mercoledì 3 febbraio 2021

Amazing Grace - Elvis Presley

"Che cos'è la musica per me?
E' la domanda più difficile che esista.
La musica è ciò che abbiamo dentro, è ciò in cui esistiamo, in cui ci muoviamo.
Il vento che scuote gli alberi, la pioggia sul mare, ma anche la tristezza e la gioia.
Il creato è già musicalmente fatto.
La musica c'è a prescindere da noi.
L'uomo è andato a cercarla per poter scrivere questa grandiosità, per poterla ripetere quando non c'è.
Perchè la musica, come tutta la bellezza, è una necessità.
Quindi la vera domanda non è 'cosa è la musica per me', ma 'cosa posso fare io per la musica'.

La musica ci aiuta a vivere. Ci fare stare bene. Ma non è una questione d'umore, la musica non è un corroborante di emozioni.
Chi scrive musica lo fa per trovare un legame con qualcosa che è meravigliosamente inspiegabile.
Infatti non esiste religione al mondo che non abbia la musica al suo fianco.
La musica cura i solchi della nostra anima, perchè ci dà un punto di accesso immediato alla nostra essenza.
Ci riconosciamo parte di quel disegno non controllabile, di quel mistero di cui già partecipiamo. (...)

La prima cosa di cui mi accorgo incontrando la gente, è che suonare ci rende più belli.
Ma non è un canone estetico, è una bellezza che esprime qualcosa di più profondo: 
una bellezza intoccabile. "

Riflessioni di Ezio Bosso, rilasciate in una intervista al mensile internazionale "Tracce", periodico ufficiale del movimento ecclesiale di Comunione e Liberazione, all'inizio del 2018.
Torinese, direttore d'orchestra, compositore e pianista, ci ha lasciati nel 2020, non ancora cinquantenne, combattendo fino all'ultimo contro un grave malattia neuro vegetativa.
Il grande pubblico lo ha potuto conoscere ed apprezzare come appassionato divulgatore della Grande Musica.
La sua sofferenza fisica, il suo limite nei movimenti era per lui la grande occasione per trasmettere tutta la forza dell'anelito popolare dell'arte musicale, tutta la bellezza che va oltre l'umano.

"Forse è il più famoso gospel di tutti i tempi: 'Amazing Grace', Grazia stupefacente, accecante, Grazia meravigliosa.
Echi biblici di figliol prodigo aleggiano sulla storia di queste parole e su quella melodia che un pò tutti conosciamo: c'è San Paolo che cade da cavallo, ci siamo noi, tutti noi che ci ritroviamo in quella luce di Grazia che ci tocca, che ci sfiora soltanto e tutto rinnova"

Walter Gatti, curatore del volume "Amazing Grace. Canzoni e storie di gospel, blues, soul & folk music", ci fa un pò da Virgilio nelle origini di questo brano.
"La sua storia è eccezionale e affonda le radici nel Settecento, quando mister John Newton, figlio di un ufficiale marittimo londinese, si imbarcò come mozzo alla tenera età di undici anni.
Rissoso, indisciplinato, violento, presto diserta, viene catturato e imbarcato a forza su una nave con destinazione Sierra Leone per il commercio di schiavi. (...)
E' il più volgare, violento e pericoloso marinaio del circondario (...) 
(Nel 1978) si trovò in mezzo ad una bufera di dimensioni ciclopiche.
Il blasfemo John disse al capitano: "Possa Dio avere pietà di noi"

Dopo lo scampato pericolo, riflettendo sulle sue stesse parole, cominciò una vita nuova: 
si sposò e per un certo periodo continuò a trafficare in schiavi, trattandoli, però, con sempre più umanità, finchè smise questa attività, certamente non edificante e si stabilì definitivamente a Liverpool, divenne un fedele alla Chiesa anglicana, diventando un famoso predicatore, grazie alla sua creatività nello scrivere inni e canzoni sacre, come, appunto, nel 1772, "Amazing Grace".
Questo gospel, nel 1835, ebbe definitivamente la versione che oggi noi tutti conosciamo, per merito di William Walker, compositore del South Carolina, ispirandosi ad un brano già esistente, "New Britain".

Più di cento anni dopo, nel 1947, "Amazing Grace" viene incisa dalla più grande cantante gospel di ogni tempo: Mahalia Jackson.
Da allora, questo brano avrà migliaia di interpreti e diventerà l'inno anti-militarista e pro diritti civili nelle contestazioni giovanili americane negli anni '60.
Tra le migliaia di versioni ci piace particolarmente quella di Elvis Presley.
Il re del rock'n roll, l'iniziatore a tutti gli effetti del movimento rock, scoprì la musica da ragazzino cantando i gospel delle chiese protestanti dell'America profonda e non rinnegò mai queste origini. 
Accompagnato di volta in volta da gruppi vocali, almeno all'inizio rigorosamente di pelle bianca, realizzò diversi album tutti dedicati agli inni gospel, in un periodo molto ampio, dal 1957 ai primi anni '70. Quindi non una semplice infatuazione giovanile, ma una conferma, nel corso della sua, pur relativamente breve, ma fondamentale carriera.

"Da piccolo ero un sognatore.
Leggevo i fumetti e diventavo l'eroe della storia.
Guardavo un film e diventavo il protagonista del film.
Ogni sogno che ho fatto si è avverato un centinaio di volte.
Ho imparato molto presto che senza una canzone il giorno non ha fine,
un uomo non ha radici, senza una canzone
la strada non ha curve, senza una canzone.
Per questo motivo io continuo a cantare."

