mercoledì 31 marzo 2021

Il povero Cristo - Vinicio Capossela

"Quante domande ci si impongono in questo luogo!
Sempre di nuovo emerge la domanda: Dove era Dio in quei giorni?
Perchè ha taciuto? 
Come potè tollerare questo eccesso di distruzione, questo trionfo del male?
Ci vengono in mente le parole del Salmo 44, il lamento dell'Israele sofferente:
'Tu ci hai abbattuti in un luogo di sciacalli e ci hai avvolti di ombre tenebrose ...
Per te siamo messi a morte, stivati come pecore da macello.
Svégliati, perché dormi Signore?
Déstati, non ci respingere per sempre!
Perché nascondi il tuo volto,  dimentichi la nostra miseria e oppressione? (...)
Sorgi, vieni in nostro aiuto; salvaci per la tua misericordia!' (...)

Noi non possiamo scrutare il segreto di Dio - vediamo soltanto frammenti e ci sbagliamo se vogliamo farci giudici di Dio e della Storia.
Non difenderemmo, in tal caso l'uomo, ma contribuiremmo solo alla sua distruzione.
No - in definitiva - dobbiamo rimanere con l'umile ma insistente grido verso Dio:
'Svégliati! Non dimenticare la tua creatura, l'uomo!
E il nostro grido verso Dio deve al contempo essere un grido che penetra il nostro stesso cuore, affinché si svegli in noi la nascosta presenza di Dio - affinché quel suo potere che Egli ha depositato nei nostri cuori non venga coperto e soffocato in noi dal fango dell'egoismo, della paura degli uomini, dell'indifferenza e dell'opportunismo. (...)

Nel suo viaggio apostolico in Polonia, il 28 maggio 2006, il Santo Padre Benedetto XVI, durante la visita al campo di concentramento di Auschwitz - Birkenau, così pregò per le vittime della follia nazista.
Lo ritroveremo più avanti ... 

"Il povero Cristo' è un apologo sul povero uomo che non sa farsi Cristo e non conquista la possibilità di amare nessuno al di là di se stesso.
E' soprattutto un brano sulla condizione umana in cui ho giocato sull'immagine della divinità che si fa uomo: il Cristo che scende dalla croce, che incontra l'uomo e che scopre quanto abbia sopravvalutato la sua capacità di redenzione, è forse ancora più disperato e solo, di chi considera un comandamento elementare come 'ama il prossimo tuo come te stesso', inapplicabile.
La natura umana è egoista, gretta, predatoria, incline al tradimento.
L'immolarsi di Cristo mi commuove sempre.
E' invisibile. Come Salvatore, che sta sotto la mia strada, urla tutto il male che il mondo gli ha fatto ed è completamente inascoltato."

Vinicio Capossela, girovago della musica, e anche nella vita, per storia familiare: i suoi genitori emigrano dall'Irpinia nella tedesca Hannover dove nasce nel 1965.
Ci sta pochissimo, ritorna in Italia da ragazzino e cresce in Emilia Romagna.
Comincia a suonare nelle balere, ma i suoi punti di riferimento sono Luigi Tenco, Tom Waits e Fabrizio De André.
All'inizio degli anni '90 incontra Francesco Guccini, che lo introduce nel mondo discografico.
Personaggio enigmatico, non solo polistrumentista, un pò antropologo, un pò filosofo, sempre più si contraddistingue per una produzione legata al mondo della musica contadina, contaminata da swing, mambo, tango e twist, marce e ballate, in un coacervo di miti e riscoperte di superstizioni ed echi religiosi.
La sua voce sghemba ed esile viene sorretta da composizioni a cavallo tra un Branduardi arcaico e il De André della musica etnica dialettale tra Genova e la Sardegna.
Nel panorama della canzone italiana Capossela resta un 'unicum' e capita spesso che i suoi testi tocchino con sensibilità il rapporto uomo / Dio.

"Non sono un credente, non sono sorretto dalla Fede, ma sono sensibile al sacro, alla ritualità e leggo con attenzione la Scritture.
La religione ci offre delle chiavi di comprensione più dell'uomo che di Dio.
D'altronde Dio stesso si è fatto uomo."
(intervista al "Corriere della Sera")

Alla domanda sul testo molto pessimista de "Il povero Cristo" rivoltagli da Angela Calvini sulle pagine di "Avvenire", in occasione della pubblicazione del brano, nel 2019, Capossela risponde così:
"Racconto l'impossibile realizzazione della buona novella in un mondo dove l'uomo sembra incapace di seguire il comandamento di Cristo, quello fondamentale e il più semplice: ama il prossimo tuo come te stesso. Il Vangelo è una storia di straordinaria umanità.
Il Cristo si fa uomo portando la vera croce che è vivere amando la vita sapendo di morire.
Il povero Cristo è anche colui che ci passa accanto e che non vediamo."

