lunedì 15 giugno 2020

Diamonds on the soles of her shoes - Paul Simon & Ladysmith Black Mambazo

da "Il Foglio" , 11 Giugno 2020

" 'Topple the racist'. E una mappa con sessanta statue in trenta città inglesi di cui si chiede l'abbattimento in omaggio al movimento nato negli Stati Uniti in seguito all'uccisione dell'afroamericano George Floyd (ad opera di un poliziotto bianco   n.d.r.). (...) 
Poi la protesta sotto i monumenti londinesi di Churchill, Ghandi e Lincoln. (...)
A Oxford, intanto, ha le ore contate la statua di Cecil Rhodes, filantropo, fondatore della Rhodesia, oggi Zimbabwe.
La posizione più coraggiosa è quella assunta sulla BBC da Sir Geoff Palmer, il primo docente di colore della Scozia, che vuole apporre targhe sui monumenti: 'Sono irremovibile, non voglio abbattere le statue, se inizi a rimuovere statue o nomi delle strade che hanno a che fare con la schiavitù, tra 50 anni, dimenticherai la schiavitù. Elimini la storia.'
Il cancelliere di Oxford, Lord Patten, ha ricordato che Nelson Mandela nel 2000 istituì il "Mandela Rhodes Trust" che finanzia studenti stranieri a Oxford: 'Se andava bene per Mandela, allora va bene anche a me - ha detto Patten - Cento studenti all'anno, un quinto dell'Africa vengono a Oxford, e noi vogliamo gettare la statua di Rhodes nel Tamigi'
Ma ora è come se tutta la storia occidentale fosse una gigantesca apharteid"

Così, conclude il suo articolo il giornalista Giulio Meotti, ricordando quel sistema di potere segregazionista che da secoli venne attuato dalla minoranza dei coloni europei, gli Afrikaans, rispetto alla maggioranza autoctona Zulu.
Una segregazione, che dopo anni di embargo economico del resto del mondo, negli anni '80, terminò durante il governo del partito dei bianchi, il National Party, presieduto da De Klerk.
Le leggi dell' apharteid, nel 1990, furono abrogate e Nelson Mandela, il leader di ANC, in prigione de molti anni, venne liberato.
Dopo anni di negoziati, nel 1994, si giunge, finalmente, alle prime elezioni multirazziali. 
Nel 1993, De Klerk, ultimo presidente bianco e Mandela, destinato a diventare il primo presidente nero del Paese, ricevono insieme il Nobel per la pace.

Nell'estate del 1984, a Paul Simon, così come egli stesso scrive sulle note di copertina dell'album "Graceland", un amico fa ascoltare un disco di canti tradizionali sudafricani,registrati a Soweto, che gli ricordano le atmosfere di incisioni di gruppi americani e di band inglesi.
Incuriosito, chiama il suo produttore  e ingegnere del suono Roy Halee, e con grande entusiasmo organizza un viaggio a Johannesburg, per incontrare i gruppi musicali di quelle terre.
Da questo incontro, tra le voci e gli strumenti degli artisti neri sudafricani e la creatività poetica e musicale di un grande del folk rock americano, nascerà un lavoro fondamentale per la storia del rock mondiale: "Graceland": letteralmente Terra di Grazia, che è anche un omaggio alla figura di Elvis Presley. Era il 1986.
Si può tranquillamente affermare che questo ellepi inaugura il movimento della cosiddetta "world music": uscirà in contemporanea con un altro capolavoro, in cui un artista occidentale miscela la sua arte con i musicisti africani, questa volta, del nordafrica. Si tratta di "So" di Peter Gabriel .
Anche se, con una punta di patriottismo, ricordo che già un paio d'anni prima, la stessa operazione, ma con artisti tutti italiani, la realizza Fabrizio De Andrè che pubblica il suo "Creuza de mà" , incontro tutto mediterraneo tra la lingua antica genovese e i ritmi dell' Africa più vicina alle coste italiane.

