venerdì 26 febbraio 2021

Eleanor Rigby - The Beatles

"Seguendo la parabola evangelica, si potrebbe dire che la sofferenza, presente sotto tante forme diverse nel nostro mondo umano, vi sia presente anche per sprigionare nell'uomo l'amore, proprio quel dono disinteressato del proprio 'io' in favore degli altri uomini, degli uomini sofferenti.
Il mondo dell'umana sofferenza invoca, per così dire, senza sosta un altro mondo: quello dell'amore umano; e quell'amore disinteressato che si desta nel cuore e nelle sue opere, l'uomo lo deve in un certo senso alla sofferenza.
Non può l'uomo 'prossimo' passare con indifferenza davanti alla sofferenza altrui in nome della fondamentale solidarietà umana, né tanto meno in nome dell'amore del prossimo.
Egli deve 'fermarsi', 'commuoversi', agendo così come il samaritano della parabola evangelica."

Nel gennaio 2020, in tempi di pandemia, così, mons. Corrado Sanguineti, vescovo di Pavia, in un intervento pubblico, cita un passaggio dall'Enciclica "Fratelli tutti" di papa Francesco.
E' per affrontare e richiamare alla responsabilità dell'umana condivisione gli atteggiamenti di paura e solitudine subìti dall'onda lunga contagiosa e letale del virus.
Dei quali atteggiamenti, la giornalista Marina Corradi sul mensile "Tempi", desolata, racconta:
"Ci sono effetti collaterali del lockdown di cui ci accorgeremo tardi.
Già adesso constato, quando un'ambulanza arriva sotto casa e porta via, solo, un anziano vicino, fra i condomini cade il silenzio.
Sotto le mascherine bofonchiamo a occhi bassi un buongiorno, e ci allontaniamo veloci.
Come sta quel signore? domandi dopo tre giorni.
E scopri che è già morto e seppellito.
Funerali zero, nemmeno un annuncio sul portone.
A pensarci, di ambulanze qui intorno ne ho viste parecchie che partivano in fretta, ma di partecipazioni a lutto sui portoni non ne ricordo neanche una.
Quasi, quella morte, qualcosa da far sapere il meno possibile: quasi una vergogna."

E continua la Corradi, come riprendendo le riflessioni di papa Francesco: 
"Sembra che questa epidemia ci costringa a scegliere: da che parte stiamo? Con chi pensa solo a sé, o con chi pensa anche agli altri. A tutti gli altri, a un mondo di sconosciuti malati, o soli o senza lavoro."

Ma ... "tutta la gente sola, da dove viene?
Tutta la gente sola, a chi appartiene?"

Sono passati cinquantacinque anni, e queste domande risuonano ancora, sempre più pressanti.
All'apice della loro creatività, i Beatles, nel 1966, sfornano un brano tra i più malinconici e tristi della storia del rock.
Meglio, tra i più struggenti.
"Eleanor Rigby" è una storia d solitudini: di Eleanor, la donna che raccoglie il riso lasciato per terra sul sagrato della chiesa, dopo un matrimonio, magari pensando al proprio che non è avvenuto, chissà.
Ed intanto aspetta da sola, dietro la finestra, qualcosa o qualcuno che le cambi la vita.
E' la storia di solitudine di Padre McKenzie, che si rammenda i calzini, preparando prediche che nessuno ascolterà.
Due solitudini che si incroceranno al funerale di lei: è proprio il prete che lo celebrerà in una chiesa vuota.
Poteva finire lì, la canzone, tra un quartetto d'archi, organizzato dal gran produttore George Martin, arrangiamento insolito e rivoluzionario per una band pop rock dal successo planetario.
Ma ecco il genio di Paul Mc Cartney, che tira fuori dal cassetto i suoi ricordi di boy scout, di bravo ragazzo della periferia londinese, che non vuole arrendersi al quadro desolante e si domanda:
"Ma finisce proprio così? E noi, da dove veniamo e a chi apparteniamo?"

Cinquantacinque anni fa, il mondo era in gran subbuglio, il movimento sessantottino non era ancora esploso.
La speranza dei giovani era tutta protesa verso l'entusiasmo di un progresso di pace e sviluppo, anche se gli echi della guerra fredda rimbalzavano in sottofondo, eppure qualcosa, oggi diremmo la pandemia, insinuava un malessere mortale nel corpo e nell'anima.
Questa domanda risuona ancora:
"Tutta la gente sola, da dove viene?
Tutta la gente sola, a chi appartiene?"

"Ah, guarda tutta la gente sola.
Eleanor Rigby raccoglie il riso nella chiesa
dove c'è stato un matrimonio,
vive in un sogno.
Aspetta alla finestra con indosso il viso
che tiene in serbo in una caraffa vicino alla porta,
per chi lo fa?
Tutta la gente sola, da dove viene?
Tutta la gente sola a chi appartiene?