Il racconto musicale, una ballata acustica dall'atmosfera dolente che sembra uscita dal repertorio del primo De André, spiega che Cristo scende dalla croce per portare a sé l'uomo e dopo essere stato rifiutato e umiliato, ritorna in croce e si zittisce:
"Una veste di silenzio
si è cucito addosso.
Il povero Cristo tace,
grida all'uomo a più non posso."

Cristo, dunque è un perdente?
Ascoltiamo Benedetto XVI:
"Noi gridiamo verso Dio, affinché spinga gli uomini a ravvedersi, così che riconoscano che la violenza non crea la pace, ma solo suscita altra violenza - una spirale di distruzioni, in cui tutti in fin dei conti possono essere soltanto perdenti.
Il Dio nel quale noi crediamo, è un Dio della ragione - di una ragione però che certamente non è neutrale matematica dell'universo, ma che è una cosa sola con l'amore, col bene.
Noi preghiamo Dio e gridiamo verso gli uomini, affinché questa ragione, la ragione dell'amore e del riconoscimento, della forza della riconciliazione e della pace prevalga sulle minacce circostanti dell'irrazionalità o di una ragione falsa, staccata da Dio."




L' agnello di Dio - Francesco De Gregori

"C'è solo una possibile risposta a tutta la gente che si lamenta dei miei personaggi 'sgradevoli'.
Uno scrive quello che può.
La vocazione implica l'esperienza del limite, ma solo pochi lo capiscono, se non praticano loro stessi un'arte.

Scrivere racconti è la più impura, la più modesta e la più umana di tutte le arti.
E' la più vicina all'uomo nel suo peccato, nella sua sofferenza, e spesso è rigettata dai cattolici per le stesse ragioni che fanno di essa quello che è.

San Gregorio scrisse che ogni volta che le Sacre Scritture descrivono un fatto, contemporaneamente rivelano un mistero.
Questo è quello che lo scrittore, al suo livello inferiore, spera di fare.
Il pericolo per lo scrittore che è stimolato da una visione religiosa del mondo è che considera queste cose due operazioni distinte invece che una sola.
Egli cercherà di rinchiudere il mistero come in un reliquiario senza il fatto, e da lì seguiranno altre separazioni che sono nemiche dell'arte.
Il giudizio sarà separato dalla vista, la natura dalla grazia, e la ragione dall'immaginazione.

La Grazia, nella sua visione cattolica, può servirsi, e di fatto si serve, anche dell'imperfetto, del semplicemente umano, dell'ipocrita.
Tagliarsi fuori dalla Grazia è una questione di decisione, che richiede una scelta, un atto di volontà, che ha un effetto nella profondità della nostra anima."

Sono brani tratti da lettere scritte alla fine degli anni '50, dalla grande scrittrice cattolica, l'americana Flannery O'Connor.
Caposaldo della letteratura statunitense della prima metà del ventesimo secolo, il suo caso letterario è generato da due particolarità: quella di non omettere nei suoi racconti alcuna censura sulla permanenza del peccato e della violenza fisica, nella ricerca di una redenzione, nei protagonisti delle sue storie, e di affrontare nella sua vita la polemica con gli intellettuali della sua stessa confessione che ne desideravano l'edulcorazione narrativa, e inoltre quella di essere la musa ispiratrice nelle "storytelling" dei più grandi interpreti del rock mondiale, Bruce Springsteen e Nick Cave, su tutti.

"L'artista che elabora molto, che raccoglie una serie di informazioni prima di creare, magari realizzerà un'opera perfetta e anche bella, ma certamente meno aggressiva.
Sento spesso con gli occhi. Mi piacciono le figure e torno sempre alle immagini.
Le mie canzoni sono composte di immagini e l'immagine può essere elementare, ma anche demoniaca, istintiva. (...) L'artista è come uno sciamano, ti mette in comunicazione con qualcosa che non si manifesta sul piano della razionalità (...)
I rapporti che possono intrattenere arte e scienza sono strumentali.
Il mondo scientifico perlustra l'universo e ci ha consentito di conoscerne una parte.
Tutto ciò non ha cancellato il mistero."

L'artista Francesco De Gregori in questo dialogo con Antonio Gnoli nel libro "Passo d'uomo" sembra porsi le stesse riflessioni di Flannery O'Connor, raccontando la genesi del prodotto della sua creatività:
le canzoni. Anche lui, pur con maggior problematicità personale della cattolica scrittrice, parla di mistero e di rapporto con la realtà:
"Il fatto stesso che io parli di mistero, implica una forma di fede.
Uno scientista si metterebbe a ridere, per lui non esistono 'misteri', meno che mai 'un mistero'.
Però fede è una parola ingombrante che si coniuga con altre esperienze.
Ad esempio con le religioni, e non mi sento in questo senso di possedere una fede.
La fede per me non è una ricerca di certezza, semmai l'accettazione di una mancanza.
Ti dirò di più: se per fede intendi un certo senso della trascendenza, allora sì, sento qualcosa del genere anche se non so bene dove nasca. (...)
L'idea che non tutto in questo mondo sia rivelato e rivelabile ce l'ho ben radicata."

