domenica 31 maggio 2020

The sound of silence - Simon & Garfunkel

da " Le lettere di Berlicche "  di  C.S. Lewis

" Musica e silenzio, li detesto tutt'e due!
Quanto grati dobbiamo sentirci che, da quando Nostro Padre è entrato nell'inferno (...) nessun pollice quadrato di spazio infernale, nessun attimo del tempo infernale, sia stato circondato da alcuna di codeste forze abominevoli, ma tutto sia stato occupato dal Rumore.
Il Rumore, grandioso dinamismo, espressione udibile di tutto quanto è esultante, spietato, virile.
Il Rumore, che solo ci difende da stupidi rimorsi, da scrupoli disperanti, da desideri irraggiungibili.
Noi vogliamo, infine, fare di tutto l'universo un rumore.
Abbiamo già fatto grandi passi in quella direzione per ciò che si riferisce alla terra.
Le melodie e i silenzi del cielo verranno in fine soverchiati dai gridi "

Chi afferma di perseguire questi progetti è quel satanasso di Berlicche ( un vero diavolo in carne ed ossa ) protagonista di una raccolta di lettere manoscritte indirizzate a suo nipote Malacoda, impegnato ad indirizzare la vita di umani a cui suo zio ha chiesto di proteggere dall'opera del Nemico.

Queste strategiche missive sono state scoperte e pubblicate per i lettori terrestri, nel 1942, da C.S.Lewis
uno tra i più famosi scrittori contemporanei inglesi, convertito al cattolicesimo, come altri suoi colleghi " coetanei " come Tolkien e Chesterton.
Sono scrittori che attraverso saggi, ma soprattutto opere letterarie, che oggi sarebbero classificate "fiction", dal fantasy al romanzo poliziesco ( titoli come " Il Signore degli anelli " e " I racconti di Padre Brown ) raccontavano avventure nelle quali senza nominarla, riecheggiava una visione cristiana delle vicende e dei rapporti umani.

"The sound of silence" ( il suono del silenzio) è il primo grande successo planetario del leggendario duo Simon & Garfunkel.
Conosciutisi in ambiente universitario negli anni '50 e già con un'esperienza canora alle spalle col nome di Tom & Jerry, vengono notati da un importante produttore discografico e vengono reclutati per realizzare il loro album d'esordio "Wednsday Morning, 3 A.M.". E' il 1965

Dei due Paul Simon è il geniale autore sia delle musiche che dei testi.
Art Garfunkel completa le armonizzazioni con la sua voce in falsetto.
La coppia è ben assortita: le loro canzoni sono soprattutto dolci ballate che sconfinano con il folk, anche se le loro infatuazioni musicali giovanili sono le produzioni di soft rock degli Everly Brothers.

Tra le prime composizioni di Simon spicca una ballata acustica, che si ricorda al primo ascolto, ma che nasce  come riflessione allo sbandamento personale e dell'intero popolo americano dopo l'assassinio del presidente John F. Kennedy a Dallas.
Un incubo che Simon vive come il trionfo dell'incomunicabilità tra l'ideale politico e la realtà sociale.
Un incubo che vede il trionfo del Rumore a discapito del silenzio commemorativo per la distruzione violenta di un progetto politico, un' azione diabolica:

" E nella nuda luce vidi diecimila persone, forse di più
gente che parlava senza pronunciare suono
gente che ascoltava senza udire
gente che scriveva canzoni che nessuna voce avrebbe condiviso
E a nessuno importava disturbare il suono del silenzio"

Berlicche avrebbe scritto " che a nessuno importava interrompere il frastuono, il Rumore del silenzio " 

Ma alla fine l'incubo si trasforma in speranza, e il silenzio riacquista il suo valore positivo:
" Il cartello lampeggiava il suo insegnamento e diceva che le parole dei profeti sono scritte sui muri della metropolitana.
E sospirava nel suono del silenzio"

Quell'album fu un flop, la stessa canzone non ebbe risonanza commerciale.
La coppia delusa si sciolse.
Ma mentre Simon cercava nuovi stimoli creativi in Inghilterra, in America un d.j. Tom Wilson, all'insaputa del duo, rimise in programmazione radiofonica The sound of silence, rimixandola con chitarre elettriche e batteria.

