mercoledì 6 gennaio 2021

La strada del Davai - Massimo Priviero

"A qualche metro da lui, oltre la parete dell'isba, Stefano dormiva sul pavimento, pressato dagli altri che vi stavano stipatissimi.
Dopo essersi sdraiato si era fatto, come ogni sera prima di dormire, il segno della croce (...) poi essendo molto stanco, aveva detto le preghiere 'corte', ossia un requiem per i morti di quei giorni e un 'angele Dei' per sè.
Il fatto di pregare gli aveva automaticamente riportato alla mente la soave figura di sua madre, quasi che tra la preghiera e sua madre ci fosse un nesso inscindibile: e infatti c'era, in un certo senso era proprio così. Mah! Chissà cosa stava facendo in questo momento la mamma Lusìa (...) 
Beh, a quest'ora senza dubbio dormiva.

Parve al giovane di vederne gli occhi marroni aprirsi nel buio della camera nuziale, e guardarlo con bontà e stanchezza: ' Dormi anche tu Stefano; hai dette le orazioni, bravo, adesso dormi; lo sai che tra poche ore devi tornare fuori'
Sua madre!
Dopo aver tentennata la testa con muta tenerezza, Stefano aveva messo in pratica l'immaginato consiglio materno, addormentandosi in breve.
Tutti, dentro l'isba - i bersaglieri, e anche i pochi spauriti abitatori russi - si erano addormentati, e ora erano avvolti nel sonno come in un coltrone di straordinaria pesantezza; l'aria era piena dei loro respiri;
dallo sportello non ben chiuso di una grande stufa in muratura si spandeva un pò di luce rossastra, ondeggiante e un borbottìo pacato."

Pensieri, preghiere, immagini di casa per un giovane bersagliere, Stefano, che vedrà la morte durante la Campagna di Russia, colpito a morte, non prima ricordando la figura di sua mamma Lusìa:
"Parlate, dai, dite qualche cosa voi, che io, con questa fitta al cuore non posso parlare ... e non c'è più tempo, mamma, non c'è più tempo".
La figura della madre fluttuava fino a divenire indistinta, si dissipava: "Mamma! Mamma!" urlò Stefano. (...) 
Nello stesso istante a Nomana - a tremila chilometri di distanza - un ticchettìo su un vetro della camera da letto desto mamm Lusìa, che lanciò un grido: 'Stefano è morto! Oh povera me, povera me, povera me!'"

"Il Cavallo rosso" di Eugenio Corti, edito nel 1983, più volte rieditato, è considerato uno dei più grandi romanzi storici della letteratura italiana.
Un grande affresco su un'epopea di avvenimenti che hanno sconvolto il mondo tra il 1940 e il 1974.
La guerra e la pace, il mondo che cambia vissuti da protagonisti di varie generazioni che si confrontano sui perchè della vita e del significato del mondo.
Un romanzo paragonato all'epica del Manzoni e a quella del Tolstoj di "Guerra e pace", della profondità di Solgenitzin e della tenerezza dell'Olmi dell'"Albero degli zoccoli".
Più volte candidato per una riduzione televisiva, ma sempre accantonato, forse per un forte sentimento religioso, impresso dal cattolicesimo praticante del suo autore.

"La strada del Davai" è nata perchè io stesso sono un figlio di questi soldati contadini, perchè la mia terra  rimane in qualche modo ogni giorno dentro di me, perchè da qualche parte nel cielo mio padre e mio nonno l' avranno sentita facendola loro.
Perchè la scrittura non ha confine, come la musica, perchè la fusione tra rock e poesia ha regalato forse le cose più belle alla cultura popolare del mondo degli ultimi decenni"

Massimo Priviero, è uno dei più grandi rocker italiani, considerato all'inizio di carriera, dalla fine degli anni 80, la risposta tricolore a Bruce Springsteen.
Grande presenza 'live', non si è mai sottomesso ai meccanismi dell'industria del business musicale.
E non scendendo mai a compromessi, lui, dalla forte tempra veneta, trapiantato a Milano, ha continuato a cantare il suo rock ruspante permeato di ideali che poggiano sulla tradizione cristiana delle terre d'origine:
"Dio mi ha dato la forza e la voce per vivere e per arrivare fino qua.
Nelle mie cadute e nei miei errori ho spesso trovato la Sua mano che mi ha aiutato a rialzarmi.
Fin quando questo accadrà, continuerò lungo la mia strada e la mia necessità di essere e di scrivere per la parte più debole del mondo, qualche volta disegnando visioni  e speranze di umana redenzione"

Sono parole rilasciate da Priviero, nel 2010 a Davide Nieri sul sito "rootshighway.it", che documentano la sua vicinanza umana e artistica a tutte espressioni di solidarietà espresse dai movimenti cattolici giovanili.