"L'agnello di Dio", pubblicato nel 1996, nell'album "Prendere e lasciare", è un brano del catalogo "degregoriano", in cui il testo, accompagnato da un "riff "decisamente rock, si rifà a quelle figure "sgradevoli" delle quali accenna la O'Connor come esempi obbligatori per raccontare una via di redenzione.
Infatti, questa canzone fu oggetto di una polemica tra De Gregori e addirittura "L'Osservatore Romano" che sentenziò come bastasse "parlare di Dio e di fede religiosa per accedere ai primi posti delle classifiche di vendita".
Questa uscita polemica fu occasione per un incontro televisivo proprio tra De Gregori e il card. Ersilio Tonini, a cui il cantautore domandò: "Può un ateo usare il nome di Dio senza passare per blasfemo?"
Il cardinale rispose: "Le mani che scrivono canzoni sono un dono del Cielo. Posso ringraziare Dio di avere fatto uno come te".
Alla fine i due si abbracciarono commossi.

Recensita, con il solito provincialismo scontatamente tutto rivolto verso il proprio ombelico, come un esempio di religiosità pasoliniana, "L'agnello di Dio", con il suo incedere rock, può essere paragonata ad una canzone del repertorio americano ispirato dai racconti di Flannery O'Connor, in cui il dramma del male umano si apre ad una possibilità di redenzione, di risurrezione.
 

                                          

martedì 30 marzo 2021

Cronaca divina - PGR

"O Signore, nostro Dio,
quanto è grande il tuo nome su tutta la terra:
sopra i cieli si innalza la tua magnificenza.
(...)
Se guardo il tuo cielo, opera delle tue dita,
la luna e le stelle che tu hai fissate,
che cosa è l'uomo perché te ne ricordi
e il figlio dell'uomo perché te ne curi?
Eppure l'hai fatto poco meno degli angeli,
di gloria e di onore lo hai coronato. 
(...)
O Signore, nostro Dio,
quanto è grande il tuo nome su tutta la terra.
(da La Bibbia, salmo 8)

"Che cosa è l'uomo perché te ne ricordi, il figlio dell'uomo perché te ne curi?'
Nessuna domanda mi ha mai colpito, nella vita, così come questa.
C'è stato solo un Uomo al mondo che mi poteva rispondere, ponendo una nuova domanda:
'Qual vantaggio avrà l'uomo se guadagnerà il mondo intero e poi perderà se stesso?
O che cosa l'uomo potrà dare in cambio di sé?'
Nessuna domanda mi sono sentito rivolgere così, che mi abbia lasciato il fiato mozzato, come questa di Cristo! (...)
Perché quell'Uomo, l'Ebreo Gesù di Nazareth, è morto per noi ed è risuscitato.
Quell'Uomo risorto è la Realtà da cui dipende tutta la positività dell'esistenza di ogni uomo. (...)
La Pasqua è l'inizio di questo cammino alla Verità eterna di tutto, cammino, quindi, che è già dentro la storia dell'uomo."

Questi sono alcuni passaggi dalla testimonianza di don Luigi Giussani durante l'incontro del Santo Padre Giovanni Paolo II con i movimenti ecclesiali e le nuove comunità, svolto i Piazza San Pietro, il 30 Maggio 1998.

"Cronaca divina' è una canzone che volevo scrivere da molti anni, l'avevo iniziata tante volte per scrivere il mio Credo personale, la mia professione di fede.
E' iniziata in tre momenti diversi: era dire in forma di parole tutto quello che è indispensabile per la fede, come nasce il mio Signore, come muore il mio Signore, una forma di fede composta da poche parole. Una parte l'avevo scritta a Natale, la seconda parte a Pasqua.
Due momenti lontani. Poi è venuta la musica.
'Chi sono io se tu ti curi di me' è il presupposto perchè io sia: sto raccontando la storia del Salvatore, questo è il presupposto perché anche io sia.
Il rapporto tra Creatore e Creatura.
Ho un'idea di Dio che è molto familiare, che è cresciuta in me, non teologica.
Questo è il necessario per non essere distrutto, e crescere in una famiglia cattolica ti dà anche la possibilità di avere una familiarità con il Padre eterno.
Io spero che Dio sia contento di questo.
Per lo meno non mi ha ancora fulminato."

