mercoledì 30 settembre 2020

Sympathy for the Devil - The Rolling Stones

da "Il Maestro e Margherita" di Michail Bulgakov

"In un caldo tramonto primaverile nei pressi degli Stagni dei Patriarchi (...)
In quel momento l'aria torrida si addensò (...) ne uscì fuori, come tessuto nell'aria, un diafano signore, di aspetto alquanto singolare: berretto da fantino sulla testa piccola e giacchetta striminzita a scacchi, anche quella fatta d'aria.
Il signore era alto un paio di metri ma stretto di spalle, incredibilmente magro e, prego notare, con faccia beffarda. (...)
Quanto ai denti, poi, ne aveva uno di platino sul lato sinistro e d'oro sul lato destro. (...)
Teneva sottobraccio un bastone con il pomo nero a forma di di testa di cane barbone.
Sembrava avere poco più di quarant'anni: bocca stranamente storta, ben rasato, bruno, l'occhio destro nero, il sinistro, chissà perchè verde, sopracciglia nere, una più dell'altra; in pratica, uno straniero.
Passando accanto alla panchina sulla quale sedevano il direttore e il poeta, lo straniero li osservò di sbieco, si fermò e sedette improvvisamente su una panchina vicina, a due passi dagli amici. (...)

'Se ho inteso bene, dicevate che Gesù non è mai esistito' domandò volgendo su Berlioz il suo verde occhio sinistro. (...)
'Formidabile! (...) Scusate la mia insistenza ma, a quel che ho capito, oltretutto non credete in Dio' (...)
'Già, non crediamo in Dio, (...) nel nostro Paese l'ateismo non stupisce nessuno' (...) 
'Tenete presente che Gesù è esistito. (...) Non v'è bisogno di alcun punto di vista - ribadì - è semplicemente esistito e basta'
'Ma è pur necessaria una prova qualsiasi' .... cominciò Berlioz
'Non sono necessarie neppure delle prove' rispose lo straniero e si mise a parlare a bassa voce, senza traccia di accento. (...) Il fatto è (...) che io stesso ho assistito a tutto ciò personalmente.
Sono stato sul portico da Ponzio Pilato, e in giardino quando conversava con Caifa, e sul palco, però segretamente, in incognito, per così dire; vi prego perciò di non farne parola con nessuno. Segreto assoluto, ssst!'
Berlioz impallidì. 'Lei ... lei da quanto tempo è a Mosca?' chiese con voce tremante.
'Sono giunto a Mosca in questo preciso momento' disse, e solo allora gli amici ebbero l'idea di guardarlo bene negli occhi e si convinsero che l'occhio sinistro, verde, era completamente pazzo, mentre il destro era vuoto, nero e morto" (...)
'E neppure il diavolo esiste? - chiese ad un tratto il pazzo.
'Neppure il diavolo! Non esiste nessun diavolo! Che supplizio! Smetta di farneticare!'
A questo punto il matto si mise a ridere:'Bè, questo è veramente interessante. Ma come? Qualsiasi cosa uno le nomini per lei non esiste!?'"

Andrà a finire male per Berlioz: sconvolto dal fatto che "Il matto" sapesse tutto di lui, correndo lontano  verrà investito da un tram e la sua testa verrà mozzata.
Sono le prime pagine di un romanzo, scritto e riveduto a più riprese tra il 1929 e il 1940, cioè poco prima di morire dallo scrittore russo Michail Bulgakov, senz'altro uno dei romanzi dalla storia più complessi e tormentati del Novecento, e non solo russi.
Proprio questo inizio, è lo spunto per una canzone, pubblicata nel 1968, diventata uno dei più grandi equivoci nella storia del rock.

"Potrei sbagliarmi, ma credo di essermi ispirato a una vecchia idea di Baudelaire.
L'ho scritta come se fosse una canzone di Bob Dylan. Ha un groove ipnotico, è un samba, è un'ottima musica da ballo. Il ritmo samba ha un che di primitivo, che ai bianchi suona in modo sinistro: se l'avessimo fatta come una ballad non sarebbe stata così buona.
L'immagine satanica è stata un'esagerazione dei giornalisti. Nessuno vuole costruire la propria carriera intorno a quello"
Parole di Mick Jagger nel 1995

Scrive Paolo Giovanazzi in "Il libro nero dei Rolling Stones":
"Il titolo originario è 'Devil is my name' e il testo è ispirato al romanzo 'Il Maestro e Margherita' (...)
Marianne Faithfull, all'epoca compagna di Jagger, ha confermato: 'Ho fatto leggere a Mick il romanzo e da lì, dopo averne discusso a lungo con me, ha preso l'ispirazione per la canzone'. (...)
Va notato comunque che il pezzo non viene considerato dalla band un inno al demonio, come in molti vorrebbero, ed è utile sottolineare che 'sympathy' significa 'comprensione' e non 'simpatia'.
Spiega Keith Richards (chitarrista principe e co-autore del repertorio degli Stones  n.d.r.):
'Sympathy for the Devil' è una canzone che dice: Non dimenticatelo. Se lo affrontate gli togliete il lavoro.'"