"La strada del Davai", anno 2006, è il racconto di un alpino durante la Campagna di Russia (Davai era l'urlo che usavano le armate sovietiche per spronare i prigionieri italiani esausti dalla fame e dal freddo a proseguire la marcia lungo la steppa gelata:
"Sul ponticello un uomo fece per orinare, si udì un richiamo iroso 'davai!, davai! - avanti, avanti - , accompagnato da una frase incomprensibile che suscitò qualche mezza risata"
(sempre da "Il cavallo rosso")
Il testo del brano è scritto in forma di lettera, quella di un soldato semplice, indirizzata alla sua mamma.
La voce è piena di fatica e di dolore, e si esprime in un italiano intriso dalla forma dialettale, la melodia è semplicissima, come quella di un antico canto popolare.






venerdì 1 gennaio 2021

L' anno che verrà - Lucio Dalla & Francesco De Gregori

"Sono mesi che ci viene detto che il 2020 è l'anno peggiore di sempre, che si ironizza per esorcizzare, che si attribuisce al cambio d'anno un'irrazionale speranza e si tratta il tempo che stiamo vivendo come un incubo, una parentesi, una maledizione.
Eppure anche alla fine di quest'anno la Chiesa cattolica ha fissato in migliaia di chiese nel mondo l'esecuzione dell' antico inno del Te Deum, un canto di ringraziamento e di benedizione per quello che durante l'anno ci è stato donato. (...)
Si può vivere dicendo grazie e guardando in faccia un matrimonio che fatica a reggersi, la morte di una persona cara, la malattia, la paura per quel che sta accadendo, l'incertezza sociale che ci minaccia.
Questo può accadere non per puro spiritualismo, per un ottimismo nichilista o per una consolazione sentimentale, ma per la scoperta di sè che ciascuno di noi ha potuto fare durante l'anno. (...)

Non rinnego le lacrime che ho versato, non fuggo dai giorni bui, dalla rabbia, da quel senso di impotenza (...) ma posso toccare con mano che ogni cosa è successa perchè là dove c'era l'abitudine si riaprisse la domanda, là dove dominava la distrazione si facesse largo la ricerca, là dove tutto era scontato si riaffacciasse lo stupore e la sorpresa. (...)
Ciò che rimane di quest'anno sono queste poche ore in cui ognuno può sentire su di sè uno sguardo di pietà, di misericordia, di verità.
Uno sguardo che riaccende il desiderio, la voglia di ripartire, di ricominciare, di non perdere tempo a lagnarsi e di costruire spazi di vita più umani, più limpidi, più capaci di attenzione alle povertà dell'esistenza e alla nostra casa comune.
L'inaudita generosità di un Dio che ci offre ancora una volta la possibilità di percepire, dentro i marosi della storia, un altro mondo che viene e ci cambia.
In questo mondo."

Parole dal sito informativo 'Il Sussidiario', del genovese don Federico Pichetto, sacerdote da una decina d'anni, parroco a Sestri Levante e vicepreside di un liceo statale a Rapallo.
Una riflessione su un cambio d'anno particolare, ma che vale per tutti gli anni della storia di ogni uomo, in ogni tempo.

"Ho imparato che non esiste, per chi racconta, un atteggiamento assolutamente pessimistico o ottimistico, ma l'incanto di guardare gli altri e ascoltare le cose del mondo.
Sono molto più orientale in questo senso che metropolitano, europeo: desiderare si, ma nel feeling con la vita, con il grande desiderio che vuole che tu viva in mezzo agli altri"

Lucio Dalla scrive "L'anno che verrà" alla fine dei turbolenti anni '70, in cui crisi sociali, economiche, e la paura del terrorismo e delle stragi che insanguinavano le strade italiane, la facevano da padrone. 
Il 1979 è la rinascita anche delle grandi tournee dei concerti rock, dopo le demenziali violenze degli "autoriduttori", e uno degli apripista è proprio il cantautore bolognese che "stana" il titubante De Gregori e affronta la mitica avventura musicale di "Banana Republic", foriera di successi e "sold out" nelle arene estive.

"L'anno che verrà", conclude il secondo pilastro della ineguagliata trilogia "dalliana" incominciata un paio d'anni prima con "Com'è profondo il mare" e che si compirà compiutamente con "Dalla" nel 1980 che contiene nel finale quella che si può forse considerare la "gemella" de "L'anno che verrà", e cioè "Futura".
Dalla, scrivendola, non si ispira certo, in maniera banale, alla notte di Capodanno, ma ne fa un manifesto, anche ironico, delle inquietudini che attraversavano quegli anni, che qualcuno nei giorni della pandemia, vede quasi profetiche.
Dopo la lunga lista, però, ecco che il suo spirito "religioso" ha la meglio:
"Possedeva una sensibilità religiosa che gli faceva sentire la presenza di Dio nella natura e nella vita
Raccontano che 'L'anno che verrà' sia stata composta in questa chiesa durante una lunga serie di colloqui con padre Michele Casati"
Episodio svelato da padre Giovanni Beruzzi, direttore del Centro San Domenico a Bologna, nel volume "Lucio Dalla. Primo tempo" pubblicato dal Corriere della Sera, all' indomani della sua morte, il primo marzo 2012.

