domenica 18 aprile 2021

Poster - Claudio Baglioni

"In 'Serotonina', opera dello scrittore francese Michel Houllebecq, ad un certo punto un personaggio dice: 'Non speravo niente, ero pienamente consapevole di non avere niente da sperare'.
Frase che potrebbe aver pronunciato chiunque sulla Terra, nell'ultimo anno, soprattutto nei momenti più oscuri. Niente speranza, tutto buio, il destino è il nulla.
Eppure subito dopo, il personaggio ritratto da Houllebecq fa capire che qualcosa in cui sperare, nascosto alla vista, c'è eccome.
Un desiderio? Un'incertezza? In ogni caso un moto di ribellione alla prospettiva del niente.
Il romanziere francese mi ha aiutato a sondare la misteriosa ferita dell'umanità contemporanea:
quando l'io non si sente più chiamato per nome dal reale e il mondo è visto come un peso fastidioso o addirittura come un nemico da neutralizzare, allora si rivela in maniera brutale, ma anche struggente, la radice dell'impasse, la rinuncia progressiva dell'io. (...)

C'è un problema nell'epoca in cui viviamo, di capire cosa sia la felicità?
L'uomo la cerca davvero nel mondo giusto?
La felicità è la pietra d'inciampo di ogni riduzionismo nichilistico.
Per quanto a pensare che questa sia impossibile per chi abita questa terra, non verremo tuttavia mai a capo del desiderio irriducibile della felicità. (...)
Ma oggi, per noi nichilisti, sembra che quel rapporto con l'infinito, staccato dal riconoscimento dell'altro che ci dona a noi stessi, si riduca sempre più a un'ossessione per il finito, alla ricerca spasmodica di produrre noi le condizioni della felicità, seguendo i modelli standard della cultura dominante o assumendo come destino l'irrazionalità del momento fortuito."

Sulle pagine del quotidiano "Il Foglio" di sabato 27 marzo 2021 il giornalista Matteo Matzuzzi colloquia con il filosofo Costantino Esposito in occasione della pubblicazione del libro di quest'ultimo
"Il nichilismo del nostro tempo. Una cronaca"
La "parolona" esprime semplicemente l'ostacolo all'atteggiamento umano nella ricerca della propria felicità, generato dalla perdita di ideali e di valori positivi nel rapporto con la realtà, dovuto alla mancanza, spesso alla negazione, dell'esistenza di un senso religioso come "bussola" esistenziale.
Con il risultato di una fuga dalla realtà dell'uomo stesso.

"Quando 'Poster' venne pubblicata (1975) era una canzone molto dura per quel tempo.
E' una canzone dove, come capita ovunque, si incontrano le stesse facce e le stesse storie;
gli stessi sogni e le stesse voglie.
Io pensavo, allora, che la fuga giovanile fosse l'unica salvezza da questa litania di giorni tutti uguali.
Fosse andare via, più lontano possibile, fuggire, mollare tutto quanto.
Oggi mi piace continuarla a cantare pensando che ci vuole più coraggio. che sia più difficile vivere una vita "tradizionale", quella della maggior parte degli uomini, che passano nel mondo e nessuno se ne accorge."

Così, Claudio Baglioni, introduce il brano "Poster" in un concerto all'inizio degli anni 2000.
Ritenuto, immeritatamente, per decenni, il cantautore dell'amore adolescenziale, l'artista romano, è onestamente cresciuto nella sua produzione discografica, in parallelo con la maturità d'uomo.
La sua sensibilità creativa e di osservazione, malinconicamente "gozzaniana", dei suoi primi anni di carriera, ha lasciato via via il posto ad una visione sempre più adulta della propria e altrui vicenda umana, aprendosi ad una speranza che si affidasse a "quel gancio in mezzo al cielo".
In una intervista televisiva del 1995, Baglioni afferma:
"Io penso di credere, sono nato nel mio bisogno di cercare, credo più nella ricerca che nel fatto che Dio esista, punto e basta.
Credo nei grandi momenti di dubbio, in cui non ci credo oppure penso che non stia facendo di tutto per crederci e anche che il mio comportamento non sia adeguato a questo bisogno di credere.
Penso di avere un sentimento religioso e confesso di avere avuto delle cadute, di essermi smarrito ma di non avere smarrito il senso religioso, quello c'è sempre, ma di avere perso la strada all'interno di questa direzione."

Senza ostentare patenti "filosofiche", "Poster" è una fotografia di una condizione "nichilista" della quotidianità, in cui l'unica arma di salvezza è la fuga dalla realtà, il desiderio astratto e impossibile da una frastornante e deprimente situazione.
Baglioni, si dichiara osservatore di tutto ciò:
"Che cosa si chiede ad un artista come me?
Non bisogna cadere nel tranello che tutti devono fare tutto.
Ci si chiede di essere vicino ai sentimenti delle persone, ai guai, alla nostra correttezza.
Noi scriviamo musica e testi, li interpretiamo, siamo dei giullari, non siamo assolutamente dei guaritori.
Chi ha detto per anni che la musica salverà il mondo ha detto una stupidaggine.
Io non faccio altro che raccontarlo."

