martedì 27 ottobre 2020

Le rose blu - Roberto Vecchioni

"Che cosa vince la paura in un bambino? La presenza della mamma.
Questo "metodo" vale per tutti.
E' una presenza, non le nostre strategie, la nostra intelligenza, il nostro coraggio, ciò che mobilita e sostiene la vita di ognuno di noi.
Una presenza, la memoria operante di essa. (...)
Di fronte alla paura profonda, quella che ci attanaglia al fondo del nostro essere e che ci adoperiamo a cacciare il più lontano possibile (la paura della morte e di ogni suo riverbero nella vita), occorre domandarsi quale presenza è in grado di vincerla.
Non qualsiasi presenza.
E' per questo che Dio si è fatto uomo, è diventato una presenza storica, carnale, vicina, un compagno di cammino (...)
 'un uomo di nome Gesù, che (...) quella volta a Nain, vedendo una madre, vedova, che accompagnava al sepolcro la bara del figlio morto, era stato preso da un impeto di emozione e, facendosi avanti, aveva messo una mano sulla sua spalla, dicendole: Donna, non piangere', con un'incongruenza strana. E poi la risuscitò il figlio.
Ma come si fa a dire ad una donna vedova che ha perso un figlio: Donna non piangere?' (...)
Chissà come si sarà sentita quella donna, investita da un abbraccio che superava ogni umano sentimento e le ridava speranza! (Luigi Giussani, 'Generare tracce nella storia del mondo')"

E' un brano tratto dal breve saggio "Il risveglio dell'umano. Riflessioni da un tempo vertiginoso" di Julian Carron, presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione, pubblicato in piena pandemia Covid -19, che, come si legge nell'introduzione del libro stesso " si sta misurando con le domande di tutti, offrendo un contributo alla riflessione comune.
E, in particolar modo, nel brano proposto all'inizio la realtà con la paura della morte e della malattia nel rapporto tra genitore e figlio.

"Quando chiedevo a mio figlio i fiori che preferiva, mi rispondeva le rose blu, che sono fiori che non esistono, sono finti. Allora al momento che chiedo delle cose a Dio, non chiedo altro che le rose di mio figlio.
'Le rose blu'  è una lunga preghiera, un 'a tu per tu' con Dio, una proposta smisurata di scambio per uno dei miei figli. Per scriverla mi sono chiuso in uno sgabuzzino per due giorni e due notti e non ho mai provato brividi così forti"
"E' stata scritta nel momento in cui ci siamo accorti della malattia del piccolino.
Ma la felicità è un convivere col dolore, con la rivincita e il superamento, e se hai fede, meglio ancora" 
"La fede ti obbliga alla serietà. Ti fa meditare sulla tua essenza, ti pone domande.
Indubbiamente prima la mia malattia e poi quella di mio figlio hanno influenzato molto questo percorso alla scoperta di Dio"

Sono spezzoni da interviste molto approfondite a Roberto Vecchioni, che prendendo spunto dal brano "Le rose blu", pubblicato nel 2007, danno modo al cantautore milanese di raccontare il suo rapporto con la fede.
Sono state pubblicate dal "Corriere della sera", "Avvenire" e il settimanale "A sua immagine"

"Il momento più alto  del mio faccia a faccia con Dio è dato sicuramente da 'Le rose blu', che è un vero punto di arrivo, il riconoscimento che Dio c'è. Sapere che Dio prenderà ciò che gli offro significa essere convinto della Sua presenza"
"E' la canzone più drammatica della mia vita, è una preghiera, forse una bestemmia, non lo so.
Un patto impossibile con Dio.
Non ti offro la vita è già tua: ti do quanto ho vissuto, se tu dai a mio figlio le rose blu, la sua salvezza"

Roberto Vecchioni, milanese, titolare di un 'songbook' di tutto rispetto, è uno tra i decani ancora in attività della sua generazione di cantautori.  Professore di liceo, ora in pensione, è stato docente universitario in Storia delle religioni, scrittore di novelle, ha iniziato la sua carriera artistica all'ombra dei Guccini e dei Dalla, dei quali ha goduto di una lunga frequentazione.
Ha sviluppato una vena musicale molto personale e la sua poetica rimanda ad una realtà quotidiana:
ritratti commossi di personaggi familiari e di racconti di formazione.
Grande umanità, un ateo che nel tempo ha (ri)scoperto la fede.
Una fede sempre tormentata espressa in quasi cinquant'anni di canzoni: 
"Il Signore non è lontano, è qua! Grandi personaggi e scrittori hanno detto che Dio è dentro di noi.
Per esempio Manzoni che fa dire all'Innominato: "Dio, Dio, dov'è questo Dio?
E il cardinale risponde: 'Tu devi dirlo, lo hai dentro in questo momento'
Il Signore è sempre dentro di noi"