Come è andata a finire, lo sapete tutti.  







Se io fossi un angelo - Lucio Dalla

" Lucio era spesso immerso in una profonda dimensione religiosa - dice fra' Bernardo Boschi, il biblista domenicano storico amico e padre spirituale di Dalla - è questo che dava profondità alla sua capacità interpretativa. 
Aveva un'anima verticale che lo poteva portare direttamente verso Dio.
A volte si ritirava qui in convento, stava in una cella anche per due o tre giorni. Lucio amava molto il convento, ci trovava la pace.
Riscopriva Dio, di cui aveva una sete non soltanto umana e intellettuale, ma anche propriamente religiosa. Un fondo mistico che si è riflesso poi nelle sue canzoni dove sono molto presenti il mare, le rondini , gli angeli.
Questi slanci mistici se non hai dentro dei valori profondi, non riesci a trasmetterli agli altri.
Ecco, proprio questo aspetto era la sua forza"

Questo è un brano da un'intervista rilasciata nel chiostro della Basilica di San Domenico a Bologna, da fra' Bernardo Boschi, a Massimo Iondini, autore di un agile e succoso volumetto " Paola e Lucio ", dove si racconta con molti ed interessanti aneddoti la storia della collaborazione tra Lucio Dalla e Paola Pallottino, binomio dal quale scaturirono una seria di canzoni rimaste nell'immaginario collettivo, una fra queste "4 Marzo 1943". Un libro da consigliare vivamente.

Quella della sincera fede religiosa di Lucio Dalla è un particolare della sua vita che è rimasto poco conosciuto e che lascia sempre un pò sorpresi.
Ho un ricordo personale: la mattina del primo marzo 2012, quando si seppe della sua morte improvvisa a Montreux, mentre era impegnato in una serie di concerti, lavoravo in una redazione del sito web di un settimanale. Subito scrissi un articolo sulla sua carriera, e diversi redattori si stupirono che quell' ometto peloso che sprigionava una capacità creativa inesauribile, a volte allegramente trasgressiva, tenesse gelosamente nascosto o comunque avesse trattenuto, quasi con umiltà, il fatto di essere un cattolico praticante a tutti gli effetti.

" Sono credente. Credo in Dio perchè è il mio Dio (... ) Sono cristiano. Sono cattolico. Credo fermamente in Dio e professo la mia fede sempre. La fede cristiana è il mio unico punto fermo, è l'unica certezza che ho"
Comincia così l'intervista fatta da Giampaolo Mattei, in quel libro insostituibile, quel pozzo di notizie sugli artisti, italiani e stranieri, e il rapporto col trascendente che è "Anima mia".
Una lunga intervista che si conclude con una osservazione di Dalla, che conferma la sua profondità di pensiero:
"Il vero miracolo è la comprensione delle persone. Mi ha sempre emozionato il fatto che quando Gesù guariva una persona, quella stava bene non perchè potesse camminare o mangiare, ma perchè finalmente aveva trovato qualcuno che si era identificato con lei, che l'aveva capita fino in fondo"

Nel brano che propongo, la versione ' cameristica' di un suo famoso successo , Dalla lo introduce con un breve monologo per spiegare le ragioni della composizione: pochi minuti gustosi, grazie alla sua ironia romagnola, ma di una tenerezza commovente, tutto da godere. 











venerdì 29 maggio 2020

Senza far rumore - Fabio Concato

" (... ) se togliete dal cristianesimo, monsieur Laudet, dalla cristianità, dalla santità (...), che fate di queste innumerevoli opere di cui sono piene le nostre cattedrali. 
Che fate delle nostre stesse cattedrali e delle nostre chiese. (...)
Opere che sono che non si distaccano dal culto e dalla preghiera e dall'adorazione al punto che esse sono come, che sono letteralmente un' iscrizione carnale, un'iscrizione temporale, un'iscrizione lapidaria, di pietra, nella pietra stessa, del culto e della preghiera, la più interiore , e dell'adorazione piùintima. 
Il corpo dell'adorazione. (... )
Ma le une e le altre, le cattedrali e le opere (... ) insieme sono il tessuto stesso, la stessa pietra (... ) insieme lo stesso duro corpo scavato di preghiera e di vita interiore e di eloquente, di così eloquente adorazione silenziosa."
Così scriveva Charles Peguy , nel 1911, con il furore del socialista convertito al cattolicesimo, ad un teologo che aveva contestato il suo capolavoro letterario " Il mistero della carità ".