Padre McKenzie scrive le parole di un sermone
che nessuno sentirà,
nessuno si avvicina.
Guardalo mentre lavora, e di notte quando non c'è nessuno
si rammenda i calzini.
Di chi si preoccupa?

Elanor Rigby morì nella chiesa
e la seppelirono sotto una lapide col suo nome.
Nessuno venne.
Padre McKenzie si allontana dalla sepoltura
pulendosi le mani dalla terra.
Nessuno fu salvato.

Tutta la gente sola, da dove viene?
Tutta la gente sola, a chi appartiene?"




giovedì 25 febbraio 2021

Ti leggo nel pensiero - Ron

"I pensieri intorno a Dio sono inesauribili e grandi come il mare.
Ti travolgono, ci affoghi dentro con la testa e le braccia, senza toccare il fondo.
Nella nostra coscienza Dio è un concetto così ampio da formare una contraddizione persino nel quadro di un'unica dottrina religiosa.
Egli è l'inconoscibile e il conoscibile dovunque, l'inaccessibile e l'immediato, il crudele e il buono, l'assurdo, l'irrazionale e il logico per eccellenza.
Nessun altro concetto ammette una oscillazione di significato più vasta, offre tante possibilità di comprensione e di interpretazione (fermo restando in pari tempo la certezza della sua assoluta precisione).
Questo fatto dice già l'importanza della Persona che si cela dietro il concetto e dell'Oggetto delle nostre credenze, delle nostre meditazioni.
Si può credere in Dio in modi diversi, si può pensare a Lui senza fine; incontenibile ed essenziale, Egli abbraccia tutto ed è dovunque presente.
Il fenomeno più enorme, unico al mondo.
Fuori di Ciò non esiste nulla."

Con lo pseudonimo di Abram Terz, il saggista e studioso di letteratura Andrej Sinjavkij, nato a Mosca nel 1925, nell'anno 1966 pubblica fuori dall'Unione Sovietica un libello semi-clandestino che raccoglie aforismi che sono una profonda meditazione sull'esistenza, la religione e la morte, "Pensieri improvvisi".
Già da un anno Sinjavskij era relegato in un lager sovietico, scontando una condanna a sette anni per "propaganda antisovietica".
Alla fine della prigionia, nel 1973 ottenne dalle autorità comuniste il visto per recarsi all'estero e si trasferì a Parigi, dove, dopo aver insegnato letteratura russa alla Sorbona, morì nel 1997.

"'Ti leggo nel pensiero' l'ho scritta su commissione per Ron, per lui e per la sua forte religiosità.
Il fatto di scrivere canzoni per terzi mi ha permesso di parlare di una cosa che non frequento: Dio.
Però se mi obbligassero a fare una scelta ('stai dalla parte di chi crede o degli atei?'), direi che sono con quelli che credono, anche se alla mia maniera, totalmente confusionaria.
Il discorso è difficile, non so dirmi ateo.
Avverto un bisogno di spiritualità."

Parole di Francesco De Gregori, in un'intervista all' "L'Unità" nel novembre del 2003.
Come i suoi "maestri ispiratori" Bob Dylan e Leonard Cohen, al cantautore romano spesso nei suoi testi piace rimescolare le carte, nascondere un' ispirazione "religiosa" fra versi che di primo acchito possono sembrare dedicati ad una persona amata.
Per "Ti leggo nel pensiero" pubblicata da Ron nel 2001, invece, mette subito in chiaro il suo significato.
E' una canzone, che poi ricanterà in alcuni concerti e quindi facendola completamente sua.
E lo conferma sulle pagine dell'"Osservatore Romano", nel marzo del 2020.
Gli domanda il direttore del quotidiano ufficiale della Santa Sede, Andrea Monda:
"In "Ti leggo nel pensiero" dici 'Sarà quel che sarà, se sarà vero'.
Mi sembra quella una canzone di intensa spiritualità: il protagonista si rivolge ad una donna, ma potrebbe anche essere una preghiera a Qualcuno che sta più in alto, capace di 'pescare un uomo caduto nel mare', tutto questo in un orizzonte drammatico ma ricco di speranza: 'Sarà come sarà e mi vedrai davvero / poco prima dell'alba, quando il buio è più nero'.
Sto intuendo qualcosa o forse faccio come con il poligono e cado nel rischio di voler capire e definire tutto?"
"No, non è dedicata ad una figura femminile. E' proprio così invece, si tratta di una canzone che allude al mistero, alla trascendenza, alla spiritualità"