Ritornando a "Graceland", il fatto che Paul Simon lo realizzi in Sudafrica, nel pieno delle sanzioni economiche, che isolavano il paese anche da collaborazioni artistiche, espone il grande songwriter, a diverse polemiche dentro e fuori il mondo del rock.
Lo racconta lui stesso a Matteo Cruccu nel maggio 2012 sul Corriere della sera:
"Io pensavo  che mi bastasse l'approvazione dei musicisti neri, non credevo servisse altro"
Ma - scrive Cruccu - venne attaccato duramente dai movimenti contro la segregazione: boicottarono il tour seguente con picchetti davanti ai concerti.
Mentre molti studenti afroamericani lo accusarono di essere il solito 'musicista bianco che si innamora della musica nera e non si ferma davanti a niente'.
Qualcun altro come Harry Belafonte lo rimproverò di non aver chiesto il permesso dell'ANC, il partito dell'allora detenuto Nelson Mandela: 'Se me l'avesse negato non ci sarei andato - ricorda Paul - ma nessuno, allora, mi disse niente'"

E, nel 2018, conversando con Eleonora Bagarotti, autrice di un agile e interessante volumetto biografico su Simon & Garfunkel, confida: " La musica è il luogo dove i muri non esistono. (...) 
Essere un artista famoso offre una possibilità importante, quella di aiutare a raccogliere fondi per varie cause e invitare le persone a riflettere".

Concludendo: l'invito è di riascoltare (o scoprire) questa bellissima produzione, dal suono ancora attuale, fatta di storie semplici e quotidiane, con temi sociali appena abbozzati in forma poetica, e di meraviglia per quelle terre e per chi ci abita.
Sperando che a qualcuno, in questi tempi così balordi e inquieti, non venga in mente di apporvi un'assurda censura e proibirne l'ascolto 

















Il potere dei più buoni - Giorgio Gaber

Giugno 2020

Sull'onda dell'emozione e delle proteste scatenate negli USA dalla morte di Georgie Floyd, un afroamericano brutalmente ucciso da un poliziotto a Minneapolis, anche in Europa i simpatizzanti del movimento " Black lives matter" prendono di mira non solo i monumenti di personaggi storici che in qualche modo appoggiarono, nei secoli passati, i governi colonialisti e le tratte degli schiavi, ma anche qualsiasi espressione commerciale e artistica che si riferisca alla diversità della razza.
Una deriva ideologica pericolosa?

Il Corriere della sera, venerdi 12 Giugno, ospita un intervento del giornalista e storico Pierluigi Battista:
"Se i canali Disney, sull'onda della messa sotto accusa di "Via col vento", siano intenzionati a mettere sull'avviso i giovani consumatori degli 'Aristogatti' e di 'Lilli e il vagabondo' con una scheda pedagogicamente corretta che dice: 'Questo programma potrebbe contenere rappresentazioni culturali ormai superate', c'è poco da sorridere. (...)
E invece non dobbiamo sorridere: è tutto vero, non è una parodia, non è uno scherzo. (...)
E' invece una forma di nuovo e prepotente fanatismo, non riducibile nemmeno agli stereotipi del pur petulante 'politicamente corretto', che vuole sradicare il passato, l'arte e la cultura del passato, tutto ciò che appartiene alla storia, alle idee, ai concetti, ai pregiudizi, anche agli orrori del passato, per fare tabula rasa di tutto ciò che ci ha preceduto, equiparato a qualcosa di intrinsecamente peccaminoso e corrotto da purificare  con i precetti della nuova ideologia o da mettere dietro ad una lavagna punitiva come ' Via col vento' (...)  e sempre in nome della Bontà, sempre con la scusa di non offendere le minoranze: (...) 'Ci siamo noi a demolire le cose brutte che tu devi ignorare, ci siamo noi a ripulire il passato, a renderlo puro e incontaminato' "

Di Giorgio Gaber e del suo compagno d'arte Sandro Luporini, e di come, attraverso la loro produzione pluridecennale del ' Teatro canzone ', con la libertà intellettuale che li distingueva, abbiano con ironia puntuta messo alla berlina i 'tic' di una società senza più bussole e valori civili, abbiamo già raccontato.

Nel 2013, Sandro Luporini nel suo bellissimo libro "G. Vi racconto Gaber", riflettendo su un loro spettacolo di metà anni '90 afferma:
" E' stata la dilagante e sempre più fastidiosa distorsione della parola 'uguaglianza' - lentamente e assurdamente diventata quasi sinonimo di 'omologazione' - a far riconsiderare a me e a Giorgio l'importanza e direi quasi la necessità di ritenere del tutto naturali e  addirittura indispensabili le differenze. (...) 
Purtroppo il conformismo del pensiero e l'omologazione non aiutano a guardare le cose con intelligenza, lucidità e profondità. (...) 
E' per questo che ci sono alcune parole che vorrei non sentire per un pò di tempo, almeno fin quando non siano ripulite da tutto questo finto 'buonismo' ."