Della versione di Elvis Presley di "Amazing Grace" ecco due "take" diverse, ma della stessa registrazione del 1971:
quella ufficiale, accompagnato dai "Nashville Edition", e una versione solista, dove si evidenzia la sua carica vocale.

"Grazia meravigliosa
com'è dolce quel suono
che ha salvato un derelitto come me.
Prima mi ero perso, ma ora mi sono ritrovato,
ero cieco, adesso invece ci vedo.

E' stata la Grazia ad insegnare
il timore di Dio al mio cuore.
e la Grazia ha sollevato le mie paure.
Quanto m apparve preziosa la Grazia
quell'ora i cu iniziai a credere per la prima volta.

Attraverso molti pericoli
travagli e insidie
sono già passato.
La Grazia mi ha condotto
in salvo fino a qui,
e la Grazia mi ricondurrà a casa.

Il Signore mi ha promesso il bene,
la Sua parola sostiene la mia speranza.
Egli mi sarà lamia difesa e la mia eredità
per tutta la durata della vita.

Si, quando questa carne
e questo cuore decadranno
e quando la vita mortale cesserà,
io entrerò in possesso, oltre il velo,
di una vita di gioia e di pace."








martedì 2 febbraio 2021

La donna cannone - Francesco De Gregori

"L'uomo è un essere narrante.
Fin da piccoli abbiamo fame di storie come abbiamo fame di cibo.
Che siano in forma di fiabe, di romanzi, di film, di canzoni, di notizie ..., la storie influenzano la nostra vita, anche se non ne siamo consapevoli.
Spesso decidiamo cosa sia giusto o sbagliato in base ai personaggi e alle storie che abbiamo assimilato.
I racconti ci segnano, plasmano la nostre convinzioni e i nostri comportamenti, possono aiutarci a capire e a dire chi siamo.
L'uomo non è solo l'unico essere che ha bisogno di abiti per coprire la propria vulnerabilità, ma è anche l'unico che ha bisogno di raccontarsi, di rivestirsi di storie per custodire la propria vita.
Non tessiamo solo abiti, ma anche racconti: infatti, la capacità umana di tessere conduce sia ai tessuti, sia ai testi.

Le storie di ogni tempo hanno un telaio comune: la strutture prevede degli eroi, anche quotidiani, che per inseguire un sogno affrontano situazioni difficili, combattono il male sospinti da una forza che li rende coraggiosi, quella dell'amore.
Immergendoci in storie, possiamo ritrovare motivazioni eroiche per affrontare le sfide della vita.
L'uomo è un essere narrante perchè è un essere in divenire, che si scopre e si arricchisce nelle trame dei suoi giorni. (...)
Non si tratta perciò di inseguire le logiche dello storytelling, nè di fare o farsi pubblicità, ma di fare memoria di ciò che siamo agli occhi di Dio, di testimoniare ciò che lo Spirito scrive nei cuori, di rivelare a ciascuno che la sua storia contiene meraviglie stupende."

E' uno stralcio dal Messaggio del Santo Padre Francesco per la 54ma Giornata mondiale delle comunicazioni sociali: "Perchè tu possa raccontare e fissare nella memoria" (Es 10,2). La vita si fa storia.       
24 Gennaio 2020, Memoria di San Francesco di Sales

"Un giorno mi capitò di leggere su un giornale un articolo a metà tra sociologia e folklore.
L'occhiello diceva più o meno così: 'Nei guai il circo di ..., e il titolo era: 'La donna cannone pianta tutti e se ne va ...'
Pensai che questa cosa potesse essere una canzone, ci attaccai un riff al pianoforte che da tempo mi perseguitava e tutto filò liscio."

Così Francesco De Gregori racconta la genesi di una delle sue canzoni più conosciute "La donna cannone".
1983: un anno dopo la pubblicazione del suo capolavoro "Titanic", il cantautore romano, incide un mini album, contenente tre canzoni e dei brani musicali per la colonna sonora di un film italiano.
"La donna cannone" si staglia in tutta la sua bellezza: composizione nel solco del melodramma italiano con un tocco "battistiano", gran lavoro al pianoforte di Mimmo Locasciulli (già all'opera in "Titanic")
apporto orchestrale di quella vecchia volpe di Renato Serio (un direttore d'orchestra che ha "svezzato" quasi tutta la schiera dei big canori tricolore) e ... voilà, ecco servito un piccolo gioiello, un evergreen del catalogo "degregoriano", e non solo suo.
Ma la grande intuizione musicale non basta, è lo spunto narrativo che rimane impresso.

"Chi si aspetterebbe tenerezza da una "donna cannone"?
Una donna che per definizione dovrebbe esserne l'antitesi! (...)
Nello struggimento di questa apparente contraddizione e inconciliabilità tra la dolce lievità del racconto e la figura di cui si narra, sta la grandezza di questo brano.
Come la donna cannone: una volta, l'ultima nella vita, volare non per far spettacolo, ma per volare per amore, volare verso l'infinito."
Nel libro "Cosa sarà. La ricerca del mistero nella canzone italiana", Maurizio "Riro" Maniscalco, grande esperto di blues americano e musicista a sua volta, introduce la canzone.

E' esattamente "lo struggimento del racconto" il tema in questione, il primato della narrazione.
Quello che scrive papa Francesco nel suo messaggio: il racconto aiuta a "rivelare a ciascuno che la sua storia contiene meraviglie stupende"

Intervistato dall' "Osservatore Romano", Francesco De Gregori va al fondo della riflessione papale:
"Forse si, una canzone può far bene, in un testo ci si può ritrovare e si possono ritrovare gli altri, che siano eroi oppure gente sconfitta.
Del resto aver letto o visto o ascoltato le stesse cose aiuta gli uomini a riconoscersi, crea un'intesa, un linguaggi condiviso in partenza. (...)
Un unico testo, come dice il Papa, avvolge l'uomo e coinvolge l'umanità.
Si, il Papa parla di racconti belli, racconti veri e buoni.
Forse è un modo di dire che debbano essere non solo belli esteticamente, ma avere a che fare concretamente, con la vita, essere capaci di trasformarla. (...)