Molto acutamente Giovanazzi continua:
"In realtà la band non ha mai avuto a che fare con l'occultismo, ha solo giocato un pò con quel tipo di immaginario, del resto piuttosto in voga nella controcultura dell'epoca.
Non va dimenticato anche, che il diavolo è un personaggio molto presente nella tradizione blues, da sempre fonte primaria di ispirazione per gli Stones"

Anche se la storia dei Rolling Stones, come d'altronde per gran parte dei protagonisti del rock, è piena di abusi di droghe e di "disinvolto" rapporto col sesso, smontiamo, quindi definitivamente, questo grande equivoco sul significato di questo loro brano, che anzi è l'esatto contrario dell' esaltazione del satanismo.
Come scrive il giornalista Paolo Vites nel libro "Help. Il grido del rock":
"E' ovvio che 'Sympathy for the Devil' non è una canzone che suggerisce una qualche identificazione con il diavolo, se non appunto nel riconoscere che ognuno di noi è capace di fare il male e che, comunque, la presenza del demonio è anche una presenza precisa e storicamente riconoscibile"

"Vi prego concedetemi di presentarmi
sono un uomo raffinato e di buon gusto.
Sono stato in giro per moltissimi anni.
Ho rubato anima e fede di molti uomini.
Ero presente quando Gesù Cristo
ebbe il suo momento di dubbio e sofferenza.
Ho fatto si che Pilato
se ne lavasse le mani e segnasse il suo destino.

Lieto di conoscervi
spero che indovinerete il mio nome,
ma ciò che vi confonde
è la natura del mio gioco

Mi trovavo dalle parti di san Pietroburgo (...)
Ho ucciso lo Zar e i suoi ministri (...)
Ho avuto il grado di generale
quando la guerra lampo cominciò (...)
Chi ha ucciso i Kennedy? (...)

Proprio come tutti i poliziotti sono criminali
e tutti i peccatori sono santi
come se fosse testa o croce
chiamatemi semplicemente Lucifero.
Quindi se mi incontrate
abbiate un pò di cortesia
abbiate un pò di comprensione e di buon gusto.
Usate tutte le vostre ben studiate 'buone maniere',
o manderò la vostra anima in rovina.

Dimmi tesoro, qual'è il mio nome?
Te lo dirò solo una volta, è tua la colpa"








   


martedì 29 settembre 2020

Scacchi e tarocchi - Francesco De Gregori

"Terrorista non si diventa per caso, ci devi mettere del tuo, ci arrivi passaggio dopo passaggio, non in una botta sola.
Ti senti come in una toboga, in uno scivolo dettato dalla storia: la Resistenza, l'Ottobre Russo, la Rivoluzione Francese: vivi un tempo mitico, e pensi, stavolta tocca a noi.(...) 
Quel marzo '77, a Bologna, fu il momento in cui sparare tutte le nostre munizioni.
Teorizzavamo da anni la presenza delle armi nelle organizzazioni di massa, avevamo già alcune decine di pistole, qualche mitra, le reperimmo in giro o rapinammo delle armerie. (...)
C'era la convinzione che i fascisti non fossero appartenenti al genere umano, che non fosse reato ucciderli.
Come nei genocidi.
Allo stesso modo ci sembrava intollerabile che dei cattolici avessero la pretesa di dire la loro, in università, sugli stessi temi su cui eravamo impegnati noi (...) non si spiega altrimenti quell'odio viscerale verso persone che ricordo civili e gentili, dedite a opere buone, alloggi, libri, gruppi di studio.

Il Pci nel '77 ci definiva squadristi ma era un modo per respingere il legame oggettivo e soggettivo che avevano con noi.
Poi dopo il 'sorpasso' della Dc, il Pci sposò la linea del rigore e non le riforme.
Ci sentimmo traditi, ci convincemmo che l'unico sbocco era la lotta armata.
Ancora oggi mi chiedo come possiamo essere stati tanto ciechi: il bene tutto da una parte, mentre i fatti dicevano il contrario; fra noi non c'era niente di pace, tolleranza e cultura di cui parlavamo."

Il 10 Aprile 2012, il quotidiano 'Avvenire' pubblica un'intervista ( della quale avete ora letto uno stralcio) a Maurice Bignami, in cui si ripercorrono i moti violenti dell'11 marzo '77, nel bel mezzo degli anni di piombo, che misero a ferro e fuoco Bologna, nel tentativo di interrompere un'assemblea di Comunione e Liberazione, che culminò con gli scontri di piazza e la morte di Francesco Lorusso, giovane militante di Lotta Continua.
La reazione degli extra parlamentari divampò in tutta Italia, con altre devastazioni e altre morti.

Maurice Bignami, classe 1951, dopo essersi laureato in Lettere alla Sapienza di Roma, dopo avere militato nella Federazione giovanile del Pci e poi in formazioni extraparlamentari (Potere Operaio e Autonomia), alla fine degli anni '70 diventa comandante militare di Prima Linea.
Viene arrestato nel 1981, ed è tra i promotori della Dissociazione politica, che porta allo scioglimento delle bande armate, allo smantellamento dell'ideologia guerrigliera.
Ha collaborato per più di vent'anni con la Caritas diocesana di Roma e ora si occupa di reinserimento sociale e lavorativo.
Nell' estate del 2020, pubblica la sua biografia : "Addio rivoluzione. Requiem per gli anni settanta".
Il titolo spiega tutto.