E anche Gaber, non ci andava leggero:
"Basterebbe lasciare fuori campo tutto il conformismo di cui è permeata la nostra esistenza.
Dubitare delle risposte già pronte.
Dubitare dei nostri pensieri fermi, sicuri, inamovibili.
Dubitare delle nostre convinzioni presuntuose e saccenti.
Smettere di sentirsi vittime delle madri, dei padri , dei figli.
Smascherare la nostra falsa coscienza individuale.
Subito.
Qui ed ora."

E' un brano di recitato di " Un'idiozia conquistata a fatica", il loro ultimo spettacolo teatrale, del 1997, prima della morte di Gaber, e tra i brani più provocatori, ecco
"Il potere dei più buoni", l'irresistibile e amara denuncia di una società basata sulla finta solidarietà,
ventitrè anni prima dei distruttori di monumenti e della memoria di ciò che si ritiene conformisticamente, cattivo.








giovedì 11 giugno 2020

La canzone della verità - Enrico Ruggeri

"Spesso quand'io ti miro
star così muta in sul deserto piano
che, in suo giro lontano, al ciel confina;
ovver con la mia greggia seguirmi viaggiando a mano a mano;
e quando miro in ciel arder le stelle;
dico fra me pensando:
a che tante facelle?
Che fa l'aria infinita, e quel profondo
infinito seren?
Che vuol dir questa solitudine immensa?
Ed io che sono?
Così meco ragiono..."

Canto notturno di un pastore errante dell'Asia - Giacomo Leopardi

Insegnato e vissuto a scuola come il poeta del "pessimismo cosmico" al limite della sfiga, Giacomo Leopardi è invece il poeta delle domande definitive su " per cosa vale la pena che io viva? qual'è il significato della realtà? che senso ha l'esistenza?"....... 
insomma, qual'è la verità del mio essere.
Riflessioni su una produzione poetica che mette in imbarazzo e interroga la stessa categoria degli insegnanti:
"Una volta un collega mi ha criticato, dicendomi: ' A scuola bisogna seminare dubbi, non certezze '.
Non credo che a scuola l'alternativa sia tra dubbi e certezze, ma tra libertà e schiavitù.
Non si tratta di seminare certezze, bensì di incoraggiare l'uso della libertà in direzione di ciò che è vero, bello e buono, per ampliare il raggio d'azione del vero, del bello, del buono, le tre cose che rendono una vita appassionata e appassionante.
Ricevo centinaia di domande "impossibili" dai ragazzi, perchè quelle domande sono anche le mie e anche io sono in viaggio verso le risposte, che arriveranno solo a patto di tenere vive le domande: la vita non è mai avara di risposte quando si rimane aperti a lei con domande precise"

Così scrive Alessandro D'Avenia, commentando la poesia di Leopardi, nel suo libro di immaginari scambi epistolari con il poeta di Recanati , "L'arte di essere fragili"

Anche Enrico Ruggeri, arriva da studi liceali umanistici.
Milanese di nascita, ha frequentato come studente, uno dei licei di indirizzo classico tra i più prestigiosi del capoluogo lombardo: il Berchet.
E questi studi sono stati proficui perchè, è innegabile, che tra i cantautori della sua generazione ( e non solo), oltre che essere un buon musicista, è colui che nei testi sa usare la lingua italiana in maniera impeccabile. 
Nato in un ambiente medio borghese, figlio del boom economico, giovanissimo viene attratto dal movimento punk e decide di viverlo direttamente alla fonte, in Inghilterra.
Tornato in Italia, fonda i Decibel (ora tutti attempati professionisti) ed esordisce a Sanremo fra le nuove proposte con "Contessa" che spopolerà tra i giovanissimi.
Ma il punk è solo il trampolino di lancio, Ruggeri diventa ben presto un grande autore inserito pregevolmente nella tradizione del cantautorato italiano, alternando con perizia e creatività il rock, il pop e la melodia classica italiana.