E Carron, conclude:
"Quella madre vedova non era condannata a rimanere da sola, perchè il seme della Resurrezione era presente in quell'Uomo che le diceva quelle parole inaudite e che subito dopo le restituì quel figlio vivo"









     

venerdì 23 ottobre 2020

House of a thousand guitars - Bruce Springsteen

"Il blues è l'anima dell'uomo che implora Dio. (...)
Dio inventò il blues perchè è desiderio di Dio che noi lo cerchiamo e lo troviamo (...)
negli spasimi dolorosi di questa ricerca, noi tutti sperimentiamo un senso di isolamento, una solitudine, una tristezza, una brama di pienezza. Tutto questo è il blues. (...)
Non dimentichiamo che il rock'n'roll, ha come padre il blues dei neri e come madre il desiderio di felicità e la voglia di divertirsi dei bianchi.
Crediamo che uno sguardo libero da pregiudizi alla musica rock possa permettere di addentrarsi a fondo in quell'affascinante mistero che è l'America moderna, in cui la musica rock è nata. (...)

Essere americano vuol dire sentire la promessa come un diritto di nascita e sentirsi solo e perseguitato quando la promessa svanisce. 
Questo è il sogno della 'promised land', la terra promessa, che il rock da Elvis a Bruce Springsteen, ha sempre cantato, così come ha cantato la maledizione che soggiace quando questa 'terra promessa' si rivela impossibile da raggiungere con mani d'uomo"

Questo è un estratto dall'introduzione della guida ad una mostra al Meeting di Rimini del 2004, curata da Leonardo Eva, Walter Muto e Paolo Vites, intitolata "Good rockin' tonight. Storie di 50 anni di rock"

Blues, rock'n'roll, Bruce Springsteen.
Nomi portatori, appunto, di storie, che quasi inconsapevolmente riemergono nell'ultimo album del 'Boss' : "Letter to you"

Storie e leggende.
Qual'è la più grande e intrigante leggenda sulla nascita del blues moderno, del blues del "Delta"?
Quella del crocicchio. quella del patto col diavolo.
"Nella mitologia del blues, il crocicchio ha sempre rivestito un'importanza particolare.
I primi bluesmen rurali assegnavano all'incrocio isolato tra due strade di campagna un ruolo quasi magico. In quel luogo ricco di energia e dal quale si poteva sprofondare direttamente all'inferno, in una notta di luna piena, a mezzanotte in punto, capitava di incontrare il diavolo, che sotto sembianze umane proponeva baratti allettanti ai poveri neri.
Il demonio in cambio dell'anima, era in grado di esaudire qualsiasi richiesta, anche apparentemente irrealizzabile, e per un aspirante musicista l'opportunità di diventare un mago della chitarra. (...)
Questo patto avrebbe avrebbe garantito il successo durante la vita, ma avrebbe riservato pene atroci dopo la morte"
( da "La storia del Blues", Roberto Castelli, ed. Hoepli)

Così la leggenda narra sia capitato proprio all'iniziatore del blues del Delta: Robert Johnson.

"Stavo uscendo dallo spettacolo a Broadway e come sempre c'erano dei fan ad aspettarmi.
Sono arrivato alla macchina e c'era questo ragazzo in piedi con una chitarra.
Sono abituato a sentirmi chiedere autografi, quindi gli ho solo detto 'Amico, non firmo nessuna chitarra' e lui ha detto: 'No, questa è per te'
Era una bella chitarra, l'ho presa e abbiamo parlato per qualche secondo.
Arrivato a casa l'ho messa in soggiorno ed è rimasta lì per un bel pò.
Poi l'ho strimpellata: suonava davvero bene ed era comoda. Una bella chitarra artiginale.
Nei dieci giorni successivi, quasi tutte la canzoni dell'album sono uscite da lì.
Chiunque sia e dovunque sia ora quel ragazzo, a lui io sono debitore"

Caro Bruce, e se quel ragazzo fosse stato un angelo?
Perchè attraverso quella chitarra sono scaturite canzoni piene di commozione, di compassione, di speranza, forse la certezza, di un'altra vita, dove incontrare i nostri cari e ridere insieme, non dimenticando di vivere l'oggi con i propri amici di avventura musicale.
Imbracciare la chitarra per onorare il rock'n'roll, quello forte, potente, la sigla della 'promised land' 
E comporre inni corali come "House of a thousand guitars", La casa delle mille chitarre:

"E' forse la mia canzone preferita.
Tenta di raccontare il mondo che sin dall'inizio della mia carriera ho cercato di creare con il mio pubblico.
Un mondo con un suo codice d'onore, fatto di valori condivisi, di divertimento di gioia, ma con una sua morale, anche se questa è una parola che uso con pudore.
Ho vissuto 45 anni con la E-Street band : una vita!
Abbiamo percorso una lunga strada assieme, sperimentando la fratellanza naturale che nasce suonando: è una sensazione meravigliosa, una benedizione"

God bless 'The Boss' ... and all rock'n'roll

"La luna rossa risplende nella valle
le campane suonano nelle chiese e nelle prigioni
Conto le mie ferite e conto le cicatrici
nella casa delle mille chitarre

Il pagliaccio criminale ha rubato il trono
ruba ciò che non potrà mai possedere
Possa la verità risuonare da ogni bar di tutte le piccole città
illumineremo la casa delle mille chitarre.

Bene, si, va bene
incontriamoci tesoro, quando arriva sabato sera
tutte le belle anime vicine e lontane
ci incontreremo nella casa delle mille chitarre

Qui gli scontenti e gli annoiati
si svegliano alla ricerca dell'accordo perduto
che ci terrà uniti fino a che ci saranno stelle in cielo
qui nella casa delle mille chitarre

Quindi possiamo scrollarti di dosso i tuoi guai, amico mio
andremo dove la musica non finisce mai
Fratello e sorella, ovunque voi siate
risorgeremo insieme finchè non troveremo la scintilla
che illuminerà la casa delle mille chitarre

Mille chitarre, mille chitarre"





giovedì 22 ottobre 2020

I'll see you in my dreams - Bruce Springsteen

"I nostri morti formano il centro della nostra memoria, e nessuna società può permettersi di disprezzare o distruggere la propria memoria senza mettere in pericolo il proprio presente e senza strozzare, ancor prima che appaia, il proprio futuro. (...)
Vivere il presente presuppone inevitabilmente riconoscere ciò che fu, in ogni senso, il passato. (...)
Quel che risulta assolutamente necessario è imparare dai morti la lezione delle virtù, dei valori, dei significati; del bene da accogliere e moltiplicare così come del male da respingere e cancellare.
Ma per fare questo è necessario, come atto primo, tenere la vita sacra, civile sostanza che ci lega a loro;
il che significa tenere in vita anche la sacra, civile forma che quella sostanza ha, via via, preso ed assunto.

La pazienza dei morti che attendono il giorno della finale epifanìa, deve diventare la pazienza dei vivi. (...)
Significa sapere che la giustizia, la bellezza e la santità della vita di tutti sono più lunghe della vita d'ognuno di noi; e che ognuno di noi vale solo in quanto collabora a costruire, a completare e glorificare l'esistenza di tutti"

Era il 2 Novembre del 1978 e la prima pagina del 'Corriere della Sera' ospitava queste riflessioni dello scrittore e romanziere (oltre che critico d'arte) Giovanni Testori.
La collaborazione al quotidiano del grande artista lombardo era cominciata poco tempo prima, chiamato a sostituire come 'grande firma' Pier Paolo Pasolini, vittima di morte violenta.
Invito che arrivava in un momento personale di Testori di ripensamento del suo rapporto con l'incidenza della fede cristiana nella propria vita, che lo porterà ad un rapporto di grande amicizia con don Luigi Giussani, iniziatore del movimento ecclesiale di Comunione e Liberazione.

"Durante l'estate del 2019 ho incontrato un mio vecchio amico che suonava nella mia prima band.
Era molto malato ed è morto pochi giorni dopo, così sono rimasto l'unico membro vivente di quel gruppo.
Avevo questo in testa quando mi sono messo a scrivere mi venivano in mente episodi di quando avevo 14 anni ed altri più recenti.
E' un album che abbraccia un arco di tempo molto ampio, quello tra la mia prima band e quella attuale,
fondamentalmente racconta ciò che ho imparato tra i 17 e i 70 anni.
In queste canzoni affronto la perdita, la gioia di suonare, la fortuna di vivere facendo musica."

Chi parla è 'The Boss'  Bruce Springsteen, che così presenta la pubblicazione del nuovo album "Letter to you" realizzato con rinnovata vigorìa insieme ai suoi compagni di viaggio, la ' E- Street band', tornando, quindi, al 'classic rock' più puro.
Ma gli anni passano e il suo passato di incontri e amicizie si allunga, mentre si avverte incombente la chiusura della vita terrena e l'uomo, attraverso il rock'n roll, approccia serenamente un 'tirare le somme' facendo memoria di chi non c'è più.