L'arte abita nel dubbio che circonda l'esistenza, e nel tentativo sempre frustrato di penetrare il vero trova la sua consistenza, la sua forza consolatrice.
Perchè ci sentiamo fragili, ma intuiamo che nel vero non possono esserci nè cattiveria nè bruttezza.
per chi produce racconti, per chi tesse la trama sia del reale che dell'immaginario, per chi se ne lasca vestire ascoltando, leggendo, abitando una grande casa comune.
E' la verità che informa il lavoro dell'artista, se l'artista è un artista onesto (non necessariamente un 'grande artista')."
Più chiaro di così ...





lunedì 1 febbraio 2021

Everybody needs somebody to love - The Blues Brothers

"La parola 'laico' è un segno percettibile nella nostra lingua.
E' vero che l'udibile ci salta meno agli occhi del visibile, ed è per questo che il suono della parola 'laico' ci colpisce meno della visione di un crocifisso.
Eppure a chi lo sappia ascoltare, a chi lo sappia ricollocare nella sua prospettiva storica, è dato assistere
ad uno strano spettacolo: persone che brandiscono un crocifisso assicurandovi, per esempio, che si tratta di un martello o del segno dell'addizione; si esprimono con un tono degno dei prelati che più fanno la predica e vi spiegano che è per segnare una distanza, se non una neutralità, nei confronti delle religioni; inoltre hanno incessantemente in bocca un versetto del Vangelo, ma sono persuasi di intonare una solfa del loro credo. 
Cantano infatti che bisogna dare a Cesare quel che è di Cesare, e a Dio quel che è di Dio.
Promuovono Carte della Laicità senza rendersi conto che tale promozione è stata resa possibile solo da una eredità cristiana. (...)

Oggi siamo di fronte ad una crisi antropologica, davanti alla quale le nostre divisioni partigiane assomigliano a dispute da straccioni in piena eruzione vulcanica, e il paragone è molto debole.
All'estremo di questa crisi i più strenui difensori della laicità dovrebbero scoprire nei loro nemici di ieri gli alleati di oggi. (...)
Di fronte ai robot, Don Camillo e Peppone, Papa IX e Jules Ferry, sono della stessa famiglia.
Di fronte alla negazione dell'umano da parte dei fondamentalismi religioso e tecnologico, la battaglia della laicità diventerà sempre più vicina a quella della fede.
Infatti si tratterà di affermare che è meglio essere figlio prodigo che un superman programmato.
E come affermarlo con ardore se non avendo qualche rapporto di riconoscenza con la religione di quel Dio che si è fatto semplice falegname ebreo e che ha condotto la più umana e al contempo la più divina della vite, perdonando l'adultera, mangiando con le prostitute e i pubblicani, identificandosi con i malfattori, morendo e resuscitando per ritrovarsi ancora molto semplicemente con i suoi discepoli, attorno ad una tavola, a condividere il pane?"

Nato nel 1971 da genitori di origine ebraica, militanti maoisti e attivisti rivoluzionari nel "maggio francese" del 1968, il filosofo Fabrice Hadjadj, convertitosi al cattolicesimo alla fine degli anni novanta, dopo essere stato in gioventù ateo e anarchico, è oggi un punto di riferimento imprescindibile nelle indagini filosofiche del cristianesimo all'interno della società moderna, specialmente per quanto riguarda le sfide dell'etica sessuale e la vita della famiglia.
Di Hadjadj è il virgolettato di inizio post, estrapolato da un suo recente saggio sul valore della laicità cattolicamente intesa.
Come è nel suo stile, mai scontato e brillante, alla fine pone una questione molto interessante:
il rapporto del cristiano nella concreta e complicata quotidianità e con chi condividere la propria umanità.
Ma dove trovare questa tensione all'umano anche dove non te lo aspetteresti.

Nel 2010, a trent'anni dall'uscita sugli schermi cinematografici, "L'Osservatore Romano", ha pubblicò un articolo che in qualche maniera, ci sembra, si ricolleghi alle riflessioni di Hadjadj:     

"The Blues Brothers" è un film cattolico?
Gli indizi non mancano in un'opera dove i dettagli non sono certo casuali. (...)
Jake ed Elwood sono infatti cresciuti nell'orfanotrofio intitolato a Sant'Elena e alla Santa Sindone, governato dalla terribile e suo modo affettuosa Sister Mary Stigmata detta La Pinguina, e ora a rischio di sopravvivenza per cinquemila dollari di tasse non versate.
Ma per i due, piccoli ladruncoli, quella istituzione cattolica è tutta la loro famiglia (...) e decidono di salvarla ad ogni costo con i piccoli suoi ospiti.
Ma come farlo senza allontanarsi (troppo) dai valori trasmessi dalle suore e, nonostante qualche trasgressione, sempre ritenuti validi?
L'illuminazione arriva nella Chiesa Battista di Triple Rock e dove ascoltano un sermone del reverendo Cleophes James sulla necessità di no sprecare la propria vita.
Ed è proprio il religioso ad accorgersi del cambiamento di Jake (Tu hai visto la Luce!) che porterà i fratelli a ricostruire "la banda" per raccogliere i dollari necessari alla salvezza dell'orfanotrofio. (...)
E nulla antepongono alla "missione per conto di Dio".
Che alla fine riuscirà.
Consegnando alla storia del cinema e della musica un film memorabile.
Stando a fatti, cattolico"

Esagerati? Mah ...
Certo, una interpretazione che, a pensarci bene, ci può anche stare, aggiungendo come indizio, che i Fratelli Blues, nel racconto cinematografico, passano tutto il tempo a recuperare i loro amici musicisti, già accasati o con lavori sicuri, chiedendo loro di abbandonare tutte le loro sicurezze lavorative, mogli e figli, per seguirli in questa "missione per conto di Dio".
Cosa vi ricorda?