Commentando ii finale del testo di questa canzone, Maurizio "Riro" Maniscalco, nel volume "Cosa sarà. la ricerca del mistero nella canzone italiana" così scrive:
"Ma la cosa straordinaria è che questo brano si conclude, perchè noi non possiamo sapere cosa l'anno venturo veramente ci porterà, potrebbe addirittura volarsene in un istante ...
L'istante: se veramente quest'anno se ne andasse in un istante, io in quell'istante voglio esserci.
L'istante, cioè il presente.
Caro amico, c'è un solo modo per prepararsi all'anno che verrà, vivere il presente:
'è questa la novità' "

Il video che pubblichiamo si riferisce al mini concerto che Dalla insieme a De Gregori, reduci dal revival di "Banana Republic", "Work in progress", realizzeranno magnificamente in Piazza San Giovanni a Roma, il Primo maggio 2011.
E quella sarà anche l'ultima apparizione televisiva di Lucio Dalla.
Esattamente dieci mesi dopo, Lucio, si troverà al cospetto di San Pietro, pronto al suo primo concerto in Paradiso.






giovedì 24 dicembre 2020

Canzone della tenerezza - Claudio Chieffo

"Il Natale ci invita a riflettere, da una parte, sulla drammaticità della storia, nella quale gli uomini, feriti dal peccato, vanno incessantemente alla ricerca della verità, alla ricerca di misericordia, alla ricerca di redenzione; e, dall'altra, sulla bontà di Dio, che ci è venuto incontro per comunicarci la Verità che salva e renderci partecipi della sua amicizia e della sua vita.
E questo dono di grazia: questo è pura grazia, senza merito nostro. (...)
Questo dono di grazia lo riceviamo attraverso la semplicità e l'umanità del Natale, e può rimuovere dai nostri cuori e dalle nostre menti il pessimismo, che oggi si è diffuso ancor più a causa della pandemia. (...)
Chiediamo la grazia dello stupore: davanti a questo mistero a questa realtà così tenera, così bella, così vicina ai nostri cuori, il Signore ci dia la grazia dello stupore, per incontrarlo, per avvicinarci a Lui, per avvicinarci a tutti noi.
Questo farà rinascere in noi la tenerezza.
L'altro giorno parlando con alcuni scienziati, si parlava dell'intelligenza artificiale e dei robot.
Ci sono robot programmati per tutto e per tutti.
E io dissi loro: "Ma qual è quella cosa che i robot non potranno mai fare?".
Loro hanno pensato, fatto proposte, ma alla fine sono rimasti d'accordo in una cosa: la tenerezza.
Questo i robot non potranno farlo.
E questo che ci porta Dio, oggi: un modo meraviglioso in cui Dio ha voluto venire al mondo, e questo fa rinascere in noi la tenerezza, la tenerezza umana che è vicina a quella di Dio.
E oggi abbiamo tanto bisogno di tenerezza, tanto bisogno di carezze umane, davanti a tante miserie!
Se la pandemia ci ha costretto a stare più distanti, Gesù, nel presepe, ci mostra la via della tenerezza per essere vicini, per essere umani.
Seguiamo questa strada. 
Buon Natale!"

(Papa Francesco - Udienza Generale 23 Dicembre 2020 - Catechesi sul Natale)

"Gratitudine di fronte alla tenerezza di un Dio che si occupa di ognuno.
Gratitudine di fronte alla giornata che ricomincia, di fronte al sole che sorge, alla galaverna sui campi.
Gratitudine per tutto, anche se non si possiede tutto.
Come vivere in un modo nuovo."
Così, Claudio Chieffo, introduceva "Canzone della tenerezza".
Introduzione documentata nel cofanetto "A tutti parlo di te" editato nel 2017, a dieci anni dalla sua scomparsa, realizzato dai tanti suoi amici che lo hanno accompagnato durante la sua avventura umana e cantautorale, segnata dall'appartenenza del popolo cristiano, storicamente espressa dall'esperienza del movimento ecclesiale di Comunione e Liberazione, fin dalle sue origini, nel corso degli anni '60.

Il brano è datato 1983, e la versione qui proposta è quella dell'album "Chieffo & piano", realizzato con gli arrangiamenti di uno dei più grandi session man del panorama musicale italiano: Mark Harris.
Un musicista, grande tastierista, che ha attraversato la stagione dei grandi cantautori, da Enzo Jannacci a Fabrizio De Andrè, e che è rimasto sempre particolarmente colpito dall'intensità di quel cantautore, che dalla natale Forlì, ha sentito cantare le sue creazioni fin nelle terre più sperdute.