Le grandi cattedrali, gli edifici di culto in generale, oltre che espressioni culturali architettoniche delle epoche che hanno visto la presenza del cristianesimo tra i popoli della terra, hanno nella capacità di essere segno evidente e concreto della fede in un messaggio che ha cambiato, e tutt'ora cambia la vita a moltitudini di persone che quotidianamente ne varcano la soglia.

E ciò che colpisce è spesso il silenzio che accoglie il visitatore ( fedele o no ), a cui rimane impresso come esperienza insuperabile.

E' la stessa esperienza che ha colto il cantautore Fabio Concato, tanto da volerla esprimere in un brano del 1990, " Senza far rumore " dall'album " Giannutri "
Concato, milanese, inizia la sua carriera nel Derby, un famoso locale di cabaret del capoluogo lombardo. Dopo qualche anno di gavetta, arriva al successo scrivendo canzoni intrise di una vena di dolcezza e serena malinconia, tratteggiando ritratti di figure familiari e di incontri personali con arte particolare e gentilezza d'animo.
E non è  semplicemente una posa, ma l'autore e il cantante si sposano esattamente con l'uomo.

Nel 1998 al giornalista Giampaolo Mattei così si racconta :
"Tempo fa ero un materialista, un materialista incredibile. Credevo solo in ciò che vedevo e toccavo.
(...) Sono rientrato in una chiesa, senza sapere perchè. Ero alla ricerca di qualcosa che mi aiutasse veramente. Sentivo forte il bisogno di silenzio, di riflettere.
Sono entrato in chiesa e vi sono rimasto a lungo: ho avuto veramente la certezza di non essere solo, di poter parlare con qualcuno che stava sempre lì ad ascoltarmi.
E' questo il senso della mia canzone "Senza far rumore".
Non sono cattolico, diciamo che vorrei essere una persona civile, pronta a dare una mano a chi ha bisogno. Se questo significa essere cristiani, allora io sono cristiano "

Guarda un pò cosa fa il silenzio di una chiesa

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mercoledì 27 maggio 2020

Standing in the need of prayer - David Bromberg Band

" Ma c'è un popolo che non tradisce mai: il popolo di Dio che siamo noi.
Questo popolo è pieno di canti per l'eternità.
Il popolo di Dio in cammino verso la patria siamo noi: genti di tutte le razze, di tutti gli Stati, di tutte le età, di tutte le condizioni, come un essere solo, come un popolo solo.
Questo popolo non dimentica i suoi canti.
Lo strumento per ridestare il cuore, lo strumento principale è il canto.
Questo è un esempio dell'incidenza della fede sulla vita terrena del singolo, della famiglia, del popolo.
Ma da che cosa sorgono i canti?
Dal bisogno umano:
bisogno d'amore, bisogno di giustizia, bisogno di salute, bisogno di primavera, bisogno di Bellezza."

Avete mai sentito, letto, qualcosa sul canto, sulla musica , così definitivo, così entusiasmante, così appassionato?
Sono parole di un sacerdote, Luigi Giussani, che negli anni ' 50, incominciava le sua ora di religione in un liceo classico milanese , facendo ascoltare con il suo grammofono portatile dischi di musica classica e operistica ai suoi studenti, spiegandone il contenuto più affascinante. Con risultati sorprendenti, nella sorpresa generale, per quella introduzione alla educazione all'umana bellezza, così originale.

