

Mitica è la striscia di successi dei Nomadi, legata alla voce di Daolio, che morirà stroncato da un tumore ai polmoni nel 1992.
Capitale per la loro carriera, la collaborazione con Guccini, che già dalla fine degli anni '60, in bilico tra la produzione soltanto autoriale (firmata con uno pseudonimo) e l'interpretazione personale, offrirà al gruppo, allora esordiente, una manciata di canzoni simbolo dei giovani di quegli anni: "Noi non ci saremo", "Per fare un uomo", "Canzone per un'amica" ma soprattutto "Dio è morto".
Dopo la scomparsa di Daolio, si sono alternati altri cantanti, ma il "brand" Nomadi, ben gestito da un altro fondatore del gruppo, Beppe Carletti, è vivo e vegeto, ed è accompagnato da un popolo, una "tribù" di migliaia di fan di ogni età:

"Penso che il desiderio di molti ragazzi sia quello di prendere uno zaino e girare il mondo.
Quando fai una scelta così radicale ti accorgi che qui sulla terra non ti rimane nessuno, ma lassù c'è sempre Dio. Questo è il senso della canzone.
Ogni volta che suoniamo "Io vagabondo" vedo che i ragazzi cantano con noi e credono in quello che diciamo.
Come in "Dio è morto", anche in "Io vagabondo" c'è sempre un grande messaggio di speranza."
Così Carletti risponde a Giampaolo Mattei nel libro "Anima mia"

Li vediamo, I Nomadi, cantare "Io vagabondo" durante i concerti tenuti nel 2007 accompagnati dalla "Omnia Symphony Orchestra".
La voce è quella di Danilo Sacco. 




A Stefano, dopo tanta attesa ...

Peppino - Antonello Venditti

"Viviamo in un tempo di eclisse della figura paterna.
O perlomeno di debolezza della sua espressione. Il padre è colui che conduce il piccolo verso la vita.
Tenendolo per mano, gli assicura che le difficoltà e le contrarietà possono essere affrontate e infine vinte. (...)
Quanto è importante un padre che non si sostituisce alla libertà dei figli, ma che li tiene d'occhio, da vicino e da lontano!
Quanto è importante un padre che gioca con i suoi bambini, quando sono piccoli, (...) si preoccupa che abbiano amici veri, con cui giocare, con cui litigare, per poi imparare a perdonare!

Naturalmente non c'è solo il padre carnale. Si può dire che la vita sia un succedersi di padri.
Insegnanti, amici più grandi, autori di grandi libri o di grandi opere ... tutti possono essere padri, in diverso modo e a diverso titolo. (...)
Il padre non ha schemi di fronte al figlio, non lo chiude in un progetto, accetta la sua diversità, la sua novità rispetto al passato, è pronto a lasciarsi mettere in discussione, ma sa di non poter retrocedere di fronte ad alcuni punti fermi: il rispetto verso la persona, il chiamare male il male e bene il bene, il riconoscimento di Dio come fondamento della vita presente e futura. (...)

Una bella metafora del passaggio tra generazioni, che avviene nell'esperienza della paternità e della figliolanza, è offerta da Antonello Venditti nella sua 'Peppino' (una canzone del 1986  n.d.r.):
'Un padre e un figlio con un solo abbraccio / squarciano il tempo, vanno oltre lo spazio / Cani randagi nella notte scura / la vita no, non fa paura'
E raccomanda al figlio di guardare le cose 'con i tuoi  occhi e con i miei occhiali' "
(da "Amare ancora" di Mons. Massimo Camisasca)