Registrato e pubblicato nel 1987, "Chieffo & piano", è una specie di sfida per chi abitualmente seguiva Chieffo: abituato alla chitarra, qui la sua voce duetta solitaria con l'altrettanto solitario pianoforte di Harris, dando un effetto forse un pò straniante, che chiede un "di più" di attenzione all'ascolto.
Il risultato è di grande atmosfera, in cui sono importanti anche i silenzi, ed è un esperimento che, negli anni, molti altri colleghi di Chieffo affronteranno.

"Canzone della tenerezza" non è esattamente un canto natalizio, ma pensiamo che ben si ponga sulla scia delle riflessioni di Papa Francesco, con cui abbiamo iniziato questo post.







































lunedì 21 dicembre 2020

Early in the morning - Peter, Paul and Mary

"La notte è l'incoscienza, quando le cose non si vedono, quando si possono solo sentire al tatto senza possibilità d'individuazione precisa.
E le cose più banali diventano un 'chissà' pauroso, un mostro, come per i bambini ogni oscurità.
Tutta la gente vive nella notte, per molta parte della vita.
Eppure noi, che siamo in questa notte, vogliamo vegliare, risvegliarci alla verità, alla luce; la luce è quel fatto, è quella presenza che dà la forma alle cose, che svela la forma vera delle cose. (...)
Che strana cosa l'atteggiamento di mendicanza di chi chiede, perchè non ha nulla, ed è pieno, come se avesse tutto! (...)
Il mendicante è l'uomo più libero, è l'uomo libero che non ha niente e possiede tutto, profondamente purificato dal fatto che la sua certezza e la sua sicurezza sono questa Presenza che non è dipendente dalle sue mancanze e dalle sue volubilità.
L'uomo è quel livello della natura dove essa diventa cosciente, quindi la vigilanza è la posizione umana necessaria per essere uomini, cioè creature in cammino verso il proprio destino.
Perciò sorge l'invocazione: 'O Dio vieni a salvarmi': fammi essere me stesso, fammi vero, unito a tutti, fammi abbracciare tutte le cose. (...)

Il ritorno di Cristo è innanzitutto proprio il Suo ritorno, ma quello è il compimento di qualcosa che, istante per istante, momento per momento sta avvenendo. (...)
L'attesa del ritorno di Cristo è (e questo ognuno di noi è chiamato a sperimentarlo) la passione, la gioia, la speranza gioiosa di quel giorno, quando tutto il mondo sarà veramente se stesso, tutta l'umanità Lo riconoscerà e Cristo veramente sarà 'tutto in tutti' (...)
L'istante del tempo ha significato come ritorno di Cristo, e quel giorno sarà il giorno della gloria: ma ogni istante è l'istante della gloria, e la gloria di Cristo nell'istante è la trasfigurazione del contenuto dell'istante, è la trasfigurazione che avviene in quello che facciamo. (...)
Essere protesi al ritorno di Cristo coincide con l'essere protesi ad una umanità diversa."

Sono alcuni brani, questi, tratti dal commento di don Luigi Giussani, iniziatore del movimento ecclesiale di Comunione e Liberazione, all'Inno delle Lodi del "Tempo per Annum" delle Suore Trappiste di Valserena - "Nel primo chiarore del giorno" - contenuto nel libro da lui curato "Tutta la terra desidera il Tuo volto" 

E' impossibile riassumere in poche righe la magmatica età della musica americana, che a partire dalla seconda metà degli anni '50, ha segnato così profondamente la comunicazione creativa e la stessa società, raccogliendone il disagio giovanile nel confronto con la precedente generazione, documentandola col puro intrattenimento spettacolare, e sempre più anticipando le istanze di libertà da un formalismo paternalistico, che dettava regole senza darne ragioni profonde, fino ad arrivare al rifiuto doloroso e pieno di domande, anche attraverso la ribellione autodistruttiva, esplicitandola spesso nella pratica spericolata dell'amore libero e nell' uso e abuso delle droghe.    
Senza dimenticare che ciò accadeva anche dalla parte europea dell'oceano, in territorio inglese.

E' interessante notare che tutti e due i movimenti rock cresceranno ben radicati nella tradizione popolare dei canti tramandati dalle culture precedenti, canti che erano spesso impregnati di riferimenti religiosi
(lo sbarco, nel settecento, in America, dei Padri Pellegrini a seguito delle comunità irlandesi e l'opera di proselitismo cristiano tra gli schiavi africani deportati nei campi di lavoro, sono due fondamentali origini)

Ed è oltremodo interessante notare che le varie correnti espressive si svilupparono attraverso una modalità "comunionale" tra i protagonisti che si affacciarono sulle scene.
Un lampante esempio è quello che nella New York di inizio '60, si sviluppa sotto l'esperienza del Greenwich Village : giovani bohemien arrivano dalla provincia, organizzano uno spazio creativo dove esprimersi, diventando un punto di riferimento, specie per la generazione universitaria.
Le loro posizioni diventeranno via via più politiche e intersecandosi con i movimenti pacifisti di ispirazione socialista, furono sempre più "attenzionati" dalla censura maccartista, accusati di propaganda antiamericana dalla società conservatrice e dal potere costituito.