I suoi testi non sono mai banali e spesso l'introspezione esistenziale colpisce il segno.
Accade, per esempio, con un brano del 1987, lato B del singolo " Si può dare di più":
"La canzone della verità"
Proprio sul significato di questo testo Ruggeri risponde ad una domanda posta dal giornalista Walter Gatti, pubblicata dal settimanale "Il Sabato":
" Perchè canto ' la verità è che non abbiamo mai verità' ? Semplice, che non ce la diamo da noi.
Quella con la V maiuscola. La vita va avanti sui dubbi, fuori di me, come dentro di me, di noi.
Ma su una cosa il dubbio non esiste, è insensato: sull'esistenza della verità ultima.
la ricerca di ciò che è stabile, è ciò che dona all'arte, anche alla mia di cantante, una qualche misura di immortalità.
Io sono credente. Non va di moda, eppure lo sono.
Questo però cambia le carte in tavola a molti e su molte cose, perchè non è così facile manipolarmi.
Perchè la mia musica è ricerca umana di ciò che è vero"






mercoledì 10 giugno 2020

Eso que tù me das - Jarabe de Palo

da " Il Profeta" di Gibran Kahlil Gibran

"Allora domandò una sacerdotessa: parlaci della preghiera.
Ed egli rispose dicendo:
Voi pregate nella disperazione e nel bisogno; pregate piuttosto nella gioia e nei giorni d'abbondanza.
Poi che non è forse la preghiera l'espansione di voi stessi nell'etere vivente?
Se versare la vostra oscurità nello spazio vi conforta, una gioia più grande è versare la vostra luce.
E se piangete soltanto quando l'anima vi chiama alla preghiera, essa dovrebbe mutare le vostre lagrime fino al sorriso. (...)
Dio non ascolta le vostre parole, se egli stesso non le pronuncia con le vostre labbra (...)
Dio nostro, ala di noi stessi, noi vogliamo con la tua volontà (...)
Non possiamo chiederti nulla; tu conosci i nostri bisogni prima ancora che nascano;
il nostro bisogno sei tu; nel darci più di te stesso, ci dai tutto."

Gibran Kahlil Gibran nasce nel 1883 in Libano e muore a New York nel 1931.
Pubblica la sua opera letteraria più famosa "Il Profeta" nel 1923, ma la sua maggior diffusione in Europa parte dalla seconda metà degli anni '60, sotto l'influenza della ricerca di una spiritualità, a volte confusa, ma sincera, dei movimenti hippy americani, ( stessa sorte, la ebbe "Siddharta" di Hermann Hesse, pubblicato nello stesso anno de "Il Profeta" )
Gibran era cristiano maronita e in questa sua opera confluiscono tutte le sensibilità religiose della sua terra d'origine.
Come scrive Carlo Bo, nella sua prefazione nell'edizione del libro edito in Italia da Guanda:
"Gibran vive perchè ha puntato sullo Spirito o, per dirla più semplicemente, la sua poesia si inchina di fronte alla profezia. Allo stesso modo che la poesia deve sostituire la realtà, renderla diversa, materia eterna, l'invocazione spirituale di Gibran tende fatalmente a risolversi in abbandono, a frantumarsi in parole non umane, a rifarsi in un'altra ambizione più alta, assoluta."

Molto spesso, il mondo del rock ha dovuto fare i conti con la morte dei suoi artisti più significativi:
Vuoi per incidenti, vuoi per uso di stupefacenti, vuoi per malattie incurabili e vuoi per gli anni che passano, alcune icone universali hanno affrontato il passaggio dalla vita terrena al Mistero dell'Aldilà.
I nomi ormai sono tanti, e recentemente, il 9 Giugno 2020, se ne è aggiunto uno nuovo.
Si tratta di Pau Dones, il front man dei Jarabe De Palo.
All'età di 53 anni, si è arreso ad un tumore al colon diagnosticato pochi anni addietro.

Carriera, dunque, spezzata giovane; certo la sua produzione non è paragonabile a chi lo ha preceduto in questo passaggio della vita, ma ci interessa l'uomo che si esprime nella sua arte.
Pau Dones, catalano, rimane famoso per due suoi acclamati successi : "La Flaca" e "Depende", canzoni della seconda metà degli anni '90.
La sua musica gentile era un mix di rock e influenze cubane, reggae e flamenco
Molti suoi colleghi italiani lo piangono, tra i quali, Jovanotti, Niccolò Fabi e Noemi.