"Il mondo alla sinistra del Pci, in quegli anni, lo frequentavo, era il mondo che mi stava attorno, lì c'erano i miei coetanei e anche molti dei miei amici.
Era quello il panorama dominante.
Che ti devo dire? E' chiaro che non condividevo certe loro esaltazioni, e men che meno, le romanzesche prospettive rivoluzionarie.
Il loro estremismo lo rifiutavo. la parola 'rivoluzione' veniva evocata e a volte persino messa in pratica con effetti nefasti.
nel 1976 / 77 Roma era sovrastata dallo scontro fisico, dai massacri e dagli agguati.
Gente di buona famiglia, era in prima linea con i caschi, le mazze, le molotov. (...)
Fino al sequestro Moro questa fu la situazione nelle piazze e sulle strade, questa la palude in cui molti si muovevano. O annaspavano."

L'autore di questa spietata analisi di quegli anni violenti è Francesco De Gregori, in un libro- intervista con Antonio Gnoli, "Passo d'uomo" nel 2016.

Coinvolto anch'egli, in una spettacolare contestazione durante un concerto a Milano, nel 1976 ( fu processato in pubblico, per il solo fatto di aver cantato a gente che aveva regolarmente pagato il biglietto), per mesi smise di esibirsi in pubblico.
Esattamente dieci anni dopo, nell'album "Scacchi e tarocchi", la canzone omonima, che apre il disco, fotografa in maniera asciutta ed essenziale l'atmosfera lacerante d quelle violenze etichettate politicamente.
"Non ho mai preteso di fare un'analisi storiografica. Sono schegge, facce, visioni, tentativo di penetrazione di un mondo personale nella storia.
Questo può fare un'opera letteraria o un' opera d'arte.
Cito sempre 'Guernica' a proposito perchè è l'esempio di tutto ciò: anche lì ci sono persone dalla parte 'giusta' e dalla parte sbagliata, ma l'opera trascende tutto questo: è la storia di un massacro, di una perdita, di morti, di feriti" ( da un'intervista in "Robinson" inserto di "Repubblica" il 26 Settembre 2020)

"La canzone è veicolo di idee, ma anche di sentimenti. (...)
Un giorno mi sono trovato a passare dopo una sparatoria: un giovane terrorista aveva ucciso per sbaglio un suo compagno, era lì steso per strada.
Gli occhi ancora aperti.
Ho provato delle sensazioni che non pensavo di essere capace di provare: tenerezza, pietà, pietas nel senso vero.
Ho pensato ai suoi cattivi maestri di pensiero. Non solo quelli alla Toni Negri, ma anche ai suoi maestri veri, ai suoi insegnanti, a suoi genitori, a lui.
Bisogna avere pietà dei corpi delle vittime: anche quando sono i nostri principali avversari"
(intervista da L'Espresso, 1985)



   

lunedì 28 settembre 2020

Into my arms - Nick Cave

"Eric Fromm scrive: 'Ho bisogno di te per essere me stesso (...)
Amandoti, tu mi dai a me stesso, tu mi permetti di essere'
Questa frase esprime in sintesi l'amore come incontro che decide dell'identità di ogni persona.
Mi sembra però importante ricordare che non c'è verità nell'amore inteso come incontro di anime belle.
'Nella mia esperienza quotidiana - mi scrive un'amica - mi capita spesso di stare davanti alla 'diversità' di mio marito e dei miei figli, alla loro 'alterità'.
Questo può, a volte, costituire una ragione di fatica.
Se parto, però, dalla consapevolezza della mia sproporzione, della mia impossibilità a essere per l'altro il suo compimento totale, finisco per guardare loro amandoli, poichè amo Colui che è il loro destino.
Divento così capace di stima, tenerezza, affezione, più ancora se partissi da un sentimento appassionato.'(...)
La 'Deus caritas est' mostra in modo mirabile l'unità fra 'amor concupiscentiae' e 'amor benevolentiae'.
L'enciclica svela che l'amore di concupiscenza, cioè quello sensuale, non nega la gratuità dell'amore.
Il nostro è un amore bisognoso, indigente, un amore che mira alla felicità, un amore fecondo, che gode del bene dell'amato.
L'amore - come scriveva Francesco di Sales - è il punto in cui la volontà si unisce e si congiunge alla gioia e al bene di un altro."

E' un brano tratto dal libro "Amare ancora" di mons. Massimo Camisasca, attuale vescovo di Reggio Emilia - Guastalla, fondatore della Fraternità Sacerdotale dei Missionari di san Carlo.

Il cantautore rock l'australiano Nick Cave, ha attraversato nei suoi sessanta e passa anni di vita, stagioni umane e artistiche che lo hanno portato a trasformazioni inaspettate. 
Dotato di voce profonda, dalle sfumature drammatiche, ha pervaso la prima parte della sua carriera di un'aurea 'dark': i suoi testi disperanti e permeati dalle allucinazioni violente della mente umana erano rivestiti, spesso, da composizioni altrettanto urticanti tra il punk e il rock più schizoide, tra abusi di alcool e droghe.