Proprio in quegli ambienti, preceduto dai pionieri Woody Guthrie e Pete Seeger si ergerà la stella di Bob Dylan, che vedrà le sue primissime canzoni interpretate da un trio vocale che esplose in popolarità contemporaneamente al suo debutto discografico.
Questo trio si faceva chiamare Peter, Paul and Mary, semplicemente con i nomi dei suoi componenti.
Raccogliendo l'eredità di un altro, ben più composito gruppo, i Wailers, furono incoraggiati dall'esperto Pete Seeger (tra i fondatori dei Wailers) a diffondere il repertorio musicale fatto di "traditional" e brani originali, tra i quali, appunto, le dylaniane "Blowind in the wind", "When the ship comes in" e "The times they are a-changin'"

"Early in the morning" (Al mattino presto), anche se usa atmosfere gospel, è una composizione originale di un componente del trio Paul Stookey, che valorizza la capacità ritmica della chitarra e l'amalgama vocale essenziale ma particolarmente coinvolgente.
Protagonisti assoluti delle scene del movimento pacifista, Peter, Paul and Mary, sono titolari di diversi album antologici ed esecuzioni live.
Testimoni di un particolare momento storico, dopo un lungo periodo di oblìo, si riaffacceranno sulle scene alla fine dei '70, terranno concerti fino al 2005, quando Mary Travers si ammalerà di leucemia, verrà sottoposta ad un trapianto osseo, ma lascerà questa terra un paio d'anni dopo.

Early in the morning

"Ben presto alla mattina, all'inizio del giorno
chiedo al Signore: 'aiutami a ritrovare la strada
Aiutami a trovare la strada per la Terra Promessa.
Sono solo e ho bisogno di una mano
e ti chiedo Signore di aiutarmi a trovare la strada.

Quando il nuovo giorno comincia
chino la testa in preghiera
Prego il Signore di condurmi alla Scala d'Oro.
'Mi guiderai sano e salvo proprio lì?' 

Quando ci sarà il Giudizio e troverai il mondo nella vergogna
Quando suonerà la tromba, chiamerai il mio nome?
Quando il tuono rotolerà, quando il cielo si gonfierà di pioggia.
Quando il sole si oscurerà e non brillerà più
chiamami col mio nome!





mercoledì 16 dicembre 2020

Hallelujah - Leonard Cohen

"Parlare di conversione significa andare al cuore del messaggio cristiano ed insieme alle radici dell'esistenza umana. La Parola di Dio ci illumina mettendoci davanti agli occhi una figura di convertito, quella di Davide.
Il brano che lo riguarda, tratto dal secondo libro di Samuele, ci presenta uno dei colloqui più drammatici dell'Antico Testamento.
Al centro di questo dialogo c'è un verdetto bruciante, con cui la Parola di Dio, proferita dal profeta Natan, mette a nudo un re giunto all'apice della sua fortuna politica, ma caduto pure al livello più basso della sua vita morale. (...)
La figura di Davide è così l'immagine di grandezza storica e religiosa insieme.
Tanto più contrasta con ciò l'abiezione in cui cade, quando accecato dalla passione per Betsabea, la strappa al suo sposo, uno dei suoi più fedeli guerrieri, e di quest'ultimo ordina poi freddamente l'assassinio.
E' cosa che fa rabbrividire: come può un eletto di Dio, cadere così in basso?
L'uomo è davvero grandezza e miseria!
E' grandezza, perchè porta in sè l'immagine di Dio ed è oggetto del suo amore.
E' miseria, perchè può fare cattivo uso della libertà, che è il suo grande privilegio, finendo per mettersi contro il suo Creatore.
Il verdetto di Dio, pronunciato da Natan su Davide, rischiara le intime fibre della coscienza, lì dove non contano gli eserciti, il potere, l'opinione pubblica, ma dove si è soli con Dio solo.
'Tu sei quell'uomo': è parola che inchioda Davide alle sue responsabilità.
Profondamente colpito da questa parola, il re sviluppa un pentimento sincero e si apre all'offerta della misericordia.
Ecco il cammino della conversione.
(Benedetto XVI , omelia , Piazza inferiore della Basilica di San Francesco, 17 Giugno 2007)

