mercoledì 10 febbraio 2021

L' umarell - Fabio Concato

"Mai come adesso il cammino è la cura.
Conosco tante persone, e una a me molto vicina, che sono rimaste a terra, hanno vissuto  mesi scorsi come una fine, una cesura definitiva e irrimediabile che crea un prima e un dopo nella loro esistenza.
Persone che non sanno da dove ricominciare, come dopo uno shock traumatico. (...)
Ci siamo presi un bello spavento, di quelli che fanno venire i capelli bianchi d'un colpo.
Ciò che abbiamo provato, e che ci ha sconvolto più di ogni altra cosa, è definito dalle neuroscienze come sindrome da 'impotenza appresa'.
Avete presente quegli esperimenti in cui una cavia viene sottoposta continuamente ad una scossa elettrica che non può evitare? Ecco. Noi di solito, per poter vivere, ci convinciamo di avere la capacità di raggiungere gli obiettivi che ci prefissiamo: tutta la nostra cultura è basata su questo assunto, in ciò consiste il nostro essere 'occidentali', la nostra 'hybris', quel vago senso di onnipotenza che ci caratterizza.
Poi sopraggiunge un qualche evento a dimostrarci che non abbiamo alcun controllo su quanto ci accade.
Ed è allora che arriva la depressione, se non peggio.
Siamo sopraffatti dalla paura di non avere mezzi, nè mentali, nè fisici, per cavarcela.

La nostra esperienza da cavie l'abbiamo vissuta su un balcone, con le spalle rivolte alla casa che ci proteggeva e gli sguardi a scrutare un ambiente esterno che all'improvviso ci era precluso perchè minaccioso, facendo ciao ciao con la manina ai vicini per darci coraggio.
Soprattutto siamo stati fermi. (...)
Abbiamo dimenticato che siamo nati per camminare, perchè solo così che sappiamo stare al mondo."

Considerazioni tra l'amaro e il disincantato, ma con al fondo una voglia di riprendere una vita "normale", queste, del vicedirettore del Corriere della Sera, Antonio Polito nel suo libro "Le regole del cammino", il diario di "un viaggio verso il tempo che ci attende", al tempo della pandemia, fatto in compagnia di amici, nel "Cammino di San Benedetto", da Norcia a Montecassino, nell'Italia dei borghi e dei paesi, solo apparentemente minore.

Più o meno, le stesse riflessioni del cantautore Fabio Concato:
"Tempo fa un mio amico mi ha regalato un 'Umarell' di colore rosso, quella famosa statuina che rappresenta quei pensionati che con le mani dietro la schiena stanno ore e ore ad osservare i lavori in corso nei cantieri delle loro città, e la tengo nel mio studio, sul leggio della tastiera.
Mi osserva quando suono, quando canto.
Una settimana fa sembrava che volesse chiedermi che cosa stessi facendo per il dramma che stiamo vivendo, in che modo mi stessi adoperando per questa emergenza.
ma che cosa dovrei fare in quarantena? Mi sono chiesto guardandolo.
E così è nata "L'Umarell".
E' stata l'ispirazione di un momento speciale.
'Carpe diem', insomma.
Mi sono sentito chiamare da qualcuno che mi chiedeva qualcosa.
"L'Umarell" è stato lo strumento per parlare brevemente, lontano da ogni retorica, di un momento che ci ricorderemo sempre.
Per il lavoro che tanti hanno perso o potranno perdere.
Per non dire dei lutti, decine di migliaia di persone.
Che sono morte gratis, e non va bene!
Io in questa canzone ho solo cercato di dare il mio contributo come autore, senza alcuna retorica, con un pizzico d'ironia e con molto cuore."

Parole dello stesso Concato in un'intervista rilasciata a Massimo Iondini di "Avvenire"

Dopo un periodo di meritato successo negli anni '80 e '90, compositore di un catalogo di titoli che recuperavano la delicatezza e l'umanità dei rapporti d'amore e d'amicizia, spesso pescando nei ricordi familiari, il cantautore milanese ha vissuto un oblìo, fatto di timide uscite discografiche, ma nello stesso tempo divertendosi a collaborare, in apprezzati concerti, con i grandi jazzisti italiani, riarrangiando le sue hit.
Anche "L'Umarell", pur essendo una canzone dalla trama musicale delicata come "carta velina", racconta di un rapporto di amicizia con una persona anziana, che alla fine, dovrà arrendersi alla mortale malattia, come tanti, i più deboli, i più anziani, custodi della storia e della tradizione di ogni famiglia del nostro Paese, che sono andati via in silenzio, lontani dai loro cari:
"Senza un bacio, una carezza, una ragione, senza un 'mi sunt chi e te voeri ben'"
 
Concato tocca il cuore dell'ascoltatore cantando in dialetto meneghino, riportando alla memoria le pagine migliori di un altro illustre e istrionico musicista della Milano d'altri tempi: Enzo Jannacci.
Alla fine un vero e proprio omaggio finale:
"Ciao Enzino, dai vieni giù che facciamo un giretto.
- Ma quale giretto! Non si può è pericoloso!"




martedì 9 febbraio 2021

Wish you were here - The Pink Floyd

"Esiste una meta a cui tende la vita?
O resta solo un sempre più breve vagare privo di segnaletica, ora che l'ultimo barlume di luce si è spento?