Avendo coscienza della sua malattia, comunque non si è mai fermato nella sua professione, anzi, era diventata una vocazione, tanto che qualche tempo prima del suo peggioramento ha pubblicato un brano, nel suo stile leggero, ma con un testo , nella sua semplicità, di un profondità sconvolgente, una vera preghiera di ringraziamento, (non sappiamo se ad un amico, ad una donna o ad un Entità Superiore), che in qualche modo, sembra uscire dalle pagine de "Il Profeta":

" Quello che mi dai
è molto più di quello che chiedo
Tutto quello che mi dai 
è quello di cui ho bisogno ora
Quello che mi dai
non penso di meritarlo
per tutto ciò che dai
ti sarò grato.
Quindi grazie per essere
per la tua amicizia e la tua compagnia
Sei la cosa migliore che la vita mi ha dato (...)
Ti darò tutto
tu eri la mia migliore medicina
Ti darò tutto
qualunque cosa tu chieda.
E cosa mi dai
è molto di più
di quanto ti abbia mai chiesto" 

( un grazie particolare a Gianluca, per la segnalazione)




 

Paura di amare - Eugenio Finardi

dal "Corriere della sera"    1 Marzo 2020

"Che cosa vince la paura in un bambino? La presenza della mamma.
Questo 'metodo' vale per tutti.
E' una presenza, non le nostre strategie, la nostra intelligenza, il nostro coraggio (...).
Ma domandiamoci: quale presenza è in grado di vincere la paura profonda, quella che ci attanaglia al fondo del nostro essere?"

E' don Julian Carron, guida del movimento ecclesiale di Comunione e Liberazione che scrive al direttore del quotidiano milanese. Scrive provocato dall'emergenza sanitaria del virus Covid -19 e delle conseguenze della vita sociale ed educativa. 
Naturalmente non lascia sospesa la risposta:
"E' per questo che Dio si è fatto uomo, è diventato una presenza storica, carnale.
Solo il Dio che entra nella storia come uomo può vincere la paura profonda, come ha testimoniato ( e testimonia) la vita dei suoi discepoli. (...)
Un modo nuovo di affrontare le circostanze, pieno di una speranza e di una letizia normalmente sconosciute (...)"

Nel 1998, il cantautore Eugenio Finardi, pubblicava un brano ( inserito nell'album "Accadueo") dal titolo emblematico "Paura di amare", nel quale si pone proprio queste domande , segnalate dal sacerdote spagnolo.

La carriera di Finardi inizia a metà degli anni '70, segnati dalla coda della contestazione generazionale del '68, a ridosso dell'avvento dei moti sociali, piuttosto violenti, (purtroppo tollerati e non pienamente compresi da una certa casta intellettuale), nel mezzo della deriva terroristica, che avranno il loro massimo nella seconda metà di quel decennio.
La sua produzione artistica si fa notare proprio in quei raduni milanesi, dove i giovani della sinistra libertaria e intransigente, esprimevano tutto il loro dissenso dalla società borghese.
Era nei concerti al Parco Lambro e nelle kermesse di "Re nudo", che il giovane Finardi fa cantare a squarciagola i ritornelli di "Saluteremo il signor padrone" e "Musica ribelle", canzoni iconiche per le rivendicazioni "movimentiste".

I testi di Finardi, confezionati in musiche che si ispirano al rock blues nordamericano, però, non indugiano mai sull'uso della violenza, anzi, vogliono essere una riflessione sulle responsabilità personali che quei ragazzi dovranno affrontare nella vita adulta, magari avvolta in utopie idealistiche, ma puntando alla chiamata in causa di una coscienza più matura davanti ai tanti problemi sociali.

" La mia visione si è certamente trasferita anche nelle mie canzoni, ma fa parte della mia vita quotidiana. Credo sia fondamentale il discorso che l'uomo deve fare con se stesso: noi siamo responsabili delle nostre azioni."
Così Finardi risponde a Giampaolo Mattei, in un'ennesima interessante intervista contenuta nel volume, più volte citato "Anima mia" nel 1998.

Ma, ecco, se il prete cattolico rimanda alla presenza quotidiana di un Dio incarnato, Finardi afferma:
"Come possiamo noi, abitanti di un piccolo pianeta, pretendere o perfino cercare di comprendere Colui che regge le fila e tesse tutto? Legare a Lui le nostre scelte, mentre sono solo nostre, lo trovo inconcepibile. (...) Partire da:' 'io credo, non mi metto in discussione, non mi confronto', conduce inevitabilmente allo scontro tra fedi e allora la religione rischia di diventare non l'espressione del bene che c'è nell'uomo, ma l'espressione delle paure, dell'intolleranza, della violenza."