Vero è che nella realtà, la vita degli interpreti (almeno di uno, per quanto sappiamo) non era sicuramente esemplare.
John Belushi, attore geniale, abusava di alcool e stupefacenti, causando diversi problemi sul set del film.
Questa sua dipendenza sarà letale: morì pochissimi anni dopo nel 1982, all'età di 33 anni abbandonato in una camera di motel, dopo essersi fatto una overdose di cocaina ed eroina.
Il film "The Blues Brothers", tra momenti esilaranti di comicità surreale e inseguimenti memorabili, era ispirato alla band che realmente Aykroyd e Belushi avevano messo in piedi, quasi per scherzo, esibendosi nel famosissimo show televisivo americano "Saturday night live", un varietà dove, tutt'ora, la satira si incrocia con la musica rock.
Il repertorio consisteva nel recupero della grande tradizione del rythm'n blues degli anni '60, ri-arrangiato per il gusto delle nuove generazioni, (a quel tempo imperava la disco music),  dando una verniciatura funky a classici un pò dimenticati, avvalendosi della complicità dei più grandi musicisti interpreti del genere.

Il brano di punta del film è "Everybody needs somebody to love", già ai tempi un vecchio brano di Solomon Burke, un'icona del blues, anch'egli un personaggio strano, di una spiritualità molto particolare.
Il brano, nella sua semplicità e immediatezza racchiude l'atmosfera del film, che, forzandone un pò il significato, abbiamo voluto raccontare:

"Ognuno ha bisogno di qualcuno
ognuno ha bisogno di qualcuno da amare.
Ho bisogno di te, te, te."




domenica 31 gennaio 2021

Centro di gravità permanente - Franco Battiato

"L'uomo non solo ha smarrito il significato della propria esistenza, ma constata inoltre di essere incapace di realizzare la propria umanità.
L'uomo è impotente ad essere uomo.
Non ha legge ideale, non più una direttiva che sia disposto a seguire, un approdo sicuro. (...)
Del resto quella terribile constatazione di incapacità faceva anche scrivere a Kafka:
'Anch'io come chiunque altro ho in me dalla nascita un centro di gravità che neanche la più pazza educazione è riuscito a spostare.
Ce l'ho ancora questo centro di gravità, ma in un certo qual modo non c'è più il corpo relativo'

Quel 'centro di gravità' è ciò che chiamerei un'esigenza di significato unitario, ma è chiaro dall'acuta analisi di Kafka che 'un centro d gravità' senza 'un corpo relativo', cioè inoperoso, lo si sente infitto nel corpo come una 'palla di piombo', appesantisce anzichè far vivere un organismo: il cuore è come una pietra."
(da "La coscienza religiosa nell'uomo moderno" di Luigi Giussani)

"Bisognerebbe forse dire che ho cominciato per scherzo ... 
Non è che per conto mio abbia la necessità di esprimermi attraverso la canzone. (...)
Probabilmente la mia natura è quella del musicista modale, mi vedevo sempre in un'isola deserta e non mi veniva di cantare cose tipo 'Cerco un centro di gravità permanente' perchè è un linguaggio che usi solo in funzione d una comunicazione verso altre persone.
La svolta è nata per gioco.
Adesso ho voglia di comunicare ad una vasta platea, ma lo potevo fare solo alla mia maniera.
Di tradizionale c'è la struttura della canzone, ma la voglia di dire certe cose partiva da un presupposto di libertà, fino a costringere i testi a certi ritmi musicali."

E' il 1982 e Franco Battiato risponde alla curiosità giornalistica di Gino Castaldo, giornalista de "La Repubblica" che lo interrogava sul perchè improvvisamente, dopo aver passato anni producendo musica sperimentale e decisamente ostica per il grande pubblico, il musicista catanese si fosse buttato nell'agone della hit parade delle vendite, con la pubblicazione dell'album "La voce del padrone".

Strano personaggio Battiato: alla fine degli anni '60, giovanissimo, dalla Sicilia arriva a Milano e viene coinvolto come strumentista nel gruppo che supporta Gaber nel suo "Teatro Canzone".
Si mette a studiare la musica sperimentale colta del '900 e realizza per tutto il decennio dei '70 diversi lavori in cui la sperimentazione elettronica si interseca con soluzioni melodiche classiche.
Grande successo della critica specializzata, ma rimangono produzioni di "nicchia".
L'incontro con il violinista e compositore Giusto Pio e una attenta produzione dell'esperto Alberto Radius gli apriranno gli orizzonti del "mainstream", che lo porteranno a cantare davanti a Giovanni Paolo II.
Negli anni, accentuerà sempre più, sia nei testi che nelle abitudini personali il suo percorso esistenziale, mescolando in maniera profondamente sincretista spunti dal cristianesimo e varie discipline filosofiche e mistiche.
A Giampaolo Mattei nel libro di interviste "Anima mia" affermerà:
"Ho cominciato ad interessarmi al misticismo negli anni settanta.
Diventai un viaggiatore alla ricerca di altre culture religiose, mi stava stretta la società in cui vivevo, con quei valori piccoli come il buon posto, l'affermazione sociale, il successo. (...)
Ho scoperto il sufismo che è la corrente mistica dell'Islam."
Oggi vive nella sua casa di Catania, attorniato dall'affetto dei suoi familiari, dopo un paio di incidenti fisici, abbandonando perciò le scene, forse definitivamente.