La sistematica, appassionante ricerca dei canti del popolo e della tradizione, spesso tramandati come espressioni di vita quotidiana, come l'accompagnamento naturale dei gesti più normali, ma impegnativi di storie personali e comunitarie, lo ritroviamo soprattutto nella documentazione sonora raccolta da John e Alan Lomax, padre e figlio, antropologi ed etnologi, che nella prima metà del secolo scorso attraversarono l'America e l'Europa, registrando su rudimentali apparecchi a bobine, le voci più disparate intente a cantare inni, nenie, ballate che poi incredibilmente vennero riprese da una sterminata schiera di cantanti e gruppi rock, che li fecero diventare dei successi epocali.

Dall'inizio degli anni ' 70, sono tutt'ora attivi musicisti che hanno raccolto l'eredità dei Lomax e propongono periodicamente al pubblico i risultati della loro ricerca : i nomi più famosi?  Ry Cooder e David Bromberg.
Quest'ultimo, con la sua band ha recentemente pubblicato un bellissimo album di traditional e di brani inediti che si rifanno alla tradizione musicale dei monti Appalachi, cioè la regione americana dove si sviluppò quel genere che erroneamente chiamiamo country, ma che invece non si esaurisce in solo banale genere, ma comprende molte più influenze culturali , abbracciando anche gli inni gospel e spiritual di origine religiosa, sia delle comunità afro, sia dei coloni bianchi, spesso mescolandosi tra loro.

" Standing in the need of prayer" ne è un esempio: il tipico inno "call & response".
Il brano è di origine afroamericana, di sconosciuti autori , pubblicato nel 1925 :

" Non mio fratello, non mia sorella, ma sono io mio Signore che bisogno di pregarti
   Non mio padre, non mia madre, ma sono io , mio Signore, che ho bisogno di pregarti
   Non lo straniero, non il mio vicino, ma sono io , o mio Signore che ho bisogno di pregarti "

Insomma, io ho bisogno, mi urge, ma lo canto con tutti gli altri!
Lo canto con tutto il popolo .......
 


 

martedì 26 maggio 2020

Idea 77 - Vasco Rossi

" Tempo fa, a lezione, parlavamo del libero arbitrio. Ad un certo punto, una studentessa scoppia a piangere di colpo. 
Silenzio.
Le chiedo : Che cosa hai?
E lei: Professore io mi rendo conto di avere questa possibilità, di essere libera. Ma il mio problema e che non so che farmene.
Ecco, in fondo, il dramma di oggi è questo: siamo liberi, ma per cosa?"

Parte così la riflessione che, Costantino Esposito, ordinario di Storia della Filosofia nell'università "Aldo Moro" di Bari condivide con il direttore della rivista internazionale "Tracce", Davide Perillo, sul tema del nichilismo e della perdita di scopo nella vita quotidiana da parte delle giovani generazioni, fenomeno esistenziale, ereditato per buona parte dalla generazione dei 50 / 60enni, ma che , solo da qualche anno viene evidenziato con preoccupazione.

Per la verità già nei primi anni '80, il filosofo Augusto Del Noce , ne parlava segnalando un crescente " nichilismo gaio", che si esprimeva nella vita con i tratti della soppressione dell'inquietudine tra i rapporti personali e sociali ( era l'epoca del riflusso e dell'edonismo sempre più imperante ).
In questi ultimi anni il fenomeno si è sempre più caricato di risvolti drammatici nei processi educativi, specialmente nelle nuove generazioni.

Continua Costantino Esposito: " La via d'uscita dal nichilismo non è il moralismo, ma una cosa molto semplice: non mollare sul proprio desiderio e fare attenzione al reale"

E' innegabile che uno dei mezzi di comunicazione privilegiati, di questi contrastanti atteggiamenti esistenziali nei giovani ( e non solo ) sia la musica, spesso incarnata nella produzione cantautorale.
Il campione dell' espressione più radicale del disagio giovanile, colui che lo ha portato negli stadi, attraverso il suo rock, ormai da quarant'anni, è senza dubbio Vasco Rossi.