Anno domini 2011. Il cronista musicale Walter Gatti chiacchiera con Giovanni Lindo Ferretti (tutto documentato nel libro "La lunga strada del rock").
Sono appena passati un paio d'anni da quando Ferretti insieme a Gianni Maroccolo e Giorgio Canali componenti del gruppo "Per Grazia Ricevuta" avevano pubblicato l'album "Ultime notizie di cronaca".
Il gruppo è erede di una lunga traiettoria artistica e umana che testimonia una sconvolgente conversione, o per meglio dire un ritorno alla religione della tradizione familiare, proprio di Ferretti, icona, negli anni '80, del punk italiano più radicale pervaso dell'ideologia comunista più intransigente e fondamentalista.
Oggi, Giovanni Lindo Ferretti, vive in un borgo dell'Appennino tosco-emiliano, patria dei suoi avi, lontano dagli echi metropolitani, alla ricerca di un'esperienza religiosa sempre più profonda.
La sua musica, il suo modo di interpretare, di primo acchito risultano ostici all'ascolto distratto, necessitano di una predisposizione non superficiale.
I suoi brani sono un impasto di elettronica fra litanie gregoriane e il canto tradizionale popolare dei secoli passati. Nulla è costruito per il piacere effimero.
Anche "Cronaca divina" non si smentisce nei suoi lunghi otto minuti di tastiere elettroniche e voce salmodiante, senza però concessioni al rassicurante "new age":
"Per me la meraviglia è la voce ed è il legame profondo tra il suono e il senso della parola.
Qualsiasi strumento mi infastidisce perché il canto è una preghiera, una lode al Creatore, dunque il suono mi turba, ma allo stesso tempo accompagna. (...)
Io non reggo i canti sottovoce, perché, per me, la bellezza è il canto che viene dallo stomaco."

E allora, come accostarsi ad una produzione musicale del genere?
Scrive, Walter Gatti, nel libro "Cosa sarà. La ricerca del Mistero nella canzone italiana":
"Da dove giunge questa canzone che di colpo brilla come faro in tutta la storia della canzone italiana?
Forse da quel luogo umano e culturale, potremmo chiamarlo cuore di un popolo, in cui tutte le memorie e tutte le esperienze di genti e di secoli riescono ad esprimersi e farsi - nell'opera di un singolo artista - canzone per tutti, come fosse una profezia?
Da dove arriva una canzone così? Qual è la sua origine?
In quale istante della Ferretti-esistenza e in quale atomo del suo cuore si è generata?"





lunedì 29 marzo 2021

Ninni - Roberto Vecchioni

"Che cos'é per voi l'amore?
Un giorno una maestra della scuola primaria provò a far riflettere i suoi alunni sul mistero centrale della vita umana.
Un bambino accolse la domanda con grande serietà, come sanno fare i bambini quando li metti di fronte all'essenziale.
Socchiuse gli occhi e nel silenzio in cui gli altri cercavano ancora parole maldestre disse:
'E' quando la mamma mi chiama. Nessuno dice il mio nome come fa lei.
Quando lei dice il mio nome, so che non può succedere nulla di brutto.
Il mio nome nella sua bocca è al sicuro' (...)
Quel bambino aveva ragione e a oggi non conosco definizione più rigorosa dell'amore.
Un nome al sicuro, sempre e comunque, qualsiasi cosa succeda, nella bocca di qualcuno.
Il nostro nome, custodito e pronunciato con amore, anche se lo condividiamo con altre migliaia di individui, contiene l'essenza della nostra persona: le sue fondamenta relazionali, il luogo in cui è se stessa ed esiste senza bisogn0 di dover dimostrare che si merita di vivere. (...)

In realtà ciò di cui abbiamo bisogno è che il nostro nome sia sulla bocca di qualcuno che ci ami sempre e comunque, come volle si scrivesse sulla sua lapide lo scrittore Raymond Carver:
'Hai avuto quello che volevi dalla vita? Si.
E cosa volevi? Potermi dire Amato, sentirmi Amato sulla Terra'
Avere un nome che suoni come la parola Amato è tutto ciò di cui abbiamo bisogno.
Questo è il nostro vero nome, un nome al sicuro dalle morte."

Così lo scrittore Alessandro D'Avenia, introduce l'imponente volume dedicato al Purgatorio dantesco, edito da Mondadori, commentato da un grande divulgatore dell'opera del Sommo Poeta, Franco Nembrini, ed illustrato da uno dei più prestigiosi disegnatori delle storie Marvel, Gabriele Dell'Otto.