Lui li chiama 'ghosts', fantasmi, ma non nel modo horror con cui normalmente vengono identificati.
"Si invecchia e i fantasmi camminano insieme a te. E' buono.
Quando eri un ragazzino, i fantasmi erano spaventosi, ma quando invecchi ti ricordano, camminano accanto a te e ti ricordano il valore del tempo e la preziosità dell'amore e della vita. (...)
Che tu possa camminare con loro e ascoltare ciò che ti stanno dicendo."

"La strada è lunga e sembra senza fine
i giorni passano mi ricordo di te amico mio
E anche se te ne sei andato
e il mio cuore mi è sembrato vuoto
ti rivedrò nei miei sogni

Ho messo la tua chitarra qui vicino al letto
tutti i tuoi dischi preferiti e tutti i libri che hai letto
E anche se la mia anima si sente spaccata in due
ti rivedrò nei miei sogni

Ti rivedrò nei miei sogni
quando tutte le nostre estati saranno finite
Ci incontreremo, vivremo e rideremo di nuovo.
Ti rivedrò nei miei sogni, si, al di là del fiume
perchè la morte non è la fine
e ti rivedrò nei miei sogni."  




martedì 20 ottobre 2020

L 'Anticristo - I Decibel

da "Il padrone del mondo" di Robert Hug Benson

"Dietro di lui, dalla cui bocca usciva un torrente di parole, la moltitudine si agitava.
Tra grida e sospiri, saliva e scendeva un'onda d'emozione. (...)
Lui non poteva più tenerli fermi, ad ascoltarlo, dopo averli trascinati all'azione suprema. (...)
Allora in quella luce soprannaturale, tra il suono dei tamburi, la grida acute delle donne e un assordante traballare di piedi, fu uno scoppio di entusiasmo religioso: diecimila voci avevano proclamato Giuliano Felsemburgh loro Signore e loro Dio! (...)
La razza umana aveva ora una autocoscienza di unità, con una suprema responsabilità nei confronti di se stessa: sparivano, dunque, i diritti degli individui, che erano giustamente riconosciuti nelle epoche precedenti.
L'uomo ora aveva il supremo dominio sopra ogni cellula di questo 'Corpo Mistico' e non poteva che considerare illimitati i diritti del tutto, allorchè una cellula agiva a danno del corpo. (...)
C'era una sola religione che reclamava la stessa totalità di diritto: la religione cattolica. (...)
Solo il cristianesimo portava con sè un veleno mortale;
ogni cellula nella quale veniva inoculato il veleno infettava tutte le fibre che la ricollegavano al centro della vita (...) ed era un delitto che non richiedeva altra ammenda se non la completa estirpazione della fede cristiana."

Robert Hug Benson, inglese, nasce nel 1871, suo padre è l'arcivescovo anglicano di Canterbury, si converte al cattolicesimo e viene ordinato prete.
Approfondendo l'opera saggistica di San John Henry Newman, si dedicherà alla predicazione e alla scrittura di saggi e di romanzi. Morirà nel 1914.

Scrive "Padrone del mondo" nel 1907: è un romanzo (oggi si direbbe distopico), dove si narra di un mondo nel quale l'uomo ha raggiunto gli estremi confini del progresso materiale e intellettuale che persegue un unico progetto: il trionfo dell' Umanitarismo, che consiste nell'eliminazione della guerra, la legalizzazione dell'eutanasia, l'adozione dei cibi artificiali , la persecuzione di ogni soggetto civile e religioso diverso. 
Ma c'è una fede che combatte questa omologazione e Benson la individua nel cristianesimo.

" C'è un pugno di persone che decide le sorti del mondo e ci domina, appiattendo le differenze e annullando le identità, io lo chiamo l'Anticristo"
E' il 2018, ed Enrico Ruggeri, risponde così a Maurizio Caverzan sulle pagine del quotidiano "La Verità".
E' appena uscito il secondo album che vede la reunion dei Decibel, gruppo italiano di pop punk; una meteora dei primo anni 80, trampolino di lancio della carriera artistica di Enrico Ruggeri.
La formazione è la stessa, anche se tutti e tre i componenti veleggiano oltre i sessanta e sono tutti rispettati professionisti nei rispettivi campi lavorativi.