"Peppino" l'ho scritta per mio figlio, è anche pensata per i bambini del sud Italia.
Bambini che rispetto a quelli di Milano o Roma devono impegnarsi molto di più nella vita e a crescere.
Ma quello che che caratterizza questa canzone è il senso di paternità che ho cercato di esprimere"
Così Antonello Venditti conferma la citazione fatta dal suo amico prete.
Amicizia che è nata durante un'intervista a radio Rai in un programma curato dallo stesso mons. Camisasca, negli anni '80.
E il cantautore romano non fa mistero di essere sensibile al messaggio cristiano, attraverso cui valorizzare il suo senso di paternità, e lo confessa al "solito" Giampaolo Mattei, giornalista dell' Osservatore Romano':
"Vorrei che tutti fossimo accomunati nel nome di Cristo.
Mi piace pensare che come cantante potrei essere un 'ambasciatore spirituale' tra i giovani, quasi affiancando le strutture della Chiesa (...)
L'impegno più vero è quello personale e non andrebbe mai reso pubblico (...)
Bisognerebbe avere tutti più coraggio e scegliere il silenzio davanti al mistero della vita che è anche il mistero d Dio"
Infatti, Venditti, senza tanto clamore mediatico, visse una esperienza di solidarietà visitando un'opera missionaria realizzata nella martoriata terra africana della Sierra Leone, al tempo terribile dei bimbi - soldato, dove ebbe modo di vedere i missionari saveriani, guidati da Padre Berton, accogliere e recuperare tanti altri "Peppino", felici di poter gioire di (ri)vivere l'abbraccio di un padre.





venerdì 8 gennaio 2021

American tune - Simon & Garfunkel

Venerdì 8 Gennaio 2021

"L'assalto al Campidoglio di Washington si è concluso con quattro (cinque ndr) morti, una serie di funzionari dimissionari nell'amministrazione Trump, le richieste dei democratici di rimuoverlo, la cacciata da Facebook del presidente e la certificazione formale del successore, Joe Biden.
Ma la questione lacerante che l'episodio eversivo ha squadernato anche sotto gli occhi di chi non voleva vedere è tutt'altro che chiusa. (...)
I protagonisti (...) erano dotati di armi vere e di vere intenzioni di offendere, ed erano tenuti insieme esclusivamente dalle parole sediziose di Donald Trump.(...)
Come ha scritto il direttore dell'Atlantic, Jeffrey Goldberg, quello che è successo in Campidoglio non può essere spiegato adeguatamente con le sole categorie della politica: 'Questo caos è radicato in fenomeni psicologici e teologici intensificati da un'ansia escatologica'.

L'orizzonte ultimo della vicenda, insomma è l'apocalisse, ma la sua espressione concreta è un'orgia dell'imbruttimento che non ha nemmeno la dignità tragica di un colpo di stato, è un inconcludente defecare sulle istituzioni della democrazia americana e su tutto ciò che rappresentano.
Già, ma cosa rappresentano?
Qui la questione si fa più complicata (...): I facinorosi aizzati da Trump sono una degenerazione dell'America o un suo prodotto naturale?
Sono un'occasionale deviazione dai suoi ideali o l'esito in fondo inevitabile di insanabili contraddizioni interne? (...)

Il paese è diviso fra chi crede che gli Stati Uniti siano nati con la dichiarazione d'indipendenza del 1776 e chi ritiene che il vero atto fondativo sia l'arrivo della prima nave carica di schiavi africani sulle coste della Virginia nel 1619.
Una parte è convinta che i peccati storici dell'America possano essere espiati e superati (...), l'altra ribatte che quei peccati sono originali e il loro germe inestirpabile, dunque nel presente non ci sono piaghe da sanare, ma solo strutture da abolire.
A seconda delle visioni, l'America è l'imperfetto punto di riferimento della democrazia universale o un brutale regime imperialista; un'isola di libertà e prosperità o il regno spietato del neoliberismo; 
una terra promessa o un regime razzista; l'evangelica città sulla collina o una dépandance dell'inferno.
Questo è il dibattito che fa da sfondo all'inquietante assalto del Capitol Hill"

Vola molto alto, come sua abitudine, Mattia Ferraresi, attuale caporedattore del quotidiano "Domani",
da anni acuto osservatore delle vicende politico - culturali degli Stati Uniti d'America.
Ferraresi non si ferma ai giudizi politici contingenti all' inquietante episodio sovversivo, che ha l'aggravante di essere stato ispirato dal Presidente degli Stati Uniti in uscita, ma scava nelle contraddizioni profonde del popolo americano, e non si fa intrappolare dalla retorica faziosa presente in ambedue le parti in causa.

"Parliamo degli Stati Uniti d'America.
I sondaggi dicono che forse è il Paese più religioso del mondo.
Almeno il 95 per cento delle persone afferma di credere in Dio.
Ma qui si pone il problema: quale Dio?
A tanta gente non importa stabilire in quale Dio credere, ognuno se ne costruisce uno tutto suo.
Allora non è vero che sono credenti.
E ciò spiega la brutalità assoluta nei rapporti umani, il disinteresse verso chi soffre."