"Il brano del Vangelo di Matteo ci presenta la "genealogia di Gesù Cristo figlio di Davide, figlio di Abramo (Mt 1,1). (...)
In questa genealogia, oltre a Maria, vengono ricordate quattro donne.
Non sono Sara, Rebecca, Lia, Rachele, cioè le grandi figure della storia d'Israele.
Paradossalmente, invece, sono quattro donne pagane: Racab, Rut, Betsabea, Tamar, che apparentemente 'disturbano' la purezza di una genealogia.
Ma in queste donne pagane, che appaiono in punti determinanti della storia della salvezza, traspare il mistero della chiesa dei pagani, l'universalità della salvezza.
Sono anche donne peccatrici e così appare in loro anche il mistero della grazia:
non sono le nostre opere che redimono il mondo, ma è il Signore che ci dà la vera vita.
Sono donne peccatrici, si, in cui appare la grandezza della grazia della quale noi tutto abbiamo bisogno. (...)
La genealogia di Matteo, pertanto, non è semplicemente un elenco di generazioni.
E' la storia realizzata primariamente da Dio, ma con la risposta dell'umanità.
E' la genealogia della grazia e della fede: proprio sulla fedeltà assoluta di Dio e sulla fede solida di queste donne poggia la prosecuzione della promessa fatta a Israele.
(Benedetto XVI , omelia, Cappella Redemptoris Mater, Vaticano, 17 Dicembre 2009)

Quelli che avete appena letto sono brani tratti da due straordinarie omelie di Papa Benedetto XVI, che documentano l'opera del trascendente all'interno della concretezza delle vicende umane così immerse nelle passioni e nel desiderio dei rapporti carnali in cui il genere umano si dibatte.
Un Dio che non si dimentica della misericordia e non si scandalizza dell' uso con cui l'uomo, con superbia, tratta la sua libertà, ma aspetta pazientemente che egli lo riconosca e cambi. 

"Questo mondo è pieno di conflitti e pieno di cose che non possono essere unite, ma ci sono momenti nei quali possiamo trascendere il sistema dualistico e riunirci e abbracciare tutto il disordine, questo è quello che intendo per Hallelujah.
La canzone che diversi tipi di Hallelujah, e tutte le Hallelujah perfette e infrante hanno lo stesso valore.
E' un desiderio di affermazione della vita, non in un significato religioso formale, ma con entusiasmo, con emozione.
So che c'è un occhio che ci sta guardando tutti, c'è un giudizio che valuta ogni cosa che facciamo"

Così rispose Leonard Cohen, in una delle rare interviste, nell'intento di spiegare il significato di una delle sue "opere musicali" più universalmente conosciute, tra le più "coverizzate", anche a sproposito, in versioni melodrammatiche e buoniste.
Si, perchè, nel testo del poeta canadese, nel crudo racconto della passione travolgente e nell'amplesso infedele che vede i biblici amanti protagonisti, Davide e Betsabea, lo sdilinquimento devozionale paraliturgico, non c'azzecca per niente.
Purtroppo "Hallelujah" è un'altra vittima dell' ignoranza diffusa rispetto ai testi originali dei brani, che dà adito ad un uso improprio e completamente fuori dal contesto trattato nella composizione stessa.
Insomma non basta cantare Halleujah durante la messa o "Imagine" davanti ad un papa, magari cambiandone inopinatamente il testo per renderla digeribile all'auditorio presente, solo perchè è bello cantarne il ritornello!

Detto di questi "tradimenti", è innegabile che "Halleluja" sia una delle più grandi canzoni pop del '900.
Qui, l'ebreo canadese Cohen, una vita alla ricerca di una spiritualità personale, tra le la religione dei suoi Padri, le meditazioni zen e la carnalità misericordiosa del cristianesimo, si gioca tutta la sua arte poetica e musicale, immedesimandosi nel re Davide nel momento dell'adulterio con Betsabea, lui, che come il re biblico, nel rapporto passionale con le donne che ha amato (molte, ma molte meno, di quello che alcune leggende narrano) non si è certo trattenuto.
Tutta la produzione di Cohen vive di questo travaglio e di questa lotta tra l'ardore erotico e il desiderio che tutto ciò sia tramite per una preghiera di un "compimento di sè" e del riconoscimento di Qualcosa di più grande a cui aggrapparsi.
E i suoi ultimi lavori discografici, prima della sua morte, avvenuta nel 2016, sono lì a dimostrarlo.
Infatti è proprio Leonard Cohen colui che affermò che "C'è in ognuno una crepa da cui filtra la luce"

Datata 1985, "Halleluja" ha una sua prima versione ufficiale, e una versione più estesa, con relativo accenno all' amplesso amoroso, nella versione live.
Quella scelta in questa "Stanza" è quella live, da uno degli ultimi concerti di Cohen, tenuto a Londra nel luglio del 2008.
Appassionata e commovente, avvolta in uno splendido arrangiamento "gospel"

"Ho sentito dire che esisteva una nota segreta.
Che Davide suonava per fare piacere al Signore.
Ma a te la musica non interessa molto, non è vero?
Fà così:
La quarta, la quinta
la nota minore, quella maggiore
Quel re sconcertante aveva composto l'alleluja

La tua fede era forte, ma avevi bisogno di prove.
La vedesti che si faceva il bagno sul tetto.
La sua bellezza e il chiaro di luna la sorpassavano.
Lei ti legò ad una sedia,
ruppe il tuo trono e ti tagliò i capelli 
e dalle sua labbra uscì l'alleluja.