"Siamo fermamente convinti che ci sia una decina o quindicina di persone che si trova da qualche parte e decide chi sarà il presidente degli Stati Uniti, il Cancelliere della Germania, quando scoppierà la prossima bolla finanziaria, quando inizierà il nuovo flusso migratorio.
Sono i veri potenti che indirizzano le sorti del mondo: il loro primo obiettivo è l'abbassamento della consapevolezza della gente" 

Ora, sgombriamo il campo da tutte le ipotesi cospirazioniste (ma probabilmente ad Amazon, Google e Facebook fischiano le orecchie) nelle quali sguazza una certa politica "negazionista" mondiale, sia di destra che di sinistra, lasciamo, quindi, perdere le propagande più demenziali.
Nella sua poetica da radicale e anarchico, non inquadrato in alcun schieramento politico, l'analisi di Ruggeri tocca problemi più profondi, discutibili ma rispettabili:
"Prendiamo il mio campo. Trent'anni fa c'era Bob Dylan, e adesso chi c'è?
E' tutto standardizzato: si è voluto eliminare la forza dirompente dell' arte per renderla innocua e il paragone  tra il tweet di un influencer e una canzone di Dylan, avvalora la mia tesi.
Un altro degli obiettivi dei poteri forti è annullare le identità: creare un magma nel quale tutti consumino le stesse cose.
Ogni difesa della tradizione è un ostacolo sulla strada dell'omologazione, perchè tradizione vuol dire identità, perciò va abbattuta.
Si costruisce un grande futuro solo partendo dal proprio passato."

E poi, un affondo 'a la Benson':
"Il senso religioso è un ostacolo a questa omologazione, l'anima è un fattore scomodo.
Si vuole risolvere i problemi esistenziali consumando.
Più sei infelice, più consumi, più l'anima è povera e più si cerca di arricchirsi acquistando beni dei quali forse non si ha bisogno. (...).
E il primo ad elogiare il disco dei Decibel è stato il card. Gianfranco Ravasi."

Qui, non si vuole "buttarla in politica", 'La stanza di Elvis', vuole rimanere un luogo dove si valorizza tutto ciò che la musica rock, attraverso anche spunti 'letterari', intercetta il mondo che ci circonda.
Forse il retroterra degli studi classici al liceo Berchet di Milano, suscita in Ruggeri un certo 'dejavu' nella critica all'ordine mondiale, che, a nome anche degli altri Decibel esplicita nel libretto di copertina del cd:
"(...) Un uomo temerario (ma era solo un uomo?) duemila anni or sono, per primo osò ribellarsi al principio della prevaricazione del forte contro il più debole, e lo fece in nome dell'amore e del rispetto: fu travolto.
Il suo messaggio rivoluzionario era destabilizzante e al tempo stesso troppo virale per poterlo neutralizzare."

Ad ogni modo, l'album "L'Anticristo" è uno delle migliori produzioni di rock italiano degli ultimi anni: la vena compositiva di Ruggeri e dell'intera band è in grande spolvero, suono è compatto, c'è gran ritmo e testi interessanti affondano il bisturi nei mali di questa società, soprattutto per quanto riguarda il rapporto con i mass media.
Insomma, un gran disco, che, naturalmente, in questi tempi, aridi di novità, è passato quasi inosservato.
Ruggeri & co hanno dunque ragione?



  
   

I muscoli del capitano - Francesco De Gregori

"Nella 'Passione' del compositore polacco Krystof Penderecki è scomparsa la serenità quieta di una comunità di fedeli che quotidianamente vive della Pasqua.
Al suo posto risuona il grido straziante dei perseguitati di Auschwitz, il cinismo, il brutale tono di comando dei signori di quell'inferno, le urla zelanti dei gregari che vogliono salvarsi così dall'orrore, il sibilo dei colpi di frusta dell'onnipresente e anonimo potere delle tenebre, il gemito disperato dei moribondi.
E' il Venerdì Santo del XX secolo.
Il volto dell'uomo è schernito, ricoperto di sputi, percosso dall'uomo stesso, (...) ci guarda dalle camere a gas di Aushwitz. Ci guarda dai villaggi devastati dalla guerra e dai volti dei bambini stremati nel Vietnam; dalle baraccopoli in India, in Africa e in America Latina; dai campi di concentramento del mondo comunista che Aleksandr Solzenicyn ci ha messo davanti agli occhi con impressionante vivezza. (...)
Se avessero avuto ragione Kant e Hegel, l'Illuminismo che avanzava avrebbe dovuto rendere l'uomo sempre più libero, sempre più ragionevole, sempre più giusto.

Dalle profondità del suo essere salgono invece sempre più quei demoni che con tanto zelo avevamo giudicato morti, e insegnano all'uomo ad avere paura del suo potere e, insieme, della sua impotenza: del suo potere di distruzione, della sua impotenza a trovare se stesso e a dominare la sua disumanità."

Sono le parole Joseph Ratzinger / Benedetto XVI tratte dal capitolo "Il Venerdì Santo della Storia: uno sguardo sul Ventesimo secolo" nel volume VI dell' Opera Omnia: 'Scritti di cristologia'.
E' uno sguardo storicamente lucido sul grande dramma del '900 dimentico del messaggio cristiano e tutto proteso all'affermazione della centralità dell'uomo nella politica e nel sapere tecnologico sciolto da qualsiasi giudizio morale e religioso sulla vita umana e, a cascata, sulla politica dei popoli.