"Mia madre è stata un personaggio importantissimo, direi un mito, per quello che era, per la sua sicurezza, per la sua dolcezza, per la capacità di capire i problemi anche da distante, per la libertà che mi ha lasciato e anche per il pugno fermo che aveva se cadevi nelle situazioni sbagliate.
Dire che è stata una guida notevolissima nella mia vita, anche affettivamente ho riportato molte cose da lei, mi sono sempre paragonato a lei in situazioni di affetto.
Mia madre aveva la capacità di dare gioia a tutti e mi voleva un bene enorme."

E' il 2007, Roberto Vecchioni, racconta così di sua madre a Francesco Marchetti per il sito online "Wuz".
Una vita al contatto con gli studenti di liceo classico e università, il "prof" Vecchioni nella sua lunga carriera cantautorale, in mezzo a brani di denuncia sociale e politica, affina spesso la sua poetica in memorie familiari.
I suoi genitori, la sua donna, i suoi figli sono spesso al centro delle sue canzoni più intime, svelando una sensibilità, non comune, scevra da ogni retorica, anzi, in alcuni momenti, sollecitata da eventi drammatici.
"Ninni" è contenuta nell'album del 1978 "Calabuig, Stranamore e altri incidenti", che arriva poco tempo dopo "Samarcanda", il 33 che dà a Vecchioni grande popolarità, grazie alla canzone che dà il titolo a tutto il disco.
"Ninni" è il soprannome che la madre usava con il piccolo Roberto e l'autore tra una citazione di Borges e Bergman. L'autore descrive un salto all'indietro nel tempo e immagina di incontrare non solo se stesso, ma anche sua madre, suo padre e suo fratello con vent'anni di meno.

Scrive Paolo Jachia in "Roberto Vecchioni da San Siro all'Infinito":
"In questo testo l'elemento centrale è così il dialogo con la madre che adombra - ancora una volta - quello con se stesso, grazie al quale riesce a ricuperare quell'identità che il tempo ed esperienze di sconfitta hanno appannato. (...)
E' attraverso il dialogo e il ricordo della madre ('Tu sei bella') che Vecchioni riesce a ricuperare una sua identità etica ed esistenziale ('tuo figlio non è cambiato') che il dolore e la vita hanno messo in crisi ma non spezzato."

Precisa ancora Vecchioni, ripensando alla figura di sua madre:
"Molte delle mie canzoni sono ritratti, altre sono spaccati di un modo di vivere.
In molte mie canzoni il mito è fondamentale, il mito è qualcosa che non muta mai, che hai dentro di te, non ha tempo, non ha spazio.
Il mito tocca il cuore e il cervello, è una spiegazione del nostro vivere oggi.
Il mito illumina le nostre radici."

Proprio come quella mamma che chiama "Ninni"
 



Grazie a Bob e a Stefano per l'appassionata segnalazione di questo brano.

venerdì 26 marzo 2021

Monologo di Giuda - Claudio Chieffo

"Pilato comparve e disse: 'Ecco l'omo'.
I soldati spinsero avanti un cencio rosso. Pilato soggiunse con sorriso di disgusto: 'Ecco il vostro re'
L'avevan travestito da re, con corona di spine e scettro di canna in mano.
Il sangue girava le occhiaie e colava sulle guance.
La bocca s'apriva appena sull'anelito, gli occhi in tutta la folla guardavano Giuda, lui solo: 
lo guardavano con pietà.
Una mano d'angoscia scendeva nel petto di Giuda, un sospiro gli si formò dentro:
'O Maestro, o Signore, o Amico'.
Ma la voce non uscì.
Venivano meno le gambe, ma non potette cadere.
La folla mugolando e fischiando lo strinse quasi in un pugno, lo sollevò, lo sventolò come un'insegna.
La pietà di Gesù non lo lasciava.
Sulla guancia di Gesù, dove lo aveva baciato, colava uno sputo.

Fra i discepoli, qualcuno era sfuggito, qualcuno assisteva, piangendo, fra le donne.
Giuda, Giuda solo testimoniò per Gesù a viso aperto, a voce alta, nell'ora dell'abbandono.
Solo, senza paura davanti a Caifa, di fronte al Consiglio testimoniò, dicendo:
'Rilasciate l'innocente e riprendete il premio'.
Risposero: 'Tienti la tua borsa e và, ché è ciò a noi?'
'Si, l'innocenza ché è a voi, o giustizieri!'

In mezzo alla folla testimoniò, gridando: 'E' innocente!'.
La folla gridava più di lui. Sì, e ché è alla folla l'innocenza?
La folla aveva gustato il sangue.
Il sangue innocente è buono quanto un altro sangue: si leccava le labbra, la folla.
Giuda corse gesticolando al Tempio dove non c'era nessuno.
Sparse le monete sul pavimento del Tempio.
Testimoniò davanti a nessuno che questo omo era innocente."