Ma torniamo al 1982 e all'intervista con Castaldo:
"Abbiamo detto già prima che si parte da un gioco.
Però lo diciamo con le pinze, perchè, poi, in effetti, dentro queste canzoni ci metto anche delle parti mie molto serie.
C'è il gioco degli accostamenti, scarti e citazioni, e a volte sono per contrapposizione uno debole e uno fortissimo."

E così, "Centro di gravità permanente", questo geniale collage diventa un tormentone, solo apparentemente demenziale.
Scrive il giornalista Walter Gatti nel libro da lui curato "Cosa sarà. La ricerca del mistero nella canzone italiana":
"Cosa voleva dire Franco Battiato quando confessava di cercare un centro di gravità permanente? (...)
Ruotare attorno ad un certo ma che questo sia stabile, non oscillante, non modificabile, non soggetto alle voglie, agli umori, alle paure.
Lo dice con leggerezza, seguendo lo spirito ballerino dei tempi.
Lo dice come in un giro di valzer, anzi, come in un giro di twist.
Lo dice così bene che uno non se lo dimentica.
Un pò come una profezia.
Non a caso, in quei giorni, mentre la sua canzone era in testa alle classifiche, molti si chiedevano:
'Ma io ce l'ho un centro di gravità? Ed è permanente?"

E che, nonostante la scherzosità leggera e un pò demenziale della confezione musicale, "Centro di gravità" abbia intenzioni serie, lo conferma lo stesso Battiato in un colloquio, nel 1992, con Franco Pulcini, nel libro "Tecnica mista sul tappeto. Conversazioni autobiografiche":
"Il centro di gravità permanente è il grado di coscienza di sé. (...)
Quando diciamo che una persona è "fuori centro", che "non ha centro", diciamo che è "scentrata" (...)
Si tratta di un'idea di unità portata alle estreme conseguenze, contro la frammentarietà dell' essere (minuscolo) e per l'Essere Uno (maiuscolo).
Il centro perfetto - veramente difficile da raggiungere - è la possibilità di non avere dubbi su niente, perché tutto è chiaro.
Da quel punto si vede con chiarezza e precisione".




giovedì 28 gennaio 2021

Nowhere man / Help - The Beatles

da "Il brillìo degli occhi" di Julian Carron

"Più il nichilismo avanza e più diventa insopportabile vivere senza senso, più si fa sentire il desiderio indistruttibile di essere voluti bene, di essere amati.
E' quello che accade al 'figliol prodigo' di cu parla il Vangelo: quanto più si scende in basso, tanto più emerge sorprendentemente in lui la nostalgìa di suo padre.
Ma anche chi pensa di non avere un padre si accorge che il desiderio di essere amato persiste, irriducibile. (...)
Come vivere in questa situazione?
Da dove partire per riguadagnare la vita che rischiamo di perdere?
Questa domanda esprime un'urgenza esistenziale, è come una spina nella carne. (...)

Possiamo riconoscere il reale, a cominciare dal nostro disagio, e gridare la nostra sete di un significato
esauriente, di una soddisfazione totale.
Ma... è ragionevole gridare se, alla fine non c'è nulla? (...)
Ma l'esistenza del grido, della domanda, del desiderio, è la cosa meno scontata che ci sia. (...)
Ora, che cosa implica l'esistenza del grido?
Se c'è il grido, c'è la risposta.
Un'affermazione del genere ci risulta a volte difficile da capire e accettare. (...)
Essa (la risposta) non coincide con niente di ciò che posso afferrare, non so cos'è, ma so che c'è.
Altrimenti non vi sarebbe il grido, non ci spiegheremmo l'esistenza della domanda. 

Quando aboliamo la categoria della possibilità, che è la stoffa stessa della ragione, (...) significherebbe negare la domanda - che però c'è - ecco, è questa 'irrazionalità', questa 'disperazione', ciò da cui l'uomo contemporaneo, cioè ciascuno di noi, è fortemente tentato, per le difficoltà che trova lungo il cammino."

E' una citazione fortemente interlocutoria, questa, tratta dal recente saggio di Julian Carron, presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione.
Un pamphlet che è diventato un caso editoriale nell'estate del 2020, segnata dalla pandemia Covid-19.

"Quando questo brano fu pubblicato, stavo veramente chiedendo aiuto.
La maggior parte della gente pensa che sia solo una canzone rock veloce.
Io stesso mi sono reso conto solo in seguito che questa canzone era un grido d'aiuto.
A volte so essere molto positivo, ma so anche entrare in profonda depressione e in quei momenti mi butterei giù dalla finestra"

Per ammissione stessa di John Lennon, le sue composizioni nell'esperienza discografica dei Beatles, erano quelle più autobiografiche, rispetto ai brani composti da Paul Mc Cartney.
Dei quattro, Lennon era il personaggio più problematico, il più introverso, il più "politico", il meno accomodante, il più critico verso la sua condizione umana, anche se le sue domande sfociavano sempre in una negazione del trascendente, tanto da profetizzare la fine del cristianesimo rispetto al fenomeno rock.
Questa parabola esistenziale è esplicita in "Nowhere man" e "Help"
Anche se "Help" è stata composta prima, ci piace mantenere una diversa cronologia.
"Nowhere man" (L'uomo inesistente), brano incluso nell'album "Rubber soul", è una triste confessione
su ciò che stava vivendo: confuso tra la sua vita personale e il successo mondiale dei Beatles, sperduto nella sua nuova enorme casa, non più innamorato di Cynthia Powell, la sua prima moglie, stava perdendo il contatto della realtà attraverso l'uso di droga.
E' quasi un lamento funebre, desolato, che si ravviva solo grazie all'intervento della chitarra solista di George Harrison.