Altro che cantastorie degli amori "adolescenti"!

Musicalmente, "Poster" è debitrice per tutta la strofa di un brano di origini brasiliane "Valsinha" di Vinicius e Chico Barque, con una apertura alla tradizione romana dello stornello.
La versione che proponiamo è quella "live" del concerto a sfondo benefico che Baglioni tenne con orchestra e coro nella vaticana "Sala Nervi" nel 2017.   





mercoledì 14 aprile 2021

I shall be released - Bob Dylan & Joan Baez

"Liberati dal giogo del male,
battezzati nell'acqua profonda,
noi giungiamo alla terra di prova,
dove i cuori saran resi puri.
(...)
Tu sei l'acqua che sgorga dal sasso,
sei la manna che sazia le fame,
sei la nube che guida il cammino
e sei legge che illumina i cuori.

Su Te, roccia che t'alzi fra noi,
troveremo difesa ed appoggio;
e berremo alla fonte di vita,
che ci lava dai nostri peccati"
(...)

Sono alcuni versetti dall' Inno dei Vespri del Tempo di Quaresima delle Trappiste di Vitorchiano.

Mons. Luigi Giussani, nel libro "Tutta la terra desidera il Tuo volto" così lo commenta:
"Il giogo del male è la prigionia, la strettoia in cui l'istintività e il nostro progetto ci schiacciano dentro le cose, così come ce le fanno percepire e apparire.
L'istinto, il progetto nostro e l'immagine nostra delle cose ci trattengono dentro il rapporto con le cose come dentro una prigione: non è puro il nostro possesso, ci stringe e soffoca, invece di essere aperto e libero.
Tutto l'Inno si svolge sul fatto che questo sacrificio è come un cammino che si impara nel tempo, attraverso le prove. (...)
Perciò tutto il tratto del cammino di sacrificio, la condizione di sacrificio, che è la vita, non toglie la letizia: la conferma, la fa nascere, perché è nella verità che la letizia nasce e si alimenta.
Infatti, questa strada ci guida all'esodo definitivo, all'uscita definitiva dalla prigione del limite:
'alla gioia profonda di Pasqua'. (...)

La liberazione dal 'giogo del male' non è il termine di una lotta che noi compiamo, ma una Presenza che improvvisamente si pone di fronte ai nostri occhi.
Tutto quanto il valore della nostra esistenza sta nello spalancare le braccia, nell'abbracciarla:
sta nel riconoscimento che ci immerge nel Mistero. (...)
Noi siamo peccatori e la morte di Cristo ci salva.
La morte di Cristo fa diventare bene qualsiasi nostro passato, ma il nostro passato è pieno d'ombra che si chiama peccato. Ed è la morte di Cristo che si salva.
'Che ci salva' significa che l'ora (...) è totalmente cambiata dall'abbraccio e dall'accettazione che noi facciamo di Cristo in croce. (...)
'Dio onnipotente, guarda all'umanità sfinita per la sua debolezza mortale, e fa' che riprenda vita per la passione del Tuo unico Figlio' (Liturgia ambrosiana delle Lodi del Lunedì Santo)
E' qui dove arriva Dio, facendosi uomo;
è nel territorio della sfinitezza della nostra umanità dovuta alla sua debolezza mortale.
Ma bisogna sentire questa sfinitezza, per accorgersi dell'urto grande di Dio che diventa uomo e che viene tra noi."

"Da quando ho ascoltato questa canzone per la prima volta, ero alle scuole superiori, l'ho sentita come una delle 'mie canzoni' più care.
Dietro 'I shall be released' c'è Bob Dylan.
Dietro questo titolo c'è la qualità della sua scrittura, delle sue visioni, del suo senso dell'umano. (...)
Questa canzone è uno di quegli squarci di realtà che mi hanno permesso di provare ad essere me stesso.
Che diceva Kafka? 'In ogni momento voglio essere pronto per la salvezza'
Il senso di attesa del Dylan cantautore, dalle radici profondamente ebree, si fa qui, estremo. (...)
Ho sempre preferito guardarmi alla luce di 'da un giorno all'altro sarò liberato', perché ho sempre pensato che non ci si libera da soli: la forza di volontà e le buone intenzioni, le ottime idee e le fantastiche trovate del migliore degli affetti non salvano nessuno."

E' una bellissima introduzione a "I shall be released", una specie di confessione, scritta dal cronista musicale Walter Gatti, nel libro da lui curato "Help. Il grido del rock". 

Questo gioiello musicale di Bob Dylan, del 1968, ha una complessa paternità di pubblicazione e interpretazione:
è contenuto nel primo album capolavoro di The Band, "Music from the Big Pink".
Il gruppo canadese, icona del rock debitore della tradizione "roots", che affondava le radici nella musica dell'America profonda e contadina, proprio quando il movimento di Woodstock virava verso la psichedelia, fu partner per una decina d'anni del menestrello di Duluth.
Insieme progettarono i "Basement tapes", un vero laboratorio musicale anti-moderno, nel quale confluì anche "I shall be released", che dieci anni dopo ebbe il compito di chiudere una stagione artistica e umana, cantata dai protagonisti di un'epoca di speranze e utopie nella reunion generale di "The last waltz" che coincise con il canto del cigno della stessa "Band".