E il "richiedente" della canzone, Ron, cosa ne pensa?
"Credo in Dio fermamente da sempre (...) Dio è molto presente in ogni secondo della mia vita.
C'è Lui in ogni cosa che faccio. Sto imparando veramente a mettermi nelle sue mani, ad accettare quello che mi arriva, perché tutto quello che ci succede risponde ad un disegno divino.
Mi sento vicino a Dio, in modo molto profondo, in tutta la mia esistenza"
(da "Anima mia" a cura di Giampaolo Mattei)

Storie di due protagonisti della canzone d'autore italiana.
Due persone, davanti alle domande serie della vita.




mercoledì 24 febbraio 2021

Heaven on their minds - Carl Anderson

"Di fronte agli avvenimenti del Venerdì Santo noi, come gli apostoli, rimaniamo a distanza, contemplando un evento troppo grande per la nostra capacità di comprensione e accettazione. (...)
Prestiamo attenzione a due figure evangeliche, o meglio al contrasto fra due figure evangeliche che in maniera diversa si pongono di fronte al tema dell'obbedienza e della passione.
Si tratta ovviamente di Pietro e Giuda Iscariota. (...)

La paura di Pietro può essere stata generata dall'aver capito che Gesù voleva andare fino in fondo, che era disposto a morire senza difendersi.
A spaventarlo non sarebbe stata la circostanza sfavorevole, ma la rivelazione di tale estremo aspetto della personalità e della missione del Cristo. (...)
In generale gli impeti di Pietro sono sempre da valorizzare, anche se spesso le sue intraprese non hanno un finale glorioso.
Cionondimeno in ogni situazione egli sa cogliere un punto fondamentale. (...)

Tutto ciò non accade a Giuda.
E si noti che anch'egli ha ricevuto lo sguardo misericordioso di Gesù.
Possiamo solo accostarci al mistero del suo male. La sua figura desta un grande interrogativo nei cristiani di tutte le epoche.
Gli stessi evangelisti non sanno bene come gestire l'eredità morale del suo tradimento.
Giovanni sposa la tesi dell' amore eccessivo per il denaro: era un ladro e siccome teneva la cassa, prendeva quello che vi mettevano dentro (Gv 12, 26).
La liturgia bizantina riprende tale argomentazione in maniera quasi ossessiva, ma poi pone retoricamente a Giuda la domanda:
'Perché, se amavi la ricchezza seguivi colui che insegnava la povertà?
Se invece amavi Lui, perché hai venduto Colui che è senza prezzo, consegnandolo alla follìa omicida?'

La pista indicata da Giovanni non tiene fino in fondo. 
Occorre pensare ad altro.
Non è proprio una fonte ortodossa, ma all'inizio del musical 'Jesus Christ Superstar', abbiamo un suggerimento che potrebbe aiutarci a risolvere il mistero.
Giuda apre la scena dicendo:
'Se strappi il mito dall'uomo vedrai dove presto saremo / Gesù, hai iniziato a credere alle cose che dicono di Te / pensi davvero che questa favola della divinità sia vera (...)
Tutto il bene che hai fatto sarà presto spazzato via / hai iniziato a contare più delle cose che predichi.'

Mi sembra un'ipotesi interessante: c'è uno scoglio sul quale la fedeltà di Pietro si è arenata, e lo stesso può essere accaduto a Giuda, che forse aveva semplicemente capito tutto ciò prima di Lui:
le loro immagini di compimento non corrispondevano per niente al piano di Gesù.
Solo che in Giuda ciò si associa ad una grave mancanza di fede; forse ad una assenza di carità. (...)
Punto dirimente è la fede, la fede innanzitutto nella misericordia di Dio. (...)

Questa è una sintesi di una lezione tenuta da don Paolo Paganini, giovane sacerdote della Fraternità Sacerdotale dei Missionari di san Carlo Borromeo, tenuta il Venerdì Santo del 2020, e pubblicata nel 2021, sul  numero di febbraio, del mensile "Fraternità e Missione".

"Abbiamo trattato il Cristo più come uomo che come Dio: noi come autori non prendiamo posizione.
Però il primo spunto ce l'ha offerto proprio il decano di San Paolo che una volta ci ha detto:
'Prendete Gesù e portatelo via dalle vetrate istoriate'.
Come base abbiamo scelto il Vangelo di Giovanni.
Mi sono servito anche della 'Vita di Cristo' scritta dal vescovo cattolico americano Fulton Sheen e di quella scritta dall'italiano Marcello Craveri."

Angela Calvini con un articolo sul quotidiano "Avvenire", il 4 Aprile 2020, nell'anniversario dei cinquant'anni della messa in scena del musical "Jesus Christ Superstar", recupera una dichiarazione d'epoca dell'autore dei testi, l'inglese Tim Rice che insieme all' amico di gioventù e compositore Andrew Lloyd Webber furono i responsabili della creazione di uno dei più grandi musical della storia del rock.
Una scommessa da brividi: confrontarsi con la Storia Sacra di Cristo, proprio in un periodo storico, la fine degli anni '60, in cui tutti i valori su cui erano appoggiate le tradizioni del genere umano, compreso quella religiosa cristiana, erano messe in discussione, specie tra le nuove generazioni.