Pubblicato in Italia nel 1938 dall'editore 'Laterza', il romanzo "Giuda" dell'italo-belga Lanza del Vasto, viene ripubblicato molti anni dopo ad opera dell'editrice "Jaca Book", che ne conservò la scrittura arcaica, nel 1975. Seguiranno diverse altre ristampe.

Nato in Puglia da famiglia aristocratica nel 1901, filosofo, artista, ha passato buona parte della sua vita impegnandosi in attività non violente, fondando in terra francese le comunità dell'Archè, ordine Patriarcale cristiano, che arriverà a contare migliaia di aderenti in mezzo mondo.
Sarà testimone di accoglienza per i più poveri e di un messaggio mondiale di saggezza e pace, sulla scia dell'esperienza gandhiana.
Morirà in Spagna nel 1981, a ottant'anni, dopo più di trenta di apostolato civile.

Scritto negli anni trenta, il romanzo "Giuda" è un racconto a quel tempo molto coraggioso sulla figura dell'apostolo traditore. L'impeto realista anticipa, molti decenni prima, il film "La passione" di Mel Gibson.
Lo stesso autore, nell'edizione della Jaca, scrive:
"Consultai un monaco: conviene pubblicarlo? Lo capiranno? Non turberà la gente?
Mi rispose il buon padre: 'V'è gente che bisogna turbare'
In Francia ebbe varie edizioni. Venna letto da molti.
Capito da quanti, non so.
Fu tradotto in tedesco, spagnolo, polacco ... ma capito da chi?"

"Ero militare a Milano e, di fronte ad un soldato che mi chiedeva se credevo in Dio, mi accorsi che Lo avevo dimenticato.
Sospesi il giro di ispezione e con la provvidenziale chitarra, portatami dai miei amici, cominciò il dialogo tra noi e il monologo di Giuda.
Questa canzone la dedico proprio a me."

Claudio Chieffo scrive "Monologo di Giuda" nel maggio del 1971.
In quegli anni incontra l'esperienza ancora iniziale del movimento ecclesiale di Comunione e Liberazione, che stava nascendo all'ombra delle guglie del Duomo di Milano, per opera di un prete brianzolo: don Luigi Giussani.
Chieffo, in poco tempo, diventa un protagonista musicale della schiera di nuovi autori, che incoraggiati dalla nuova stagione della Chiesa Cattolica, porteranno una ventata di creatività per animare le celebrazioni liturgiche e renderle più coinvolgenti per le nuove generazioni.
Una novità, che rischia però di diventare un'arma a doppio taglio, abusando in produzioni banali, diventando veri e propri boomerang nella educazione pastorale della sensibilità religiosa nelle assemblee liturgiche.
Una preoccupazione sempre ben presente in Claudio Chieffo:
"Una canzone religiosa non è religiosa perché c'è Dio, la Madonna, i Santi ...
Una canzone è religiosa se nasce da un'affezione al Mistero e da una vita dentro la Chiesa, se no non può essere cantata nelle celebrazioni.
Per il resto se un cuore è sincero può tentare di esprimere come vuole la grandezza di quel Mistero che ha incontrato.
A me è capitato di esprimerlo così"

Così, come accade nel "Monologo di Giuda".




giovedì 25 marzo 2021

Dio è morto - Francesco Guccini & I Nomadi

"Possiamo chiederci oggi: qual è il volto vero di Dio?
Di solito noi proiettiamo in Lui quello che siamo, alla massima potenza: il nostro successo, il nostro senso di giustizia, e anche il nostro sdegno.
Però il Vangelo ci dice che Dio non è così.
E' diverso e non potevamo conoscerlo con le nostre forze.
Per questo si è fatto vicino, ci è venuto incontro e proprio a Pasqua si è rivelato completamente.
E dove si è rivelato completamente?
Sulla croce.
Lì impariamo i tratti del volto di Dio.
Non dimentichiamo, fratelli e sorelle, che la croce è 'la cattedra di Dio'.
Ci farà bene stare a guardare il Crocifisso in silenzio e vedere chi è il nostro Signore. (...)

Tu potresti obiettare: 'Che me ne faccio di un Dio così debole che muore?
Preferirei un dio forte, un Dio potente!'
Ma sai, il potere di questo mondo passa, mentre l'amore resta.
Solo l'amore custodisce la vita che abbiamo, perchè abbraccia le nostre fragilità e le trasforma. (...)
La Pasqua ci dice che Dio può volgere tutto in bene. (...)
E questa non è un'illusione, perché la morte e la risurrezione di Gesù non è un'illusione: è una verità! (...) E le angoscianti domande sul male non svaniscono di colpo, ma trovano nel Risorto il fondamento solido che ci permette di non naufragare.
Cari fratelli e sorelle, Gesù ha cambiato la storia facendosi vicino a noi e l'ha resa, per quanto ancora segnata dal male, storia di salvezza.
Offrendo la sua vita sulla croce, Gesù ha vinto anche la morte.
Dal cuore aperto del Crocifisso, l'amore di Dio raggiunge ognuno di noi."