Espressione esplicita dei riferimenti biblici, usati a piene mani, nelle composizioni di Bob Dylan, il brano, con forti tinte gospel, conferma "con solidi fondamenti biblici il tema della liberazione in senso spirituale, e non solo, come si potrebbe credere, in senso politico e giudiziario. (...)
La vera liberazione dell'uomo, per San Paolo (a cui fa riferimento Dylan  n.d.r.) è la sua risurrezione (...)
Il prigioniero che è il soggetto parlante della canzone di Dylan parla della propria liberazione, al di sopra di un muro che non è solo quello del carcere materiale, in cui in senso letterale è rinchiuso, ma anche, secondo il senso spirituale, un simbolo dei limiti in cui è costretta l'esistenza umana del mondo."
(Il virgolettato è tratto dal primo volume, dell'imponente opera critica di Renato Giovannoli, "La Bibbia di Bob Dylan, ed. Ancora)
Quindi non riteniamo sia "una forzatura" lo spunto iniziale dell'Inno quaresimale e il successivo commento di Mons. Giussani.

VERRO' LIBERATO
"Dicono che tutto può essere sostituito
e tuttavia ogni distanza non è vicina.
Così ricordo ogni volto
di ogni uomo che mi ha messo qui.
Vedo la mia luce che splende da ovest ad est.
Da un momento all'altro, 
sarò liberato

Dicono che tutti hanno bisogno di protezione
e dicono che tutti devono cadere,
e tuttavia giuro che vedo il mio riflesso
da qualche parte al di là di questo muro.
Vedo la mia luce che splende da ovest ad est
Da un momento all'altro sarò liberato

Accanto a me, in quella folla solitaria
c'è un uomo che giura che non ha colpe.
Tutto il giorno lo sento gridare
e supplicare che lo hanno incastrato.
Vedo la mia luce che splende da ovest ad est.
Da un momento all'altro , sarò liberato" 

La versione, delle tante di questo brano, proposta qui, è tratta dalla leggendaria carovana "live" organizzata da Dylan, nel periodo 1975/76: The Rolling Thunder Revue".
In coppia con Joan Baez!




martedì 13 aprile 2021

Atto di fede - Ligabue

"Immergerci oggi, con tutta la nostra umanità, nell'abisso di misericordia del Crocifisso Risorto genera speranza.
Una speranza solidale perché sgorga dalla solidarietà del Figlio di Dio con l'uomo.
Eppure, spesso, oggi, molti di noi faticano a riconoscerLo, come duemila anni fa i due discepoli di Emmaus (...)
Percossi dalla trama straordinaria di episodi legati a Gesù di Nazareth, ne discorriamo.
Vi dedichiamo tempo ed energia. Ne analizziamo ogni particolare.
Ma a tema della riflessione o del dialogo ci sono più le reazioni che questi fatti hanno provocato in noi,
che l'evento in sé, con il suo oggettivo significato.
Come i due, continuiamo, forse, a rielaborarne i dati. Ne parliamo con chi ci sta vicino.
Forse la nostra fede è venata di delusione o smarrita come lo era la loro per il mancato lieto fine. (...)

Perché l'uomo non sembra migliorare? (...) Dov'è la giustizia, dov'è la pace? (...)
Sognavamo la pace come la possibilità di serena convivenza tra i popoli, come fioritura di scambi tra uomini diversi, eppure uni nell'umana dignità di appartenenza alla stessa stirpe.
Invece l'odio e la guerra, la miseria ingiusta, la volontà di potenza e il dominio del forte sul debole sembrano avere la meglio. (...)
Non facciamo forse lo stesso anche con le bellezze naturali o artistiche?
Spesso non siamo più capaci di coglierle per quelle che sono:
il segno del mistero vivo e palpitante che si comunica restando velato, perché solo così rivela il suo amore per noi.
Ci ama solo chi chiama la nostra libertà a coinvolgersi: la verità, infatti, non sarebbe tale se temesse di perdere la propria assolutezza esponendosi al gioco della libertà finita.
Gesù Cristo, la verità vivente e personale, ha accettato di offrirsi al rifiuto della libertà dell'uomo!
Gesù Cristo, quindi il cristiano, raggiunge gli spazi più estremi dell'umano.
Per questo il mistero è sempre vicino.
E' meno di un millimetro, persino, dal cuore dell'ateo più ostinato."

Sono alcuni passaggi, indegnamente scelti, da un profondo saggio del card. Angelo Scola, arcivescovo emerito di Milano, dal titolo "La fatica di vedere Cristo" e pubblicato sulle pagine de "Il Foglio" di sabato 3 aprile 2021, vigilia di Pasqua.

"Credo in una forma personale di buon senso che mi piacerebbe fosse utilizzata da tutti: capire cioè i valori che davvero contano.
Mi dà fastidio l'indifferenza, la rassegnazione.
In maniera personale, non proprio cattolica, credo nel Padre Eterno.
Sento forte il bisogno di un confidente al di là di questo mondo mortale.
Forse assomiglia molto a Gesù Cristo, del resto non riuscirei a dargli un'altra faccia.
Spero solo che trovi un momento anche per me."