"Qualcuno ha voluto vedere ne 'I muscoli del capitano' non solo un'allegoria del potere, ma addirittura il ritratto di qualche uomo politico italiano? Che ti posso rispondere? Che la madre degli imbecilli è sempre incinta? Se c'è un modo di rovinare le canzoni è questo, andare a cercare quello che non c'è invece di di ascoltare quello che c'è"

E' un De Gregori risoluto e netto quello che risponde alle domande di Paolo Vites nella lunga e fondamentale intervista che accompagnava le uscite settimanali dei cofanetti in cd di tutta la sua discografia, allegate, nel 2009, al Corriere della Sera.
Intervista che, tra parentesi, non ha mai avuto l'onore di essere pubblicata in unico volume ... vabbè. 

Ma precisa, il cantautore romano:
"Comunque il capitano di cui si parla è proprio il comandante del Titanic, un'entusiasta che si lanciò al massimo della velocità in mezzo alla nebbia convinto che la sua nave fosse inaffondabile.
Questo amore per la velocità, questa fiducia nella potenza della macchina incarnano bene le mitologia futuriste dell'epoca e tutto quello che ne è seguito: bombe, guerre, disastri.
Anche il '900 ai suoi inizi doveva apparire un secolo inaffondabile"

'I muscoli del capitano' fa parte di uno dei più bei album della produzione cantautorale italiana 'Titanic'
Pubblicato nel 1982, è forse il primo lavoro della generazione degli autori e interpreti italiani ad unire la canzone d'autore alla tradizione popolare. Ad accompagnare i testi di un De Gregori in vero stato di grazia, emergono ritmi legati ai canti di lavoro dei primi del novecento, reminiscenze dixie americane, i primi vagiti del rock, stornelli ottocenteschi e ballate pop 'battistiane'.
Insomma: un capolavoro, ancora attuale.

Un illustre collega di De Gregori, Roberto Vecchioni, così commenta il brano:
"I muscoli del capitano', è un dialogo ravvicinato, tra il mozzo e il comandante, ovvero tra due mondi, tra due idee di mondo: la verità dettata dalla fatica e dalla miseria del primo, l'illusione sfrenata, il cieco ottimismo del secondo. La canzone è sicuramente il centro del 'concept album', il cuore, il nocciolo di tutta l'avventura allegorica e cioè il viaggio, il senso dell'umanità, l'origine e lo sviluppo della prevaricazione (...)
E' una canzone folgorante e inimitabile, un atto di sublime disperazione umana.
Tutto il mondo illuminista da Swift a Defoe, su su per i Rousseau e tutto il mondo positivista Darwin e soci, l'imprudente, fracassante sfida futurista di Marinetti, si accartoccia, svapora qui in tre minuti e poco più: l'orgoglio smisurato dell'uomo padrone va a incocciare e a frantumarsi nella sua 'ubris', in stato di trance, sonnolenza ludica, rincoglionimento da stupefacenza"

Ma facciamo concludere a Joseph Ratzinger, che lo stesso De Gregori ha definito: "Intellettuale di altissimo livello, all'apparenza nemico del mondo moderno e in realtà avanzatissimo":
"La salvezza del mondo ultimamente non viene dalla trasformazione del mondo (...)
C'è un'esigenza e una domanda dell'uomo che va aldilà di tutto quello che la politica e l'economia possono dare: (...) Cristo. (...) Perchè di esso ha sete l'uomo, e senza di esso, nonostante tutti i miglioramenti possibili e anche necessari, egli rimane un esperimento assurdo."




 

   

domenica 18 ottobre 2020

Euthanasia - Nick Cave

"Molto in questa crisi ha a che fare con il tempo. (...)
La normalità è sospesa e nessuno può prevedere per quanto.
Ora è il tempo dell'anomalia, dobbiamo imparare a viverci dentro, trovare delle ragioni per accoglierla che non siano soltanto la paura di morire. (...)
Nel salmo 90 c'è un'invocazione che mi torna spesso in mente in queste ore:
'Insegnaci a contare i nostri giorni e acquisteremo un cuore saggio'

Forse mi viene in mente perchè nell'epidemia non facciamo altro che contare.
Contiamo gli infetti e i guariti, contiamo i morti, contiamo i ricoveri e le mattine di scuola saltate, contiamo i miliardi bruciati dalle borse, le mascherine vendute e le ore che mancano al risultato del tampone (...) contiamo i nostri legami, le nostre rinunce.
E contiamo e ricontiamo i giorni, soprattutto quelli che ci separano da quando l'emergenza sarà finita.