Così risponde ad una domanda precisa sul suo rapporto con la fede, Paul Simon, intervistato da Giampaolo Mattei nel libro "Anima mia".
E poi continua:
"Attenzione, con questo non intendo affermare che non sia giusto per chi ha a che fare con vecchi e irrisolti problemi chiedere indipendenza oppure giustizia.
Però tutti devono ammettere che essere diversi non vuol dire impossibilità di vivere insieme, di collaborare."

Beh, dette più di trent'anni fa, queste parole sono di un'attualità sconvolgente!
Paul Simon, è uno dei più grandi songwriter della musica del secondo '900, profondamente americano per formazione e cultura.
Meno visionario di Bob Dylan, meno epico di Bruce Springsteen, meno sarcastico di Randy Newman,
meno biblico di Leonard Cohen, anche se condivide l'origine ebrea, Simon possiede una vena creativa unica, capace, indiscutibilmente, di attirare l'attenzione di diverse generazioni di appassionati musicali.

Le sue canzoni, in coppia con l'amico di gioventù Art Garfunkel, oppure in solitario dall'inizio degli anni '70, sono storie di persone reali, che vivono concretamente la quotidianità, dentro un tessuto sociale ben definito, ma che abbracciano desideri ed emozioni universalmente riconosciuti.
Ha composto veri e propri inni alla sua terra d'origine, che per molti è un luogo dell'anima, che si dipana in maniera irripetibile in quelle lunghe strade dove il paesaggio naturale cambia ad ogni curva.

Il viaggio sentimentale di "America", nel 1968, è nel repertorio in duo con Garfunkel; 
"American tune", invece, è uno primi brani pubblicati dopo lo scioglimento, nel 1973.
Una frase musicale, copiata "paro paro" da Bach (dalla Passione secondo Matteo), del cui plagio nessuno gli ha mai chiesto conto; un testo scritto all'indomani della rielezione di Nixon, quando gli Stati Uniti sono intenti a dipanare la matassa tragica della guerra in Vietnam.
Il sogno americano, memore dello sbarco dei Padri Pellegrini e dello sbarco sulla Luna, si sente tradito e vede la Statua della Libertà allontanarsi in alto mare, quasi sdegnata.
E' il momento di domandarsi che cosa è andato storto.

"Molte sono le volte che mi sono sbagliato
e molte volte mi sono ritrovato disorientato.
Si, spesso mi sono sentito abbandonato
e sicuramente maltrattato.

E non conosco un'anima che non sia stata colpita
Non ho un amico che si senta a suo agio.
Non conosco un sogno che non sia stato infranto
oppure messo in ginocchio.(...)
Mi domando cos'è andato storto.

E ho sognato di morire.
Ho sognato che la mia anima si sollevasse inaspettatamente
e guardando in basso verso di me
sorridesse rassicurante.
E ho sognato di volare
e da lassù in alto potevo vedere chiaramente
la Statua della Libertà
che navigava via sul mare.

Veniamo sulla nave che chiamano Mayflower.
Veniamo sulla nave che salpò per la Luna.
Arriviamo nei momenti più incerti
e cantiamo una melodia americana.
Ma va tutto bene.
Non si può essere sempre baciati dalla fortuna.
Però domani sarà un altro giorno di lavoro.
E sto solo cercando di riposarmi un pò."

19 Settembre 1981. Central Park, New York City: organizzato dall'amministrazione comunale, mezzo milione di persone partecipa ad un grande evento.
Dopo più di dieci anni Simon and Garfunkel ritornano a cantare assieme.
Sarà un concerto memorabile! 

























































giovedì 7 gennaio 2021

I still haven't found what i'm looking for - U2

"Camminando con me sulle Dolomiti, uno dei miei figli, che a scuola non fa religione, nè ha mai frequentato il catechismo, mi ha detto: 'papà, bisogna fare i complimenti a Dio per aver creato queste montagne'.
Se lo invochi anche quando non lo conosci, ho concluso, deve proprio essere un'idea innata.
E, in effetti, è impossibile camminare senza pensare a Dio.
La maestà della natura con cui si viene a contatto, (...) lo scorrere del tempo (...) il suo dominio implicito ma inesorabile sulle nostre vite (...) sono altrettante smentite del 'nulla', del senso di vuoto in cui sembra di annegare nella vita di ogni giorno, che forse rendiamo più frenetica proprio per nasconderne la vacuità.
E' come uscire da una bolla, e ri-scoprire la realtà.
Tutto è così vivo, tutto sembra avere un significato. E sei costretto a chiederti quale sia. (...)