"E' proprio un uomo inesistente
seduto su una terra inesistente
a far progetti inesistenti che non sono destinati a nessuno.
Non ha un'opinione sua,
non sa dove va,
non assomiglia un pò a te e a me?

Uomo inesistente, per favore, ascolta,
tu non sai cosa perdi.
Uomo inesistente il mondo è ai tuoi piedi.
Ma l'Uomo inesistente è cieco
e vede solo quello che vuol vedere.
Non ha un'opinione sua,
non sa dove va,
non assomiglia un pò a te e a me?

Uomo inesistente non riesci proprio a vedermi?
Uomo inesistente non darti pena,
prenditela calma, non ti affrettare,
lascia perdere tutto,
fino a che qualcuno non ti darà una mano."

Già ... "Fino a che qualcuno non ti darà una mano"
Confessiamo di avere usato un artificio e avere spostato la frase, questa richiesta di aiuto, alla fine, anche se originalmente è posta a metà del brano.
Questo per agevolare il senso del nostro percorso, per approdare al secondo brano del post, a "Help".

Contenuta nell'album omonimo (colonna sonora di un film realizzato dallo stesso quartetto di Liverpool), è sempre del 1965, stesso anno di "Rubber soul", ma pubblicato qualche mese prima.
Anche "Help" è la documentazione musicale della vita reale di Lennon: esaurito mentalmente dopo un lungo periodo di tourneè alla conquista del mercato discografico americano, vittima di un malessere che sfocia nella separazione dalla moglie Cynthia, sposata un paio d'anni prima, dalla quale aveva già avuto un figlio, Julian.
La donna disapprova la vita dissipata sia sessualmente che nell'abuso di droghe del marito, ma non riesce ad imporsi. Inoltre il "beatle" subisce anche il lutto della morte della madre.
"Help" è il racconto di un uomo infelice.
Qui, però Lennon ha quasi un sussulto, riconosce di avere bisogno degli altri.

Scrive il giornalista Paolo Vites, in "Help, il grido del rock":
"Anche se inizialmente nessuno, specialmente i fan, si accorge del disperato grido di Lennon, questo brano è uno spartiacque nel mondo ancora innocente e spensierato della musica pop.
Come sta facendo Bob Dylan, dall'altra parte dell'oceano, in America, per la prima volta in una canzone di successo fa capolino il bisogno esistenziale dell'uomo."

In una intervista del 1981, cioè a pochi giorni dal suo assassinio, Lennon ammise:
"Fin da bambino mi sono sempre comportato da ribelle e ciò mi provocava una specie di risentimento, d'altro canto volevo essere amato e accettato.
Una parte di me vorrebbe essere accettata da ogni sfaccettatura della società, e non essere questo musicista fanfarone e stravagante.
Ma non posso essere ciò che non sono."

Rimane, così, tragicamente enigmatica la storia personale di John Lennon, e chissà come sarebbe la sua vita oggi se la sua stessa esistenza non fosse stata violentemente spezzata quell' otto dicembre 1981.
Ci rimangono le sue canzoni.

"Aiuto! Ho bisogno di qualcuno
Aiuto! Non di uno qualsiasi.
Aiuto! Tu sai che ho bisogno di qualcuno.
Aiuto!
Quand'ero più giovane, molto più giovane,
non avevo bisogno d'aiuto di nessuno:
ormai quel tempo è passato,
e io non sono più sicuro di me.
Ora scopro di aver cambiato idea,
di aver spalancato le porte.

La mia indipendenza si è trasformata in confusione.
So solo di aver bisogno di te come non mai.
Aiutami se puoi, sono a terra
e vorrei tanto averti vicino,
aiutami a tornare me stesso,
non vuoi per favore, per favore, aiutarmi?
Aiutami! Aiutami!






mercoledì 27 gennaio 2021

The wanderer - Johnny Cash & U2

"dal "Libro dell'Ecclesiaste"

"Io, Cohelet, sono stato re d'Israele a Gerusalemme, ed ho posto il mio cuore a ricercare e ad investigare con saggezza tutto ciò che vien fatto sotto il sole: è questa una occupazione molesta, che Dio ha dato ai figli dell'uomo perchè in essa si affatichino.
Ho veduto tutte le cose che si fanno sotto il sole, ed ecco il tutto è vanità e inutile affanno.
Ciò che è storto non si può raddrizzare e quel che manca non si può contare.

E pensavo in cuor mio e dicevo: 'Ecco, io ho acquistato una sapienza maggiore a tutti quelli che regnarono prima di me a Gerusalemme ed ho potuto conoscere molto intorno alla sapienza e alla scienza'.
Mi detti allora ad esaminare la sapienza e la scienza, la stoltezza e la pazzia e compresi che anche questo è un affaticarsi invano, perchè:
dov'è molta sapienza è molta molestia e chi accresce il sapere aumenta il dolore."

"Ho avuto molte figure paterne nella mia vita: l'elenco sarebbe lungo, ma ai primi posti ci sarebbe Johnny Cash, un grande uomo perchè capace di essere straordinario e comune allo stesso tempo.
Era una persona buona, ma standogli a fianco ti rendevi conto che aveva visto il deserto, cosa che lo rendeva ancora più unico.
Ora se n'è andato per sempre, seguendo l'amore della sua vita."