Ho però l'impressione che il Salmo voglia suggerirci un computo diverso: insegnaci a contare i nostri giorni per dare valore ai nostri giorni. (...)
Contare i nostri giorni.
Acquistare un cuore saggio.
Non permettere che tutta questa sofferenza trascorra invano"

Questo è un piccolo estratto da "Nel contagio", un breve ma intenso saggio del fisico e scrittore Paolo Giordano (La solitudine dei numeri primi), nel quale l'autore si pone alcune domande urgenti in questo tempo di emergenza sanitaria: Come stare dentro questo tempo di incertezza? Cosa attendersi dai mesi che verranno?.
Ma  ancora più a fondo: la struttura di fede che abbiamo rispetto al mistero, alla morte, il nostro rapporto con la fame di vita che ci caratterizza.

L'australiano Nick Cave è anch'egli scrittore, ma è soprattutto un cantautore, che da anni (decenni), insegue una sua spiritualità, tormentata, messa alla prova da lutti improvvisi e violenti ( la morte di uno dei suoi figli, sfracellatosi da una roccia a strapiombio sull'oceano)
Perennemente alla ricerca di un Assoluto, lasciandosi interrogare dalle pagine dei Vangeli, scoperti a tarda età, dopo essere fuggito dall' educazione rigida e dura dell'anglicanesimo protestante.
Un bisogno di 'misericordia' verso la durezza del cuore, da tempo comunicata attraverso il suo blog ('Red hand files'), dove risponde alle domande  dei suoi fans.
"Se rinuncio al controllo dei risultati della mia vita, le cose tendono a funzionare bene.
La libertà per me è la capacità di rinunciare al controllo dell'esito delle cose: dobbiamo liberarci dalla paura. Questi sono tempi difficili ma per me la meditazione, la perdita di mio figlio e il fatto che sto invecchiando, mi hanno permesso di arrivare in luogo in cui non mi sento in balìa delle conseguenze nel modo a cui ero abituato."

Sulla situazione pandemica ha scritto:
"Siamo diventati testimoni di una catastrofe.
Quando alla fine usciremo da questo momento avremo scoperto cose sui nostri leader, i nostri sistemi sociali, i nostri amici, i nostri nemici e, più importante di tutto, su noi stessi"

Cave, il 23 Luglio 2020 si è prodotto via streaming in un concerto in solitaria al pianoforte, presso un edificio vittoriano di Londra, la West Hall in Alexandra Palace.
Un'esibizione intensa, dove ha riproposto i brani più intimi del suo repertorio, in cui la ricerca dell'Assoluto è più esplicita.
Da questo evento è stato pubblicato nel Novembre 2020 un cd dal titolo eloquente: "Idiot prayer. Nick Cave alone at Alexandra Palace".
Insieme ai suoi brani già pubblicati, il cantautore ha presentato un brano inedito,"Euthanasia", lasciato nel cassetto da qualche anno, ma di grande attualità.
Come scriveva Paolo Giordano siamo stati travolti da qualcosa di inaspettato che ci mette di fronte alla morte e alla coscienza del valore del tempo.
Ecco, Nick Cave, sembra riprendere queste riflessioni: lo sbandamento, la solitudine, la ricerca, la fuga verso qualcosa di ignoto, la sensazione di essere perduti, la paura della morte, i rintocchi del tempo, la disperazione (da qui "Euthanasia")  e alla fine l'imprevisto e il sorriso in una casa accogliente.

"Ti cerco sotto la terra umida
ti cerco nel cielo notturno
ti guardo sotto il roveto spinoso
ti cerco nella città vecchia.
E cercandoti mi sono perso,
mi sono perso nel tempo.

Mi sono perso nella terra umida
mi sono perso nel cielo notturno
mi sono perso sotto il cespuglio di spine
mi sono perso nella città vecchia
e perdendomi mi sono ritrovato
mi sono ritrovato in tempo.

E quado sei uscito dal veicolo
e ti sei attaccato al mio cuore
era una specie di morire
una specie di morire del tempo.

E sono fuggito dalla città vecchia
fuggito sotto il cespuglio spinoso
fuggito nel cielo notturno
fuggito sotto la terra umida,
dove sono passato per una porta
e ti ho trovato seduto al tavolo della cucina
sorridente

Quel sorriso che sorride, che sorride
Sorride appena in tempo"











venerdì 16 ottobre 2020

Vedi Cara - Vinicio Capossela

a "Il brillìo degli occhi" di Julian Carron

"Chi di noi ha, ogni giorno, almeno un istante di vera tenerezza verso se stesso, verso la propria umanità?
Tante volte ci maltrattiamo, ci scagliamo irosi contro la nostra umanità, che non si lascia sedurre dalla menzogna: vorremo sfuggirvi e d'altra parte non riusciamo ad obliterarla. (...)
Per questo mi ha sempre colpito la frase di Giovanni Paolo II: 'La tenerezza è l'arte di sentire l'uomo tutto intero'
Questo 'sentire' l'uomo tutto intero è essenziale per vivere ed è il contrario del sentimentalismo. 
Ma è 'raro trovare - dice Giussani - una persona piena di tenerezza verso di sè' (...)