'Tal si dilegua, e tale
lascia l'età mortale
la giovinezza. In fuga
van l'ombre e le sembianze
dei dilettosi inganni; e vengon meno
le lontane speranze,
ove s'appoggia la mortal natura.
Abbandonata, oscura
resta la vita. In lei porgendo il guardo
cerca il confuso viator invano.
Del cammin lungo che avanzar si sente
meta o ragione; e vede
che a sé l'umana sede,
esso a lei veramente è fatto estrano '

Senza le 'lontane speranze', a cui avevi 'appoggiato' il futuro e quindi il presente, la vita si ritrova 'abbandonata' e precipitata nella tenebra 'oscura' dell'esperienza. (...)
Eppure c'è così tanta bellezza i questi versi finali che non possono fare a meno, ancora una volta, di vincere sulla tua stessa amarezza: mentre comunichi il dolore, senza saperlo lo ripari.
L'universo non è tenuto ad esser bello, eppure lo è.(...)

'Voi, collinette e piagge,
caduto lo splendor che all'occidente
inargentava della notte il velo,
orfane ancor gran tempo
non resterete; che dall'altra parte
tosto vedrete il cielo
imbiancar nuovamente, e sorger l'alba:
alla qual poscia seguitando il sole,
e folgorando intorno
con le sue fiamme possenti,
di lucidi torrenti
inonderà con voi gli eterei campi. '

(...) Le cose non restano mai orfane di luce. Su tutto ciò che è propriamente umano cade invece una notte di pietra. 
A noi restano solo la malinconia di una promessa non mantenuta e un totale smarrimento (...)
Perchè tutta questa luce non ci raggiunge, perchè non ci ripara, perchè non ci tira fuori dalle tenebre delle nostre vie? (...)
Ma noi, da quale luce possiamo essere riparati?
Con quale luce possiamo riparare, se non è in noi?
Il nostro seme può essere di rosa o è solo un seme del pianto?
O al massimo di un malinconico canto? "

E' quasi un botta e risposta tra Giacomo Leopardi, nella sua poesia "Tramonto della luna" e lo scrittore Alessandro D'Avenia, che nel suo saggio / epistolario "L'arte di essere fragili" affronta il poeta recanatese, ponendo attraverso la sua opera, le questioni ultime della vita umana.
Qui, il protagonista è "lo smarrimento" davanti a "vita e destino (che) risultano estranei l'una all'altro,
terra di esilio l'una, forma dell'esilio l'altro". 

"Il 5 Giugno del 1975 (la data non è certa ma assai plausibile), negli studi di Abbey Road, mentre il gruppo (dei Pink Floyd  n.d.r.) è impegnato nel missaggio (dell'album 'Wish you were here'  n.d.r.).il fantasma che, dopo essere evocato da quel languido e malinconico fraseggio di chitarra, ha innescato l'amara autoanalisi che attraversa il disco, appare in carne ed ossa.
Ingrassato, completamente rasato (sopracciglia incluse), Syd Barrett si manifesta con formidabile senso del tempo.
Ci vogliono alcuni minuti prima che i suoi vecchi compagni di strada capiscano che si tratta di lui, e l'incontro è così sconvolgente che Waters si metterà a piangere.
Barrett chiede se occorra un aiuto in studio, gli viene risposto che le chitarre sono già state registrate.
Quasi fosse una funzione inconsapevole del destino, se ne va come è arrivato, lasciando i Pink Floyd in compagnia della sua ingombrante, inevitabile assenza."

Insuperabile, tra cronaca e parabola, questo brano di Alessandro Besselva Averame, tratto dal suo libro di testi commentati dal catalogo dei Pink Floyd "The lunatic"
I Pink Floyd (Syd Barrett, Roger Waters, Nick Mason, Richard Wright - questa la formazione degli esordi) sono un pilastro ineliminabile nella storia del rock; quel rock inglese che alla fine degli anni '60 vive la sua espressione "psichedelica", allontanandosi dalle sue origini popolari e popolane, trascinato dalle sperimentazioni elettroniche e destrutturando la forma tipica strofa - ritornello - strofa, quasi la documentazione sonora della nuova stagione giovanile, dall'esaltazione della rottura degli schemi borghesi alla resa del nichilismo, accentuato dall'abuso delle droghe.
A farne le spese in maniera più drammatica è Syd Barrett, il componente più visionario del gruppo, che si rintana sempre più nel suo mondo onirico, perdendo completamente il rapporto con la realtà e divenendo conseguentemente ingestibile nei rapporti quotidiani con il mondo "esterno"
Viene sostituito da David Gilmour, che darà il suo contributo all'ascesa sempre più inarrestabile del marchio Pink Floyd, anche a scapito di equilibri interni al gruppo, specialmente con la figura di Waters.

"Ummagumma", "Atomic Heart Mother" "Meddle", sono il trampolino di lancio libertario, ardito e alternativo per le produzioni forse più "pop" che la band londinese realizzerà dalla metà dei '70.
"The dark side of the moon" ( uno degli album in assoluto più venduti nell'era rock), "Wish you were here", "Animals", "The wall" (un vero fenomeno multimediale) e i decadenti "The final cut", "A momentary lapse of reason" e "Division bell", che vedono l'abbandono di Waters, mentre il gruppo, prima di sciogliersi definitivamente attuerà una sorta di accanimento terapeutico imbarcandosi in colossali tournee all'insegna degli effetti speciali.
Lo schizofrenico disperso Syd Barrett morirà nel 2006.
Richard Wright nel 2008. Gilmour e Waters continuano ancora oggi la loro carriera, ben distanti tra loro, tra inediti e ritorni nostalgici.