Il successo del musical teatrale, nel 1970, e poi la sua versione cinematografica del 1973, furono la scintilla per dure critiche, addirittura accuse di blasfemia, da parte delle istituzioni.
Critiche in parte giustificate, perché presentare il Cristo solo nella sua versione solo "umana" era un'operazione piuttosto "spericolata". 
Ma, dopo tanto tempo dalla sua realizzazione, abbiamo visto cose ben peggiori e nonostante alcuni limiti evidenti, l'assenza della Resurrezione il più macroscopico, anche se la scena finale lascia aperta la disponibilità al credere, non si può non ripensare "Jesus Christ Superstar", come un opera sincera e occasione anche per interessanti riflessioni, come quelle con cui abbiamo aperto questa "stanza".
E' comunque evidente che la qualità compositiva di Andrew Lloyd Webber, rimanga durante tutto il musical su livelli eccellenti.
Una tappa fondamentale nella storia del rock.
  

IL PARADISO NELLE LORO MENTI

"La mia mente è ora più chiara
finalmente posso vedere fin troppo bene
dove andremo tutti a finire
Se rimuovi il mito dall'uomo
si può vedere dove andremo a finire

Gesù, hai iniziato a credere
alle cose che si dicono su di te
Tu davvero credi che questo parlare di Dio sia vero
e tutto il bene che hai fatto
sarà presto spazzato via.
Tu hai iniziato a contare più di ciò che dici.

Ascolta, Gesù, non mi piace ciò che vedo
Tutto ciò che Ti chiedo è di ascoltarmi,
 e ricorda sono stato il tuo braccio destro fin dall'inizio.
Tu li hai infervorati tutti
pensano di aver trovato il nuovo Messia
e ti faranno del male quando finalmente capiranno di essersi sbagliati.

Ricordo quando tutto è cominciato
Nessun discorso su Dio allora,
ti chiamavamo uomo
e credimi lamia ammirazione per te non è morta.
Ma ogni parola che tu oggi dici,
viene storpiata in altri modi.
E ti faranno male se penseranno che hai mentito.
(...)
Ascolta Gesù l'avvertimento che ti do:
per favore, ricorda che io voglio la nostra sopravvivenza,
ma è triste vedere le nostre speranze diminuire ad ogni ora.
(...)
I tuoi discepoli sono ciechi,
troppo paradiso nelle loro menti!
E' stato bello, ma ora è aspro,
si, si è inasprito tutto.
Ascoltami,
non mi vuoi ascoltare?"  
  



martedì 23 febbraio 2021

La cura - Franco Battiato

"Prendersi cura dei malati di ogni genere fa parte integrante della missione della Chiesa, non è un'attività opzionale, no!
E questa missione è portare la tenerezza di Dio all'umanità sofferente. (...)
La realtà che stiamo vivendo in tutto il mondo a causa della pandemia rende particolarmente attuale questo messaggio, questa missione essenziale della Chiesa.
La voce di Giobbe ancora una volta si fa interprete della nostra condizione umana, così alta nella dignità - la nostra condizione umana, altissima nella dignità - e nello stesso tempo così fragile.
Di fronte a questa  realtà, sempre sorge la domanda : 'perché?'

A questa interrogativo Gesù, Verbo Incarnato, risponde non con una spiegazione (...) ma con una presenza d'amore che si china, che prende per mano e fa rialzare (...)
Chinarsi per far rialzare l'altro.
Non dimentichiamo che è l'unico modo lecito di guardare una persona dall'alto in basso è quando tu tendi la mano per aiutarla a sollevarsi. (...)
Vicinanza, tenerezza, compassione sono lo stile di Dio.
Dio si fa vicino e si fa vicino con tenerezza e con compassione.
Quante volte nel Vangelo leggiamo, davanti ad un problema di salute o qualsiasi problema: 
'ne ebbe compassione'.
La compassione di Gesù, la vicinanza di Dio in Gesù, è lo stile di Dio."
(Papa Francesco, Angelus, 7 febbraio 2021)

"La cura' è una di quelle canzoni che ha un 'quid' insondabile, è arrivata come da una cellula superiore.
E' arrivata come una piccola luce a toccarmi, è stata una vera ispirazione"

Così parlò Franco Battiato nel presentare una delle sue belle canzoni di sempre.
Poche parole che però fanno intuire lo stato di grazia che lo possedeva nel comporre questo brano contenuto nell'album "L'imboscata" pubblicato nel 1996.
Titolare di diverse stagioni artistiche: prima sperimentatore, poi icona di un mainstream di lusso per un 
lustro abbondante, infine, tra alti e bassi, divulgatore di un pop sempre più impegnativo avvolto in temi
tra lo spiritual - esoterico e il filosofico in coppia con il poeta Manlio Sgalambro.