"Mi hanno atterrito da ragazzino le lettura dell'Antico Testamento."
Confessa a Giampaolo Mattei nel libro "Anima mia", del 1998:
"Certamente la prima educazione umana e musicale, l'ho avuta in chiesa (...) fatto inevitabile in una piccola città di campagna in Australia. (...)
Adesso non so neppure dire se ho mai creduto in Dio. Forse andavo in chiesa per abitudine. (...)
Sono però affascinato da Gesù Cristo e dal Nuovo Testamento.
Ho trovato una grande gioia leggendo i Vangeli: come si può essere indifferenti di fronte all'incredibile filosofia cristiana del perdono e dell'amore? (...)
Del resto la spiritualità autentica, di qualunque natura essa sia, è l'unico mezzo per difendersi e non cadere nella trappola di un'esistenza superficiale e mediocre"

Personaggio complesso, controverso e allo stesso tempo intellettualmente affascinante (lo scrittore Luca Doninelli lo considera tra i più grandi poeti del rock, insieme a Bob Dylan), nel 2015 viene colpito da un grave lutto: Arthur Cave, suo figlio di 15 anni, precipita da una scogliera non lontano da Brighton e muore poco dopo per le ferite riportate.
Il dolore lo invade, ma la sua coscienza "religiosa" che è alla ricerca di un approdo sereno e che viene testimoniata nelle sue canzoni ormai da più di vent'anni, lo aiuta ad andare più a fondo del significato ultimo dell'esistenza umana.

Proprio all'inizio di questa ricerca spirituale, nel 1997, incide l'album capolavoro "The boatsman's call", in cui inanella una serie di 'ballads' d'amore bellissime, sorrette da voce, pianoforte e impeto religioso:

"Io credo che la canzone d'amore debba essere una canzone triste.
E' il rumore del dolore stesso, è il desiderio di essere trasportati dall'oscurità alla luce, di essere toccati dalla mano di Colui che non è di questo mondo, la canzone d'amore è la luce di Dio, giù nel profondo, che si fa largo tra le nostre ferite.
Alla fine, la canzone d'amore esiste per riempire, con il linguaggio, il silenzio tra noi stessi e Dio, per abbattere la distanza tra il temporale e il divino"

E "Into my arms" è una preghiera che apre uno squarcio in questo silenzio.

"Non credo in un Dio interventista
ma so, cara, che tu ci credi.
Ma se ci credessi,
mi inginocchierei e gli chiederei
di non intervenire quando si tratta di te.
Di non toccare un capello della tua testa,
di lasciarti così come sei.
E se Lui sentisse di doverti guidare,
allora gli chiederei di guidarti nelle mie braccia.

Nelle mie braccia, o Signore

E non credo all'esistenza degli angeli.
Ma guardandoti mi chiedo se sia davvero così
Ma se ci credessi, li riunirei insieme,
e chiederei loro di proteggerti.
Chiederei ad ognuno di accendere una candela per te.
Di rendere luminoso e chiaro il tuo cammino,
e di farti camminare, come Cristo, nella grazie e nell'amore.

E credo nell'amore
e so che anche tu ci credi.
E credo in una sorta di cammino, 
che noi possiamo percorrere, io e te.
Quindi tieni le tue candele accese.

Rendi il suo viaggio chiaro e puro,
così che lei continui a tornare.
Sempre e comunque.

Nelle mie braccia, o Signore"





















  
 


domenica 27 settembre 2020

Vincenzina e la fabbrica - Enzo Jannacci

"Il senso religioso è dunque il fattore ultimo dei bisogni umani e quindi del bisogno che è il lavoro.
E' per il senso religioso che l'uomo realizza un impegno totale con la realtà affrontando anche un singolo bisogno, ed è in questo impegno,in questa scoperta, che il bisogno diventa strada per il proprio destino. (...) Per questo ogni governo puramente tecnocratico di una convivenza umana è un delitto contro l'uomo,perchè l'uomo non si può ridurre ai fattori di un'analisi tecnica o a funzione di un particolare scopo produttivo; tutto vi rientra, ma nella considerazione della persona intera."

Sono parole di Don Luigi Giussani, da un' intervento ad un raduno di giovani lavoratori di Comunione e Liberazione ( il movimento ecclesiale da lui fondato), il Primo Maggio 1987, tenutosi a Bergamo.

"E' solo il senso religioso che può veramente mettere insieme gli uomini, non solo perchè ricorda che tutti abbiamo la stessa origine e lo stesso destino. (...)
E' solo nel senso religioso che gli uomini si possono riconoscere insieme: imprenditori e disoccupati possono avere un ambito di dialogo e collaborazione non fittizio, non astratto. (...)
La fabbrica rimane quella che è, ma non è più come prima.
Dove una presenza determinata da questa passione per l'uomo esprime generosità, costanza e immaginatività e trova una certa disponibilità,l'ambiente di lavoro non è più come prima. (...)

Perchè il lavoro è l'espressione che l'uomo realizza del suo ideale, è l'espressione che l'uomo compie affermando, abbracciando tutte le cose che gli vengono davanti, per trascinarle verso questo ideale.
Perciò la verità del lavoro sta in quello che il Papa (San Giovanni Paolo II  n.d.r) chiama la cultura primaria, là dove l'uso del mondo è in funzione del destino di felicità del singolo." 