Parole di Bono Vox, leader degli U2, alla notizia della morte, il 12 Settembre 2003, della leggenda del country rock Johnny Cash, grande artista, uomo tormentato ma di una fede cristiana fatta carne nella propria vita, sfatto anche dalla morte della moglie, June, giusto quattro mesi prima.
Una donna che praticamente lo salvò dall'autodistruzione.

Nel 1989, Bono Vox degli U2, decide di scrivere una canzone che racconti la vicenda umana di Johnny Cash, dopo averlo incontrato nella sua casa, non lontano da Nashville, nella regione americana del Tennessee.
E lo spunto glielo suggerisce la lettura dell' Ecclesiaste, nell'episodio del "predicatore".
Un "libro", questo, biblico, piuttosto saccheggiato dai rocker angloamericani, forse per la forte immedesimazione con il protagonista del libro sacro, quel Cohelet, così pieno di tormenti e di domande sulla condizione umana.
E forse anche per la forte commistione culturale e storica tra il protestantesimo e il cattolicesimo che fa emergere maggiormente una rassegnazione al dolore umano nel primo, a scapito della fiducia in una redenzione da parte di un intervento del divino, che nel cattolicesimo è sempre presente.

Dice ancora Bono:
"Johnny Cash era un santo che preferiva la compagnia dei peccatori.
E' straordinario. Ho visto la Bibbia che leggeva.
Ho visto la sua vita da prospettive diverse, e mi è rimasta la sensazione di aver conosciuto una persona con la dignità di un'epoca a noi sconosciuta.
M sembra di leggere di Giacobbe o Mosè.
Era così lontano dal ventesimo secolo: era una figura mitologica.
L'ecclesiaste è uno dei miei libri preferiti: parla di un personaggio che vuole scoprire perchè è vivo, perchè è stato creato.
Tenta con la sapienza. Tenta con la ricchezza. Tenta con l'esperienza. Le prova tutte.
Ti affretti a leggere il libro per scoprire come mai, e alla fine l'autore ti dice: 'E' bene lavorare',
'Ricorda il tuo creatore'.
Per certi versi appare molto deludente.
Eppure non lo è! 
C'è qualcosa di Johnny Cash, lì dentro.
Ha una voce grandiosa che ama certe parole.
E io ho scritto quelle parole per lui"

Si, perchè Bono non si limita a citare la Bibbia, ma il testo ha precisi rimandi ad un racconto della scrittrice americana cattolica Flannery O'Connor (la cui opera letteraria è stata saccheggiata da altre rock star come Springsteen e Cave), dal titolo "La saggezza del sangue", in cui si racconta di un giovane predicatore che inventa un cristianesimo senza Cristo Crocifisso, la "Chiesa della Verità". Vuole dimostrare agli uomini che c'è bisogno di "un nuovo Gesù che sia tutto uomo, senza sangue da buttare via".
L'antitesi della vita di Cash, un uomo che ha testimoniato attraverso anche la sua musica, i dolori, le gioie, la tensione alla redenzione dopo l'abisso degli sbagli e del peccato che valgono per chiunque. 

"The wanderer" (Il vagabondo), verrà inserito nell'album degli U2 "Zooropa"

"Sono uscito camminando
Lungo le strade lastricate d'oro
Ho sollevato alcune pietre, 
visto pelle e ossa di una città senz'anima.
Sono uscito camminando sotto un cielo atomico
dove il terreno non si riesce ad arare.
E la pioggia brucia,
come le lacrime quando ti dissi addio.

Già, me ne andai con niente
se non il ricordo di te.
Vagabondai

Mi fermai fuor da una chiesa,
dove ai cittadini piace sedere:
loro dicono che vogliono il Regno,
ma non vogliono dentro Dio

Andai là fuori in cerca di esperienza
Per assaggiare e toccare,
e per provare tutto ciò
che ad un uomo riesce
prima di pentirsi.
Uscii in cerca di un uomo buono,
uno spirito che non si piegasse o spezzasse
che sedesse alla destra del suo padre.

Uscii camminando,
con una Bibbia e una pistola.
la parola di Dio pesava sul mio cuore:
era sicuro di essere il prediletto.
Ebbene, Gesù, non aspettarmi alzato.
Gesù, sarò presto a casa.
Sì, sono uscito a prendere i giornali,
le dissi, torno a mezzogiorno.

Sì, io partii senza nulla.
Già, me ne sono andato con il solo pensiero che anche tu ci saresti stato
Cercavo te,
andai vagabondando.





Per le interviste a Bono e per le notizie su questo brano ci siamo avvalsi della lettura di:
"U2. The name of love. Testi commentati"      Autore: Andrea Morandi
"Johnny Cash. La vita, l'amore e la fede di una leggenda americana"    Autore:  Steve Turner 

martedì 26 gennaio 2021

Il Carmelo di Echt - Giuni Russo

"Beati sono coloro che sono passati attraverso la grande tribolazione e hanno lavato le loro vesti rendendole candide con il sangue dell' Agnello" (Atti degli apostoli  7,14)"
"Tra questi uomini e queste donne beate salutiamo noi oggi con grande venerazione e profonda gioia una figlia del popolo ebreo, piena di saggezza  e forza.
Cresciuta alla dura scuola della tradizione del popolo d'Israele, distintasi per una vita trascorsa nella virtù e nell'abnegazione nel proprio ordine, dimostrò il suo animo eroico nel cammino verso il campo di concentramento.
Unita a Cristo crocifisso diede la sua vita per "la pace vera" e "per il popolo": Edith Stein, ebrea, filosofa, suora e martire"

Con queste parole Giovanni Paolo II, il 1° Maggio 1987, durante il viaggio apostolico nella Repubblica Federale di Germania, inizia l'omelia, allo Stadio di Koln - Mungersdorf, nel Rito di beatificazione di Suor Teresa Benedetta della Croce.