Il vero male dell'epoca, con cui tutti ci confrontiamo spesso anche senza accorgercene, è proprio questa sorta di nichilismo fintamente gaio che ci ha conquistato, (...) un nichilismo spensierato, moderno, che di presenta seducente ' con il volto di una vita normale ' (cit. Julian Carron).
Camminare è un modo di uscire da quella 'vita normale'.
E posso garantire che funziona (...) si risvegliano le domande, quelle di sempre, quelle che ci rendono umani: chi sono, da dove vengo, dove vado, come posso riuscire a essere felice in questo tempo"

Editorialista del Corriere della Sera, Antonio Polito, giornalista e saggista di lungo corso, nel suo libro "Le regole del cammino", traccia l'attualità del suo percorso umano, nel bel mezzo del contagio, raccontando un suo viaggio concreto, il suo camminare tra i sentieri e le strade d'Italia, riflettendo sulla cultura di un popolo "verso il tempo che ci attende".

"Ho scalato le più alte montagne
Ho corso attraverso i campi
solo per stare con te
Ho corso, ho strisciato,
ho scalato le mura di questa città,
le mura di questa città
solo per stare conte
ma non ho ancora trovato ciò che sto cercando"

Anche in queste parole c'entra un cammino, una attraversata alla ricerca di un destino ultimo che sveli la tua coscienza di uomo.
Inizia così, "I still haven't found what i'm looking for", "Non ho ancora trovato ciò che sto cercando",
uno dei brani più iconici del repertorio degli U2, band irlandese dal successo planetario, abile ad intrecciare ansie generazionali con aneliti al divino, fin dagli inizi, a Dublino:

"Sapevo che nel circondario noi eravamo considerati diversi, perchè mia madre, protestante, aveva sposato un cattolico. (...) Ho ereditato il coraggio che loro devono avere avuto per portare avanti il loro amore.
Anche allora, preferivo pregare all'esterno della chiesa.
Le canzoni che ascoltavo per me erano preghiere.
'Quante strade deve percorrere un uomo nella vita?', non era una domanda retorica, era rivolta a Dio.
Era una domanda di cui volevo conoscere la risposta.
Le canzoni contenevano un' intimità che, ora capisco, non è solo sessuale. E' spirituale"

Così parla Bono, della sua gioventù, nell'Irlanda degli anni 70, in una bella intervista per "Rolling stone" nel gennaio 2006.

Dopo gli anni di esordio e di plebiscitari conferme, simboli rock sulla scia del movimento punk londinese, affinandolo con suoni meno grezzi, gli U2, allargano l'orizzonte della loro ispirazione e scoprono il territorio musicale americano e, nel 1987, pubblicano l'album "The Joshua tree", dove in copertina campeggia in una prateria distesa un cactus a forma di croce.
Siamo all'apice del loro talento e sfornano un pugno di brani ancora ineguagliati per incisività e furore.
E' la loro 'scoperta dell'America', anche grazie ad una struttura compositiva che si avvicina al gospel afroamericano, come, appunto, "I still haven't found ...", manifesto del "Bono pensiero":

"Se ho trovato quello che sto cercando?
Beh, una volta pensavo che sarei riuscito a risolvere tutte le tensioni che sento dentro di me, la costante contraddizione fra le persone che mi animano. (...)
Non ho cercato la grazia,ma la grazia ha trovato me" ( ancora da "Rolling stone")

Ma c'è un ulteriore passo, proprio nello sviluppo del testo della canzone, nelle riflessioni del front man:
"La questione più importante, parlando della morte di Cristo, è che Cristo si è fatto carico dei peccati del mondo: quindi quello che abbiamo fatto non ci si è ritorto contro.
Non saranno le nostre buone azioni ad aprirci le porte del paradiso, ma mi piace l'idea dell' Agnello sacrificale, amo pensare a Dio che dice: 'Ehi, cretini, sappiate che ci sono conseguenze al vostro egoismo e che la morte fa parte della vostra natura di peccatori e quindi dovete affrontarla"

Ancora, tra il cammino e una domanda di redenzione a cui tarda un riconoscimento:

"Ho parlato la lingua degli angeli
Ho tenuto per mano un diavolo
Era calda la notte
Io era freddo come pietra.