Alfiere musicale di una generazione di sballati, all'inizio di carriera ha vissuto proprio sulla sua pelle i risultati della " vita spericolata". 
Indimenticabile l' irruenza dei suoi slogan cantati a squarciagola da una miriade di ragazzi, il segno di un desiderio di protagonismo in una società tranquilla nelle sue abitudini piccole borghesi.
Una critica, però, senza una proposta positiva di novità, nel segno del rock più commerciale, premiato dalle alte posizioni nelle classifiche di vendite. 

Negli ultimi anni, il "Blasco", però, ha come tolto il piede dall' acceleratore dall'esasperazione del vivere senza un senso.
Ecco alcuni brani da una interessante intervista di Giampaolo Mattei nel libro " Anima mia " ( 1998 ):
"... e visto che per dieci anni tutti mi hanno rotto le scatole con la storia della vita spericolata, ora vado anche a letto presto. Sono cambiato. Comunque cerco sinceramente risposte che non riesco a trovare nel materialismo puro: perchè sono qua, perchè mi sveglio e sto bene, perchè oggi sono su di giri e domani sono a terra?
La famiglia conta, è fondamentale, chi lo nega non ha capito niente ed è anche pericoloso.
Bisogna ripartire da lì, è un bel progetto che bisogna amare.
Per me è così, tornare a casa e trovare mio figlio è forse la soddisfazione più bella della mia vita."
 
Insomma , il Komandante, ha messo la testa a posto?    Mah ...... chissà .... 

Ma è innegabile che quel ronzìo di fondo, quel rimuginare sulla propria vita, su quel disagio, su quel " cercare la libertà e non saper che farsene" è sempre ben presente nei testi delle sue canzoni. 
Però ogni tanto , la realtà, tanto ignorata, viene riconosciuta e ci si accorge che è con lei che bisogna fare i conti.
Così come accade proprio in una canzone del 1998 : " Idea 77 ", all'interno di un album dei suoi migliori " Canzoni per me", pieno di spunti quotidiani e di grandi arrangiamenti. Un album solare , molto sintetico ( poco più di mezz'ora di musica ) , ma pieno di bei ritornelli da cantare in gruppo. 
Con un "di più" di positività ........






Tears in Heaven - Eric Clapton

da " La strada " di Cormac McCarthy

" Al bambino sembrò di sentire un odore di cenere bagnata nel vento ( ... )
L'uomo gli prese la mano, ansimando. Devi andare avanti, disse. Io non ce la faccio a venire con te. 
Ma tu devi continuare.
Chissà cosa incontrerai lungo la strada (...)
- Non posso
- Non ti preoccupare. Questo momento doveva arrivare da tempo. E adesso è arrivato.
  Fa' tutto come lo facevamo sempre. (...)
- Voglio restare con te.
- Non  puoi. Devi portare il fuoco.
- Non so come si fa.
- Si lo sai.
- E' vero? Il fuoco, intendo.
- Si che è vero.
- Ma dove sta? io non so dove sta.
- Si che lo sai. E' dentro di te. Da sempre io lo vedo.
- Portami con te. Ti prego.
- Non posso.
- Ti prego, papà.
- Non ce la faccio. Non ce la faccio a tenere tra le braccia mio figlio morto. Credevo che ne sarei stato capace, e invece no.
- Hai detto che non mi avresti mai lasciato.
- Lo so mi dispiace ( ... ) . Quando io non ci sarò più potrai comunque parlarmi. Potrai parlare con me e io ti risponderò. Vedrai.
- E riuscirò a sentirti?
- Si. Mi sentirai. Fa' come se ci parlassimo con la mente. E allora vedrai che mi senti. Ci vorrà un pò di allenamento, ma non ti arrendere. Ok?
- Ok

E' il brano culmine, di una drammaticità essenziale e angosciante, del romanzo capolavoro di Cormac McCarthy, pubblicato nel 2006.
In un mondo segnato da una misteriosa apocalisse che lo ha distrutto ( forse una esplosione nucleare ),
padre e figlio, cercano tra mille difficoltà e pericoli, tra la natura resa ostile e la violenza dei sopravvissuti di arrivare ad un posto sicuro dove salvarsi la vita.
Il padre ora però, ferito mortalmente, non ce la fa più e comanda al figlio di lasciarlo morire in solitudine, invitandolo a portare " il fuoco" come testimone a chi incontrerà lungo la strada della salvezza.
Un evento drammatico cementa il rapporto tra i due: la morte segna in profondità il senso di paternità e figliolanza.