Quando Don Giussani, brianzolo nato a Desio nel 1922, parlava del mondo lavorativo della fabbrica, sapeva bene di cosa stava parlando.
"Massimo Brioschi (studioso locale e curatore dell'archivio storico di Desio) non esita a definire la Desio di inizio Novecento 'una città - officina'.
In quegli anni il salario per undici ore di lavoro è di una lira e cinquanta, una cifra misera anche per l'epoca dato che, per avere un termine di paragone, il pane costa cinquanta centesimi il chilo.
In tale contesto la propaganda socialista non manca di trovare consensi (...)
Sono gli anni della contrapposizione tra socialisti e cattolici (...) tuttavia nella cittadina la contesa non degenererà  mai (...). 'Anzi - racconta ancora Brioschi - vi erano tantissimi che votavano socialista e frequentavano la Chiesa, andavano a messa, partecipavano alla vita ecclesiale del paese senza tanti problemi' (...).
Anche Beniamino - il padre di Don Giussani - (...) è iscritto al Partito Socialista e fino al giorno del matrimonio ne è segretario."
(dalla imponente ed accuratissima biografia "Vita di Don Giussani" a cura di Alberto Savorana)

Scritta a quattro mani nel 1974 con l'amico Beppe Viola, "Vincenzina e la fabbrica" fu colonna sonora del film "Romanzo popolare" di Mario Monicelli

"Questa è una canzonetta che parla di coraggio.
L'ho scritta in una notte, ci sono i miei tormenti, c'è la società.
A scuola ci hanno raccontato il coraggio di Enrico Toti, di Napoleone .... ma non ci hanno mai raccontato quello più vero: alzarsi tutta la vita alle quattro del mattino, prendere un treno, andare a lavorare nella fabbrica, starci trent'anni, quaranta, e non poter raccontare a quello che ci viene ad aspettare fuori cosa cavolo stiamo facendo.
Questo coraggio qui non lo raccontano.
Io voglio rendere omaggio a tutte le Vincenzine che aspettano con coraggio i loro uomini che faticano dentro una fabbrica"

"Vincenzina potrebbe essere l'operaio, perchè è un operaio, perchè se io vedo qualcosa che mi emoziona davvero mi viene voglia di mettere giù un testo e allora mi adeguo ad una storia che si va poco per volta delineando dentro me."
(Così parla Jannacci davanti agli studenti di Portofranco nel 2011)

Ma cosa c'entra tutto ciò con il senso religioso evocato da Don Giussani?
Risponde il prof. Giorgio Vittadini:
"Jannacci aveva una capacità unica di guardare e interpretare la natura umana nella sua profondità, l'umano con dentro una spinta a vivere così intensa da ferirlo.
E quell'umano andava a cercarlo nei personaggi di periferia: il barbone con le scarpe da tennis, Vincenzina davanti alla fabbrica .... personaggi con bisogni e desideri così veri e autentici che non potevano trovare risposta nel consumismo dilagante; 
bisogni e desideri tali da non poter essere messi a posto nemmeno da un cattolicesimo formale o da una tranquilla vita borghese"

"Enzo Jannacci se ne è andato la sera del Venerdì Santo, nel 2013, la sera che quel Cristo che lui ricordava con tanto affetto, muore sulla croce.
Forse non è un caso, anzi sicuramente no.
Quel desiderio evocato per tutta la vita, talvolta magari dimenticato, che poi invece tornava a bussare al suo cuore, si deve proprio essere spalancato negli ultimi istanti della sua vita.
Con una carezza, quella del Nazareno, quella carezza che lui ha desiderato per tutta la vita"

Sono parole di Paolo Vites, autore di "Enzo Jannacci. Canzoni che feriscono" da cui ho 'saccheggiato' un pò di citazioni, come ho fatto anche con Andrea Pedrinelli curatore del libro "Roba minima (mica tanto)", due opere imprescindibili per conoscere la figura umana e artistica di Jannacci.

Diverse sono le versioni con cui negli anni l'artista milanese propose questa canzone, tutte meritevoli di 
attento ascolto.
Vi proponiamo l'ultima, inclusa nel suo "Best"





giovedì 24 settembre 2020

1 Corinthians 15:55 - Johnny Cash

da "Il brillìo degli occhi" di Julian Carron

"Come scrive san Bernardo, 'quello che ci viene da Dio non possiamo conservarlo e tenerlo senza di lui'
Vale a dire, senza il riaccadere della Sua presenza e senza che noi lo assecondiamo, non possiamo riprodurre quei frutti che pure abbiamo gustato.
Il cammino al vero è un'esperienza: il genio del metodo educativo di Giussani sta tutto qui: (...)
'Cristo non è venuto a dire: 'Chi mi segue soddisferà tutti i suoi capricci, i suoi pensieri, i suoi interessi'.
No! Ma ha detto:
'Chi mi segue cambi i criteri, incominci a mutare i criteri di valutazione, di valore, di giudizio di valore'
E se uno fa così, dopo avrà il centuplo di quello che sembrava perdere.
'Chi mi segue avrà la vita eterna e il centuplo quaggiù'
Non esiste nessuna proposta al mondo che sia più chiara e netta di questa, perchè ci sfida sperimentalmente.
'Chi mi segue sarà di più, troverà d più, cento volte tanto'. 
Ma 'chi mi segue', però' 
(FCL Giornata d'inizio anno 1975) (...)