Nato nella provincia di Reggio Emilia nel 1960, Luciano Ligabue, è considerato uno dei paladini del rock italiano. Arrivato sulla scena discografica poco più di una decina d'anni dall'esordio di una altro rocker tricolore (guarda caso della stessa terra d'origine) Vasco Rossi, "il Liga" si impone subito all'attenzione del pubblico più giovane per una vena sincera che dà voce alle inquietudini adolescenziali, in maniera forse meno trasgressiva e disperata del "Blasco" (almeno del suo primo periodo, quello della "Vita spericolata"), accompagnando i suoi testi con chitarre e tastiere che si ispirano al rock inglese dei '70, certo non particolarmente innovative, valorizzate nella dimensione "live" in concerti sempre più oceanici, alternate sapientemente a popolari "ballads", capaci di intercettare un pubblico più eterogeneo.

Nella narrazione degli amori e nei rapporti problematici dei giovani, spuntano spesso le domande e le  faticose relazioni sul tema religioso, una sfida costante al formalismo dottrinale cattolico, come se tutto il problema della fede fosse ridotto a questo continuo duello.
Un'inquietudine che si intuisce nella risposta a Giampaolo Mattei nel libro "Anima mia", segnalata poco sopra nel post, ma che non si placa, col passare degli anni.
Nel 2010, (vent'anni dopo la precedente affermazione) commentando il senso di "Atto di fede", contenuta nell'album "Arrivederci, mostro!, Ligabue afferma:
"Lo so, perché l'ho verificato: avere fiducia nella vita permette alla vita stessa di essere più degna di essere vissuta. Anche se quell'atto di fede nei confronti dell'universo non è così facile.
Fra le convinzioni che ho c'è ancora quella per cui  si raccoglie ciò che si semina.
Ho una forte componente spirituale e credo moltissimo nel bisogno di credere."
(da "La vita non è in rima")

"Atto di fede" ha un testo più maturo, rispetto, per esempio, ad un altro brano di qualche decennio prima del rocker, (stiamo parlando di "Hai un momento Dio?): c'è un atteggiamento positivo verso la realtà, la guerra, ma anche "una meraviglia che ti spacca il cuore", oppure "ho visto in sala parto la potenza delle cose, l'arrendersi serenamente a ciò che "è tutto scritto ed è qui dentro".
Ma soprattutto il non censurare la domanda ultima: "Tu che cosa vedi? C'è ancora un orizzonte lì con te?" 
E ritornano in mente le parole del card. Scola:
"Cristo raggiunge gli spazi più estremi dell'umano.
Per questo il mistero è sempre vicino.
E' meno di un millimetro, persino, dal cuore dell'ateo più ostinato."

La versione di "Atto di fede" che proponiamo è nella versione acustica che Ligabue ha ricantato, come tutto il resto del cd "Arrivederci, mostro", versione che lo ha portato a vincere il prestigioso "Premio Tenco" nel 2011.   
 



Wake up dead man - U2

"O Dio vieni a salvarmi! Signore vieni presto in mio aiuto!
Questo grido non può nascere che nella coscienza di quello che siamo: cerchiamo il Suo volto, il Tuo volto, Dio d'Israele, il volto vero delle cose, in questa apparenza che finisce nella polvere, nella cenere, nella putredine della morte: noi cerchiamo il volto di Colui che rende tutte le cose nella loro verità e perciò rende tutte le cose permanenti e belle, utili e buone.

Ma io annego nella distrazione.
L'istante dopo che ho detto: 'Vieni con me', io ti tradisco; il momento dopo lo stupore, l'essere pieno di stupore di fronte alla verità delle cose (...) io commetto un errore, sono come un poveraccio. (...)
Quanta tentazione di vergogna! Tentazione, perché la vergogna è come le sabbie mobili che ti mangiano;
quanta tentazione di vergogna, per il tradimento che si traduce in una meschinità sempre più visibile man mano che il tempo va avanti, per una menzogna covata che protegge dentro di sé oper e intenzioni e perfino progetti perfettamente contraddittori a quello che diciamo di aver detto di si. (...)
E' qui che comincia l'apologia del messaggio cristiano, la difesa, la grande difesa della realtà cristiana, l'inizio della grande evidenza che non c'è verità se non là dove è la parola Cristo: per poter dire 'O Dio, vieni a salvarmi', c'è bisogno della tua libertà (...)
per essere coscienti di quello che attraversa tutto, dell'annuncio che attraversa tutta la storia, la prima condizione è essere liberi, è la libertà."
(da "Tutta la terra desidera il Tuo volto" di Luigi Giussani  ed. San Paolo)

"Chi è Gesù? Questa domanda è cruciale per ogni cristiano, ma non ce la possiamo cavare dicendo che era un grande filosofo, un intellettuale.
Perché quell'uomo è andato in giro dicendo che era il Figlio di Dio e per questo è stato crocifisso.
O è Figlio di Dio oppure si tratta di un folle, e sinceramente faccio fatica a spiegarmi milioni e milioni di vite di mezzo mondo che per duemila anni sono state toccate, mosse da un pazzo.
Io credo che Cristo sia divino e che sia risorto dai morti."