* Conosco questa stanza, ne ho calpestato il pavimento.
Vivevo da solo prima di conoscerti, tu lo sai
e ho visto il tuo vessillo sull'arco di marmo.
Ma ascolta, l'amore non è una marcia trionfale
ma è un freddo e solitario alleluja

(...)
* Ricordo quando mi muovevo in te
e la sacra colomba si muoveva anch'essa
e ogni singolo respiro era un alleluja

Ho fatto del mio meglio, anche se non era granchè
Ho detto la verità, non ho voluto ingannarti
                   [ nella versione del concerto canta: Sono venuto a Londra, non per ingannarvi ]
Anche se tutto è andato a male
resterò qui di fronte al Signore della Canzone
Hallelujah!"










sabato 12 dicembre 2020

Sailing - Rod Stewart

"Quando ti metterai in viaggio per Itaca
devi augurarti che la strada sia lunga,
fertile in avventure e in esperienze.
I Lestrigoni e i Ciclopi
o la furia di Nettuno non temere
Non sarà questo il genere di incontri
se il pensiero resta alto e un sentimento fermo
guida il tuo spirito e il tuo corpo.
In Ciclopi e Lestrigoni, no certo,
nè nell'irato Nettuno incapperai
se non li porti dentro
se l'anima non te li mette contro.

Devi augurarti che la strada sia lunga
Che i mattini d'estate siano tanti
quando nei porti - finalmente e con che gioia -
toccherai terra tu per la prima volta. (...)

Sempre devi avere in mente Itaca,
raggiungerla sia il pensiero costante
soprattutto non affrettare il viaggio;
fa che duri al lungo, per anni, e che da vecchio
metta piede sull' isola, tu, ricco
dei tesori accumulati per strada
senza aspettarti ricchezze da Itaca.
Itaca ti ha dato il bel viaggio
senza di lei mai ti saresti messo sulla strada:
che cos'altro aspetti?

E se la trovi povera, non per questo Itaca ti avrà deluso.
Fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso
già avrai capito ciò che Itaca vuole significare"

Avete appena letto la più famosa poesia di Konsantinos Kavafis uno dei più importanti poeti greci vissuto a cavallo tra l'ottocento e il novecento.
Giornalista e letterato, appassionato della tradizione classica ellenica pagana, in vita figura anticonformista, dovuta anche alla sua dichiarata omosessualità.
La sua poetica è espressione della concezione tragica della vita, della sua ineluttabilità, un nichilista ante litteram.
In "Itaca" racconta di un marinaio che si dirige verso la meta, ma con la coscienza che sia più importante la ricchezza del viaggio, affinchè brami sempre più l'approdo finale.

"Tante canzoni rock hanno un radicamento dichiarato nei gospel, negli spiritual, nella musica sacra dei neri americani.
Queste canzoni hanno spesso un andamento corale, quasi liturgico.
Portano un senso di di liberazione, di redenzione, il senso del riposo finalmente raggiunto, come 'terra promessa' dove poter rilasciare il proprio corpo e i propri fardelli"

E' così che il giornalista Walter Gatti, nel libro da lui curato, "Help! Il grido del rock", presenta "Sailing":
"Nel 1975, uno dei più noti interpreti del rock blues inglese, Rod Stewart, pubblica una canzone, semplice nel suo andamento gospel, destinata a diventare un manifesto di speranza, un sospiro di sollievo nel caos dei percorsi umani."

Rod Stewart ha attraversato con grande successo il bienno '70/90.
Interprete dalla personale voce di carta vetrata, ha alternato l'impegno di interprete puro in brani di grandi autori rock, non disdegnando di occupare le hit parade  del tempo anche lavori cantautorali, in competizione impari con il genio musicale di Elton John.
Fama di sciupafemmine e grande tifoso del football inglese, ormai trascina stancamente la sua carriera riproponendo i vecchi successi, che comunque rimangono ben piantati nella memoria degli appassionati rockettari.
Ma lasciamo concludere Walter Gatti:
"Come spesso accade, le grandi canzoni sono semplici e vengono da personaggi semplici.
Rod Stewart non è mai stato un interprete di particolare profondità.
Molto viscerale, estremamente 'fisico' nel suo modo di interpretare il rock e il blues, 'Sailing' è 'sua' senza essere 'sua'. (...)
Rod l'ha presa in prestito (da un certo Gavin Sutherland n.d.r) e ne ha fatto un piccolo gioiello di gospel-rock. E allora come oggi è una canzone da ascoltare, imparare, ricordare" 

"Sto navigando, sto navigando
tornerò di nuovo a casa attraverso il mare.
Sto navigando, acque burrascose,
per essere vicino a te, per essere libero.