"Wish you were here" è la canzone dell'assenza, della malinconia, della nostalgia.
E' la presa d'atto di una umana impotenza davanti al destino che coinvolge l'amico e anche un pò se stessi, senza lo struggimento, senza un abbandono in qualcosa a cui affidarsi.
Musica di Gilmour, testo di Waters, segue le orme di capolavori musicali come "Imagine", cantati da tutti, ma espressioni di un profondo disagio esistenziale.
Come il grido leopardiano che chiede se il nostro seme può essere di rosa o solo del pianto.
O di un malinconico canto.

"Così credi di riuscire a distinguere il paradiso e l'inferno
i cieli azzurri dal dolore.
Sai distinguere un prato verde da un freddo binario d'acciaio? (...)

E ti hanno fatto barattare i tuoi eroi con dei fantasmi?
Freddo benessere con un cambiamento?
Hai cambiato una parte da comparsa ai margini della guerra per una da comandante in gabbia?

Come vorrei, come vorrei che tu fossi qui.
Siamo solo due anime che nuotano in una palla di vetro,
anno dopo anno.
Corriamo sullo stesso vecchio terreno,
ma cosa abbiamo trovato?
La stesse vecchie paure.
Come vorrei tu fossi qui."

"La stanza" propone una bella versione live di Gilmour e la versione originale con l'apporto di una leggenda del jazz, il violinista italo - francese Stéphane Grappelli (1917 - 1977), che però non venne pubblicata ufficialmente nell'album del 1975.











lunedì 8 febbraio 2021

Il testamento di Tito - Fabrizio De Andre'

"Gesù è stato 'elevato'.
La croce è il suo trono, dal quale attira il mondo a sé.
Da questo luogo dell'estremo dono di sé, da questo luogo di un amore veramente divino, Egli domina come il vero re, a modo suo - nel mondo che né Pilato, né i membri del sinedrio avevano potuto comprendere.
Non entrambi gli uomini crocifissi con Lui si associano alla derisione.
Uno dei due intuisce il mistero di Gesù.
Sa e vede che il genere di 'delitto' di Gesù era tutto diverso; che Gesù era un non violento.
Ora si accorge che quest'Uomo crocifisso con loro, veramente rende visibile il volto di Dio, è il Figlio di Dio.
Così lo prega: 'Gesù ricordati di me quando entrerai nel tuo regno' (Lc 23,42)
Come il buon ladrone abbia immaginato precisamente l'entrata di Gesù nel suo regno e in che senso abbia quindi chiesto il ricordo di Gesù, non sappiamo.
Ma ovviamente egli proprio sulla croce ha capito che quest'uomo privo di ogni potere è il vero re. (...)
La risposta di Gesù va oltre la richiesta.
Al posto di un futuro indeterminato, pone il suo oggi: 'Oggi sarai con me nel paradiso' (...)

Così nella storia della devozione cristiana il buon ladrone e diventato l'immagine della speranza - la certezza consolante che la misericordia di Dio può raggiungerci anche nell'ultimo istante;
la certezza, anzi, che dopo una vita sbagliata, la preghiera che implora la sua bontà non è vana.
'Tu che hai esaudito il ladrone anche a me hai dato speranza', prega ad esempio anche il 'Dies irae' "

E' un brano, questo, tratto dal secondo volume di una trilogia, pubblicato nel 2011, redatto da papa Benedetto XVI, iniziato quando era ancora teologo / cardinale: "Gesù di Nazaret". 

"Ho scritto l'album "La Buona Novella" dalla necessità di riconoscere in Cristo il più grande rivoluzionario di tutti i tempi.
Lui ha combattuto per una libertà totale ma piena di perdono, cioè ricca di un elemento straordinario.
Anche per questo il cristianesimo è il movimento rivoluzionario di stampo sociale per eccellenza.
Non a caso ha punti di contatto con la cosiddetta utopia anarchica.
Ma al tempo stesso credo che pensare a Cristo come il figlio di Dio, di qualcosa di inarrivabile, quindi, renda difficile se non impossibile per l'uomo il poterlo imitare.
In questo modo si finisce con l'avere un alibi per non imitarlo"

E' il 1982 e Fabrizio De Andrè, risponde così in un'intervista realizzata in un programma Radio Rai, "Un'isola da trovare" curato dai giornalisti Massimo Bernardini e Cris Thellung (esempio di amicizia catto-anarchica).

Ispirato dai vangeli apocrifi (cioè quelli poetici, non riconosciuti ufficialmente dalla Chiesa) l'album "La Buona Novella" è stato scritto da Fabrizio De Andrè tra gli anni '68 e '70, gli anni della contestazione giovanile. Infatti l'uso dei testi apocrifi per raccontare la vita terrena di Gesù è la testimonianza di un rifiuto di qualsivoglia autorità costituita, seppur in quella tensione "religiosa" che attraversava anche il campo anarchico/radicale del quale il cantautore genovese era tra i componenti più rappresentativi nel mondo culturale.
Affermerà a Giampaolo Mattei nel libro "Anima mia":
"La Buona Novella" è un lavoro antico che cerca di raccontare l'uomo. (...)
Molti ritennero il mio disco anacronistico perchè parlavo di Gesù Cristo nel pieno della rivoluzione studentesca (...) 
Tutti coloro che pretendono di fare rivoluzioni devono guardare l'insegnamento di Gesù.
Lui ha combattuto per una libertà integrale, piena di perdono.
Al contrario di certi casinisti nostrani che combattono per imporre il loro potere, il perdono è un elemento straordinario.
Nessuno, ad esempio, mi toglie dalla testa che Cristo avrebbe salvato tutti e due i ladroni che stavano sulla croce accanto a lui, sì, anche quello cattivo. (...)
Ecco così ribadita l'attualità della mia vecchia canzone 'Il testamento di Tito'"