E' il 20 Marzo 1991:
un bimbo di cinque anni sta giocando nella sua casa. E' un appartamento situato al 53esimo piano di un grattacielo di New York. Non s'avvede che la finestra a vetri è aperta e muore precipitando nel vuoto.
E' una tragedia che vivono la madre, la starlette italiana Lory Del Santo e il padre, il famoso cantante e grande chitarrista di rock-blues Eric Clapton.
Vite personali, di personaggi sempre in giro per il mondo, senza stabilità di legami, vittime di uno star system che annulla ogni possibilità di rapporti umani normali.

Eric Clapton ( 1945 ) è un mito del rock inglese: Ha conosciuto e collaborato con una schiera infinita di musicisti , partendo dall' epoca beat della Swinging London ( i Beatles e i Rolling Stones ) fino ai grandi del blues afro americano. Una schiera infinita , che si aggiunge ai gruppi musicali in cui egli stesso milita : Yarbirds, Cream, Blind Faith.
Enciclopedia vivente del rock, grande chitarrista ( suona lo strumento con una tecnica particolare, tanto che per lui conieranno il soprannome di "slowhand ").
Nella sua vita inquieta tra amori di donne e uso di cocaina, però, questo dramma lo segna definitivamente. 
Nonostante tutti i suoi casini, nella sua lunga carriera non ha mai dimenticato le sue radici che lo riportano ad una nostalgia dell'educazione religiosa ricevuta:
" Le prime preghiere me le ha insegnate mia nonna Rose, mi sono rimaste addosso e mi sono ritornate alla mente quando non pensavo più di poterle avere con me.
Per superare certi momenti freddi e bui, ho creduto necessario rivolgermi solamente a chi sostiene i dolori da sempre, dall'alba dell'uomo." confessa al giornalista Walter Gatti.

La nascita di Conor gli dà un senso di pacificazione:
"Diventare padre mi toccò nel profondo, mi spinse a crescere.
Il mio solo desiderio all'epoca era crescere felice con mio figlio"
" Conor è stata la prima cosa nella vita a toccarmi nel profondo, a dirmi che era ora di crescere"

Ma la pace interiore è breve, ecco l'incidente mortale:
"Ero come uscito dal mio corpo" dice a proposito di quel dolore troppo grande

Lo shock per la morte tragica del figlio , lo chiude in se stesso, ma la sua forza di musicista , " il fuoco",
gli dà la forza di comporre un bellissimo brano , che negli anni non smetterà mai più di riproporre al suo sterminato pubblico. Parole e musica struggenti e malinconiche, quasi un chiedere scusa per non essere stato d'aiuto, il dubbio di essere perdonato, sapere che le strade si sono irrimediabilmente divise, ma contemporaneamente la certezza che questo figlio, lo aiuterà, dal Paradiso, ad asciugargli le lacrime.

" Ricorderesti il mio nome, se ti vedessi in Paradiso?
   Stringeresti la mia mano, se ti vedessi in Paradiso?
   Mi aiuteresti a restare in piedi?
   Devo essere forte e andare avanti, perchè so che non posso restare qui in Paradiso.
   Troverò la mia strada, nel giorno e nella notte, perchè so che non posso stare qui.
   Il tempo può buttarti giù, può piegarti le ginocchia, può spezzarti il cuore.
   Hai implorato clemenza.
   Oltre la porta c'è pace , sono sicuro
   e so che non ci saranno più lacrime in Paradiso"