Solo questa novità può essere credibile oggi.
'Il granello di frumento cristiano diventa veramente capace di dare forma solamente se non si rinchiude in una forma speciale, illusoria, che vive accanto e accessoriamente alle altre forme del mondo e che si autocondanna alla sterilità, ma se, seguendo l'esempio di Gesù, fa rinuncia di sè e sacrifica il suo carattere di forma speciale, senza lasciarsi turbare dall'angoscia di dover sortire da sè e tuffarsi ed essere tuffata nel mondo.
Perchè per il mondo solo l'amore è credibile'
(H.U. von Balthasar, in 'La percezione dell'amore')"

E' la conclusione del lavoro pedagogico che Julian Carron, Presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione, ha sviscerato e offerto nell'estate 2020, segnata dalla pandemia, per recuperare il senso del compito della vita per la responsabilità di ognuno, nei confronti di tutto il mondo. 

"Il Signore della Vita è stato buono con me. Mi dà buona salute ora e mi aiuta a continuare il lavoro che amo. Mi ha dato la forza di affrontare le malattie passate e vittoria di fronte al rischio di sconfitta.
Mi ha dato vita e gioia dove altri vedevano oblìo.
Mi ha dato nuovo scopi per cui vivere.
Nuovi servizi da rendere e vecchie ferite da rimarginare.
La vita e l'amore vanno avanti. Che la musica suoni"

Queste le parole, scritte da Johnny Cash, una delle icone del rock americano, uno dei fondatori insieme ad Elvis Presley, del nuovo movimento musicale che rivoluzionò la musica del secondo novecento, che comparivano sulle note di copertina dell'album "Solitary man" pubblicato nel 2000.
Lavoro discografico che iniziò l'ultima parte della sua vita, sotto la produzione del guru Rick Rubin, e che fu accolto con grande favori di critica.

Cash ebbe una vita lunga e travagliata percorsa da drammi personali e lutti familiari precoci (la morte sul lavoro del fratello giovanissimo) che lo segnarono, ma che non scalfirono mai la sua profonda fede cristiana: quella cristianità ereditata dai genitori e fortemente coltivata con severità e dolcezza redentiva dalla sua seconda moglie June Carter, che lo anticipò in Paradiso a distanza di pochi mesi.

Come accadrà anche per altre figure del rock (Leonard Cohen, David Bowie), Cash registrò dischi con la sicura coscienza di essere arrivato al traguardo della vita terrena, accentuando la voglia di testimoniare la sua appartenenza al disegno misericordioso del Dio cristiano:
così vengono raccontati gli ultimi suoi giorni da Steve Turner, curatore della bellissima biografia "Johnny Cash. La vita, l'amore, la fede di una leggenda americana":

"Ancora il 14 Agosto 2003, Cash era in studio e lavorava ad alcune canzoni. Una era intitolata '1 Corinthians 15:55, che parlava della morte sulla base del versetto ( dalla prima lettera di San Paolo apostolo ai Corinti  n.d.r.) 'Dov'è, o morte la tua vittoria? Dov'è o morte il tuo pungiglione?' (...)
Giovedì 11 Settembre si ammalò di nuovo, stavolta con problemi respiratori causati da un attacco d'asma. (...) I polmoni, in cui era rimasto pochissimo tessuto sano, iniziarono a bloccarsi. (...)
Alle due del mattino seguente, John R. Cash morì.

La forza di Cash come autore cristiano era la compassione che nasceva dall'esperienza.
Scriveva del peccato non in modo astratto, ma come qualcosa che aveva conosciuto intimamente.
Gli piaceva dire che l'unica ragione per cui non portava sulle spalle i sensi di colpa dei suoi errori, era perchè pensava, che se Dio lo aveva perdonato, il meno che potesse fare era perdonare se stesso"

Il ragazzo dell' America rurale più profonda.
Il ragazzo che cantava i gospel in chiesa.
Il pioniere del rock'n roll.
Il drogato, il depresso, l'alcolizzato, il carcerato (anche se per una notte sola).
Colui che era stato salvato dalla sua seconda moglie e dalla fede incrollabile in Cristo
Colui che vedeva nei carcerati uomini come lui, da redimere attraverso il Verbo cristiano.
Ora faceva l'ultima esperienza terrena, per viverne una nuova definitiva, proprio come aveva cantato pochi giorni prima.

"O morte dov'è il tuo pungiglione?
O tomba dov'è la tua vittoria?
O vita sei un sentiero luminoso
e la speranza zampilla in eterno
quando vedo il mio Redentore
che chiama.

Remo la mia barca sulle onde del tuo mare
fammi trovare un porto sicuro
e non permettere che entri l'oscuro nel tuo santuario
finchè non verrà il tempo della dipartita.
Lasciami veleggiare con la mia barca verso est
nel tuo porto di luci
e caccia via per sempre la mia oscurità
Dammi il mio compito e fa che lo compia bene
e con tutte le mie forze.

Soffiate o venti caldi, quando fa freddo e imperversa la pioggia
e non venire troppo presto a riscuotere i miei debiti.
E mantieni il mio sguardo fisso sulla stella polare.
Quando il viaggio non sarà più adatto ad un uomo o ad una bestia
sarò al sicuro ovunque Tu sia."