Una dichiarazione che trova conferma proprio nell'ultima frase del brano:

"Io nel vedere quest'uomo che muore
Madre, io provo dolore
Nella pietà che non cede al rancore
Madre, ho imparato l'amore"

Nel 33giri del 1970, Fabrizio De Andrè, oltre degli arrangiamenti di Giampiero Reverberi (altro grande padre nobile delle orchestrazioni dei cantautori storici della scuderia "Ricordi"), si avvale della collaborazione dei "Quelli", il primo nucleo di un gruppo che poi diventerà la "Premiata Forneria Marconi", che quasi dieci anni dopo saranno responsabili della sua svolta "rock".
Appunto per questo, in questa "stanza" potete ascoltare tutte e due le versioni:
quella degli ultimi concerti prima della sua scomparsa, debitrice degli arrangiamenti "rock", con in formazione i due figli Cristiano e Luvi, capitanati da Mark Harris e quella originale.    








domenica 7 febbraio 2021

Ring them bells - Joe Cocker

da "I promessi sposi" di Alessandro Manzoni

"A un tal dubbio, a un tal rischio, gli venne addosso una disperazione più nera, più grave, dalla quale non si poteva fuggire, neppur con la morte.
Lasciò cader l'arme, e stava con le mani ne' capelli, battendo i denti, tremando.
Tutt'a un tratto, gli tornarono in mente parole che aveva sentite e risentite, poche ore prima:
'Dio perdona tante cose per un'opera di misericordia'. (...)
E poi? Che farò domani, il resto della giornata? (...)
E la notte? La notte, che tornerà tra dodici ore!
Oh, la notte! No, no, la notte!
Ed ecco, appunto sull'albeggiare (...) ecco che, stando così immoto a sedere, sentì arrivarsi all'orecchio come un'onda di suono non bene espresso, ma che pure aveva un non so di allegro.
Stette attento, e riconobbe uno scampanare a festa lontano;
e dopo qualche momento, sentì anche l'eco del monte (...)
Di lì a poco, sente un altro scampanìo più vicino, anche quello a festa; poi un altro.
- Che allegria c'è? Cos'hanno di bello tutti costoro? - (...)
Il signore rimase appoggiato alla finestra, tutto intento al mobile spettacolo.
Erano uomini, donne, fanciulli, a brigate, a coppie, soli;
uno raggiungendo chi gli era avanti, s'accompagnava con lui; un altro uscendo di casa, s'univa col primo che rintoppasse; e andavano insieme, come amici a un viaggio convenuto.
Gli atti indicavano manifestamente una fretta e una gioia comune; e quel rimbombo non accordato ma consentaneo delle varie campane, quali più, quali meno vicine, pareva, per dir così, la voce di que' gesti e il supplimento delle parole che non potevano arrivar lassù.
Guardava, guardava; e gli cresceva in cuore una più che curiosità di saper cosa mai potesse comunicare un trasporto uguale a tanta gente diversa."

E' una dei brani più intensi del romanzo manzoniano: dopo varie peripezie, Lucia si trova al cospetto dell'Innominato, che trovandosi davanti una donna forte della sua fede, durante la notte, comincia a porsi domande sulla sua vita violenta.
E' l'inizio della conversione, che dopo essersi, come riavuto, attraverso il suono delle campane, che richiamavano a raccolta i paesani verso la chiesa, sfocia nell'altrettanto drammatico confronto con il Card. Federigo Borromeo, arcivescovo di Milano.

"La prima canzone dell' album "Oh Mercy" (un album di canzoni cupe, in cui potrebbe sembrare che Bob Dylan non sia ancora uscito dalla grave crisi spirituale successiva al suo periodo cristiano), è dedicata per intero ad un tema spirituale.
'Ring them bells' ha il titolo e parte del testo che derivano dallo spiritual 'Peter, go ring them bells'.
Le campane sono uno dei simboli più ricorrenti in Dylan, buono per tutti gli usi, ma in questo brano, anche se non è esplicito che si tratti delle campane di una chiesa, servono a diffondere un messaggio religioso."
Il virgolettato è tratto dalla presentazione di "Ring them bells" scritta da Renato Giovannoli, autore di una poderosa pubblicazione composta da corposi tre volumi "La Bibbia di Bob Dylan" dove lo studioso si avventura nel catalogo "dylaniano" facendo emergere , quasi frase per frase, i riferimenti biblici nelle canzoni del menestrello di Duluth.
In questo brano del 1989, contenuto nell'album "Oh Mercy", considerato dalla critica tutta uno dei vertici della produzione dylaniana, le citazioni del testo vanno dall'Antico Testamento ai personaggi evangelici, fino a visioni escatologiche.
Nel 1985, è lo stesso Dylan che affermerà:
"Ci sarà una corsa verso la devozione, proprio come ora c'è la corsa ai frigoriferi, alle cuffie e agli arnesi da pesca.
Diventerà una questione di sopravvivenza.
La gente correrà a cercare qualcosa riguardo Dio"