Credo nel regno che verrà
E allora tutti i colori sfumeranno in uno
Sfumeranno in uno
e io sto ancora correndo.

Tu hai spezzato i legami
Tu hai allentato le catene
Io ho portato la croce della mia vergogna
sai che ci credevo.
Ma non ho ancora trovato quel che sto cercando".

In quell'anno, nella loro tourneè negli Usa, gli U2 realizzano una versione live, (in "Rattle and hum"), splendidamente gospel, registrato in una chiesa, accompagnati da un coro di Harlem, i 'New voices of Freedom', e in quel rincorrersi di voci, verrà aggiunto un passaggio che rimanda al salmo 55 della Bibbia.
"Lui ti porterà in alto e più in alto ancora
Lui ti tirerà su quando sarai a terra
Lui ti darà riparo dalla tempesta"

La versione proposta è dal concerto tenuto a Parigi, sempre nel 1987






























































































mercoledì 6 gennaio 2021

La strada del Davai - Massimo Priviero

"A qualche metro da lui, oltre la parete dell'isba, Stefano dormiva sul pavimento, pressato dagli altri che vi stavano stipatissimi.
Dopo essersi sdraiato si era fatto, come ogni sera prima di dormire, il segno della croce (...) poi essendo molto stanco, aveva detto le preghiere 'corte', ossia un requiem per i morti di quei giorni e un 'angele Dei' per sè.
Il fatto di pregare gli aveva automaticamente riportato alla mente la soave figura di sua madre, quasi che tra la preghiera e sua madre ci fosse un nesso inscindibile: e infatti c'era, in un certo senso era proprio così. Mah! Chissà cosa stava facendo in questo momento la mamma Lusìa (...) 
Beh, a quest'ora senza dubbio dormiva.

Parve al giovane di vederne gli occhi marroni aprirsi nel buio della camera nuziale, e guardarlo con bontà e stanchezza: ' Dormi anche tu Stefano; hai dette le orazioni, bravo, adesso dormi; lo sai che tra poche ore devi tornare fuori'
Sua madre!
Dopo aver tentennata la testa con muta tenerezza, Stefano aveva messo in pratica l'immaginato consiglio materno, addormentandosi in breve.
Tutti, dentro l'isba - i bersaglieri, e anche i pochi spauriti abitatori russi - si erano addormentati, e ora erano avvolti nel sonno come in un coltrone di straordinaria pesantezza; l'aria era piena dei loro respiri;
dallo sportello non ben chiuso di una grande stufa in muratura si spandeva un pò di luce rossastra, ondeggiante e un borbottìo pacato."

Pensieri, preghiere, immagini di casa per un giovane bersagliere, Stefano, che vedrà la morte durante la Campagna di Russia, colpito a morte, non prima ricordando la figura di sua mamma Lusìa:
"Parlate, dai, dite qualche cosa voi, che io, con questa fitta al cuore non posso parlare ... e non c'è più tempo, mamma, non c'è più tempo".
La figura della madre fluttuava fino a divenire indistinta, si dissipava: "Mamma! Mamma!" urlò Stefano. (...) 
Nello stesso istante a Nomana - a tremila chilometri di distanza - un ticchettìo su un vetro della camera da letto desto mamm Lusìa, che lanciò un grido: 'Stefano è morto! Oh povera me, povera me, povera me!'"