E' ancora Battiato a spiegare:       
"La prima regola è che ciascuno si prenda cura di se stesso, per aiutare gli altri"

Il testo splendente de "La cura" è stato oggetto di una miriade di interpretazioni: chi la considera una canzone d'amore classica, chi un testo dedicato alla madre del cantautore, chi un augurio di guarigione da una malattia, chi ne fa un'esegesi religiosa, quasi una preghiera al contrario (cioè la dedica di un'entità superiore alla sua creatura).
A queste ipotesi viene incontro l'altro autore del testo, Sgalambro, appunto:    
"Per parlare di amore bisogna parlare di qualche altra cosa.
Noi abbiamo fatto una canzone considerata unanimamente d'amore, parlando di 'cura', 'di protezione',
di mani che accarezzano capelli come le trame di un canto"

Certo, il superbo testo, si appoggia su una trama musicale (e qui è tutta farina del sacco dell'artista siciliano) di grande spessore, una melodia che affascina immediatamente per la sua semplicità e classicità, nella miglior tradizione del melodramma italiano.
Nonostante il suo insistito sincretismo religioso, e la non scontatezza dell'ispirazione musicale, Franco Battiato, può essere considerato un punto fermo, fondamentale per la comprensione dello sviluppo artistico nel panorama della canzone d'autore italiana.




lunedì 22 febbraio 2021

The show must go on - The Queen

"Allora Almìtra parlò dicendo:
Vorremmo chiederti ora della Morte
Ed egli disse:
Vorreste conoscere il segreto della morte.
Ma come scoprirlo, se non cercandolo nel cuore della vita? (...)
Se volete davvero scorgere lo spirito della morte, spalancate il vostro cuore al corpo della vita.
Giacché la vita e la morte sono una cosa sola, così come il fiume e il mare.
In fondo alle vostre speranze e ai vostri desideri sta la muta conoscenza di ciò che è oltre la vita;
E, come il seme che sogna sepolto dalla neve, il vostro cuore sogna la primavera. (...)

E dare l'ultimo respiro, che cos'è se non liberarlo dal suo flusso inquieto, affinché possa involarsi finalmente e spaziare disancorato alla ricerca di Dio?
Solo se bevete al fiume del silenzio, voi canterete veramente.
E quando avrete raggiunto la vetta del monte, allora incomincerete a salire.
E quando la terra chiederà le vostre ossa, allora danzerete veramente."

Ancora una volta nella "stanza" entrano le parole del "Profeta" di Gibran Kalhil Gibran.
La raccolta di sermoni religioso - poetici immaginati e pubblicati nel 1923, dallo scrittore e filosofo libanese, cristiano maronita, emigrato negli Stati Uniti nei suoi ultimi vent'anni di vita, e dove morì nel 1931, fu con successo nel mondo giovanile post-contestazione, nei primi anni '70, ed insieme ad altre produzioni letterarie americane fonte di ispirazione per la migliore tradizione rock che guardava con curiosità alla ricerca del senso della vita, anche se a volte perdendosi in discutibili, semplicistiche e modaiole interpretazioni "new-age". 

"Ogni volta qualcuno chiede come io e gli altri della band abbiamo reagito alla morte di Freddy, se abbiamo sopportato 'bene' il colpo.
Che razza di domanda! Come si reagisce alla scomparsa di una persona con cui hai vissuto per vent'anni ogni giornata della tua vita?
Male, malissimo, ti senti a pezzi fisicamente e non ci sei più con la testa. (...)
La morte ci attende tutti. Ne siamo coscienti solo quando ti tocca vicino, vicinissimo.
E dopo diventi adulto di colpo. Di colpo ti accorgi che non giochi più. (...)

Intervistato da Walter Gatti nel 1992, per il settimanale "Il Sabato" Brian May, il chitarrista dei Queen,
racconta la scomparsa per Aids del front man della band inglese Freddy Mercury, a poco più di un anno una ferita personale ancora aperta.
May è anche l'autore di "The show must go on", che concludendo l'ultimo album della band nella originale formazione, "Innuendo", scrive in parole e musica il testamento musicale del carismatico e funambolico cantante del gruppo.
"Certo, quella era una canzone con una forza particolare, scritta mentre sentivamo che si stava compiendo qualcosa di tragico.
Quando Freddy è venuto per la prima volta a sentire i provini e a registrare le voci era in condizioni tremende, eppure riuscì a cantare anche meglio che nel passato: quella sua registrazione è probabilmente la migliore in assoluto."