Il giornalista Paolo Vites, uno dei più autorevoli biografi italiani scrive sul libro "Help. Il grido del rock":
"Ring them bells' è una canzone che porta a compimento un cammino verso casa per il cantautore americano: nato da famiglia ebrea, ben presto diventato ateo, poi passato attraverso le lusinghe delle scienze esoteriche, quindi approdato al cristianesimo evangelico americano, tornato nuovamente alla fede ebraica, si avvicina qui al cattolicesimo, in un percorso che non ha paragoni nella storia del rock"

Nel 2007, lungamente intervistato dalla rivista "Rolling Stone" affermerà:
"Sto diventando più vecchio e cominciano ad accadere cose che prima non avevi mai considerato.
Ti rendi conto di quanto sia fragile un essere umano, e di quanto sia insignificante. (...)
Mentre vai avanti nella vita, ti rendi conto che quest'ultima va ad un'andatura molto veloce. (...)
Credo che tutti noi ci rendiamo conto di come tutto vada troppo veloce e non siamo più agili come lo eravamo un tempo. (...)
La fede non ha un nome. Non rientra in una categoria. E' qualcosa di obliquo, è qualcosa di inesprimibile. (...)
La mia terminologia viene tutta dalle canzoni folk (...)
Si, molta di quella musica viene dalla Bibbia. (...)

Scrive ancora Paolo Vites:
"Di questa canzone popolare americana che canta il Mistero, Bob Dylan è l'erede."

Di "Ring them bells", vi proponiamo la versione di Joe Cocker, interprete sofferto di tanti classici rock.
Una cover, ben riuscita, è interessante per l'apporto predominante al piano di Benmont Tench, grande session man, componente degli "Heartbreacker" il gruppo di Tom Petty, e che ha collaborato diverse volte anche con Dylan, cogliendo le sfumature delle sue composizioni.

"Suonate le campane dai santuari
attraverso le valli e i torrenti
(...) il tempo sta correndo indietro
e così fa la Sposa

Suona le campane San Pietro
dove soffiano i quattro venti
Suonale con la mano di ferro
così che la gente sappia.

Suona le campane dolce Maria
per il figlio del pover'uomo.
Suona le campane così che il mondo sappia
che Dio è uno.

Suona le campane per il cieco e per il sordo
suona le campane per tutti quelli di noi che hanno lasciato
Suona le campane per i pochi prescelti,
chi giudicherà i tanti quando il gioco finirà
Suona le campane (...)
per il bambino che piange
quando l'innocenza muore.

Suona la campane santa Caterina (...)
Oh, la strada è lunga e la battaglia è forte
e loro stanno distruggendo la distanza
fra i giusto e lo sbagliato"




mercoledì 3 febbraio 2021

Amazing Grace - Elvis Presley

"Che cos'è la musica per me?
E' la domanda più difficile che esista.
La musica è ciò che abbiamo dentro, è ciò in cui esistiamo, in cui ci muoviamo.
Il vento che scuote gli alberi, la pioggia sul mare, ma anche la tristezza e la gioia.
Il creato è già musicalmente fatto.
La musica c'è a prescindere da noi.
L'uomo è andato a cercarla per poter scrivere questa grandiosità, per poterla ripetere quando non c'è.
Perchè la musica, come tutta la bellezza, è una necessità.
Quindi la vera domanda non è 'cosa è la musica per me', ma 'cosa posso fare io per la musica'.

La musica ci aiuta a vivere. Ci fare stare bene. Ma non è una questione d'umore, la musica non è un corroborante di emozioni.
Chi scrive musica lo fa per trovare un legame con qualcosa che è meravigliosamente inspiegabile.
Infatti non esiste religione al mondo che non abbia la musica al suo fianco.
La musica cura i solchi della nostra anima, perchè ci dà un punto di accesso immediato alla nostra essenza.
Ci riconosciamo parte di quel disegno non controllabile, di quel mistero di cui già partecipiamo. (...)

La prima cosa di cui mi accorgo incontrando la gente, è che suonare ci rende più belli.
Ma non è un canone estetico, è una bellezza che esprime qualcosa di più profondo: 
una bellezza intoccabile. "

Riflessioni di Ezio Bosso, rilasciate in una intervista al mensile internazionale "Tracce", periodico ufficiale del movimento ecclesiale di Comunione e Liberazione, all'inizio del 2018.
Torinese, direttore d'orchestra, compositore e pianista, ci ha lasciati nel 2020, non ancora cinquantenne, combattendo fino all'ultimo contro un grave malattia neuro vegetativa.
Il grande pubblico lo ha potuto conoscere ed apprezzare come appassionato divulgatore della Grande Musica.
La sua sofferenza fisica, il suo limite nei movimenti era per lui la grande occasione per trasmettere tutta la forza dell'anelito popolare dell'arte musicale, tutta la bellezza che va oltre l'umano.