"Il Cavallo rosso" di Eugenio Corti, edito nel 1983, più volte rieditato, è considerato uno dei più grandi romanzi storici della letteratura italiana.
Un grande affresco su un'epopea di avvenimenti che hanno sconvolto il mondo tra il 1940 e il 1974.
La guerra e la pace, il mondo che cambia vissuti da protagonisti di varie generazioni che si confrontano sui perchè della vita e del significato del mondo.
Un romanzo paragonato all'epica del Manzoni e a quella del Tolstoj di "Guerra e pace", della profondità di Solgenitzin e della tenerezza dell'Olmi dell'"Albero degli zoccoli".
Più volte candidato per una riduzione televisiva, ma sempre accantonato, forse per un forte sentimento religioso, impresso dal cattolicesimo praticante del suo autore.

"La strada del Davai" è nata perchè io stesso sono un figlio di questi soldati contadini, perchè la mia terra  rimane in qualche modo ogni giorno dentro di me, perchè da qualche parte nel cielo mio padre e mio nonno l' avranno sentita facendola loro.
Perchè la scrittura non ha confine, come la musica, perchè la fusione tra rock e poesia ha regalato forse le cose più belle alla cultura popolare del mondo degli ultimi decenni"

Massimo Priviero, è uno dei più grandi rocker italiani, considerato all'inizio di carriera, dalla fine degli anni 80, la risposta tricolore a Bruce Springsteen.
Grande presenza 'live', non si è mai sottomesso ai meccanismi dell'industria del business musicale.
E non scendendo mai a compromessi, lui, dalla forte tempra veneta, trapiantato a Milano, ha continuato a cantare il suo rock ruspante permeato di ideali che poggiano sulla tradizione cristiana delle terre d'origine:
"Dio mi ha dato la forza e la voce per vivere e per arrivare fino qua.
Nelle mie cadute e nei miei errori ho spesso trovato la Sua mano che mi ha aiutato a rialzarmi.
Fin quando questo accadrà, continuerò lungo la mia strada e la mia necessità di essere e di scrivere per la parte più debole del mondo, qualche volta disegnando visioni  e speranze di umana redenzione"

Sono parole rilasciate da Priviero, nel 2010 a Davide Nieri sul sito "rootshighway.it", che documentano la sua vicinanza umana e artistica a tutte espressioni di solidarietà espresse dai movimenti cattolici giovanili.

"La strada del Davai", anno 2006, è il racconto di un alpino durante la Campagna di Russia (Davai era l'urlo che usavano le armate sovietiche per spronare i prigionieri italiani esausti dalla fame e dal freddo a proseguire la marcia lungo la steppa gelata:
"Sul ponticello un uomo fece per orinare, si udì un richiamo iroso 'davai!, davai! - avanti, avanti - , accompagnato da una frase incomprensibile che suscitò qualche mezza risata"
(sempre da "Il cavallo rosso")
Il testo del brano è scritto in forma di lettera, quella di un soldato semplice, indirizzata alla sua mamma.
La voce è piena di fatica e di dolore, e si esprime in un italiano intriso dalla forma dialettale, la melodia è semplicissima, come quella di un antico canto popolare.






venerdì 1 gennaio 2021

L' anno che verrà - Lucio Dalla & Francesco De Gregori

"Sono mesi che ci viene detto che il 2020 è l'anno peggiore di sempre, che si ironizza per esorcizzare, che si attribuisce al cambio d'anno un'irrazionale speranza e si tratta il tempo che stiamo vivendo come un incubo, una parentesi, una maledizione.
Eppure anche alla fine di quest'anno la Chiesa cattolica ha fissato in migliaia di chiese nel mondo l'esecuzione dell' antico inno del Te Deum, un canto di ringraziamento e di benedizione per quello che durante l'anno ci è stato donato. (...)
Si può vivere dicendo grazie e guardando in faccia un matrimonio che fatica a reggersi, la morte di una persona cara, la malattia, la paura per quel che sta accadendo, l'incertezza sociale che ci minaccia.
Questo può accadere non per puro spiritualismo, per un ottimismo nichilista o per una consolazione sentimentale, ma per la scoperta di sè che ciascuno di noi ha potuto fare durante l'anno. (...)