"Edith Stein morì nel campo di concentramento di Auschwitz, quale figlia del suo popolo martoriato.
Nonostante il suo trasferimento da Colonia al convento delle Carmelitane di Echt, trovò qui soltanto rifugio provvisorio, mentre cresceva l'ondata di persecuzioni contro gli ebrei.
Dopo aver occupato l'Olanda, i nazional socialisti diedero inizio immediatamente anche in quelle terre allo sterminio degli ebrei di cui all'inizio furono esclusi gli ebrei battezzati.
Ma quando i vescovi cattolici, in una lettera pastorale protestarono violentemente contro queste deportazioni i rappresentanti del potere si vendicarono portando allo sterminio anche gli ebrei di fede cattolica.
Così Suor Teresa Benedetta della Croce si presenta al martirio insieme con la sua amata sorella Rosa rifugiatasi anche lei nel Carmelo di Echt.
Nel lasciare il monastero Edith prende sua sorella per mano e dice soltanto: 'Vieni, andiamo, per il nostro popolo'. (...)
Ricevere il battesimo non significò in alcun modo per Edith Stein rompere con il popolo ebraico. (...)

Cari fratelli e sorelle, ci inchiniamo oggi insieme a tutta quanta la chiesa di fronte a questa grande donna che d'ora in poi potremo chiamare beata nella maestà del Signore; ci inchiniamo di fronte a questa grande figlia d'Israele, che in Cristo, il Redentore, ha scoperto la pienezza della sua fede e della sua missione verso il popolo di Dio."

Nel 1998, lo stesso Papa Wojtyla, canonizzò Suor Teresa Benedetta, e un anno dopo, attraverso una lettera 'Motu Proprio' la innalzò a compatrona dell'Europa insieme a Santa Brigida di Svezia e Santa Caterina da Siena.

"La storia di Edith Stein conferma che non sempre vivere nella solitudine e nel silenzio, come faceva lei nel Carmelo di Echt, significa essere staccati dagli altri.
Ha vissuto la morte come una martire, come una donna consacrata a Cristo.
C'è un grande significato nel suo sacrificio: all'interno del cristianesimo Edith si è ricongiunta al popolo ebraico.
Condannata da ebrea, ha vissuto la morte da cristiana"

Ecco un altro protagonista della canzone italiana d'autore, misconosciuto al grande pubblico, ma che è interessante da conoscere per la sua storia molto particolare: Juri Camisasca.
"Ho vissuto per undici anni in un monastero benedettino dell'Umbria dove, dopo un periodo da eremita sull'Etna. (...)
Prima di convertirmi al cristianesimo ero uno che seguivo Kerouac, Hendrix, la beat generation, l mito di Woodstock. Poi è accaduto un fatto concreto nella mia esistenza: l'incontro con Cristo che ha capovolto tutto. (...)"

Sono stralci di un'intervista di Camisasca, data a Giampaolo Mattei, nel suo fondamentale libro "Anima mia"
Una lunga intervista dove il musicista - monaco magnifica la vita monastica, che non gli ha evitato di continuare a coltivare l'antica amicizia con Franco Battiato, un'altra personalità artistica che in fatto di spiritualità, se pur in modalità altamente sincretista, è sempre stato sul 'pezzo', e con il quale ha collaborato in qualche brano, per esempio la splendida "Nomadi".
Juri Camisasca, è autore de "Il Carmelo di Echt", un brano dedicato ad Edith Stein, interpretato da lui stesso, da Battiato, ma portato al grande pubblico da Giuni Russo.

Famosissima per l'interpretazione di "Un' estate al mare", tormentone vacanziero del 1982, in cui mise lo zampino proprio Battiato, reduce dall'apoteosi discografica de "La voce del padrone"
Dotata di una voce particolarmente potente e versatile, non rimase imbrigliata nel genere da hit parade, ma si produsse in una produzione musicale spesso "alta", per niente "mainstream".
Dovuto anche al suo stile di vita, molto vicino all'esperienza religiosa monacale:

"Giuni era molto riservata, ma cercava l'essenziale. Per questo con santa Teresa si trovò: aveva spiritualità affine a quella del Carmelo, intensa, vera, aperta agli altri.
Nonchè femminile. E moderna.
Per lei la lezione della santa era l'amore per il Signore.
Ci accompagnava nei corsi spirituali e un giorno disse proprio: 'Sono innamorata di Gesù'.
Fu quell'amore che la sostenne nella malattia e nell'affrontare il trapasso"

Chi parla è Madre Emanuela della Madre di Dio, priora del Monastero delle Carmelitane Scalze di Milano, in una intervista del 2015, rilasciata ad Andrea Pedrinelli per il quotidiano "Avvenire".
Giuni Russo, era già scomparsa da undici anni a causa di una forma tumorale.
La cantante riposa sepolta nel cimitero del monastero, proprio per sua volontà.

E qui finisce il nostro viaggio tra umanità e santità, tra martiri e artisti, tra uomini e donne che hanno vissuto e vivono intensamente il proprio tempo.
Un viaggio, immaginiamo per molti sorprendente, partito dall'ascolto di una canzone.
Questo vuole essere "La stanza di Elvis"






La sua figura - Giuni Russo & Franco Battiato

da "C'è speranza? Il fascino della scoperta" di Juliàn Carròn "Abbiamo trovato il Messia. E' la notizia che attravers...