Così, nel 2014, in una intervista ad un programma televisivo irlandese, si esprime Paul David Hewson, nome d'arte Bono Vox, il front man dei celebrati U2.
52 minuti di intervista in cui l'artista rock a mò di confermo di quanto già dichiarato, aggiunge:
"I miracoli non sono un problema per me! Ci vivo in mezzo. E uno di questi miracoli sono io"

Bono, è un uomo già ultracinquantenne, leader di un gruppo, che partendo dalle terre irlandesi da più di trent'anni è protagonista della scena rock, unendo punk, pop e gospel in una miscela esplosiva, non solo musicale ma corroborata dalla scelta di testi spesso impegnati, dalla denuncia dell'uso della guerra come risoluzione dei conflitti regionali (loro che ne hanno vissuto uno molto da vicino) fino a testi profondamente religiosi, in una appassionata ricerca di una via di adesione all'avvenimento cristiano, se pur a mille contraddizioni, tipiche della generazione cresciuta nel ribollire dei movimenti giovanili a partire dagli anni utopistici della contestazione.

L'album "Pop", del 1997 in cui è inserita "Wake up dead man" è per Bono & soci, un album di transizione, un ponte tra il boom dei primo decennio che li ha visti sbarcare in America, alla scoperta personale dei miti originari della loro musica: da Dylan a Springsteen, da B.B.King ai gruppi spiritual:
tra lotta per diritti civili e tensioni religiose.
E' un occasione per rendere il loro modo di suonare e comporre su atmosfere più "classiche", ispirate alla fonte del rock americano.
Ma il ritorno a casa, non li impigrisce e ripartendo dal suono più europeo, sperimentano sempre più gli arrangiamenti elettronici, fino, appunto all'album "Pop", in cui questa "deriva" è spinta al massimo, ma non soddisfa né i fans, e neanche loro stessi:
"Pop non venne mai finito: è la più costosa seduta di registrazione nella storia della musica.
Però è un disco pieno di discussioni con Dio: è la sua più grande apparizione in un album degli U2 dai tempi di 'October' (uno dei loro primi album  n.d.r.)" dirà Bono alla sua pubblicazione.

E' proprio da questo album "imperfetto" e "irrisolto" che si staglia la preghiera più accorata, il grido più sincero di aiuto verso Dio, mai composto da Bono.
Come scrive Walter Gatti in "Help! Il grido del rock":
"E' una canzone stupenda e dolente. Un andamento lento e affranto, sia nei ritmi che nelle soluzioni vocali tesse una tela leggere di prostrazione: è la domanda dell'uomo al Figlio."
E forse, non è un caso, che sia posto alla fine del disco, quasi come un sigillo: la versione "moderna" dell'invocazione biblica: O Dio vieni a salvarmi! Signore vieni presto in mio aiuto!

ALZATI E CAMMINA

"Gesù, Gesù aiutami
sono solo al mondo
che è anche un mondo del cazzo
Raccontami, raccontami la storia,
quella dell'eternità
e di come tutto andrà

Alzati e cammina

Gesù , sono qui che aspetto, capo.
Lo so che ci stai guardando
ma forse non hai le mani libere
Tuo Padre ha fatto il mondo in sette giorni,
comanda in Paradiso:
puoi mettere una buona parola per me?

Alzati e cammina

Ascolta le parole, ti diranno cosa fare.
Ascolta il ritmo che ti sta confondendo
Ascolta il brusìo della radio
Ascolta il traffico e la circolazione
Ascolta come speranza e pace cerchino d fare rima
Ascolta la musica suonare fuori tempo

Alzati, alzati e cammina

Gesù, eri per caso dietro l'angolo?
Stai lavorando a qualcosa di nuovo?
Se ci fosse un ordine in tutto questo disordine!
Basterebbe riavvolgere il nastro per un'altra volta?

Alzati, alzati e cammina"




lunedì 12 aprile 2021

Il viaggio - Claudio Chieffo

"Le donne pensavano di trovare la salma da ungere, invece hanno trovato una tomba vuota.
Erano andate a piangere un morto, invece hanno ascoltato un annuncio di vita. (...)
E' la meraviglia di ascoltare quelle parole 'Non abbiate paura! Voi cercate Gesù Nazareno, il crocifisso.
E' risorto!'.
E poi quell'invito: 'Egli vi precede in Galilea, là lo vedrete'.
Accogliamo anche noi questo invito (...) andiamo in Galilea (...).
Ma cosa significa 'andare in Galilea?
Andare in Galilea significa, anzitutto, ricominciare.
Per i discepoli è ritornare nel luogo dove per la prima volta il Signore li ha cercati e li ha chiamati a seguirlo. E' il luogo del primo incontro e il luogo del primo amore. (...)
In questa Galilea impariamo lo stupore dell'amore infinito del Signore, che traccia sentieri nuovi dentro le strade delle nostre sconfitte. (...)
Ricominciamo, dice, vi voglio nuovamente con me, nonostante e oltre tutti i fallimenti. (...)