(Papa Francesco, udienza generale, Biblioteca del palazzo Apostolico, Mercoledì 8 aprile 2020)

"Nella canzone 'Dio è morto' il mio era un Dio laico, era il Dio 'dentro di noi' insomma.
Era una canzone generazionale, anzitutto, nata in un ragazzo di 25 anni o giù di lì.
Ed era una specie di rivolta: iniziavano gli anni Sessanta, quindi gli anni del grande sconvolgimento mondiale, chiamarla rivoluzione è un pò troppo, che aveva i giovani come protagonisti.
La canzone doveva rispecchiare proprio una specie di presa di coscienza per cui scelsi di utilizzare questa immagine forte di Dio, per dire che Dio, e quindi la tradizione e il passato era morto, ma allo stesso tempo poteva risorgere, perchè come narra il Vangelo, dopo tre giorni Cristo è risorto. (...)
Bando alle ipocrisie, bando alle tradizioni, dobbiamo accettare le cose nuove con più forza: ecco il nostro slogan e il senso della canzone. 
'Dio è morto' va inserita in quel periodo storico.
La cantarono i Nomadi (...) ci voleva coraggio, sempre relativo, ad incidere questa canzone e i Nomadi lo ebbero"

Così Francesco Guccini introduce la genesi di uno dei suoi primi brani composti rispondendo alle domande di Giampaolo Mattei, giornalista dell'Osservatore Romano, nel libro da lui curato "Anima mia" nel 1998. 
Anche in questa narrazione la proverbiale scorza anarchica del Maestrone non viene scalfita da approcci sentimental - clericali, ma viene però leggermente smentita dal racconto che ne fa Beppe Carletti, tra i fondatori dei Nomadi, sempre nel libro di Mattei:
"Mi ricordo bene quella scelta. Quando leggemmo il testo rimanemmo subito colpiti: alla prima lettura poteva sembrare blasfema, invece, poi si capisce bene che è una canzone religiosa.
E' un testo sacro. Non lasciamoci ingannare dal titolo: Dio muore per tre giorni e poi risorge, è la vita che riprende. C'è tanta speranza nella canzone.
E' comunque una canzone coraggiosa che parla di Dio.
Sapevamo benissimo che saremmo stati esclusi dalle televisioni nazionali.
Infatti venne trasmessa solo dalla Radio Vaticana (...)
In quel periodo Guccini non era ancora conosciuto, così la facemmo nostra, ce la sentivamo addosso.
Ci riconosciamo ancora oggi in quella canzone, crediamo a quelle parole, è una canzone che non ti lascia indifferente."

A questo punto dell'intervista Carletti svela un fatto, che Guccini, forse per darsi ulteriormente un 'tono', liquiderà come 'leggenda' :
"Proprio ai tempi dell'uscita della canzone (1967) fummo ricevuti da Paolo VI a Castel Gandolfo.
Gli regalammo il disco e lui ci salutò con molta cordialità dopo aver osservato la copertina."

Insomma, due visioni diverse sullo stesso brano, dall'autore e da chi lo ha originalmente interpretato,
... anche se, Guccini, sempre nell'intervista citata, confessa:
"Continuo a cantarla e avverto che è ancora capace di comunicare. Con il cambiare dei tempi è mutato anche il significato della canzone: tutto dipende forse dal fatto che sono un vecchio agnostico inquieto.
Ho la sorpresa e la gratificazione di vedere, nel corso degli anni, che tanti gruppi cattolici hanno preso sul serio le mie canzoni e le hanno approfondite portandole laddove io non avrei mai pensato."

Infatti, come dice Papa Francesco:
"Quando Gesù muore, il centurione romano che non era credente, non era ebreo, ma era pagano, che lo aveva visto soffrire in croce e lo aveva sentito perdonare tutti, che aveva toccato con mano il suo amore senza misura, confessa: 'Davvero quest'uomo era Figlio di Dio' (Mc 15,39).
Dice che lì c'è Dio, che è Dio davvero."