 
      
  

mercoledì 23 settembre 2020

Il forestiero - Adriano Celentano

da "Il brillìo degli occhi" di Julian Carron

"E' solo un'esperienza umana che ti permette di scoprire la presenza di Cristo, di capire cos'è il tuo rapporto con Lui.
Intercettare la presenza contemporanea di Cristo è facile: le presenze che ci calamitano, che ci fanno sperimentare la corrispondenza di cui abbiamo parlato, sono rare.
Perciò intercettarle è facile: per Pietro, Zaccheo, la Samaritana, la Maddalena è stato facile.
E' facile ma non scontato. (...)
Che cosa ha dovuto esserci in Pietro, in Zaccheo, nella Samaritana, nella Maddalena e negli altri che Lo hanno incontrato, affinchè intercettassero la Sua novità, la Sua diversità, la Sua unicità?
Un'attenzione sincera, uno sguardo spalancato.
Infatti 'la verità ultima è come trovare una bella cosa sul proprio cammino: la si vede e si riconosce se si è attenti. Il problema dunque è tale attenzione' (cit. Luigi Giussani) (...)

Pietro, Zaccheo, la Samaritana, la Maddalena, non avevano messo una sordina alla loro umanità: nel loro sguardo c'era una sete, un'attesa inquieta, anche sofferente, che la presenza di quell'Uomo aveva evocato, fatto risuonare, abbracciandola, corrispondendovi. (...)
Di fronte alla alla presenza di Gesù, nelle persone che lo sentivano parlare e lo vedevano agire, nasceva la domanda: 'Chi è costui?' (...)
Da qui, da questo contraccolpo stupito, che suscita una insopprimibile domanda, inizia quel percorso di conoscenza, di riconoscimento, che si chiama fede.
Guardiamo come esso si dispiega nei primi che hanno incontrato Gesù.
Cerchiamo di immedesimarci in una delle tante scene del Vangelo, per paragonarci con la dinamica conoscitiva che emerge dal racconto."

E' ancora Don Julian Carron, presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione che ci sollecita a comprendere e vivere le categorie pedagogiche dell'avvenimento cristiano, calato nella nostra quotidianità.

Anno 1985.
Adriano Celentano si imbarca in un progetto cinematografico, che partendo dalla sua fede cristiana, risulterà però non risolto e piuttosto confuso nella sua realizzazione : 'Joan Lui'
"Pur avendo un nome da donna Joan Lui è un uomo. Un uomo sotto ogni aspetto.
Si chiama così perchè racconta la storia di una coscienza.
Una coscienza che potrebbe essere la mia ma anche quella di tutti, perchè le coscienze, a differenza degli uomini, sono tutte uguali e raccontano una cosa sola: la verità.
La coscienza è un pezzo di Dio che è dentro ognuno di noi fin dalla nascita, e, nonostante il nostro impegno per assassinarlo ogni giorno, Egli continua a risorgere per ricordarci che ci ama."

Celentano risponde così, provocato a fondo da Riccardo Bonacina sulle pagine del settimanale "Il Sabato", poco prima dell'uscita del film.
"Lo sai come mi sono riavvicinato alla fede? Per gioia.
Ero felice e io volevo a tutti i costi ringraziare qualcuno. (...)
Senza l'aldilà, l'aldiquà non sarebbe neanche un provino, e se questo non è un provino che senso ha?
Il guaio più grosso è l'indifferenza che ormai è penetrata in ciascuno di noi.
L'indifferenza è un male peggiore della bomba atomica.
Anche i giusti sono in preda all'indifferenza e non hanno neanche più la forza di commuoversi, ed anche la natura è preda di questo male, diventa arida, si ribella."

Adriano Celentano, all'inizio della sua carriera, idolo italiano del rock d'importazione, sente forte il bisogno di capire qual'è il senso della sua vita, raduna intorno a sè un gruppo di sacerdoti per approfondire le ragioni di quel cristianesimo di cui sono impregnate le sue radici familiari.
Da quel momento la sua acclamata e sterminata carriera, fatta non solo di canzoni che hanno fatto la storia del pop rock tricolore, ma anche di film e di tanta televisione, sarà testimonianza della sua fede cristiana, così popolare, scevra da ogni intellettualismo, diretta e appassionata.

Famiglia, valore della maternità (antiabortista tutto d'un pezzo), contrario alle pratiche eutanasiche, ecologista d'antan: questi sono i suoi principi più volte affermati, anche se qualche volta in maniera un pò arruffata e con derive predicatorie, fatta salva la sua sincerità.
Nel 1970, pubblica un brano che con un coinvolgente andamento 'arabeggiante', racconta pedissequamente l'episodio evangelico della Samaritana, cogliendone l'essenza del messaggio.
E' nient'altro che quell'invito che sollecita Julian Carron: quell' "immedesimarsi" per "paragonarci".