"Forse è il più famoso gospel di tutti i tempi: 'Amazing Grace', Grazia stupefacente, accecante, Grazia meravigliosa.
Echi biblici di figliol prodigo aleggiano sulla storia di queste parole e su quella melodia che un pò tutti conosciamo: c'è San Paolo che cade da cavallo, ci siamo noi, tutti noi che ci ritroviamo in quella luce di Grazia che ci tocca, che ci sfiora soltanto e tutto rinnova"

Walter Gatti, curatore del volume "Amazing Grace. Canzoni e storie di gospel, blues, soul & folk music", ci fa un pò da Virgilio nelle origini di questo brano.
"La sua storia è eccezionale e affonda le radici nel Settecento, quando mister John Newton, figlio di un ufficiale marittimo londinese, si imbarcò come mozzo alla tenera età di undici anni.
Rissoso, indisciplinato, violento, presto diserta, viene catturato e imbarcato a forza su una nave con destinazione Sierra Leone per il commercio di schiavi. (...)
E' il più volgare, violento e pericoloso marinaio del circondario (...) 
(Nel 1978) si trovò in mezzo ad una bufera di dimensioni ciclopiche.
Il blasfemo John disse al capitano: "Possa Dio avere pietà di noi"

Dopo lo scampato pericolo, riflettendo sulle sue stesse parole, cominciò una vita nuova: 
si sposò e per un certo periodo continuò a trafficare in schiavi, trattandoli, però, con sempre più umanità, finchè smise questa attività, certamente non edificante e si stabilì definitivamente a Liverpool, divenne un fedele alla Chiesa anglicana, diventando un famoso predicatore, grazie alla sua creatività nello scrivere inni e canzoni sacre, come, appunto, nel 1772, "Amazing Grace".
Questo gospel, nel 1835, ebbe definitivamente la versione che oggi noi tutti conosciamo, per merito di William Walker, compositore del South Carolina, ispirandosi ad un brano già esistente, "New Britain".

Più di cento anni dopo, nel 1947, "Amazing Grace" viene incisa dalla più grande cantante gospel di ogni tempo: Mahalia Jackson.
Da allora, questo brano avrà migliaia di interpreti e diventerà l'inno anti-militarista e pro diritti civili nelle contestazioni giovanili americane negli anni '60.
Tra le migliaia di versioni ci piace particolarmente quella di Elvis Presley.
Il re del rock'n roll, l'iniziatore a tutti gli effetti del movimento rock, scoprì la musica da ragazzino cantando i gospel delle chiese protestanti dell'America profonda e non rinnegò mai queste origini. 
Accompagnato di volta in volta da gruppi vocali, almeno all'inizio rigorosamente di pelle bianca, realizzò diversi album tutti dedicati agli inni gospel, in un periodo molto ampio, dal 1957 ai primi anni '70. Quindi non una semplice infatuazione giovanile, ma una conferma, nel corso della sua, pur relativamente breve, ma fondamentale carriera.

"Da piccolo ero un sognatore.
Leggevo i fumetti e diventavo l'eroe della storia.
Guardavo un film e diventavo il protagonista del film.
Ogni sogno che ho fatto si è avverato un centinaio di volte.
Ho imparato molto presto che senza una canzone il giorno non ha fine,
un uomo non ha radici, senza una canzone
la strada non ha curve, senza una canzone.
Per questo motivo io continuo a cantare."

Della versione di Elvis Presley di "Amazing Grace" ecco due "take" diverse, ma della stessa registrazione del 1971:
quella ufficiale, accompagnato dai "Nashville Edition", e una versione solista, dove si evidenzia la sua carica vocale.

"Grazia meravigliosa
com'è dolce quel suono
che ha salvato un derelitto come me.
Prima mi ero perso, ma ora mi sono ritrovato,
ero cieco, adesso invece ci vedo.

E' stata la Grazia ad insegnare
il timore di Dio al mio cuore.
e la Grazia ha sollevato le mie paure.
Quanto m apparve preziosa la Grazia
quell'ora i cu iniziai a credere per la prima volta.

Attraverso molti pericoli
travagli e insidie
sono già passato.
La Grazia mi ha condotto
in salvo fino a qui,
e la Grazia mi ricondurrà a casa.

Il Signore mi ha promesso il bene,
la Sua parola sostiene la mia speranza.
Egli mi sarà lamia difesa e la mia eredità
per tutta la durata della vita.

Si, quando questa carne
e questo cuore decadranno
e quando la vita mortale cesserà,
io entrerò in possesso, oltre il velo,
di una vita di gioia e di pace."








martedì 2 febbraio 2021

La donna cannone - Francesco De Gregori

"L'uomo è un essere narrante.
Fin da piccoli abbiamo fame di storie come abbiamo fame di cibo.
Che siano in forma di fiabe, di romanzi, di film, di canzoni, di notizie ..., la storie influenzano la nostra vita, anche se non ne siamo consapevoli.
Spesso decidiamo cosa sia giusto o sbagliato in base ai personaggi e alle storie che abbiamo assimilato.
I racconti ci segnano, plasmano la nostre convinzioni e i nostri comportamenti, possono aiutarci a capire e a dire chi siamo.
L'uomo non è solo l'unico essere che ha bisogno di abiti per coprire la propria vulnerabilità, ma è anche l'unico che ha bisogno di raccontarsi, di rivestirsi di storie per custodire la propria vita.
Non tessiamo solo abiti, ma anche racconti: infatti, la capacità umana di tessere conduce sia ai tessuti, sia ai testi.

Le storie di ogni tempo hanno un telaio comune: la strutture prevede degli eroi, anche quotidiani, che per inseguire un sogno affrontano situazioni difficili, combattono il male sospinti da una forza che li rende coraggiosi, quella dell'amore.
Immergendoci in storie, possiamo ritrovare motivazioni eroiche per affrontare le sfide della vita.
L'uomo è un essere narrante perchè è un essere in divenire, che si scopre e si arricchisce nelle trame dei suoi giorni. (...)
Non si tratta perciò di inseguire le logiche dello storytelling, nè di fare o farsi pubblicità, ma di fare memoria di ciò che siamo agli occhi di Dio, di testimoniare ciò che lo Spirito scrive nei cuori, di rivelare a ciascuno che la sua storia contiene meraviglie stupende."