Andare in Galilea, significa 'percorrere vie nuove'
E' muoversi nella direzione contraria al sepolcro. (...)
Andare in Galilea significa imparare che la fede, per essere viva, deve rimettersi in strada. (...)
Ecco, allora, (...) Gesù, il Risorto, ci ama senza confini e visita ogni nostra situazione di vita.
Egli ha piantato la sua presenza nel cuore del mondo e invita anche noi a superare le barriere. (...)
Riconosciamolo presente nelle nostre Galilee, nella vita di tutti i giorni.
Con Lui la vita cambierà.
Perché oltre tutte le sconfitte, il male e la violenza, oltre ogni sofferenza e oltre la morte, il Risorto vive
il Risorto conduce la storia."

Sono brani tratti dall'omelia della Veglia Pasquale celebrata da papa Francesco, nella Basilica di San Pietro, Sabato Santo, 3 aprile 2021. 

"E' lo stupore, quindi, l'atteggiamento per diventare grandi e questo stupore non si misura, bisogna che ci sia. Bisogna rimettersi in ogni momento così, e se uno lo volesse farlo per conto suo non potrebbe farlo.
Ma quello che accade fa venire questo atteggiamento e ti viene voglia di ricominciare.
Ogni giorno.
Quasi che la vita fosse un grande viaggio."

Così Claudio Chieffo, introduceva la sua canzone "Il viaggio" a Forlì, nella sua Forlì, il 30 dicembre 1995, in un concerto al Teatro Testori.
Una documentazione pubblicata in un prezioso cofanetto antologico (due cd con inediti dal vivo e un dvd di immagine rare) pubblicato nel 2017, a dieci anni dalla sua scomparsa: "A tutti parlo di Te". Sottotitolo: "In viaggio con Claudio Chieffo".
La categoria del "viaggio", di un luogo concreto dove approdare, in questo suo brano particolare - dove si abbandona una semplicità compositiva (strofa/ritornello) e ci si inerpica su una struttura musicale che comprende, caso forse unico nel catalogo di Chieffo, quello che si definisce un "bridge" (ponte) - è ancora l'elemento fondante di tutta la produzione artistica del cantastorie forlivese.
Un viaggio nel quale la fede è motore e impeto convinto, che guida nella direzione desiderata ad un Destino comune.
Quella Galilea così bene svelata dalle parole, in apertura di questo post, di papa Francesco. 




sabato 3 aprile 2021

The rising - Bruce Springsteen

"Cosa innerva, cosa spinge e tende la vita dell'uomo se non la speranza?
E in cosa consiste quest'infinita, straziante, incolmabile speranza se non nel raggiungere il senso, la ragione e il significato dell'esistenza medesima, cioè a dire la verità prima e ultima, la sua verità inamovibile e assoluta, insomma, la sua verità eterna?
Tutta la storia dell'uomo, ove pure si presenti in forme distorte e blasfeme, s'è mossa e si muove su quest'asse e in questa direzione;
e se precipita nell'abisso, è solo perché s'affatica ad andare contro se stessa e tenta, senza esiti che non siano disastri, di mutare l'immutabilità di quella direzione.
Il destino dell'uomo è la speranza.
Ma questa speranza, che è la verità, che è Dio, che è la nostra comunione in Lui , passa, si attua e si concretizza solo nella storia.

Da qui la sacra fatalità, il sacro destino del dolore; il dolore d'essere limitati per una tensione che mira invece all'illimite. (...)
Da qui, ancora, la sacra fatalità, il sacro destino della 'via crucis' per ogni uomo;
ancorché l'uomo voglia chiamarla diversamente o pensi di potervisi sottrarre. (...)
La festa di oggi, la luce che è la Pasqua, la folgorazione immensa che è la Resurrezione, sono la speranza raggiunta, la speranza esplosa, la speranza che ha incenerito in sé i limiti della storia e insieme, l'ha riconciliata all'eternità di Dio. (...)
Dopo la Passione di Cristo e dopo la sua Resurrezione, il dolore dell'uomo non è più un dolore cieco, un dolore muto, un dolore demente, folle e disperato;
bensì un dolore che conduce l'uomo nel grembo stesso della speranza (...)
E', dunque un dolore santo, un dolore attivo, anche storicamente, anche socialmente: un dolore, ecco, felice.
Se è vero, ed è vero, che la felicità dell'uomo risiede nel riposare all'interno della sua verità."

Era il 15 aprile 1979, il giorno della Pasqua di quell'anno, quando sulla prima pagina del Corriere della Sera, lo scrittore saggista Giovanni Testori, editorialista prestigioso del quotidiano milanese, pubblicava le sue riflessioni, sotto il titolo "La luce della Pasqua", sul senso di questa festa cristiana.

"Con 'The rising' volevo descrivere le immagini più drammatiche di quel giorno, l'11 Settembre 2001, l'attacco alle Twin Towers di New York.
Alla tv la gente che era uscita dal World Trade Center parlava di tutti quei soccorritori che invece entravano in quell'inferno per salvare vite umane, e mi è rimasta quell'immagine: quegli uomini che salivano le scale stavano salendo in un grattacielo in fiamme, o forse nell'aldilà."