In un libro che ripercorre la biografia e le canzoni dei Queen, George Purvis, raccoglie altre sensazioni di Brian May:
"E' la mia canzone preferita dell'album. Ha quel tipo di tristezza, ma è anche piena di speranza.
E' una di quelle cose che si sono evolute e in essa c'è un pò di ognuno di noi.
Ha in sé qualcosa di retrospettivo e ha qualcosa che implica uno sguardo sul futuro.
Ad un certo punto l'ho osservata profondamente e ne ho avuto una certa visione, ho avuto la sensazione che avesse un significato speciale. (...)
Allora ci siamo messi al tavolino con Freddy e gli ho chiesto: 'Cosa ne pensi?'
E' stato davvero un momento strano e memorabile, perché quello che avevo era venuto fuori insieme a qualcosa che secondo me era il mondo visto dai suoi occhi.
Non ne abbiamo parlato tanto, è stato molto toccante."

Una storia reale, la testimonianza di un'amicizia sincera, la commozione di una perdita, l'impeto delle domande ultime sulla vita, l'inno ad una speranza. 
Una canzone importante.

"Spazi deserti, per che cosa viviamo?
Luoghi abbandonati - scommetto che noi conosciamo la realtà dei fatti
Avanti e avanti ancora, 
qualcuno sa che cosa stiamo cercando?
Un altro eroe,
un altro crimine insensato.
Dietro le quinte nella pantomima
dobbiamo resistere, c'è qualcuno che ce la fa ancora?

Lo spettacolo deve continuare
Dentro mi si spezza il cuore
il mio trucco si sta sciogliendo
ma il mio sorriso indugia ancora.

Qualunque cosa succeda,
lascerò tutto al caso
Un altro dolore,
un'altra storia d'amore fallita
Avanti e avanti ancora,
qualcuno sa per cosa stiamo vivendo?
Forse sto imparando,
devo addolcirmi ora.
Presto girerò l'angolo.
Ecco adesso,
fuori sta sorgendo il sole
ma dentro nell'oscurità,
soffro per essere libero.

La mia anima è dipinta 
come le ali di una farfalla,  
riesco a volare amici miei
non mi arrenderò mai
avanti con lo spettacolo
sarò l'attrazione principale,
esagererò,
avanti con lo spettacolo." 





domenica 21 febbraio 2021

L'isola che non c'è - Edoardo Bennato

"C'è poi un altro indizio che sembra smentire la diffusa abitudine di instaurare legami troppo stretti tra le utopie moderne e le fantasie arcaiche sulla mitica età dell'oro dove tutto contribuiva 'spontaneamente' a rafforzare e confermare una condizione di beatitudine naturale priva di costrizioni e barriere repressive.
L'eco di quelle fantasie e di quei sogni ad occhi aperti, infatti, sembra semmai ritrovarsi più potente e ricca di suggestioni proprio in tutti quei racconti 'moderni' che soltanto con spericolate acrobazie intellettuali sarebbe lecito apparentare alle utopie in senso classico, non foss'altro per la loro esplicita 'impoliticità'. (...).

Un pulviscolo di affrettati esperimenti e di vagheggiamenti di mondi 'diversi' che si riallaccia al miraggio di un 'universo parallelo' ignaro di vincoli e costrizioni proprie del principio di realtà ma incapace di tradursi in realtà condivisa da un'intera organizzazione sociale, e che richiama un sogno ingenuo di liberazione 'interiore', una pulsione 'anarchicheggiante' e libertaria che nel recinto di un artificiale e gaiamente irresponsabile giardino edenico rompe 'poeticamente' ogni rapporto con la realtà esterna.
Un mondo alternativo che con la cupezza delle utopie autoritarie davvero non ha con tutta evidenza, alcunché da spartire.
E infatti l'utopia moderna inizia esattamente dove finisce l'innocua fantasticheria e il sogno ad occhi aperti"

Pierluigi Battista, una lunga carriera di giornalista ed editorialista de "La Stampa", "Panorama", "Corriere della sera" e attualmente collaboratore del sito italiano dell' "Huffington post", pubblica nel 2000 un interessante saggio, dal titolo "La fine dell'innocenza", nel quale, partendo dalle opere letterarie di filosofi e umanisti quali l'inglese Thomas More (Santo cattolico e martire, autore del romanzo "Utopia", 1516) e Tommaso Campanella (frate domenicano calabrese, autore del saggio "La città del sole", 1602), arriva ad affermare che, storicamente, l'"utopia buona" di una società perfetta, perdendo il suo afflato cattolico, sia stata la matrice dei totalitarismi e del comunismo storico che hanno attraversato l'ultimo secolo del millennio scorso, partendo proprio dall'assunto che "una società perfetta non può non essere autoritaria, repressiva, intollerante, dominata da uno stato senza limiti che invade ogni aspetto della vita privata, che pretende di controllare ogni atomo della vita individuale e collettiva."