E' uno stralcio dal Messaggio del Santo Padre Francesco per la 54ma Giornata mondiale delle comunicazioni sociali: "Perchè tu possa raccontare e fissare nella memoria" (Es 10,2). La vita si fa storia.       
24 Gennaio 2020, Memoria di San Francesco di Sales

"Un giorno mi capitò di leggere su un giornale un articolo a metà tra sociologia e folklore.
L'occhiello diceva più o meno così: 'Nei guai il circo di ..., e il titolo era: 'La donna cannone pianta tutti e se ne va ...'
Pensai che questa cosa potesse essere una canzone, ci attaccai un riff al pianoforte che da tempo mi perseguitava e tutto filò liscio."

Così Francesco De Gregori racconta la genesi di una delle sue canzoni più conosciute "La donna cannone".
1983: un anno dopo la pubblicazione del suo capolavoro "Titanic", il cantautore romano, incide un mini album, contenente tre canzoni e dei brani musicali per la colonna sonora di un film italiano.
"La donna cannone" si staglia in tutta la sua bellezza: composizione nel solco del melodramma italiano con un tocco "battistiano", gran lavoro al pianoforte di Mimmo Locasciulli (già all'opera in "Titanic")
apporto orchestrale di quella vecchia volpe di Renato Serio (un direttore d'orchestra che ha "svezzato" quasi tutta la schiera dei big canori tricolore) e ... voilà, ecco servito un piccolo gioiello, un evergreen del catalogo "degregoriano", e non solo suo.
Ma la grande intuizione musicale non basta, è lo spunto narrativo che rimane impresso.

"Chi si aspetterebbe tenerezza da una "donna cannone"?
Una donna che per definizione dovrebbe esserne l'antitesi! (...)
Nello struggimento di questa apparente contraddizione e inconciliabilità tra la dolce lievità del racconto e la figura di cui si narra, sta la grandezza di questo brano.
Come la donna cannone: una volta, l'ultima nella vita, volare non per far spettacolo, ma per volare per amore, volare verso l'infinito."
Nel libro "Cosa sarà. La ricerca del mistero nella canzone italiana", Maurizio "Riro" Maniscalco, grande esperto di blues americano e musicista a sua volta, introduce la canzone.

E' esattamente "lo struggimento del racconto" il tema in questione, il primato della narrazione.
Quello che scrive papa Francesco nel suo messaggio: il racconto aiuta a "rivelare a ciascuno che la sua storia contiene meraviglie stupende"

Intervistato dall' "Osservatore Romano", Francesco De Gregori va al fondo della riflessione papale:
"Forse si, una canzone può far bene, in un testo ci si può ritrovare e si possono ritrovare gli altri, che siano eroi oppure gente sconfitta.
Del resto aver letto o visto o ascoltato le stesse cose aiuta gli uomini a riconoscersi, crea un'intesa, un linguaggi condiviso in partenza. (...)
Un unico testo, come dice il Papa, avvolge l'uomo e coinvolge l'umanità.
Si, il Papa parla di racconti belli, racconti veri e buoni.
Forse è un modo di dire che debbano essere non solo belli esteticamente, ma avere a che fare concretamente, con la vita, essere capaci di trasformarla. (...)

L'arte abita nel dubbio che circonda l'esistenza, e nel tentativo sempre frustrato di penetrare il vero trova la sua consistenza, la sua forza consolatrice.
Perchè ci sentiamo fragili, ma intuiamo che nel vero non possono esserci nè cattiveria nè bruttezza.
per chi produce racconti, per chi tesse la trama sia del reale che dell'immaginario, per chi se ne lasca vestire ascoltando, leggendo, abitando una grande casa comune.
E' la verità che informa il lavoro dell'artista, se l'artista è un artista onesto (non necessariamente un 'grande artista')."
Più chiaro di così ...





lunedì 1 febbraio 2021

Everybody needs somebody to love - The Blues Brothers

"La parola 'laico' è un segno percettibile nella nostra lingua.
E' vero che l'udibile ci salta meno agli occhi del visibile, ed è per questo che il suono della parola 'laico' ci colpisce meno della visione di un crocifisso.
Eppure a chi lo sappia ascoltare, a chi lo sappia ricollocare nella sua prospettiva storica, è dato assistere
ad uno strano spettacolo: persone che brandiscono un crocifisso assicurandovi, per esempio, che si tratta di un martello o del segno dell'addizione; si esprimono con un tono degno dei prelati che più fanno la predica e vi spiegano che è per segnare una distanza, se non una neutralità, nei confronti delle religioni; inoltre hanno incessantemente in bocca un versetto del Vangelo, ma sono persuasi di intonare una solfa del loro credo. 
Cantano infatti che bisogna dare a Cesare quel che è di Cesare, e a Dio quel che è di Dio.
Promuovono Carte della Laicità senza rendersi conto che tale promozione è stata resa possibile solo da una eredità cristiana. (...)