"The rising" ("il" rialzarsi, "il" sollevarsi, "il" risorgere) è un album fondamentale per la carriera e il percorso umano di Bruce Springsteen.
Già riconosciuto cantore rock della "working class" americana, diventa con questa specie di "instant record" il cantore di quell'America attonita ed impaurita davanti all' avvenimento spaventoso e "condiviso" in diretta televisiva mondiale dell'attentato contro le Torri Gemelle newyorchesi.
Nella sua cifra creativa, da quei giorni, vivrà sottotraccia questo dramma comunitario e personale, che lo porterà, anche con l'approssimarsi degli anni della "terza età", ad esternare, attraverso le canzoni, le sue riflessioni sui rapporti familiari e una tensione religiosa sempre più urgente, fino ad arrivare alla lunga tournee teatrale di Broadway, all'album concerto "Western stars" e al recente cd "Letter to you".

Nel gennaio 2021, testimonial in uno spot della "Jeep", durante l'evento sportivo dell'anno americano del "Super Bowl", davanti a decine di milioni di spettatori, mentre sullo schermo apparivano un piccolo pulpito, una croce di legno adagiata su una bandiera stelle e strisce in una piccola chiesetta, Springsteen ha affermato:
"Il centro è stato un posto difficile da raggiungere (...) tra la nostra libertà e la nostra paura.
Ora, la paura non è mai stata la parte migliore di ciò che siamo.
Quanto alla libertà, non è proprietà di pochi fortunati, appartiene a tutti noi.
Chiunque tu sia, ovunque tu sia.
E' ciò che ci collega, e abbiamo bisogno di questa connessione.
Abbiamo bisogno del Centro, 'the middle'. 
In questo mondo, il mondo di Dio, nessuna verità infallibile risiede in un solo uomo.
C'è solo una verità, la verità di Dio, ed è una verità di profonda indagine, umiltà di fronte ai fatti, ed è fondata sulla fede, sull'amore e sul rispetto per i propri vicini e il proprio paese.
Preghiamo tutti Dio di avere la forza di vedere chiaramente con la nostra mente, il cuore e gli occhi, e che possiamo mantenere alta la nostra fede, umilmente e al servizio del nostro paese e della verità."

Molto americano, d'accordo, ma come scrive il giornalista Paolo Vites sul sito online "Il sussidiario", citando Luca Miele nel suo libro "Il Vangelo secondo Springsteen":
"La salvezza cantata da Springsteen, è inclusiva, chiama tutti, interpella tutti, accoglie tutti.
E' il qui e ora, è la trama (umana) dei giorni."

"The rising" è quel rock in debito con il gospel con il classico finale "call and response" degli inni sacri dell'America profonda.
E il testo che trasporta la musica verso la preghiera, ad una invocazione, ad una domanda accorata di resurrezione tra dolore e speranza, proprio come la Pasqua evocata da Testori, è la ricerca ... e chissà è l'affermazione del Centro, quella Pietra che i costruttori hanno scartato, che ora è angolare.

SOLLEVARSI

Non vedo niente davanti a me
non vedo niente che arriva da dietro
mi faccio strada in questo buio
non sento altro che le mie catene
ho perso il conto di quanto ho camminato
di quanto sono andato lontano
di quanto sono salito in alto
sulla schiena ho una pietra da sessanta libbre
sulla spalla un cavo da mezzo miglio.

Sollevati quando è il momento
sollevati, metti le mani nelle mie

Sono uscito di casa stamattina
il suono delle campane riempiva l'aria
portavo la croce della mia vocazione
su ruote di fuoco sono arrivato quaggiù
Ci sono spiriti sopra e dietro di me
facce diventate nere
occhi che bruciano e splendono,
che il loro sangue prezioso mi leghi.
Signore quando sarò di fronte alla tua luce ardente.

Ti vedo Maria nel giardino,
nel giardino dei mille sospiri.
Ci sono immagini sacre dei tuoi figli
che danzano in un cielo pieno di luce.
Vorrei sentire le tue braccia attorno a me,
vorrei sentire il tuo sangue mescolarsi al mio.

Cielo d tenebra e dolore
(un sogno di vita)
Cielo d'amore, cielo di lacrime
(un sogno di vita)
Cielo di gloria e di tristezza
(un sogno di vita)
Cielo di misericordia, cielo di paura
(un sogno di vita)
Cielo di memoria e ombra
(un sogno di vita)
Il tuo vento ardente
mi riempie le braccia stasera.
Cielo di nostalgia e vuoto
(un sogno di vita)
Cielo di pienezza, cielo di vita benedetta.

Sollevati quando è il momento
sollevati, metti le mani nelle mie,
sollevati quando ci solleveremo stanotte."