Insomma, anche se per tutto il resto dell'intervista, Finardi, con sincerità, riflette sull'importanza di un senso spirituale dell'esistenza umana e si pone con curiosità verso le religioni "rivelate", rimane ancorato alla sua posizione iniziale.

Ma la domanda urge, insistente: "che cosa vince la paura?"
E' proprio questa la domanda che ritorna, un pò sottotraccia, in questa canzone "Paura di amare", che, guarda caso, è dello stesso anno dell'intervista citata, 1998. 




  

giovedì 4 giugno 2020

Fiume Sand Creek - Fabrizio De Andrè

" Almeno coloro che hanno il dono della fede dovrebbero essere consapevoli che, come tutto ciò che di inquietante c'è in ogni uomo ( e che rende così sanguinosa la sua storia ), anche la chiusura al diverso e la superbia del credersi migliori non sono che aspetti fra i tanti dell'insondabile, ma così reale, dramma del peccato. Se tutti siamo tentati di razzismo, è perchè tutti siamo bisognosi di redenzione."

Così riflette lo scrittore e saggista Vittorio Messori, un intellettuale che da decenni scandaglia la Storia umana e i suoi avvenimenti più o meno tragici alla luce della sua esperienza di convertito al cattolicesimo.

Fabrizio De Andrè, era un tipo di anarchico "sentimentale", un "puro" di origini borghesi, un poeta essenzialmente, sempre a disagio nel suo stesso ambiente familiare, che ha spesso trovato ispirazione nelle sue canzoni in storie di emarginati, di perdenti sia nel meccanismo economico che regge il mondo del profitto, sia nelle guerre e nei genocidi organizzati da predomini territoriali e  con motivazioni religiose.

Nel 1981, dopo la sua disavventura del rapimento subito in Sardegna ( insieme alla sua compagna Dori Ghezzi fu tenuto prigioniero da una banda del luogo per diverse settimane ), l'artista richiama alla collaborazione ( dopo la realizzazione di "Rimini" ) Massimo Bubola, per il suo ritorno alla musica.
Viene così pubblicato l'album " L'indiano " : a dir la verità, il disco, non ha un vero e proprio titolo ma sulla copertina campeggia il disegno  di un fiero pellerossa americano a cavallo.

" Gli indiani di ieri e i sardi di oggi sono due realtà lontane solo apparentemente, perchè sono due popoli emarginati e autoctoni. Gli indiani sterminati dal generale Custer, chiusi nelle riserve, e i sardi cacciati sui monti dai cartaginesi, fatti schiavi dai romani, colonizzati poi.
Le analogie tra le due civiltà sono tante."
Sono parole dello stesso De Andrè rilasciate a ridosso dell' uscita del disco a "Famiglia Cristiana".

Ecco, il poeta che racconta le epopee dei vinti, che non fa distinzione fra popoli di culture diverse ma che vuole semplicemente raccontare la violenza che li ha oppressi, alla ricerca di un riscatto.

" Fiume Sand Creek " racconta di un massacro di pellerossa da parte delle Giubbe Blu, nel 1864.
I militari guidati dal col. John Chivington, durante la notte attaccarono un villaggio, in Colorado, di 600 Nativi, uccidendone duecento fra donne, vecchi e bambini.
Ed è attraverso gli occhi di un bambino che viene evocata la strage.
La violenza raccontata dal più debole, dal più indifeso, dal più innocente.

E' una potente, coinvolgente, ballata, splendidamente arrangiata da Mark Harris, e quel bambino rappresenta tutti i bambini vittime delle guerre e delle violenze che nessuno riesce a fermare.

Ecco perchè le canzoni sono importanti, per aiutare a sviluppare la coscienza per un mondo più umano, come lo stesso De Andrè affermerà in una intervista a Gino Castaldo, nel 1984:
" La canzone è un miracolo, come la moltiplicazione dei pani e dei pesci, a cui del resto, non ho avuto la fortuna di assistere. Come si fa altrimenti a spiegare un' emozione, soprattutto se poi la devi comunicare?"