Sto volando, sto volando
come un uccello, attraverso il cielo.
Sto volando, oltrepassando nuvole alte
per stare con te, per essere libero.

Puoi sentirmi?
nella notte buia, sono molto lontano.
Sto morendo, ci proverò per sempre
a stare con te, chi può dirlo

Stiamo navigando, stiamo navigando.
Torneremo di nuovo a casa attraverso il mare
Stiamo navigando acque burrascose
per essere vicini a te, per essere liberi.

Oh Signore, per essere vicini a te, per essere liberi
Oh Signore"





venerdì 11 dicembre 2020

E' bella la strada - Claudio Chieffo

"Credo che i camminatori si possano dividere in due grandi categorie:
quelli che scommettono sulla buona sorte e rischiano, proprio come nella vita fanno gli audaci e gli irresponsabili, e quelli che umilmente hanno il coraggio di tornare sui propri passi, di riprendere la traccia del percorso, scovando l'errore e provando a non ripeterlo. (...)
Serve una meta, dunque. Anche perchè è il frutto di una decisione e perciò ha un significato. (...)

Una cammino è infatti anche un'esperienza intellettuale e talvolta perfino spirituale (...) quasi una visione virtuale ma più profonda, di realtà (...) spesso, invece, nella vita di tutti i giorni ci aggiriamo senza meta.
C'è, insomma, un nesso evidente tra pensare e camminare.
Si vede che avere il capo mobile in cima al tronco fa funzionare il nostro cervello in maniera diversa e migliore.
Guardiamo in avanti, scrutiamo l'orizzonte (...).
Fin dagli albori di 'Homo Sapiens' siamo stati in grado di alzare gli occhi al cielo, invece di trascinarci sulla terra con lo sguardo rivolto al suolo (...)
e quella nostalgia dell'infinito che ci perseguita e ci nobilita fin dalla nascita. (...)

Perchè di una meta abbiamo bisogno.
Si dice di solito che la meta è il cammino stesso (...)
Ma oggi è forse persino più vero e più importante il contrario:
il nostro cammino, per avere un senso, d'ora in poi ha bisogno di una meta (...)
e così procedo ormai da qualche tempo anch'io, senza più certezze, un passo alla volta, proprio in cerca di quel senso che ogni giorno mi si rivela più necessario." 

"Le regole del cammino. In viaggio verso il tempo che ci attende" è il libro cronaca di un cammino/pellegrinaggio che l'autore, vicedirettore del Corriere della Sera - Antonio Polito - ha intrapreso nell'estate del 2020, sulle orme dei percorsi benedettini del centro Italia, insieme ad altri compagni di viaggio, cogliendo l'occasione per una serie di riflessioni sui tempi complicati e in che modo affrontarli, cercando la strada più umanamente adeguata.

Claudio Chieffo, è un cantautore "anomalo" nell'orizzonte musicale italiano.
Profondamente immerso dall'esperienza cattolica popolare, fin dalla fine degli anni '60, pur avendo una vena creativa importante e appassionata, non ha mai ceduto alle lusinghe delle sirene dell'industria discografica.
La libertà di esprimere totalmente la sua identità non gli ha però vietato di incontrare e coltivare stima e amicizia anche tra i suoi colleghi cantautori, tra i più grandi, Guccini e Gaber e di farsi produrre da eccellenti arrangiatori come Mark Harris (De Andrè, Jannacci, Bennato) e David Horowitz 
Si è spento nell'estate del 2007, dopo una grave malattia, ma le sue canzoni che hanno valicato i confini italiani, sono ancora cantate e ne rinnovano la sua memoria umana e artistica.

Chieffo, con la sua fede ben piantata nella concretezza quotidiana, aveva ben presente cosa voleva dire affrontare il cammino verso una meta sicura e accogliente.
Lui, la strada, la conosceva:
"Quando abbiamo paura di essere soli, è per la solitudine che compiamo le azioni più disperate nei confronti di sè e degli altri.
E invece se uno si accorge che tutto ha un senso, è un dono che è un di più e non un di meno, e allora , questo dono viene voglia di raccontarlo, di cantarlo.
Questa canzone è dedicata a Giovanni Paolo II, l'ho scritta nell' 80, quando da poco era stato eletto.
E allora, veramente, la strada è diventata bella per chi cammina"









La sua figura - Giuni Russo & Franco Battiato

da "C'è speranza? Il fascino della scoperta" di Juliàn Carròn "Abbiamo trovato il Messia. E' la notizia che attravers...