La versione di "Dio è morto" è quella registrata live nel concerto realizzato nel 1979 (da cui l'LP "Album concerto") dai Nomadi insieme a Guccini. 




mercoledì 17 marzo 2021

I'm a pilgrim - Johnny Cash

"Il pellegrino è un viandante: non pensa di avere una dimora permanente in qualche luogo della terra: non occupa uno spazio, è piuttosto in cammino.
Sa di essere ospite e pellegrino, piuttosto che padrone e signore.
Considera ogni terra una terra in cui si può sostare e insieme sa di essere, in ogni terra, straniero.
Vive, quindi, in una libertà. (...)
Il pellegrino è un viandante ma non è un girovago, non cammina senza meta: obbedisce ad una parola che lo guida senza offrire garanzie, chiedendo solo fiducia. (...)
Il pellegrino è un abitatore del tempo, non dello spazio: sa perchè è partito, sa a quale promessa ha creduto, ma sa che il cammino darà una forma imprevedibile alla sua libertà, ai suoi affetti, alla sua cultura. (...)

Il pellegrino cammina insieme con molti, appartiene ad un popolo, ma sa che nessuno lo può sostituire nel rispondere alla voce che lo chiama. (...)
Il pellegrino continua il suo viaggio, fino alla meta: tutto il suo andare non avrebbe senso se si fermasse prima di giungere là dove lo aspetta il Signore .
Perciò, per lui, quello che incontra lungo il suo andare non è mai una ragione sufficiente per trattenersi:
piuttosto è sempre la grazia di riconoscere un segno, un invito ad andare oltre, una parola che apre gli orizzonti"

(dall'omelia di mons. Mario Del Pini, in memoria di mons. Luigi Giussani.
Milano, Duomo, 1 Marzo 2021) 

"Noi, iniziatori del rock'n roll venivamo più o meno dalla stessa zona.
Siamo stati educati tutti in chiesa e tutti abbiamo subìto l'influsso del gospel.
Era il primo amore di Elvis, e di Jerry e di Carl e mio.
Carl Perkins ha scritto centinaia di canzoni mai incise e metà di quelle canzoni sono gospel.
E' lì che sta la nostra forza. per quanto tu possa esprimere con forza le tue idee sulla religione e la fede, alla fine si riduce tutto al fatto che è una cosa personale fra te e Dio.
Funziona. Per me è da lì che traggo la mia forza"

Nel 1988 a Brighton, il giornalista Steve Turner intervista l'icona del rock Johnny Cash, del quale, dopo la sua morte avvenuta nel 2003, scriverà una bella biografia "Johnny Cash. La vita, l'amore e la fede di una leggenda americana."

Una fede tormentata quella di Cash, piena di tormenti, di cadute e di grandi redenzioni.
Protagonista nel successo del primo rock'n roll, compagno in tourneè di Elvis Presley, sarà vittima dello stress della improvvisa celebrità che lo porteranno alla dipendenza da alcoolici e droghe da cui uscirà grazie all'amore della sua seconda moglie June Carter, celebrata cantante country. 
Faranno coppia per più di trent'anni fino alla morte di entrambi, alla distanza di pochi mesi.
Proveniente dalle terre dell'America profonda, Cash non fece mai mistero della sua fede cristiana, e lo faceva risaltare anche nelle sue canzoni, quelle storie di perdenti ed emarginati, ma anche nel riesumare i gospel e gli inni religiosi ascoltati e cantati in gioventù.

Negli ultimi anni della vita, come a rispondere ad un richiamo familiare dedicherà un intero album alle canzoni che aveva imparato da sua madre, raccolte nel suo 'Libro degli inni', ricordando che proprio sua madre desiderava che insieme al repertorio rock e country, il figlio rockstar si cimentasse anche nell'interpretazione dei gospel e degli inni salmodianti.

Tra quelli scelti, ecco "I'm a pilgrim" scritto da un grande country singer, Merle Travis, valente chitarrista, tra i primi a far conoscere quel modo particolare di suonare la chitarra, denominato "finger picking", che si ottiene pizzicando le corde dello strumento, con effetti a volte funambolici.
Travis (1917 - 1983) è inoltre autore di diversi titoli standard, da "Sixteen tons" a "John Henry" ad appunto "I'm a pilgrim", poi portati al successo da molti artisti, dai Platters ai Byrds a Bruce Springsteen.
"I'm a pilgrim", scritta negli anni '50, si inserisce nel filone degli inni religiosi, che tanto ha formato la prima generazione del rock americano.
Nella versione di Johhny Cash il raccoglimento è palpabile, rispetto all'originale di Travis più mossa e leggera.

IO SONO UN PELLEGRINO

"Io sono un pellegrino e un forestiero
e viaggio in queste terre impervie.
Ho una casa laggiù, buon Signore
e non è fatta da mani d'uomo

Ho una madre, una sorella e un fratello,
mi hanno preceduto
e sono determinato ad andare a vederli, buon Signore
loro, che sono da quella sponda.

Sono qui, lungo il fiume Giordano
giusto per attraversarlo, nelle acque agitate
Se riesco a toccare il lembo della Tua veste, buon Signore,
so che mi porterai a casa."                  




E questa è la versione originale dell'autore, Merle Travis



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