Oggi siamo di fronte ad una crisi antropologica, davanti alla quale le nostre divisioni partigiane assomigliano a dispute da straccioni in piena eruzione vulcanica, e il paragone è molto debole.
All'estremo di questa crisi i più strenui difensori della laicità dovrebbero scoprire nei loro nemici di ieri gli alleati di oggi. (...)
Di fronte ai robot, Don Camillo e Peppone, Papa IX e Jules Ferry, sono della stessa famiglia.
Di fronte alla negazione dell'umano da parte dei fondamentalismi religioso e tecnologico, la battaglia della laicità diventerà sempre più vicina a quella della fede.
Infatti si tratterà di affermare che è meglio essere figlio prodigo che un superman programmato.
E come affermarlo con ardore se non avendo qualche rapporto di riconoscenza con la religione di quel Dio che si è fatto semplice falegname ebreo e che ha condotto la più umana e al contempo la più divina della vite, perdonando l'adultera, mangiando con le prostitute e i pubblicani, identificandosi con i malfattori, morendo e resuscitando per ritrovarsi ancora molto semplicemente con i suoi discepoli, attorno ad una tavola, a condividere il pane?"

Nato nel 1971 da genitori di origine ebraica, militanti maoisti e attivisti rivoluzionari nel "maggio francese" del 1968, il filosofo Fabrice Hadjadj, convertitosi al cattolicesimo alla fine degli anni novanta, dopo essere stato in gioventù ateo e anarchico, è oggi un punto di riferimento imprescindibile nelle indagini filosofiche del cristianesimo all'interno della società moderna, specialmente per quanto riguarda le sfide dell'etica sessuale e la vita della famiglia.
Di Hadjadj è il virgolettato di inizio post, estrapolato da un suo recente saggio sul valore della laicità cattolicamente intesa.
Come è nel suo stile, mai scontato e brillante, alla fine pone una questione molto interessante:
il rapporto del cristiano nella concreta e complicata quotidianità e con chi condividere la propria umanità.
Ma dove trovare questa tensione all'umano anche dove non te lo aspetteresti.

Nel 2010, a trent'anni dall'uscita sugli schermi cinematografici, "L'Osservatore Romano", ha pubblicò un articolo che in qualche maniera, ci sembra, si ricolleghi alle riflessioni di Hadjadj:     

"The Blues Brothers" è un film cattolico?
Gli indizi non mancano in un'opera dove i dettagli non sono certo casuali. (...)
Jake ed Elwood sono infatti cresciuti nell'orfanotrofio intitolato a Sant'Elena e alla Santa Sindone, governato dalla terribile e suo modo affettuosa Sister Mary Stigmata detta La Pinguina, e ora a rischio di sopravvivenza per cinquemila dollari di tasse non versate.
Ma per i due, piccoli ladruncoli, quella istituzione cattolica è tutta la loro famiglia (...) e decidono di salvarla ad ogni costo con i piccoli suoi ospiti.
Ma come farlo senza allontanarsi (troppo) dai valori trasmessi dalle suore e, nonostante qualche trasgressione, sempre ritenuti validi?
L'illuminazione arriva nella Chiesa Battista di Triple Rock e dove ascoltano un sermone del reverendo Cleophes James sulla necessità di no sprecare la propria vita.
Ed è proprio il religioso ad accorgersi del cambiamento di Jake (Tu hai visto la Luce!) che porterà i fratelli a ricostruire "la banda" per raccogliere i dollari necessari alla salvezza dell'orfanotrofio. (...)
E nulla antepongono alla "missione per conto di Dio".
Che alla fine riuscirà.
Consegnando alla storia del cinema e della musica un film memorabile.
Stando a fatti, cattolico"

Esagerati? Mah ...
Certo, una interpretazione che, a pensarci bene, ci può anche stare, aggiungendo come indizio, che i Fratelli Blues, nel racconto cinematografico, passano tutto il tempo a recuperare i loro amici musicisti, già accasati o con lavori sicuri, chiedendo loro di abbandonare tutte le loro sicurezze lavorative, mogli e figli, per seguirli in questa "missione per conto di Dio".
Cosa vi ricorda?

Vero è che nella realtà, la vita degli interpreti (almeno di uno, per quanto sappiamo) non era sicuramente esemplare.
John Belushi, attore geniale, abusava di alcool e stupefacenti, causando diversi problemi sul set del film.
Questa sua dipendenza sarà letale: morì pochissimi anni dopo nel 1982, all'età di 33 anni abbandonato in una camera di motel, dopo essersi fatto una overdose di cocaina ed eroina.
Il film "The Blues Brothers", tra momenti esilaranti di comicità surreale e inseguimenti memorabili, era ispirato alla band che realmente Aykroyd e Belushi avevano messo in piedi, quasi per scherzo, esibendosi nel famosissimo show televisivo americano "Saturday night live", un varietà dove, tutt'ora, la satira si incrocia con la musica rock.
Il repertorio consisteva nel recupero della grande tradizione del rythm'n blues degli anni '60, ri-arrangiato per il gusto delle nuove generazioni, (a quel tempo imperava la disco music),  dando una verniciatura funky a classici un pò dimenticati, avvalendosi della complicità dei più grandi musicisti interpreti del genere.

Il brano di punta del film è "Everybody needs somebody to love", già ai tempi un vecchio brano di Solomon Burke, un'icona del blues, anch'egli un personaggio strano, di una spiritualità molto particolare.
Il brano, nella sua semplicità e immediatezza racchiude l'atmosfera del film, che, forzandone un pò il significato, abbiamo voluto raccontare:

"Ognuno ha bisogno di qualcuno
ognuno ha bisogno di qualcuno da amare.
Ho bisogno di te, te, te."




La sua figura - Giuni Russo & Franco Battiato

da "C'è speranza? Il fascino della scoperta" di Juliàn Carròn "Abbiamo trovato il Messia. E' la notizia che attravers...