Tuttavia, ciò che ogni uomo desidera sperimentare è proprio questa tenerezza verso la propria umanità. (...) Se non troviamo 'qualcosa' che ci consenta di avere questa tenerezza verso la nostra sete, verso la nostra umanità, finiamo per guardarla come una ferita che vorremmo strapparci di dosso - esattamente il contrario di un amore-.
Ma perchè vorremmo strapparcela di dosso?
Per non sentire il dramma, per attutirlo il più possibile, per non avvertire l'insufficienza di tutte le cose in cui riponiamo le nostre attese, per non dover fare i conti con la sproporzione tra quello che desideriamo e quello che riusciamo ad ottenere, (...)
come canta Guccini, riferendosi al rapporto amoroso:
'Vedi cara, è difficile spiegare / è difficile capire se non hai capito già ... //
Tu sei molto anche se non sei abbastanza, / (...) tu sei tutto, ma quel tutto è ancora poco'

E' un altra illuminante meditazione sulla condizione umana tratta dall'intenso pamphlet di Julian Carron, presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione, offerto a migliaia di attenti lettori nell'estate 2020.
Di come, questa riflessione 'cattolica', sia vera e offerta a tutti gli uomini, è da esempio l'appassionata introduzione di Vinicio Capossela al citato brano di Guccini, che il cantautore ha scelto come tributo al 'Maestrone', nel secondo album, organizzato dal Gran Cerimoniere Mauro Pagani, nel quale diversi bei nomi del mondo canoro italiano si sono confrontati con lo storico repertorio gucciniano.

" La cosa è cara perchè c'è dell'affetto e dell'amore, ma anche cara perchè il prezzo è caro.
E quindi una cosa cara è anche qualcosa che si paga molto: è questo il senso in cui sento più mia questa canzone.
'Vedi cara' è un brano esistenziale, io almeno l'ho sentito così.
Si vede una vicenda, magari una persona umana, che viene traslata in un brano che sembra avere quasi una rivalsa.
Però, nello stesso tempo è un  brano estremamente compassionevole, perchè  è come se dicesse
'non è colpa mia nè tua, siamo due idioti, non ce la facciamo, è nella natura delle cose.

Quel 'vedi cara' è un presupposto, è mettere a nudo l'anima, ed è sempre una cosa che costa fatica:
non c'è niente di più faticoso della sincerità.
E' un brano, questo, dove c'è un tentativo di esaminarsi con franchezza, di esaminare anche spietatamente i propri limiti.
Ci sono momenti in cui la vita chiede il conto, si è di fronte a qualche bivio e il bivio è sempre una sconfitta, perchè c'è sempre qualcosa che perderemo nella scelta.
E' un brano da resa dei conti, ha una sua amarezza, ma anche una sua dose di compassione, di compassione verso le vicende umane.
E' questa compassione che ho cercato di mettere un pò più in luce, con questo arrangiamento,
che definirei 'confessionale'"

Chi è abituato al vocione di Guccini, forse rimarrà destabilizzato dall'atmosfera rarefatta e dalla voce 'sghemba' di Capossela, artista dedito alla ricerca di suoni arcaici, nato per combinazione in Germania, formazione musicale in Emilia, che da anni delizia la platea dei suoi ascoltatori con un repertorio che attinge alla cultura e poetica popolare, unendo storie ancestrali e fiabesche, a strappi evocativi verso il trascendente.
Se la riuscita di una cover, dipende dall'umiltà e del rispetto del tributo all' originale, si può dire che Capossela in questo caso ha fatto centro.
Il suo, oltre che un tributo è un ringraziamento a Guccini, che lo fece esordire ben 30 anni fa al Club Tenco. 

Ma facciamo concludere a Julian Carron, che insiste e ci provoca:
"Ma allora - ripetiamo ancora una volta - che cosa ci strappa dal nulla, che cosa può colmare questo abisso della vita, questo desiderio irriducibile, scomodo e sublime, e come scrive Leopardi, 'ancora più grande di si fatto universo', cifra dell'umano che è in noi, che smaschera la parzialità, l'insufficienza dei nostri tentativi?"


 

La sua figura - Giuni Russo & Franco Battiato

da "C'è speranza? Il fascino della scoperta" di Juliàn Carròn "Abbiamo trovato il Messia. E' la notizia che attravers...