( grazie a Ema per l'arpeggio )




domenica 24 maggio 2020

C'è un'aria - Giorgio Gaber

Giorgio Gaber è un artista assolutamente unico nel panorama dello spettacolo italiano: da qualunque parte lo si racconti si rischia di essere riduttivi.
Importatore del rock americano in Italia (suoi compagni rivoluzionari Celentano, Jannacci e Tenco), proprio come loro, ben presto continuò la sua carriera nel solco della più classica tradizione della canzone italiana (ognuno attraverso la loro particolare sensibilità ed ognuno attraverso la propria storia personale, per Luigi Tenco stroncata in modo tragico).
Per Gaber, la svolta artistica dal tran tran discografico, avviene a ridosso del grande movimento sociale e culturale del '68, un vero spartiacque per un mondo artistico in crisi di identità; per sua stessa ammissione uomo di sinistra con una punta di anarchismo, il cantante milanese inventa quello che poi diventerà negli anni, "il teatro canzone", vere e proprie produzioni teatrali, nelle quali, in una miscela di monologhi e canzoni inedite, si osservava la società, in tutti i suoi aspetti, in maniera originale e provocatoria, e soprattutto non scontata nella sintesi finale.

Sarebbe però un errore dare tutto il merito della riuscita di questi avvenimenti teatrali, che si protrassero per trent'anni, attraversando le diverse trasformazioni della società italiana, solo a Gaber; infatti la gran parte dei testi è opera di Sandro Luporini, 1930, toscano, oltre che autore di testi, pittore e pure lui uomo di sinistra ed anarchico d'animo.
Negli anni i loro spettacoli fecero arrabbiare ed esaltare tutte le componenti culturali del Bel Paese: i due artisti non avevano né remore, né confini ideologici nei loro pungenti ritratti di varia umanità.

"Prendiamo, per esempio, argomenti come il giornalismo o la libertà di stampa. Con tutta la pazienza e la saggezza che avrebbe dovuto regalarci un'età ormai matura, non ce la facevamo proprio ad ascoltare certi discorsi sull' "importanza fondamentale che viene ad una democrazia dalla libertà di stampa", o meglio ancora, sul "contributo vitale che il giornalismo è capace di fornire nella costituzione delle coscienze civiche dei giovani". Mi chiedo a quale giornalismo pensassero i signori che facevano questi discorsi, a forza di sentire queste parole nauseanti, mille volte ripetute, che ormai non valevano più niente e che riuscivano solo a legittimare quella specie di pornografia dell'informazione che caratterizza i nostri giorni, io e Giorgio sentimmo un grande disgusto. Ed è proprio di questo disgusto che parla la canzone C'è un'aria".

Così parla Luporini, in un brano del bel libro "G. Vi racconto Gaber" (2013).
Erano i primissimi anni '90, e queste considerazioni, alla luce di quello che abbiamo vissuto anche in questi ultimi anni, sono decisamente profetiche.

Sorprendentemente di "pornografia" nell'intreccio di informazione e vita quotidiana, ha parlato recentemente l'arcivescovo di Bologna card. Matteo Zuppi, raccontando la crisi generata dalla pandemia Covid:
"La pornografia della vita considera la malattia una colpa, perché la vita deve avere un certo standard. Abbiamo invece scoperto che ci hanno tolto tutto: la vita è un'altra cosa che in questi mesi abbiamo imparato faticosamente, entrando nella storia, con grande realismo e non nel soggettivismo, nelle apparenze o in un mondo che non esisteva.
Il mondo ci è entrato in casa, senza chiedere permesso, ci ha cambiato la vita senza riguardi.
È stata una grande umiliazione che, però, ci porti a diventare umili, che è un'altra cosa"

Così, come la realtà standardizzata delle comode apparenze, così l'informazione conformista ci invade le case e le nostre vite: "Lasciateci aprire le finestre, lasciateci alle cose veramente nostre e fateci pregustare l'insolita letizia di stare per almeno dieci anni senza una notizia
C'è un'aria, c'è un'aria che manca l'aria" ....... aprite le finestre!


(grazie a Stefano per il suggerimento)



 

La sua figura - Giuni Russo & Franco Battiato

da "C'è speranza? Il fascino della scoperta" di Juliàn Carròn "Abbiamo trovato il Messia. E' la notizia che attravers...