E quasi come a seguire la citazione iniziale di Vittorio Messori, in una intervista a "L'unione Sarda" nel 1991, alla domanda se avesse una spiritualità, il poeta genovese rispose:
"La spiritualità ha a che fare con la religiosità. Ci sono molti modi di esprimerla, io per esempio mi sono sempre sentito parte di un tutto, un piccolo tassello - certamente non quello centrale - di un progetto universale.
Tutto sommato sono vicino all'animismo: vedo l'anima nei sassi, ancorchè siano stati sfiorati da qualche elemento vivo. Questo è il mio modo di essere religioso.
Ma si, forse sono un pellerossa"




lunedì 1 giugno 2020

Pastime Paradise - Stevie Wonder

"La fine della Storia è rimandata, non essendo attualmente una realtà per molti uomini.
Ma alla fine, la Storia sfocerà in una forma di democrazia liberale, di questo sono convinto.
Sarà un pacifico bilanciamento che si baserà su un'idea di tolleranza, di rispetto reciproco e diversità di opinioni."
Questo è il succo di un'intervista del 2017 a Francis Fukuyama, il saggista e analista politico  americano, famoso per aver pubblicato un libro, al tempo del crollo del muro di Berlino ( 1989 ), in cui prevedeva , che crollato il simbolo della Guerra Fredda , il nuovo corso della politica mondiale avrebbe portato alla fine dei conflitti e dunque alla fine della Storia così come l'umanità l'aveva sempre vissuta.

Purtroppo nel giro di un paio d'anni fu smentito nelle sue ottimistiche deduzioni : la prima guerra del Golfo scoppiò con grande apprensione mondiale e si
trascinò per tutto il decennio, fomentando il fondamentalismo religioso che fu una delle concause dell'attacco alle Torri Gemelle, con tutto quello che ne seguì.
Insomma, altro che fine della Storia!

Molti anni prima, esattamente nel 1977, uno dei più grandi artisti della black music, l'immenso Stevie Wonder, pubblica un capolavoro , non solo del soul, ma dell'intero universo della storia musicale del '900 : "Songs in the key of life ". 
Una monumentale produzione ( doppio album più un bonus di quattro canzoni su vinile formato 45 giri ) : un caleidoscopio di generi, dal funky, al jazz, dal progressive al pop rock, dalla  ballata acustica al gospel. Grandi arrangiamenti che avvolgono testi fortemente personali e riflessioni sulla società di quegli anni.

Un brano, "Pastime paradise" ( il paradiso del passato ) che riflette appieno, il pensiero dell'artista , a quel tempo quasi trentenne, sul passato e soprattutto sul futuro dei rapporti tra nazioni.
Un pensiero fortemente debitore della cultura americana pacifista degli anni '70 :  
" Wonder elenca queste miserie dell'umanità e le inchioda come il male del mondo. La sofferenza, l'ingiustizia e la troppa gente che sembra ancorata a queste menzogne. Il male del mondo che era, che non dovrebbe essere, e che, questo è il compito, non sarà.
Ma, ci sono gli operatori del bene, coloro che trascorrono il loro tempo vivendo nel paradiso del futuro, dove ci sono consolazione, integrazione, fratellanza razziale; in cui spiritualità e sentimento si abbracciano confusamente . Ci possiamo credere? "

Questa lunga citazione è tratta da " Help! il grido del rock", a firma di Maurizio " Riro " Maniscalco, pesarese d'origine, milanese d'adozione , in "missione" da decenni negli States insieme alla sua grande famiglia, acuto conoscitore e appassionato della grande musica americana.

" Trascorrono la loro vita vivendo in un paradiso del tempo passato, sprecano il loro tempo rendendo gloria ai giorni che non sono più.
Dissipazione, rapporti tra razze, consolazione, segregazione, isolamento, sfruttamento, desolazione ..... al male del mondo.
Rendiamo lodi alle nostre vite spese per il paradiso del futuro.
Vergogna per coloro che passano la vita inseguendo il paradiso del passato "

La canzone è un grande gospel che si inerpica tra sintetizzatori e cori sempre più coinvolgenti.
Peccato per l'ingenua utopia che anticipava genialmente , di un decennio e più " la fine della Storia " di Fukuyama.

Infatti , conclude acutamente Maniscalco : 
" E' un brano confezionato in maniera magistrale in cui tutto lo sforzo creativo ti porta a sperare, o quantomeno a sognare la speranza. Perchè, in questa pacata preghiera di speranza per il futuro, nella lotta non violenta contro il passato c'è una vittima non da poco : il presente " 



 

La sua figura - Giuni Russo & Franco Battiato

da "C'è speranza? Il fascino della scoperta" di Juliàn Carròn "Abbiamo trovato il Messia. E' la notizia che attravers...