Vi proponiamo due versioni "live" di "The rising":
quella originale con la potenza di fuoco della E-Street Band
e una acustica in solitario del "Boss", in cui le parole acquistano maggior profondità.









giovedì 1 aprile 2021

Voi ch'amate lo Criatore - Mina

"Si hanno dei dolori con i figli.
Li si alleva e poi dopo.
Lei sentiva tutto quello che avveniva nel suo corpo.
Soprattutto la sofferenza.
I figli non vi danno che tormento.
Tutto quello che c'era nel suo corpo.
Lei sentiva il corpo di lui come il suo.
Era una madre.
Era una madre.
Sua madre delle opere dello Spirito e sua madre carnale.
Sua madre nutrice.
Aveva anche un crampo.
Aveva soprattutto un crampo.
Una crampo spaventoso.
A causa di quella posizione.
Di restare sempre nella posizione.
Lei lo sentiva.
Di essere forzato ad essere in quella tremenda posizione.
Un crampo di tutto il corpo.
E tutto il peso del suo corpo gravava sulle sue Quattro piaghe.
Aveva dei crampi.
lei sapeva quanto soffriva.
Lei sentiva bene quanto male aveva.
Lei aveva male alla sua testa e al suo fianco e alle sua Quattro Piaghe.
E lui in se stesso diceva: Ecco mia madre. Che cosa ne ho fatto.
Ecco cosa ho fatto di mia madre.
Quella povera vecchia."

L'8 maggio 1909 Charles Péguy sfila con il suo reggimento davanti alla statua di Giovanna d'Arco a Orléans. E' la scintilla.
Decide di riscrivere il dramma "Giovanna d'Arco", già composto nel 1897, e di farne una serie di Misteri che verranno rappresentati ogni anno.
Anzitutto il Dramma diviene Mistero: da una parte evoca gli antichi misteri rappresentati un tempo sulla soglia delle cattedrali, dall'altra è un atto di fede: il dramma universale del male nel mondo appartiene al Mistero di Dio e ne riceve la dimensione spirituale, essendo il segno stesso della Carità.

Scrittore, saggista, graduato nell'esercito francese nel reggimento fanteria (cadrà in battaglia colpito da una pallottola in fronte durante la Prima Guerra Mondiale nel 1914), nasce ad Orléans nel 1873. Attivista politico socialista, è trentenne  quando dichiara di aver ritrovato la fede cattolica e lo testimonia scrivendo diversi testi in bilico tra prosa e poesia.
Il brano citato descrive con il suo particolare stile narrativo il dramma di Maria, durante le ore della Passione di suo Figlio, Gesù.
Scrive il filosofo Massimo Cacciari nel suo pregevolissimo saggio "Generare Dio":
"Ecco la perfetta 'martire': Ella c'era, era presente. Lei lo testimonia.
Questo è il suo martirio."

"L'idea di questo disco è nata dopo l'ascolto di alcuni brani della tradizione cristiana che io , un po' casualmente, ho proposto a Mina, esattamente come un amico propone ciò che si scopre bello. (...)
Lei da subito è rimasta profondamente colpita e la sua reazione ha stupito me, perché sapevo di sottoporre questi brani al giudizio e alla valutazione di una donna dalla grande consapevolezza artistica e musicale.
Tutto è nato, in fondo, dall'incontro di una grande cantante, con la tradizione che l'ha preceduta, dal suo accostamento in modo molto naturale, come accade in un rapporto, con la produzione musicale cristiana."
Questa la genesi del disco di Mina "Dalla terra" pubblicato nell'ottobre 2000 e presentato in anteprima al Centro Culturale di Milano dall'ispiratore del lavoro discografico Luigi Nava, insegnante di religione e amico di lunga data della cantante cremonese.
Parole documentate dal mensile "Tracce", il mensile del movimento ecclesiale Comunione e Liberazione.
"E' stato un lavoro affascinante perché c'è in Mina una capacità di comprensione molto forte dell'aspetto musicale. (...)
Quando sono iniziate le prime prove, Mina mi faceva sentire tutto, per saper anche il mio parere.
Ha sempre voluto verificare l'esattezza della pronuncia e la correttezza della scansione nei canti gregoriani, perché desiderava un rigore musicale.
Tra i primi brani che ha eseguito c'è "Voi ch'amate il Criatore", tratto dal "Laudario di Cortona" del XIII secolo. Quando le ho fatto ascoltare la lauda per la prima volta si è commossa.
E' rimasta così colpita, immedesimandosi con l'umanità dolente di questa madre di fronte al figlio morto."

La lauda è un genere poetico-musicale in volgare che si sviluppò soprattutto in Toscana e in Umbria durante il secolo XIII, come espressione della devozione spirituale praticata da confraternite laiche.
Il "Laudario di Cortona" è il testimone più antico della lauda monodica.
La "versione" di Mina è una interpretazione non canonica: una vera interpretazione drammatica, quasi teatrale, una lettura vocale molto "fisica", come si addice ad una cantante pop, con sfumature jazz, grazie all'arrangiamento di uno dei più prestigiosi pianisti italiani del genere, Danilo Rea.
Potrà far storcere la bocca ai "puristi" più esigenti, ma nulla toglie alla passione con cui la grande cantante ha affrontato questo repertorio religioso, e il brivido di commozione che si prova ascoltandola lo testimonia 

E che l'accoppiata con le sequenze del film "La Passione" di Mel Gibson, valorizza.




La sua figura - Giuni Russo & Franco Battiato

da "C'è speranza? Il fascino della scoperta" di Juliàn Carròn "Abbiamo trovato il Messia. E' la notizia che attravers...