Non rinnego le lacrime che ho versato, non fuggo dai giorni bui, dalla rabbia, da quel senso di impotenza (...) ma posso toccare con mano che ogni cosa è successa perchè là dove c'era l'abitudine si riaprisse la domanda, là dove dominava la distrazione si facesse largo la ricerca, là dove tutto era scontato si riaffacciasse lo stupore e la sorpresa. (...)
Ciò che rimane di quest'anno sono queste poche ore in cui ognuno può sentire su di sè uno sguardo di pietà, di misericordia, di verità.
Uno sguardo che riaccende il desiderio, la voglia di ripartire, di ricominciare, di non perdere tempo a lagnarsi e di costruire spazi di vita più umani, più limpidi, più capaci di attenzione alle povertà dell'esistenza e alla nostra casa comune.
L'inaudita generosità di un Dio che ci offre ancora una volta la possibilità di percepire, dentro i marosi della storia, un altro mondo che viene e ci cambia.
In questo mondo."

Parole dal sito informativo 'Il Sussidiario', del genovese don Federico Pichetto, sacerdote da una decina d'anni, parroco a Sestri Levante e vicepreside di un liceo statale a Rapallo.
Una riflessione su un cambio d'anno particolare, ma che vale per tutti gli anni della storia di ogni uomo, in ogni tempo.

"Ho imparato che non esiste, per chi racconta, un atteggiamento assolutamente pessimistico o ottimistico, ma l'incanto di guardare gli altri e ascoltare le cose del mondo.
Sono molto più orientale in questo senso che metropolitano, europeo: desiderare si, ma nel feeling con la vita, con il grande desiderio che vuole che tu viva in mezzo agli altri"

Lucio Dalla scrive "L'anno che verrà" alla fine dei turbolenti anni '70, in cui crisi sociali, economiche, e la paura del terrorismo e delle stragi che insanguinavano le strade italiane, la facevano da padrone. 
Il 1979 è la rinascita anche delle grandi tournee dei concerti rock, dopo le demenziali violenze degli "autoriduttori", e uno degli apripista è proprio il cantautore bolognese che "stana" il titubante De Gregori e affronta la mitica avventura musicale di "Banana Republic", foriera di successi e "sold out" nelle arene estive.

"L'anno che verrà", conclude il secondo pilastro della ineguagliata trilogia "dalliana" incominciata un paio d'anni prima con "Com'è profondo il mare" e che si compirà compiutamente con "Dalla" nel 1980 che contiene nel finale quella che si può forse considerare la "gemella" de "L'anno che verrà", e cioè "Futura".
Dalla, scrivendola, non si ispira certo, in maniera banale, alla notte di Capodanno, ma ne fa un manifesto, anche ironico, delle inquietudini che attraversavano quegli anni, che qualcuno nei giorni della pandemia, vede quasi profetiche.
Dopo la lunga lista, però, ecco che il suo spirito "religioso" ha la meglio:
"Possedeva una sensibilità religiosa che gli faceva sentire la presenza di Dio nella natura e nella vita
Raccontano che 'L'anno che verrà' sia stata composta in questa chiesa durante una lunga serie di colloqui con padre Michele Casati"
Episodio svelato da padre Giovanni Beruzzi, direttore del Centro San Domenico a Bologna, nel volume "Lucio Dalla. Primo tempo" pubblicato dal Corriere della Sera, all' indomani della sua morte, il primo marzo 2012.

Commentando ii finale del testo di questa canzone, Maurizio "Riro" Maniscalco, nel volume "Cosa sarà. la ricerca del mistero nella canzone italiana" così scrive:
"Ma la cosa straordinaria è che questo brano si conclude, perchè noi non possiamo sapere cosa l'anno venturo veramente ci porterà, potrebbe addirittura volarsene in un istante ...
L'istante: se veramente quest'anno se ne andasse in un istante, io in quell'istante voglio esserci.
L'istante, cioè il presente.
Caro amico, c'è un solo modo per prepararsi all'anno che verrà, vivere il presente:
'è questa la novità' "

Il video che pubblichiamo si riferisce al mini concerto che Dalla insieme a De Gregori, reduci dal revival di "Banana Republic", "Work in progress", realizzeranno magnificamente in Piazza San Giovanni a Roma, il Primo maggio 2011.
E quella sarà anche l'ultima apparizione televisiva di Lucio Dalla.
Esattamente dieci mesi dopo, Lucio, si troverà al cospetto di San Pietro, pronto al suo primo concerto in Paradiso.






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da "C'è speranza? Il fascino della scoperta" di Juliàn Carròn "Abbiamo trovato il Messia. E' la notizia che attravers...