"Il forestiero" è una canzone semisconosciuta del suo repertorio, ma che in questi anni, 'il Molleggiato', ha rispolverato nelle sue partecipazioni televisive.
Un vero estratto evangelico tradotto in rock, che non perde di un briciolo la fedeltà al Sacro Testo.
La storia di un incontro. 
Come scrive mons. Massimo Camisasca, vescovo di Reggio Emilia e Guastalla nel suo agile libro 'Perchè mi cercate?':
"Davanti alla Samaritana, pur peccatrice ed eretica per i giudei,(Gesù), si mette al suo livello e le dice: 'Dammi da bere'.
Gesù ha sete, noi siamo chiamati a rispondere."






martedì 22 settembre 2020

Annie's song - John Denver

dalla "Catechesi del Mercoledì" Papa Francesco
Udienza del  16 Settembre 2020

"Senza contemplazione è facile cadere in un antropocentrismo squilibrato e superbo, l'io al centro di tutto, che sovradimensiona il nostro ruolo di esseri umani, posizionandosi come dominatori assoluti di tutte le altre creature. (...) Crediamo di essere al centro, pretendendo di occupare il posto di Dio; e così roviniamo l'armonia del creato, l'armonia del disegno di Dio. (...)
Sant'Ignazio di Loyola, alla fine dei suoi Esercizi spirituali, invita a compiere la 'Contemplazione per giungere all'amore', cioè a considerare come Dio guarda le sue creature e gioire con loro; a scoprire la presenza di Dio nelle sue creature e, con libertà e grazia, amarle e prendersene cura.

Chi non sa contemplare la natura e il creato, non sa contemplare le persone nella propria ricchezza. (...)
Se tu non sai contemplare la natura, sarà molto difficile che saprai contemplare la gente, la bellezza delle persone, il fratello, la sorella. Tutti noi."

Parole semplici, quelle di papa Francesco (che qualche intellettuale giudica 'banalmente ecologiste'), che testimoniano il messaggio del Santo Padre: offrire riflessioni, con la coscienza, che, prima di tutto, questo mondo deve recuperare e riscoprire la propria umanità di relazioni perdute nella distrazione quotidiana, per riportarla al Centro che tutto accoglie.

"E' una cosa che sento molto forte. Devo aspettare che lo spirito mi colpisca, non mi sembra di scrivere una canzone.
Penso che le canzoni siano là fuori e penso.
Bob Dylan l'ha detto ed è stata la prima volta: ha detto che se non ti senti spesso come creatore di una canzone, ti senti come lo strumento di ciò che vuole essere scritto.
Quindi non penso di creare le canzoni, anche se sono disposto ad assumermi la piena responsabilità delle canzoni perchè mi metto in uno spazio particolare in cui queste canzoni vengono da me.
non credo che nessun altro stia scrivendo canzoni come me."

E' un'intervista alla prestigiosa rivista "Rolling Stone" del 1975, questa, rilasciata da John Denver, in piena parabola ascendente della sua fortunata carriera. Milioni di dischi venduti e l'incoronazione mondiale a re del pop folk delle alte classifiche.
Che, in questa lontana intervista continua così:
"Le parole delle mie canzoni sono quello che sono io.
Mi capita di essere in questo modo e di vivere nel modo in cui vivo e queste canzoni particolari mi arrivino attraverso me.
Io sono il ragazzo che canta e questa è una fonte costante di gioia per me.
Queste canzoni  vengono fuori dal nulla ed è così eccitante quando inizi a lavorarci su.
Penso a "Rocky Mountain high" ci sono voluti nove mesi per scriverla: avevo il ritornello e poi, una notte c'erano così tante stelle e il cielo diventava così profondo  e così chiaro che creava una piccola pozza di ombre generata dalla luce delle stelle. E poi, ecco le stelle cadenti, palle di fuoco che attraversarono il cielo.
Poi 'Annie's song' l'ho scritta in una decina di minuti su uno skilift.
Le canzoni vengono e non posso forzarle e non è il mio obiettivo farlo.
Quando vengono, vengono."  
 
Una purità di giudizio, tra umanità e difesa della natura.

Poi, dalla prima metà degli anni '80, i problemi personali e artistici:
la separazione dalla moglie Annie, un secondo matrimonio naufragato presto, che pesano e destabilizzano i suoi valori.
E' vittima di depressione e subentra una dipendenza agli alcoolici.
Inoltre il mondo discografico comincia a girargli le spalle: il mondo musicale sta cambiando, nuovi protagonisti si affacciano e Denver stenta a tenere il passo, anche se, con i suoi concerti non smetterà mai di sostenere la causa dei movimenti ecologisti.
Precipiterà mentre pilota un aliante di sua costruzione nel 1997.
Qualcuno cercherà di infangarne la memoria, sospettando una guida in stato di ubriachezza, ma l'autopsia smentirà il gossip.

Rimangono i testi positivi delle sue canzoni e la poesia verso chi amava e la natura che "contemplava".
'Annie's song' ne è la testimonianza lampante: esprimendo l'amore per la sua donna, paragonandola alle bellezze naturali e ai fenomeni dell'ambiente incontaminato, dove l'uomo scopre che il suo compito è semplicemente riconoscere l'Altro di cui è fatto. 
Se stesso e tutta la realtà che lo circonda.

"Tu riempi i miei sensi
come una notte nella foresta,
come le montagne a primavera,
come una passeggiata sotto la pioggia,
come una tempesta di sabbia neldeserto,
come un placido oceano blu.

Vieni, lascia che ti ami,
lascia che ti doni la mia vita,
lasciami annegare nel tuo sorriso
fammi morire fra le tue braccia,
lascia che mi stenda al tuo fianco,
fammi stare sempre con te.
Vieni, lascia che ti ami e amami ancora."

(Grazie ad Enrico, per la traduzione dell'intervista)



          

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