"Soprattutto la prima produzione di Edoardo Bennato è attraversata da un tema chiave: l'utopia.
L'aspirazione ad un mondo ideale, la realizzazione del quale passa attraverso la ribellione al sistema.
La sua idea troverà l'espressione più evidente nel brano "L'isola che non c'è".
Per Bennato la vera follia è lasciarsi vincere dal cinismo, perdere le speranze, lasciar cadere le illusioni."

Così troviamo scritto nel libro, edito nel 1990, "I nostri cantautori" scritto da un illustre produttore e autore Gianfranco Baldazzi e da due insegnanti Luisella Clarotti e Alessandra Rocco.

Personalmente ritengo questo giudizio sul cantautore napoletano troppo severo.
Nel Bennato che percorre la parte più creativa della sua carriera (quella tra il 1973 e 1985), trovo una capacità di ficcante satira e denuncia delle contraddizioni della società politica e sociale di quegli anni, partendo, innegabilmente da quella cultura anarchica e libertaria, quella permeata dall' "utopia buona", che alla lunga risulterà perdente tra derive violente della contestazione giovanile del post 68.
La sua produzione, scoppiettante e geniale in parole e musica, lo vede protagonista di una trilogia di rivisitazioni di favole classiche attraverso le quali raccontare l'attualità.
In "Burattino senza fili", parte da un percorso umano, che lo metterà in competizione, nell'interpretare la favola di Collodi, con le riflessioni di un principe della Chiesa, il Card. Giacomo Biffi.

Nel 1980, è protagonista di un eccezionale successo discografico, con l'album "Sono solo canzonette".
E qui, attraverso la fiaba di Peter Pan, filtrandola col pensiero di Erasmo da Rotterdam e il suo "Elogio della follia", mette in scena in un eterogeneo e scoppiettante musical, le due facce dell'utopia: quella politica e violenta di Capitan Uncino, figura del giovane borghese intellettuale che predica il terrorismo armato contro lo Stato padrone, quella delle regole patriarcali che non sanno avere un rapporto di fiducia con i figli, e quella "esistenziale" del fanciullino che sogna la società "perfetta", illudendosi che questa non si possa mai "corrompere".
Ecco, "L'isola che non c'è", ne è il manifesto!

Ed è un brano che non abbandonerà più, spesso oggetto di sue ulteriori riflessioni:
"Per definizione, il concetto dell'Isola che non c'è, rappresenta l'utopia, quindi si corre il rischio di crogiolarsi nella ricerca, perdendo di vista gli obiettivi concreti.
Mi spiego: quest'isola, al punto in cui si trova l'umanità, in questo periodo storico, bisogna necessariamente, assolutamente trovarla!
Non ci è rimasto molto tempo.
Dobbiamo invertire la rotta, cambiare mentalità nell'approccio al clima, al continuo e sistematico sfruttamento dei suoli e delle aree, risolvere il divario che esiste tra Nord e Sud del Mondo che provoca esodi 'biblici'.
Dunque bisogna cambiare.
La natura si riprende ciò che è suo, usando mezzi inaspettati, come nel caso della pandemia che stiamo vivendo.
Abbiamo pensato di essere i padroni del pianeta, e invece ..."

Sono solo canzonette?   




Il video è tratto da un concerto realizzato al Conservatorio di Santa Cecilia in Roma con la partecipazione del gruppo dei "Solis String Quartet"
La regia televisiva è di Eugenio "Mosby" Bollani, grande creativo e ora anche novello romanziere (date un occhio su Amazon)   

giovedì 18 febbraio 2021

Quando sarò capace d'amare - Giorgio Gaber

"La frase di S. Agostino 'Che cosa è così tuo di te stesso? Ma che cosa è meno tuo di te stesso, se ciò che tu sei appartiene ad un altro', sintetizza anche per noi uomini una delle intuizioni più profonde: che il contenuto della propria autocoscienza si svela nella appartenenza a un altro.
Ciò è evidente soprattutto nel bambino: tutta la coscienza che egli ha di sé è nella appartenenza, sperimentata come un bene, al padre e alla madre.
Altrimenti viene impedito lo stesso sviluppo della sua coscienza.
Per una persona adulta, anche se molto giovane, l'appartenenza ad un altro essere umano non è il primum; per prima cosa viene il sentimento di sé, della propria personalità.
Quanto più questo sentimento di sé è profondo e vero, tanto più si è capaci di appartenere a un altro.
Ma qui scopriamo il segreto più interessante: che per avere un sentimento di sé che sia dignitoso, consistente, operativo - direi quasi 'definitivo' della propria persona - bisogna percepire una appartenenza ancor più originale: quella nei riguardi di Cristo, di Uno che ci redime dalla nostra fragilità, dallo sgomento della precarietà.

Se uno sente il bisogno di appartenere totalmente alla persona di cui si va innamorando, la strada unicamente percorribile mi sembra quella dello stupore.
Ecco: se nasce lo stupore dell'incontro fatto, in esso è implicito il senso di una Grazia, di un dono.
Infatti si tratta di una appartenenza nuova che nasce da circostanze non programmate, non previste.
Ma occorre una certa sensibilità, una certa semplicità di cuore per accorgersene.
Anche in tal caso, però, non è possibile scoprire tutto il valore di quel presentimento o di quello stupore, se non si incontra un maestro e una compagnia nei quali sia già viva la coscienza che tutto ci è donato da Dio (...)
Nel frastuono di oggi, quello stupore spesso appena accennato, difficilmente riesce ad approfondirsi.
Tutto diventa subito abituale, tutto è dovuto, meccanico. (...)
Ma proprio per attraversare questa stanchezza e queste delusioni, proprio per riscattarle, l'unica modalità razionale è quella di seguire la logica ultima dell'amore che è la passione per il Destino dell'altra persona."

Sono, questi, alcuni passaggi da una conversazione tra don Luigi Giussani, il carismatico iniziatore del Movimento ecclesiale "Comunione e liberazione" e il teologo Antonio Sicari nel libro, pubblicato nel 1990, a firma dello stesso Sicari "Breve catechesi sul matrimonio" ed. Jaca Book.

"C'è un nostro pensiero fisso alla base di questo brano: il dilagare dell'infantilismo.
Che strano, riascoltando questa canzone mi è venuta in mente una vecchia fotografia di mio padre poco più che ventenne. (...) Al tempo della fotografia lui era sposato e aveva già avuto una figlia (...)
non solo aveva anche un lavoro, un lavoro serio, e dopo un pò, a trent'anni circa, avrebbe avuto altri due figli. (...) a quell'età mio padre manteneva già una famiglia di cinque persone. (...) insomma era un uomo fatto!
Voglio dire, che risposta potremmo dare oggi noi a "Quando sarò capace d'amare"?
Quand'è, che insomma, che saremo davvero capaci di amare? (...)

A volte penso che il nostro destino, soprattutto quelli di noi uomini, sia proprio di restare eternamente bambini; bambini che crescono magari, che invecchiano anche, ma che non diventano mai adulti;
bambini incapaci di assumersi fino in fondo la proprie responsabilità, incapaci di attraversare con gioia e fermezza la fatica dei giorni, incapaci, insomma, di amare."

Un grande anarchico Sandro Luporini! Una delle due menti pensanti insieme a Giorgio Gaber dello straordinario ed epocale "Teatro canzone" che fece discutere la cultura italiana e tutto il popolo fedele alla presenza nei teatri dove per trent'anni andò in scena.
Nel suo bellissimo e consigliatissimo libro "Vi racconto Gaber"; nel quale riguardo la genesi di "Quando sarò capace d'amare" racconta un aneddoto con protagonista il cantautore milanese:
"Un giorno, nei primi tempi della nostra amicizia, ci capitò di cenare in un ristorantino sui Navigli (...)
Apparve una giovane ragazza di una bellezza sconvolgente (...) mi rivolsi a Giorgio: 'Non ho mai visto una donna così belle in vita mia. Non è una donna è un angelo!'
E lui: "Si, in effetti è carina"
'Ma come è carina, Giorgio!' (...)
Giorgio non smetteva più di ridere, non l'ho mai visto ridere così tanto.
Poi mi disse, con tono serio e pacato, che non posso, neppure a distanza di tanto tempo, dimenticare:
'Ammesso che sia bella, ed è vero; ammesso che sia sensibile ed intelligente; ammesso che sia anche capace di un affetto profondo; ecco, in questo caso io a una donna così, compresi quei momenti in cu è meno bella, compresi quei momenti non esaltanti che hai detto prima, insomma io, a donna così, senza stare tanto a volare, vorrei semplicemente volerle bene per tutta la vita."

"Quando sarò capace d'amare" è contenuta nella produzione teatrale del 1995 "E pensare che c'era il pensiero" e questo ultimo di Gaber può introdurre adeguatamente il brano:
"Nell'adolescenza la costante è quella dell'imitazione. Quindi l'amore è vissuto come un rito immaginativo, non come realtà; così l'amore è fatto di attimi esaltanti, ma non passa attraverso la normalità della vita.
Il desiderio, l'aspirazione che c'è nella nostra riflessione è quello di essere adulti, di essere persone, di vivere una vita che ti lasci dei segni, di intrecciare rapporti che non siano solo un gioco d'infanzia, ma che spingano verso una crescita continua."






La sua figura - Giuni Russo & Franco Battiato

da "C'è speranza? Il fascino della scoperta" di Juliàn Carròn "Abbiamo trovato il Messia. E' la notizia che attravers...